Fede e Scienza

La dinamica di vita e morte

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La dinamica di vita e morte 


LA VITA È POSSIBILE GRAZIE ALLA MORTE.

(da Vito Mancuso).

 

Il motore della vita


Ogni giorno nel corpo umano muoiono circa cento miliardi di cellule, sostituite da un processo rigenerativo che lavora a una velocità di un milione di nuove cellule al secondo. Questo avviene per quasi tutte le componenti del corpo, dalla pelle al sangue, dal sistema immunitario al cuore. Ogni essere umano viene continuamente rinnovato, il suo corpo non è mai lo stesso.
Questa dinamica di vita e di morte, di vita dalla morte, è la struttura di fondo che muove l’organismo umano, così come ogni altro organismo vivente.
Ma se si guarda più da vicino questo processo, come ha fatto l’immunologo francese Jean-Claude Ameisen, se ne scopre la sorprendente dinamica interna: ciò che avviene in continuazione nel corpo sembra contrastare col movimento fondamentale della vita quale viene percepita dalla coscienza comune, la vita come volontà di sé, come volontà di potenza.

A un certo punto, senza che si possa registrare alcuna costrizione esterna, la cellula mette in circolo delle proteine con il compito di distruggere il filamento di DNA racchiuso nel suo nucleo. Le proteine killer eseguono il loro lavoro e la cellula finisce per frammentarsi in una miriade di pezzettini. Nel contempo la stessa cellula rende attive altre proteine che segnalano quanto sta avvenendo alle cellule vicine, le quali, captato il messaggio, si stringono alla membrana della cellula e la divorano.
Ameisen usa al riguardo l’espressione di «suicidio cellulare». Questa morte volontaria della cellula che si dà in pasto alle altre cellule (fenomeno contrassegnato dai biologi col nome di apoptosi, che nel greco antico indica la caduta delle foglie) avviene in continuazione nel singolo organismo, milioni e milioni di volte ogni giorno, ed è alla base della vita.
Accompagna la vita dell’uomo in tutte le sue fasi. Già nell’utero materno l’embrione ottiene la forma definitiva del suo corpo grazie a questa «morte creatrice»: è il suicidio delle cellule, dice Ameisen, che «scolpisce» gli organi.

Ogni organismo è un frenetico mutare, non c’è nulla di statico; anche quando si pensa, nei momenti di contemplazione, di essere immobili e di uscire con lo spirito dal flusso della natura e della storia, in realtà nel corpo avvengono continue trasformazioni, e alcune cellule stanno divorando altre cellule. Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, non solo perché muta il fiume, come diceva Eraclito, ma anche perché continuamente muta chi vi si immerge.
L’apoptosi è così radicalmente connessa con l’evolversi della vita che quando si blocca, perché le cellule si rifiutano di morire e tendono a immortalizzarsi, ha origine il cancro. La volontà di potenza della singola cellula equivale alla morte dell’intero organismo; il lasciarsi morire della singola cellula equivale alla vita dell’intero organismo.
Ma questa stessa dinamica di suicidio cellulare, così come costituisce il processo vitale, è anche all’origine delle malattie e della morte. Il prezzo della riproduzione si paga con l’invecchiamento e con la morte, in quanto le cellule germinali emettono segnali che accelerano l’arrivo della vecchiaia:

«Ciò che fa invecchiare e scomparire è forse la stessa cosa che ha permesso ai nostri antenati di farci nascere, e che consente anche a noi di avere dei figli … Nel mondo vivente tutti i fenomeni di riproduzione si accompagnano a una forma di invecchiamento».

La legge della vita è strettamente connessa a quella della morte. La legge della vita è la legge della morte.
A partire dai vegetali, la vita si produce, si alimenta, solo a scapito di altri. La vita è lotta. «Pélemos è il padre di tutte le cose» diceva un tempo Eraclito; “Struggle for life” dice oggi Darwin. La vita può vivere solo grazie alla sofferenza e alla morte. Ma ciò significa che l’essenza stessa della vita è impastata di morte. Che l’una senza l’altra non stanno, non possono esistere. E chiaro che la morte, per esistere, presuppone la vita, ma risulta altrettanto chiaro che anche la vita ha bisogno della morte, della morte altrui per procacciarsi il nutrimento, e della morte propria per generare figli e lasciare lo spazio vitale alle generazioni future. Si tratta di un processo scritto nella nostra stessa carne.

Si tratta di un processo scritto, ancora più radicalmente, dentro la carne dell’universo. Secondo le leggi di crescita dell’entropia, sarebbe molto più probabile per l’universo essere un semplice gas in equilibrio termico, ben lontano dalla complessa organizzazione attuale che rende possibile la vita.
Se il mondo ospita la vita è perché nell’universo ci sono sorgenti di luce e di calore che sono le stelle. L’esistenza delle stelle spiega l’esistenza della vita; o meglio, la morte delle stelle genera la possibilità della vita. Sono le stelle che, esplodendo a conclusione del loro ciclo evolutivo (quando viene dato loro il nome di novae, supernovae ò, recentemente, di ipernovae), immettono nell’universo enormi quantità di energia da cui scaturiscono gli elementi chimici necessari alla vita, il primo dei quali è il carbonio. La vita, già a livello degli elementi fondamentali, è possibile grazie alla morte.

Vita e morte non entrano solo in duello, come cantavano i medievali (mors et vita duello conflixere mirando), ma celebrano anche un fecondo matrimonio che è il theatrum mundi, la scena di questo mondo. C’è chi, guardando a tutto ciò, sente nascere dentro di sé un senso di meraviglia, meraviglia che ci sia qualcosa e non il nulla, che dal freddo glaciale degli spazi cosmici sia potuta arrivare l’energia necessaria alla vita, e che questa abbia preso una forma via via sempre più organizzata, fino alla complessità, che ha dell’incredibile, del cervello o dell’occhio umani. Già Aristotele scriveva che la filosofia nasce dalla meraviglia, e su questa strada è stato seguito da molti, tra cui Leibniz e Heidegger, che a loro volta hanno posto a fondamento del proprio pensare la domanda sul perché esista qualcosa e non il nulla.

In questa prospettiva George Coyne e Alessandro Omizzolo, sacerdoti cattolici e astronomi, scrivono: «L’immensa ricchezza del cosmo, dal microcosmo al macrocosmo … può condurci a una sorgente che trascende la nostra comprensione e alla quale ci si avvicina meglio pensandola come amore. Questo amore si autorivela in tutte le pieghe della creazione».

Vi sono però anche coloro i quali, guardando alla vita sulla terra, ben più che dalla meraviglia vengono presi da un sentimento del nulla, quando non dall’orrore: «Quanto più l’universo ci appare comprensibile, tanto più ci appare senza scopo», così Steven Weinberg, premio Nobel per la fisica nel 1979, conclude il suo celebre saggio sull’origine dell’universo Darwin ha individuato nella selezione naturale il meccanismo che regola l’avanzare della vita, e selezione naturale significa lotta, significa sangue. La natura, che si declina sulla terra in oceani, foreste, deserti, montagne, e può apparire bucolica solo a chi non vi è esposto, è il teatro di una lotta spietata che a ogni istante esige il suo tributo di sangue. Ne fece esperienza anche un grande cristiano come Blaise Pascal: «La natura è tale che dovunque attesta un Dio perduto, sia nell’uomo, sia fuori dell’uomo, e una natura corrotta».

Chi ha ragione? Ha ragione chi, osservando la natura, giunge alla meraviglia perché intravede un disegno, uno scopo, un senso, oppure chi è preso dal senso del nulla, dall’orrore, dalla nausea?
Entrambi, e nessuno. A chi sa fissare in tutti i suoi particolari lo spettacolo, ora nobile ora osceno, del theatrum mundi, ciò che appare regnare è la libertà, mostro a due teste che può generare oppressione e delitto, e insieme commuovere per purezza e amore. Certo, esiste l’amore, ma è solo una delle possibilità, peraltro di continuo negata, che emerge dalle «pieghe della creazione» (l’amore bisogna volerlo perché ci sia, non è un fatto naturale, è un evento spirituale).

La natura scaturisce dal matrimonio tra la morte e la vita, il cui figlio primogenito è la sofferenza. La natura è sofferenza. Si soffre perché si è vivi, perché si è fatti per un progetto che contrasta altri progetti, e quanto più si sale nella scala dell’essere tanto più si soffre; l’uomo è il sofferente per eccellenza.
La scena di questo mondo, scaturita dal matrimonio tra la morte e la vita, anche già solo a livello naturale appare come l’epifania, l’apoteosi della contraddizione.
Quando il pensiero contempla la natura, ben lungi dall’ascendere a Dio come voleva Tommaso d’Aquino nelle celebri cinque vie che aprono la Summa Theologiae, viene inchiodato all’antinomia.
Ma dalla vita delle cellule e delle stelle si devono trarre orientamenti decisivi anche per la vita dello spirito.

Occorre tornare a pensare insieme la scienza e le discipline spirituali, visto che lo spirito non può non avere le stesse leggi della materia, essendo tutto, sia lo spirito sia la materia, ultimamente energia (lo spirito, energia allo stato puro; la materia, energia solidificata come massa).

(da V. Mancuso, Il dolore innocente, pp. 163-167)

Edda CattaniLa dinamica di vita e morte
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Morte e vita

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…e dopo l’evento che ha coinvolto tanti di noi per la dipartita di nostri cari e amici…penso possa far bene la riflessione di Padre Alberto.

MORTE E VITA
(Alberto Maggi)

 

La morte è il momento essenziale della vita di ognuno quello conclusivo dopo il quale ci aspetterà una trasformazione, che però avviene già durante la vita terrena. Tutti infatti ci accorgiamo che avviene in noi una continua trasformazione del corpo e non solo, anche dell’anima fino alla parte spirituale. Mentre però per la parte biologica dopo il periodo dell’accrescimento inizia un lento declino che ci conduce al totale disfacimento, invece ci accorgiamo che al degrado inesorabile del corpo non corrisponde uno eguale dell’animo, che la nostra parte spirituale, la parte più preziosa dell’anima, si “rinnova di giorno in giorno” (Cor 4,16). La morte è quindi la distruzione del bios ma non dell’anima. Il vangelo parla di questa trasformazione nel versetto del chicco di grano (“se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” Gv 12,24) col quale Gesù ci dice che la morte non è altro che la condizione affinché si liberi tutta l’energia vitale che ognuno di noi contiene in sè. Noi siamo come il chicco di grano, con la nostra ricchezza che deve essere liberata, una pienezza di vita, che non si manifesta fintanto siamo in questa terra. Solo la morte ne permette la liberazione. La vita dello spirito in ognuno di noi risplenderà in una forma nuova. Altra immagine che ci dà il vangelo è quella del dormire, la morte è quella pausa necessaria nell’esistenza per riprendere la vita con maggiore intensità, un momento positivo che consente all’individuo di liberare tutta l’energia che ha dentro. Ma ciò non è per tutti, è necessario che questa ricchezza ci sia, è necessario che abbiamo costruito qualcosa. E si costruisce durante la vita. Basta seguire Gesù, vivere non ripiegati su di sé, vivere comunicando agli altri vita, facendoci pane per gli altri. Così costruiamo forme di umanità sempre più ampie e ciò ci impedisce di cadere nella “morte seconda”. Il vangelo parla di questa morte definitiva, che possiamo procurarla solo noi. E Gesù è ancora più chiaro su questa morte seconda, perché parla dei pericoli che corrono le persone che fanno il bene. Ed aggiunge che si potrà scalfire la nostra parte biologica, ma non la ricchezza dell’anima. Gesù insomma ci avvisa che se ci opponiamo ai valori di una società ingiusta possiamo essere oggetti di persecuzione, forse anche perdere la vita fisica, ma non quella dello spirito. E ci dice anche che l’adesione ai valori di questo sistema di potere, di ricchezza e di successo, che nella Bibbia viene rappresentato da “mammona”, causa la morte definitiva. Solo il Dio di Gesù, il Padre che comunica vita, può salvarci. Il messaggio di Gesù è pienamente positivo: “chi accoglie il mio messaggio ha una vita di una qualità tale che è quella indistruttibile ed eterna; chi rifiuta sistematicamente ogni stimolo di vita, ogni scelta in favore degli altri, va incontro all’annientamento totale.

 

 

Edda CattaniMorte e vita
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Senza rancori, senza rimpianti, senza rimorsi…

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“Senza rancori, senza rimpianti, senza rimorsi…”

Intervento di Don Sergio Messina della Comunità L’accoglienza di Torino al seminario “Vivere il morire: un diritto fondamentale di ogni uomo” che si è svolto a Torino l’11/12/98. Quella che pubblichiamo è solo la prima parte.

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Chi è Don Sergio Messina? Intervista (click!)

http://www.accoglienza.it/intervista.html

Perché temiamo ciò che non conosciamo?

Temere la morte non è che credere di essere saggi senza esserlo, di sapere ciò che non si sa. Infatti, nessuno sa che cosa sia la morte, se per l’uomo il più grande dei beni, eppure tutti la temono come se fossero sicuri che essa è il più grande dei mali. E non è forse la più riprovevole ignoranza, questa, di credere di sapere ciò che non si sa. E in questo, forse, ateniesi, io mi sento diverso dagli altri; e se dovessi credere di essere più sapiente di qualche altro sarebbe per il fatto che, non conoscendo nulla dell’aldilà, non presumo di saperlo. (1)

Perché temiamo ciò che non conosciamo? Mi faccio tante volte questa domanda girando tra i letti d’ospedale dove da diciotto anni passo la maggior parte del mio tempo. Spesso incontro persone che non hanno paura di parlare dell’aldilà perché hanno letto dei libri e si sono fatti una cultura che li aiuta ad affrontare queste realtà ultime con un certo distacco. E così sento esprimere sensazioni provate a leggere certe riviste specializzate oppure seguo le divagazioni di chi, parlando di queste cose, fa uno zibaldone di ricordi familiari legati a riti o credenze religiose, di spezzoni di film sui fantasmi o sugli zombi e di goliardici racconti di interrogazioni sui miti dell’Antico Egitto o sulla Divina Commedia.
Soprattutto però mi pare di captare quasi sempre una richiesta implicita. “Va bene – mi sembra che dicano i miei interlocutori – giochiamo pure a parlare del dopo, tanto tutte le opinioni sono ‘vere’, come lo è altrettanto il loro contrario. Ma per favore, non tocchiamo l’argomento morte”.
Oggi siamo qui invece per toccare questo argomento che noi, come i contemporanei di Socrate, “per riprovevole ignoranza, pensiamo di sapere”.
Pensiamo di conoscerlo, di tenerlo in pugno, ma in realtà lo aborriamo, non vogliamo sentirne parlare e di fatto lo etichettiamo, lo banalizziamo, lo svuotiamo del suo profondo significato. Non conoscendolo, diamo per scontato che “sia il più grande dei mali” e così togliamo alla nostra vita una delle sue esperienze fondamentali, cioè lo espropriamo alla nostra vita.
Sarebbe vita la nostra se ci espropriassero la libertà, la possibilità di autonomia, il bisogno di dare e ricevere affetto? Non sarebbero criminali coloro che ci impedissero di esercitare queste nostre “esperienze umane fondamentali”, solo perché sono dolorose e difficili?
Allora perché fin da piccoli non veniamo messi nell’occasione di “conoscere questa esperienza vitale” e chi ci educa dà per scontato che è certamente meglio lasciare al silenzio e al destino l’incontro con la morte e i morenti?
Attorno a me vedo tanto interesse per ciò che va al di là della nostra comprensione e di cui possiamo solo tacere. Tanto interesse per parole vuote e alienanti. Mi pare davvero perdita di tempo approfondire questioni che sono sottratte alla nostra reale possibilità di comprendere, di possedere pienamente, essendo per loro natura inesprimibili. Mentre il tempo guadagnato è il tempo dato a guardare in faccia la realtà e soprattutto il tempo dato a fare chiarezza dentro di sé per scandagliare e interrogarsi. Per confrontare i diversi modi di agire che la antropologia ci permette di conoscere e per utilizzare le esperienze di vita di chi ci ha preceduto per affrontare con successo le situazioni difficili dell’oggi.
Non è alienazione preoccuparsi di cosa faremo nell’aldilà, mentre così poco interesse viene dato ad accompagnare chi, nell’al di qua, sta progettando un viaggio (cioè il proprio morire) senza bussola e senza “nutrimento”?

Tragicità e assurdità

Faccio una premessa doverosa e indispensabile. La realtà del morire resta e resterà sempre realtà che mette a nudo i nodi irrisolti della nostra vita. Questo, a mio parere, è la sua tragicità e la sua assurdità.
Una tragicità che nasce dal fatto che esplodono tutte insieme le contraddizioni che non si sono volute risolvere nella propria esistenza. O non si è potuto, per educazione familiare e religiosa, ad esempio. O per troppa paura, per limiti caratteriali.
Se infatti non si è stati capaci di metabolizzare correttamente i segni della vita, che sempre ci parlano di inizio e di termine, di crescita e di perdita, di nascita e di morte, diventa certamente tragico affrontare in modo affrettato e sofferto tutta una serie di problematiche che si sarebbero dovute interpretare a tempo debito, confrontandosi, ad esempio, con il pensiero e la prassi di qualche ‘maestro’ del morire oppure impegnandosi a individuare per tempo, quando il morire sembra ancora tanto lontano, compagni di strada che siano per noi sostegno sincero e solido e non ci lascino soli al nostro destino.
Se non siamo mai riusciti a passare serenamente del tempo accanto a un morente, se non abbiamo mai veramente accompagnato chi lascia la vita e non abbiamo mai voluto pensare all’importanza e al dovere di instaurare con lui comunicazioni fondate sulla sincerità, ‘penseremo’ inevitabilmente al nostro morire come a una lunga serie di mesi di tragedia, ritmati dalla sofferenza e dalla solitudine, dall’angoscia e dalla incomunicabilità.
E la paura inquinerà la nostra vita perché tenteremo sempre di rimuovere questo pensiero. E non è già una tragedia questo? Quando poi verrà il momento di vivere ciò che per tanto tempo abbiamo paventato, come farà a non esplodere l’angoscia? Perché dovremo dare risposta adeguata a domande che abbiamo accantonato, a problemi che ora dobbiamo guardare in faccia, dobbiamo gestire. E coi quali dobbiamo necessariamente imparare a convivere. Forse viviamo nella speranza o pretendiamo che alla fine arrivi un deus ex machina che ci tolga il fardello del morire. Ma ciò significa comportarsi da irresponsabili. Una irresponsabilità che coltiva tragedie e sfocia in tragedie.

Una assurdità perché il peso da portare alla fine della vita è certamente eccessivo. Pensiamo alla sofferenza che non sempre riesce a tenere sotto controllo e che soprattutto in Italia non viene combattuta dalla classe medica con tutte le risorse disponibili. Pensiamo al disfacimento di tutta una serie di realtà che fanno perdere al morente, a volte in brevissimo tempo, ruoli e identità lentamente costruite nel tempo. Pensiamo alla delega quasi sempre totale che colui che si sente morire deve dare a apparati sanitari, familiari, istituzionali, religiosi che spesso non brillano per ‘scienza e coscienza’. Gli ‘apparati’ tendono a nascondere le problematiche legate alla fine della vita e si adeguano facilmente al ruolo di spettatori dell’evento-morte e del resto l’amore dei parenti, la competenza degli operatori, l’impegno dei volontari, la disponibilità dei religiosi di fatto risponde spesso in modo assai poco adeguato ai reali bisogni dei morenti. Forse perché non si può dare ciò che non si è o che non si è riusciti a diventare. Chi non ha fatto i conti con il proprio vivere a termine, chi ha omesso di rispondere alle domande che l’ineluttabilità della morte pone, chi ha tralasciato di dare tempo alla riflessione, al dibattito su questi argomenti non può che ritrarsi spaventato davanti al pensiero della morte e davanti al morire concreto di un uomo, perché sarà uno sperare ancora una volta di essere esonerato dal cominciare a vivere il proprio morire. E tutto questo da una parte rende assurdo il vivere che è continua apprensione per la catastrofe che può accadere travolgendoci improvvisamente e lasciandoci in balia del nostro nulla e delle nostre paure irrisolte e dall’altra renderà ai morenti ancora più assurda l’esperienza che stanno vivendo nella solitudine e nell’abbandono.


Il Paese delle Lacrime è così misterioso (Saint-Exupery)

Saint-Exupery esprime la difficoltà che il Piccolo Principe ha nell’entrare nel Paese delle Lacrime “Non sapevo bene cosa dirgli. Mi sentivo maldestro. Non sapevo come toccarlo, come raggiungerlo” (2). Sì, il Paese delle Lacrime è dolorosamente misterioso perché mette a nudo chi siamo e dove andiamo con realistica brutalità. Che infrange in mille pezzi il nostro narcisismo e la nostra presunzione. Che radica il nostro esistere nell’impotenza e nella vanità, secondo la felice espressione del Qoelet (3).
Nessuno questo lo dimentica. Il morire sarà sempre accompagnato dallo strappo degli affetti, dei progetti e delle speranze. Sarà sempre doloroso, sempre alternativo alla nostra mania di onnipotenza che non vorrebbe mai lasciare ciò su cui abbiamo costruito la nostra storia personale e relazionale, ciò che abbiamo conquistato, ciò per cui abbiamo faticato. Sarà sempre rompere tutta una serie di legami che noi abbiamo annodato con persone e con cose, con avvenimenti storici e costruzioni mentali che se da una parte ci hanno immerso e legato alla vita dall’altra ci hanno ‘assicurato’ contro la paura del ‘nulla eterno’ e hanno rimandato
al ‘poi’ una presa di coscienza della realtà del nostro ‘limite’. Il Paese delle Lacrime è misterioso, ma misterioso non significa impenetrabile, né inaccessibile.

Una Storia vera

E’ il 27 gennaio di quest’anno. C’è un signore che mi cerca in portineria. Ha letto il mio libro e ha pensato di contattarmi per narrarmi una storia, una esperienza di vita, un cammino che lo ha portato, dopo una lunga e faticosa escursione, alla cime di una montagna sacra dove ha esperimentato la gioia di toccare l’infinito. Lo ascolto con attenzione. Mi narra di un padre e di una madre morti di cancro, accompagnati nella loro malattia dall’affetto sincero dei figli.
Ricordi segnati dalla certezza di aver seguito con tenera attenzione i genitori morenti, ma anche nel dispiacere di non essere riusciti a trovare nel proprio cuore la forza di riempire di verità i giorni dolorosi e unici del distacco annunciato. Una amarezza che però si tramuta, dopo la morte dei genitori, in un impegno fecondo preso con la sorella più grande di dirsi la verità, nel caso un tumore avesse albergato in futuro nella loro vita.
Dopo quattordici anni l’ospite temuto si presenta e si insedia nell’esistenza della sorella, invitandola alla danza di coloro che ballano nella verità. E allora l’impegno preso anni prima diventa per questo uomo certezza morale di dover abbracciare con sincerità la sorella sussurrando parole non vuote, né mistificatorie. Parole che aiutano l’ammalata a dare un nome preciso a quei dolori, a quei farmaci, a quei silenzi imbarazzati. Parole dure, ma che trasformano i tre mesi della malattia. Essi diventano… giorni riempiti di tutto ciò che è autentico, è vivo, è spirituale. E ora i ricordi di quei tre mesi sono rievocati come segni, come impronte dello Spirito che riesce a scaldare la vita anche nei giorni più gelidi perché la comunicazione sincera è figlia di Dio ed è veicolo del Suo calore d’amore.
A settembre una ecografia rivela che un rene di quest’uomo è invaso dalla stessa malattia. Il tecnico che esegue l’esame se ne rende conto, ma non sa come dirglielo. Tergiversa e non trova nulla di meglio che domandargli a più riprese se ha dei parenti. Lui capisce che la domanda è una implicita richiesta da parte del tecnico di permettergli di giocare con la verità e di affidarla caso mai, solo ai consanguinei. Lui si sente condannato a morte, ma non solo dalla malattia. E decide di non fare lo spettatore. Insiste subito che il giudice gli legga la sentenza e vuole conoscere tutti i dettagli, i passi, le eventualità che lo attendono prima della sua esecuzione. Oggi vuole ascoltare il giudice con lo stesso sofferto coraggio con cui domani guarderà in faccia il carnefice.
Viene operato. L’operazione sembra tramutare la condanna a morte in una condanna all’ergastolo. Domani forse verrà la grazia, più bella perché non attesa.
Sente in questi giorni la necessità di parlare con qualcuno che capisca la sua ricerca, che incoraggi la sua sete di sincerità, che sostenga il suo passo su questo sentiero così poco battuto.
“Mi sento – dice – come un giocatore di calcio che ha visto l’arbitro estrarre il cartellino e ha subito pensato che fosse un cartellino rosso. Era invece un cartellino giallo. Ho ancora un po’ da giocare, ma ho preso coscienza che basta una minima infrazione e… non sarò più della partita.” Salutandolo e ringraziandolo ho pensato che quest’uomo aveva già vinto la sua partita, perché la morte per lui era diventata solo un avversario con cui giocare nel bellissimo gioco della vita.

Il principio di autonomia

Tutti i discorsi che a mio parere, vengono fatti in questo convegno hanno senso solo se noi crediamo al dovere di vivere il nostro morire. Solo se noi consideriamo il nostro morire un bene intangibile e indisponibile. Un bene cioè che cade sotto il principio fondamentale dell’etica: quello dell’autonomia. Compete essenzialmente a noi la piena e completa decisione su come gestire questa fase della vita. Qualsiasi atteggiamento noi ci proponiamo di tenere al termine dell’esistenza deve essere da noi scelto per tempo e deve essere da noi per tempo comunicato a coloro che noi pensiamo capaci di sostenerci nel nostro ‘morire’ e disponibili a ‘comprendere’, a prendere con sé il fardello di accompagnarci fino alla fine. Dobbiamo rassicurarci: non porta male. Serve solo a non essere poi trattati male da coloro che altrimenti vivranno con noi questa esperienza così dolorosa senza punti di riferimento e con poche possibilità di rompere il muro di impenetrabilità che l’angoscia di morte quasi inevitabilmente pone tra viventi e morenti. Non possiamo sperare che le cose prendano da sole una piega favorevole. Non possiamo comportarci da vili. Perché “fatti non foste per vivere come bruti, ma per seguire virtude e conoscenza” (4)
Una virtù e una conoscenza che non può esimerci dal guardare in faccia la propria morte e decidere con quali interlocutori appropriati comunicare e con quali accompagnatori qualificati percorrere questo segmento di esistenza. Qui per me sta la soluzione al nodo più angoscioso, ma anche più nostro della vita. Il primo che deve salvaguardare il principio di autonomia sono io per me. Perché se non lo faccio io, nessuno può a me sostituirsi.
Nella fase terminale basterebbe che ciascuno si impegnasse a essere se stesso e a non delegare a nessuno la propria autonomia per ridimensionare, almeno in parte, tutto un carico di incomprensioni, di sofferenze, di solitudini. Basterebbe assumersi l’impegno di non lasciare alla casualità o al destino questo ‘suo pezzo’ di vita così importante.
Per vivere il proprio morire però è necessario credere. Perché credere significa fare chiarezza dentro di sé in modo che ciò che deciderò di compiere diventi veramente ‘mio’, frutto di una riflessione in cui io ho messo in discussione valori e comportamenti. Credere vuol dire scegliere su cosa giocare il vivere e il morire non accettando interferenze esterne e neppure dando deleghe in bianco ad altri. Credere comporta dare tempo alla riflessione, allo studio, all’analisi dei condizionamenti che hanno segnato il nostro percorso formativo e poi imboccare la propria strada senza tentennamenti. Autonomamente senza rancori, senza rimpianti, senza rimorsi. Non perché si è convinti di essere sempre nel giusto tout-court, ma perché ogni scelta fatta con coscienza da me è mia e nessuno mi può espropriare questo compito gravoso ed esaltante. Nessuno potrà mai decidere per noi, a meno che noi non abbiamo delegato coscientemente questa nostra prerogativa. Ma la delega l’ha data la nostra coscienza. Il che significa che siamo stati noi a decidere, cioè abbiamo salvaguardato il principio della autonomia.

Il principio di beneficialità

Nessuno può interferire, senza il nostro permesso, in questo nostro ambito, neanche in nome di una presunta beneficialità. Se il malato stesso non prende in mano il proprio morire correrà il rischio che il suo entourage si sostituirà a lui nelle decisioni che lo riguardano. Sembra infatti che tutti sappiano ciò che è bene per il malato. Sembra che non ci sia bisogno di dibattito etico su questa terra di nessuno, perché tutti paiono aver deciso per tempo quali sono i valori, le scelte da fare, gli atteggiamenti da tenere. Si dà per scontato che il silenzio del malato è la scelta di chi non vuole fare domande, che gli scatti d’ira sono dovuti solo al male fisico e che il non volersi più nutrire è solo causato dalla stanchezza o dalla poca volontà di collaborazione. La famiglia difficilmente ripensa in un’ottica di ascolto ai piccoli segnali inviati dal malato, né si sforza di immedesimarsi nello status di un morente.
Anzi ci si vanta di tenere tutto sotto controllo e di riuscire a interpretare sempre correttamente i bisogni del malato. E’ chiaro che se il morente per primo non ha mai espresso opinioni in proposito, significa implicitamente che ha delegato ad altri questo compito. Ma la delega deve essere chiara e precisa, oserei dire firmata e consacrata dalla presenza di testimoni. E non certamente in senso giuridico, ma etico. E’ il malato che deve esplicitare cosa lo aiuta a vivere in pienezza, cosa lo conforta, cosa lo assilla. E non è lecito a nessuno dettare legge o peggio dare interpretazioni personali sul senso che il malato ha voluto dare alla sua vita e sul valore delle sue scelte, indirizzandole magari verso mete consacrate dall’uso culturale o religioso. Le interpretazioni personali possono essere molto gratificanti per chi ne fa uso, ma sono certamente fuori dalla verità.
E poi non scegliere molte volte può significare lasciare tante cose incompiute, arruffate, confuse. Pensiamo, per esempio, alla mancanza dei testamenti scritti che chiudono le famiglie in spirali di odio e di ripicche per intere generazioni. Oppure ai sensi di colpa che devastano l’intimo di persone che, ancora a distanza di anni, si domandano che cosa sarebbe stato meglio fare. Perché la fase terminale è momento unico e occasione
irripetibile che non tornerà più, ‘talento’ da far fruttare se non si vuol vivere da “servo malvagio e infingardo”. (5)
Troppo spesso, mi pare, noi tendiamo a giustificare atteggiamenti presi dalle équipes mediche o dai parenti nei confronti dei morenti perché riconosciamo loro una certa buona fede o, tutt’al più, una mancanza di coraggio. La mia esperienza mi porta invece a riconoscere in questi atteggiamenti quasi sempre la paura che attanaglia malati e sani in una spirale di ‘morte’ che paralizza ogni moto di sincerità in nome di un presunto bene o beneficio dell’altro.
E’ il suo bene, si sente dire e tutti accorrono ad abbeverarsi a questo principio, a questa oasi che lenisce la sete di chi da tempo cammina in una landa assolata e desolata. Ma forse ci si potrebbe trovare in un’altra terra, magari rigogliosa e ricca di acque. Basterebbe forse essere riusciti a coinvolgere il malato, a interpretare le sue parole e i suoi silenzi, le sue bestemmie e le sue preghiere. Lo so che non è facile. Non per nulla ho definito “landa assolata e desolata” il tempo dell’accompagnamento dei morenti. Ma forse si possono ipotizzare altri percorsi, altri sussidi, altre comunicazioni.
E ancora una volta il responsabile principale di questa fase deve essere il malato, perché compete a lui, come dovere cui non può eticamente sottrarsi, chiedere rispetto per sé, per le sue paure e le sue speranze, le sue decisioni e le sue aspettative di vita. Ha ben sintetizzato questo pensiero la Kübler-Ross:
“Se quando vai a trovarlo, il paziente ti dice: ‘So di avere un cancro. Non uscirò mai più da questo ospedale’, allora tu lo sentirai, lo aiuterai, perché ti rende le cose facili. E’ lui a dare inizio alla comunicazione a dire pane al pane e vino al vino… I pazienti terminali che sanno parlare chiaro della loro malattia mortale sono quelli che hanno già superato la loro peggior paura, la paura della morte. In realtà sono loro che aiutano te, non il contrario. Sono loro i tuoi terapeuti, sono loro che ti fanno un regalo”. (6)
Non è facile guardare in faccia la propria morte. Forse molti non ci riusciranno mai perché non è proprio facile improvvisare al termine della vita atteggiamenti e comportamenti. Ma non possiamo dare per scontato che di questa fase della vita nessuno sia veramente e assolutamente responsabile. Da sempre è stato individuato l’attore principale che può dare senso e significato al lasciare la vita: è il malato che non deve svendere, almeno alla fine, il suo essere persona. Deve decidere, appena ne prende coscienza, e impegnarsi a salvaguardare la capacità di riflettere su se stesso e sul proprio agire, di prendere decisioni autonome e libere, di inventare come essere e come agire nella fase terminale della vita senza aspettarsi dagli altri niente altro che essere ascoltato, accompagnato, supportato, per tutto ciò che è il suo benessere.
Ogni persona, per quanto condizionata da un programma biologico e culturale, infatti ha sempre la possibilità di scegliere, almeno parzialmente ed ha sempre una libertà interiore che lo porta a pronunciare sì o no, a progettare, a decidere autonomamente cosa è giusto e cosa è sbagliato. Perché è l’unica creatura che fa etica.
Fare etica, giocarsi la vita sulla salvaguardia di ciò che abbiamo di più intimo e invendibile: la nostra coscienza. Sensibilizzarsi per tempo per sapere affrontare con umiltà e determinazione la sfida centrale della nostra esistenza. Illuminarsi la strada per decidersi e sapere dove andare, equipaggiarsi per evitare sorprese e proporsi un progetto di vita che valorizzi e giustifichi, definisca i confini e gli orizzonti dei valori e dei comportamenti che identificheranno autonomamente il nostro morire.
Fare etica per non lasciarsi irretire dai falsi profeti che senza chiederci il permesso, si introducono nella nostra visione della vita e della morte per irridere la verità, preoccupati come sono solo delle loro paure. Persino con Francesco d’Assisi, alla fine della vita, per il suo bene, hanno tentato di barare.
“In questi giorni un medico di Arezzo, di nome Bongiovanni, molto amico di Francesco, venne a visitarlo nel palazzo vescovile di Assisi. Il santo lo interrogò. ‘Che ti sembra Benvegnate, della mia idropsia?’ Il medico rispose: ‘Fratello,con l’aiuto del Signore starai meglio’. Francesco insistette: ‘Dimmi la verità. Qual è il tuo parere? Non aver paura a dirmelo, poiché con la grazia di Dio non sono un pusillanime che teme la morte; per dono dello Spirito Santo sono così unito al mio Signore da essere ugualmente felice sia di vivere che di morire’.
Allora Bongiovanni parlò senza reticenze: ‘Padre, secondo la nostra scienza la tua malattia è evidentemente incurabile. Penso che per la fine di settembre o ai primi di ottobre tu morirai’.
Allora Francesco, steso sul letto, levò le mani verso il Signore con grande fervore e riconoscenza e pieno di gioia d’anima e corpo esclamò: ‘Sii la benvenuta, sorella mia Morte'”.(7)

La morte non vuole gli stupidi (Cecov)

Un detto sufi che mi è molto caro afferma: “La cosa di cui parliamo non si potrà mai trovare cercandola, eppure, solo coloro che la cercano la trovano”. Un detto che esprime la inadeguatezza di tutti i nostri strumenti per infrangere il velo dell’impenetrabile, ma nello stesso tempo lo stimolo a rendere carne e sangue, cioè vivibile, ciò che in ogni caso ci appartiene.
Sì, la morte ci appartiene, come ci appartiene il morire. La morte è vivibile come è vivibile l’accompagnamento al morire dei nostri cari. Basta, l’ho scritto sul manifesto del progetto hospice della nostra associazione, “rompere lo schema che accomuna fase terminale con incomunicabilità e con insincerità e che squalifica a priori tentativi nuovi di rendere tutti più consapevoli e coinvolti nell’accompagnamento dei morenti”.
Dobbiamo guardare in faccia la morte, perché essa è parte integrante della vita come la libertà, la sessualità e la ricerca sincera e appassionata di conoscere il volto autentico di Dio. Per fare questo occorre smantellare ciò che ci ingabbia in nome del “si è sempre fatto così” o del “è impossibile” e riuscire così a esprimere le nostre più recondite aspirazioni. Dipende da noi e da quando margine di manovra riusciamo a ritagliarci per vivere appieno e per fare del nostro morire uno strumento essenziale del nostro vivere. Forse dovremmo cominciare a pensare che nei primissimi anni di vita la famiglia, la società e la religione ci passano le loro paure, le loro zone tabù, le loro opzioni che così poco si sposano con la razionalità e la ricerca della verità. E forse allora la nostra vera vita inizia quando cominciamo con coraggio a liberarci di questi fardelli che paralizzano il nostro lento aprirci alla realtà di un’esistenza che è avventura, ricerca e ritrovamento di tesori nascosti per acquistare i quali vale la spesa vendere tutto.
Sarà per questo che Cecov ha scritto che “la morte non vuole gli stupidi”. Perché chi rinnega la propria morte vive stupidamente, impoverendo giorno per giorno la sua esistenza. E’ stato saggio invece Socrate che di fronte alla sua ingiusta condanna a morte non esprime rancore, ma richiama tutti, anche i suoi stessi carnefici, al dovere di vivere sempre in pienezza. Cioè a guardare in faccia, con atteggiamento etico, la vita e la morte:
“Vi voglio pregare di una cosa: quando i miei figli saranno cresciuti, puniteli, cittadini, stategli dietro come facevo con voi, se vedrete che si preoccupano più delle ricchezze o degli altri beni materiali che delle virtù e se si crederanno di valere qualcosa senza valere poi nulla, rimproverateli, come io rimproveravo voi, per ciò che non curano e che, invece, dovrebbero curare, se credono di essere ‘grandi uomini’ e poi non sono niente. Se farete questo, io e i miei figli avremo avuto da voi ciò che è giusto. Ma è giunta, ormai, l’ora di andare, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada a miglior sorte, nessuno lo sa tranne dio”. (8)

1) Platone, Apologia di Socrate, Garzanti Milano, 1993, pp. 23-24
2) Sain Exupery, Il piccolo principe, Bompiani
3) Qoelet 1,1
4) Dante, La Divina Commedia, Inferno, Canto XXVI
5) Mt, 5, 14
6) Kübler-Ross, La morte è di vitale importanza, Armenia 1997, p.26
7) Fonti Francescane, Editrici francescane 1987, p.1437
8) Platone, op. cit., p.25

 

Edda CattaniSenza rancori, senza rimpianti, senza rimorsi…
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Vino nuovo…

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Finora… (di Alessandro Dehò)
(Giovanni 2,1-11)

 

 

Entra nel mondo come lievito, invitato tra gli invitati. Gli amici, la madre, un po’ di festa, questa la sua solennità, questo il suo tempio. Entra tra le voci e le risa, muove i suoi passi tra i costumi di una religione che prova a dare senso al vivere, cammina nel cuore di un umano che prova a promettersi eternità per sconfiggere almeno per un poco la morte. Entra in un mondo profumato di carni arrostite al fuoco, di pane e di vino, di danze, musiche, risate sguaiate, tristezze velate, frasi urlate e parole sommesse… entra nella vita che non ha vergogna di mostrarsi così come è, a Cana, in un matrimonio come tanti, entra, Gesù, da invitato.

Poi diranno che a Cana tutto è iniziato, che è stata inaugurata l’Alleanza definitiva, che l’Antico Testamento stava diventando Nuovo e che lo sposo atteso era proprio Gesù… ed è tutto vero però, dopo. Intanto Gesù è invitato tra gli invitati. E accetta l’invito. E credo che tutto inizi davvero così, anche per noi. Se vogliamo dare inizio ai segni cioè rinascere a una vita significativa per noi e per gli altri dobbiamo innanzitutto accettare l’invito che la vita ci offre. Invito all’umanità. Accogliere con gratitudine di essere stati invitati da questa vita anche se spesso sembra un matrimonio tra disperati che non riescono a portare a termine mezza festa. Accogliere l’invito significa entrare nella storia e accoglierne i profumi e gli odori, le danze e le risa anche sguaiate, significa non deridere lo scambio umano di promesse di eternità anche se lo sappiamo, sono sempre troppo enormi. Non stare fuori dalla festa. Farne parte. Da invitato tra gli invitati. Maturando un profondo legame con tutti gli altri commensali, imparando a guardarli con tenerezza e misericordia. Ridere con loro e mai di loro. Mi pare che questo sia il vero segno di inizio che Gesù ci consegna, ben prima dell’acqua in vino c’è questa totale immersione nell’umanità. Ospiti dell’umano, a noi il dolce impegnativo compito di farlo fiorire. Per noi e per gli altri. Trasformandoci, vero miracolo, da anfore vuote in sorgenti sorprendenti di vita.

Poi il vino finisce, lo sappiamo. Maria si accorge. Lei è donna, è madre, la vita le ha già insegnato a partorire uno sguardo attento al mondo. Dopo scopriremo che quel vino è simbolo e segno di tutte le feste umane esaurite, di una Alleanza con Dio che andava rinnovata… dopo. Intanto è vino finito. È storia che interroga. E questo è l’altro nuovo inizio prima dell’acqua in vino. L’invitato Gesù comprende che dare inizio ai segni, significa lasciarsi ferire dalla vita. Che quel vino finito, quella festa che implora un nuovo tempo, quel mondo che Maria riesce a far pregare è bordo vertiginoso da oltrepassare. Un punto di non ritorno certo, un cominciare a dare la vita, la propria, come Segno. È bellissimo questo Gesù che impara dalla vita che accade. Perché la verità fiorisce dal nostro rapporto con gli eventi. Siamo chiamati, ed è questa la fede, a lasciare che la vita ci ferisca. Anche con le sue improvvise richieste. È finito il vino: quando un amore si inceppa, quando la malattia increspa la calma, quando mi perdo, quando mi lasciano, quando non trovo casa, quando non capisco più la persona che amo… vino finito. E’ la vita che interroga. E diventa significativa se io imparo a rispondere con la vita stessa. Perché da Cana Gesù sta imparando. Per quando giungerà la sua ora. Per quando, in altra cena ultima, a rimanere sarà il vino ma lui no, lui sarà chiamato a “finire”. Impara Gesù dalla vita, e quando sarà chiamato a trasformare non solo acqua in vino ma vino in sangue sarà Cana portata a compimento. Impara Gesù dalla vita, perché il Segno vero, una vita significativa, è saper imparare, e quando sarà solo, festa finita, nell’orto degli Ulivi sicuramente ricorderà le parole di Maria “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” e allora alzerà lo sguardo a quel cielo senza stelle e ricordando il vino di Cana e della ultima Cena dirà: se puoi allontana da me questo calice ma dimmi quello che vuoi… e qualsiasi cosa dirai io lo farò. Fede, fede vera, è lasciare che la vita ci interroghi, è imparare a bere il calice fino in fondo, è accettare che abbiamo bisogno di tempo per arrivare alla nostra ora, è non far passare le cose invano, è imparare. Imparare a non pretendere che la vita segua i nostri tempi ma amare così totalmente la storia da trasformarla, vero segno, da acqua che scorre verso la morte a vino che sorprende di possibilità inaspettate di alleanza. È lasciar scorrere la vita incontro a noi, lasciare che ci interroghi e non limitarsi a subirla: dalla roccia di una ferita può scaturire vita nuova.

E poi è il rumore delle anfore che si riempiono. In fondo la disperazione non è il dolore ma il vuoto. E quello che succede è che in quel contesto di festa nessuno si accorge ma Gesù dà inizio a un Segno nuovo. E il Segno è che è finito il tempo della purificazione e iniziato il tempo della festa. Anche se ancora non l’abbiamo compreso. Fede, fede vera, da quel giorno di Cana, non è credere in un Dio che ci immagina puri, senza scorie, immacolati di fronte alla vita… da quel giorno di Cana è ancora più chiaro che Dio ci immagina vita profumata e calda come sorso di vino. Calore e profumo di terra e di cielo, la vita che abbassa le difese e scioglie la parola, la vita che chiede di essere cantata e condivisa: la vita viva. Invitati a vivere passando dalla logica del sacrificio alla grammatica della passione. Non siamo stati invitati al mondo per essere puri ma per continuare a cercarci, uomini tar gli uomini, anfore riempite di profumo, per dare inizio ai segni, cioè per rendere questa vita, tutta la nostra vita un Segno. Segno di una speranza, segno di un incontro, segno di una vita che chiede di condividere il calore di amare e di lasciarsi amare. Segno di una vita che quando crede nell’uomo profuma di festa, di vino buono.

Solo così si trasforma la vita. E segno, segno vero, non è l’acqua in vino ma la stanchezza in stupore, l’esaurimento in rinascita: tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora. Segno, segno vero, è permettere una delle dichiarazioni di fede più belle e commoventi del Vangelo. Fede nella vita che finalmente si mostra per quello che è: promettente. Promette di non vivere di esaurimento in esaurimento, promette di non illudere con sogni buoni che poi si incagliano in realtà usurate, promette di non ingannare, approfittando dello stordimento, cambiando vino in tavola. È tempo del finora: quando il vino buono viene tolto dalla cantina. E’ tempo che nelle nostre Comunità si ricominci a condividere il profumo di una vita promettente creando le condizioni perché fiorisca. È tempo di imparare la trasformazione vera che non è quella dell’acqua in vino ma quella dello sguardo del maestro di tavola che riconosce, stupito e grato, la bontà della vita.

 

 

Edda CattaniVino nuovo…
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Noi e la Chiesa

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La manifestazione dei Figli di Luce 

Prof. Filippo Liverziani

www.convivium-roma.it

 

Filippo Liverziani filosofo della religione, ha insegnato nella Pontificia Università Gregoriana e nella Pontificia Facoltà Teologica «Marianum». Parapsicologo di frontiera, ha condotto molte centinaia di sperimentazioni di medianità. Ha fondato in Roma il Convivio, centro dì studi e comunità dì ricerca, che promuove Seminari della Speranza in varie città d'Italia.

dal quaderno17

Chi pratica la medianità in maniera non volgare e spicciola, ma spirituale, religiosa, è
persona di sensibilità etica abbastanza viva. Nella mente e nel cuore di questo soggetto
sensibile viene a porsi abbastanza presto il problema se le comunicazioni siano lecite o
meno.
Decenni di studio e vari anni di esperienze dirette, metodiche, portate avanti con tutto
il possibile rigore, mi hanno convinto che noi possiamo veramente comunicare con delle
anime disincarnate.
Questo per quel che riguarda la possibilità materiale. Per quel che, poi, riguarda la
liceità, le repliche ottenute via via dalle entità stesse mi inducono a una risposta un po’
articolata: non si può, invero, concludere che le comunicazioni siano tutte lecite
indiscriminatamente in qualsiasi circostanza, o che siano tutte illecite e sconsigliabili in
blocco.

Ci sono momenti in cui le anime non vanno “disturbate”: soprattutto quando sono

impegnate in un cammino di elevazione spirituale che richiede una totale applicazione e

concentrazione di energie e, a tal fine, anche un certo oblio temporaneo della vita passata

sulla terra. L’anima si deve distaccare dalle antiche passioni, deve lasciar cadere da sé le

scorie dei risentimenti. Giova, allora, in quegli stadi di purificazione, che tanti ricordi

rimangano sospesi: “Avevo nemici. Ma chi erano? E chi se lo ricorda! Ero attaccato a

tante cose. Ma, precisamente, a che?” Questo temporaneo oblio (sottolineo: temporaneo)

rappresenta una tale scorciatoia, costituisce un tale aiuto all’ascesi dell’anima che, se non

fosse così largamente praticato (come risulta alle nostre ricerche medianiche),

bisognerebbe davvero inventarlo!

Ci sono altri momenti in cui un’anima viene a comunicare col pieno “permesso di

Dio”, com’ella stessa lo chiama. La nascita del Movimento della Speranza è legata alle

manifestazioni di quelli che vengono chiamati i “figli di luce” o “ragazzi di luce” o

“giovani di luce”, trattandosi il più spesso di anime trapassate in età assai giovane. Le

loro manifestazioni medianiche rappresentano un fenomeno esteso e profondamente

significativo di questi ultimi quindici anni.

In un altro mio saggio ho chiamato questi ragazzi i “nuovi angeli”. “Angelo” deriva

dal greco ánghelos che vuol dire “messaggero”. I figli di luce vengono ad annunziare ai

genitori, e per tramite loro a tutti gli uomini e donne viventi nella condizione incarnata su

questa terra, che esiste un aldilà, dove la vita continua dopo la morte fisica.

Un tale annuncio è di grande conforto per chi ha perduto, in apparenza almeno,

persone che gli erano carissime, la cui privazione gli ha reso l’esistenza quotidiana vuota

e triste.

In luogo di “consolazione” preferisco dire “conforto”. Poiché non si tratta più di un

mero fatto consolatorio di natura intima, personale e privata. Qui ci sono esperienze reali,

constatabili anche in maniera più oggettiva, e sono esperienze che indubbiamente danno

“forza” alla tesi della sopravvivenza.

I fatti non si limitano a suggerire con forza la sopravvivenza. La manifestazione dei

figli di luce ha per noi un valore ancora più alto: attraverso di essa si fa strada un

messaggio religioso. Questi “nuovi angeli” ci portano divine “parole di vita eterna”. E,

poiché Dio si esprime, più che con parole, con potenza, la manifestazione dei nuovi

angeli è ricca e potente di segni.

Qual è la sostanza di questo messaggio? Esso ci dice che il vero aldilà è Dio stesso:

l’altra dimensione è lo stesso Dio trascendente e creatore, che si incarna nella sua

creazione per redimerla e compierla, per renderla perfetta.

Il divino messaggio, di cui sono potenti latori i nuovi angeli, ci ribadisce che noi,

creature di Dio, non siamo creati a metà e poi abbandonati. È un messaggio che

conferma la prospettiva cristiana: Dio ci ama senza limiti e ci destina alla sopravvivenza,

non solo, ma alla vita eterna.

L’aldilà è la dimensione religiosa per eccellenza, dove ciascuno è destinato a

purificarsi da ogni scoria di male e di imperfezione per non appartenere più a se stesso,

ma a Dio. E Dio, dal canto suo, se è vero che si prende tutto l’uomo, è anche vero che gli

rende tutto al cento per uno.

Una volta che ha purificato l’uomo, Dio lo restituisce ai suoi affetti e a tutto quel che

gli è caro. Gli restituisce le persone care, da cui non ci saranno più separazioni. Gli rende

care tutte le persone, quelle sconosciute come quelle mal conosciute, odiate, o anche solo

fraintese, che un diaframma di imperfezioni umane gli impediva di apprezzare nel valore

infinito che hanno presso Dio e di amarle come Dio le ama.

Tutto questo è reso possibile dal fatto che Dio, creando ogni cosa con infinito amore,

donandosi ad ogni realtà, incarnandosi in ogni realtà, consacra questo stesso mondo.

Le anime dimenticano la terra per un certo periodo, al fine di poter decollare nel cielo

dello spirito. All’ultimo, però, la loro istanza di perfezione vuole che esse siano

reintegrate nella loro umanità piena, in tutta la loro creatività, in tutto quel che hanno

appreso e realizzato.

Dopo la morte fisica le anime sono morte a loro stesse in tutto, anche spiritualmente,

nel distacco da ogni cosa realizzato anche attraverso l’oblio. Ma ora alla morte segue la

resurrezione, cioè la reintegrazione piena di tutti quei fattori che ormai non possono più

rappresentare alcun pericolo per l’attuazione spirituale, ma possono solo completarla.

Resurrezione vuole anche dire che le anime dei defunti verranno, alla fine, a

ricongiungersi agli uomini che ancora vivranno su questa terra. Resurrezione vuol dire la

discesa finale della Gerusalemme celeste, che agli uomini della terra apporterà i frutti di

santità accumulati nel cielo mentre ne assumerà i progressi, le conquiste, le attuazioni

della civiltà, delle scienze, delle arti, dell’umanesimo, perché tutte concorrano a

completare il regno di Dio.

Alla fine ci incontreremo di nuovo tutti. Corre, al presente, il tempo di grazia della

riscoperta dell’altra dimensione. È il tempo, questo, in cui lo stesso aldilà invita e motiva

tanti di noi a portare avanti una serie di comunicazioni medianiche. È una necessità di

studio. Ed è, prima ancora, la necessità di prendere coscienza che “esiste l’aldilà”, come

suona il titolo di un libro di testimonianza: volume che ha ottenuto singolare fortuna, e

non a caso.

In una tale prospettiva non c’è alcun dubbio sulla liceità di un certo tipo di

comunicazioni medianiche, purché attuate in un ceno spirito, con una metodologia

corretta e, s’intende, nella giusta misura.

Tanti uomini chiusi in un’angusta visione materialistica scopriranno che, nei fenomeni

paranormali, la stessa materia obbedisce allo spirito. Scopriranno la realtà dello spirito, la

sua sussistenza autonoma. Il formarsi, nella loro mente, di una concezione diversa del

mondo dei fenomeni potrà agevolare a tanti la scoperta di quel che ci può essere oltre.

I credenti trarranno conferma della loro visione spiritualistica. Gli stessi cristiani sì

sentiranno confermati nella loro fede. Scopriranno che, sostanzialmente, il vero aldilà è

quello che il loro credo già adombrava.

Noi cristiani ci troviamo in una posizione molto favorita. La nostra fede ci predispone

a comprendere le nuove esperienze nel modo giusto; e le esperienze medianiche ottenute

valide vengono recepite.

La spinta a questo cambiamento di posizione è venuta dal basso: da quell’opinione

pubblica dove trova la sua espressione anche il sentimento della gran massa dei laici

della Chiesa cattolica.

E la prima iniziativa da chi mai è venuta, se non dai pochi? Se l’ispirazione che

muoveva quei pochi era buona, certamente veniva da Dio. E ben pochi sono stati anche i

pastori di anime che hanno riconosciuto l’ispirazione divina di quei nuovi germi di futuro

che andavano maturando, di quelle idee nuove che andavano prendendo forma, di quei

nuovi movimenti storici che stentavano i loro primi passi.

Sono convinto che, analogamente, noi della Speranza siamo dei pionieri, degli anticipatori.

Lo siamo quali membri del genere umano e parimenti lo siamo quali membri della

Chiesa. Dobbiamo accettare la nostra solitudine, facendo leva solo sul conforto che ci

viene da Dio e dai suoi angeli, oltre che dalla solidarietà che ci lega l’uno all’altro. Ci

dobbiamo assumere Le nostre responsabilità di laici anche di fronte al clero.

Dobbiamo ricordare, a questo punto, che, in virtù del battesimo, tutti i cristiani sono

sacerdoti. Quello dei diaconi, dei preti, dei vescovi è solo un sacerdozio in un senso più

stretto e pieno. Un sacerdozio “ministeriale” specializzato è, certo, assai funzionale alla

vita della Chiesa. Questa, nel suo insieme, ha certamente bisogno di uomini investiti

della missione di guidarla, di insegnarne la dottrina, di amministrarne i sacramenti.

Questi sacerdoti per eccellenza costituiscono un punto di riferimento particolare, che

però non è mal esclusivo, poiché, ripeto, la Chiesa stessa ci insegna che sacerdoti siamo

tutti in quanto cristiani.

Come laico investito del sacerdozio universale dei cristiani, ciascuno di noi è abilitato

a rappresentare la Chiesa e ad agire nel nome di essa. Così, almeno in qualche misura, è

abilitato a surrogare il sacerdote in senso stretto ove questi sia assente o mal funzionante.

In varie circostanze i laici hanno non solo battezzato, ma raccolto le confessioni

(soprattutto dei morenti in battaglia). Oggi di frequente distribuiscono l’ostia consacrata

agli altri fedeli, dove il sacerdote non arrivi.

Tutti sanno, poi, che nel matrimonio i ministri del sacramento sono gli sposi, non il

prete. Pur sempre in nome della comunità ecclesiale, il sacerdote si limita a prendere atto

che il sacramento, nella sua parte ufficiale e pubblica, ha avuto luogo.

I laici sono molto importanti nella Chiesa. Láos vuol dire, in greco, “popolo”. Ora, la

Rivelazione è verità donata da Dio al suo popolo. È il popolo stesso che ha recepito e

maturato quell’ispirazione divina, non il clero come casta a sé. Kléros, in greco, significa

“la parte”. Il popolo, láos, include il clero nel suo seno, e il clero recepisce e matura le

divine ispirazioni in una col popolo. I vescovi passeranno, poi, a definire meglio, a

meglio interpretare quel che Dio ha rivelato a tutti. Vescovi e preti non rappresentano

affatto una élite aristocratica, né sono per nulla il canale privilegiato di una verità

esoterica data ai pochi e trasmessa segretamente tra quei pochi a loro uso e consumo.

Con ogni reverenza e con tutto l’apprezzamento possibile per il clero e per la sua

missione altissima, bisogna che i laici prendano coscienza del fatto che ciascuno di essi

partecipa al sacerdozio, alla profezia e alla regalità del Cristo. I laici non sono dei preti

mancati, né dei cristiani dimezzati.

Di fatto, questa moltitudine di sacerdoti, profeti e re è stata posta e mantenuta sotto

una tutela eccessiva. Il clero non gli ha accordato mai tutta questa grande fiducia. Di

fatto, e proprio agli effetti pratici, il clero non ha mai considerato il laicato alla luce della

sua piena dignità teologica.

 Noi confidiamo che l’autorità legittima della nostra Chiesa vorrà alfine riconoscere la

positività, almeno sostanziale, delle nostre ricerche e del nostro atteggiamento di fronte

all’altra dimensione. Ma intanto bisogna che noi ci assumiamo tutte le responsabilità che

ci competono.

L’autorità della Chiesa non ci smentisce, assume un atteggiamento di prudente

riserva. Dobbiamo riconoscere che è molto saggio fare così quando le idee non si sono

ancora ben chiarite, quando i frutti sono ancora in fase di maturazione e un giudizio

prematuro potrebbe dimostrarsi avventato.

Intanto, però, sta di fatto che noi siamo lasciati senza un numero adeguato di sacerdoti.

In tali circostanze il laico deve ricordare di essere anch’egli sacerdote della Chiesa

in qualche modo e deve sapere assumere questo ruolo per se stesso e per gli altri.

Riconoscere a se medesimo un ruolo sacerdotale significa pure, nei giusti limiti,

decidere da sé, proprio come membro attivo della Chiesa, come soggetto che può parlare

e agire in nome della Chiesa stessa.

Tra i sacramenti c’è quello della “riconciliazione”, o “penitenza”, come viene

chiamato più tradizionalmente. Ha conosciuto le forme più varie attraverso i secoli.

Sono da confessare i peccati: ma, poi, i peccati quali sono? La scelta che noi, in piena

coscienza, abbiamo compiuto e manteniamo ci impedisce di considerare in modo

negativo le comunicazioni medianiche, in quanto tali. Parlo del fatto in sé, come pura

ricerca, motivata che sia da ragioni esistenziali o anche scientifiche; non parlo delle

imprudenze, non degli abusi, che ci possono essere e vanno evitati.

Da sempre la Chiesa si attribuisce la competenza di determinare il lecito e l’illecito.

Lo fa attraverso i suoi pastori di anime. Questi, però, non sono in grado di anticipare le

decisioni che i loro successori assumeranno in futuro, sulla base di valutazioni che

possono cambiare col tempo e dar luogo a valutazioni meglio approfondite e perciò

diverse.

Ecco, allora, che tanti fedeli dovranno chiedersi, con tutta umiltà, se certe innovazioni

non anticipino cose che la gerarchia oggi contesta ma domani approverà pienamente.

Dovranno, ancora, chiedersi se non spetti a loro stessi decidere quelle innovazioni in

piena autonomia. È quel che, appunto, farebbero proprio in quanto membri della Chiesa,

investiti in qualche modo anch’essi di una funzione sacerdotale, oltre che profetica.

La presenza attiva dei sacerdoti nella Chiesa è e rimane elemento di importanza

fondamentale. San Francesco d’Assisi, che non era un prete, e che molti vedono in una

falsa luce di religioso del tutto libero da condizionamenti clericali, inizia il proprio

testamento con queste parole: “Il Signore diede a me, frate Francesco, la grazia di

cominciare a fare penitenza… E il Signore mi diede tale fede nelle chiese sue… E poi il

Signore mi diede, e mi dà ancora, tanta fede nei sacerdoti, che vivono secondo le norme

della santa Chiesa romana secondo il loro Ordine, che, anche se mi dovessero

perseguitare, io vorrei ricorrere a loro. E se avessi tanta saggezza quanta ne aveva

Salomone e trovassi sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle chiese in cui essi

dimorano non vorrei predicare contro la loro volontà. E questi e gli altri tutti voglio

temere, amare e onorare come miei padroni; e non voglio in loro considerare il peccato,

perché vedo il Figlio di Dio in loro, e sono miei padroni. Faccio così, perché nulla vedo

con gli occhi del corpo in questo mondo dell’altissimo Figlio di Dio, se non il santissimo

corpo e sangue suo, che fanno scendere dall’altare e amministrano soli agli altri”.

È il momento di concludere questo discorso, che mi sono permesso di rivolgere ai

miei correligionari, con ogni considerazione anche per gli altri e in modo particolare per i

cristiani di confessione diversa. Dirò allora: noi non siamo protestanti, ma cattolici; e, in

quanto cattolici, abbiamo un vivo senso dell’importanza fondamentale del clero per

l’esistenza stessa di questa Chiesa visibile e militante sulla terra.

Noi amiamo i nostri sacerdoti, abbiamo un grande bisogno di loro e ce li teniamo ben

stretti. Ne abbiamo alcuni, che ci sono vicini con affetto e carità, non solo, ma con vera

comprensione. E vorremmo averne molti di più.

Ma anche ci rendiamo conto che ci troviamo a operare in un campo assai delicato, da

autentici pionieri. Ci assumiamo, pertanto, le nostre responsabilità autonome, anche

proprio di membri della Chiesa.

Così noi crediamo che, se siamo nel giusto, Dio è con noi e la stessa Chiesa di Dio

finirà per accordarci il riconoscimento più aperto e pieno. Ci affidiamo intanto al

Signore, che misteriosamente guida gli eventi umani per il meglio, fino alla piena

attuazione del bene assoluto e totale.

(continua)


Edda CattaniNoi e la Chiesa
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Credere non credere

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La fede oltre ciò che si vede

 

 

Il 21 gennaio 2009 intervistata a "Otto e mezzo" in onda su "La7", Margherita Hack ha dichiarato:
"Credere che Dio esiste è come credere che esiste la Befana".
Ha ragione.
Infatti Dio esiste e Margherita Hack pure. 

 

      La fede nelle cose che non si vedono

 

     Agostino di Ippona         

 

  Niente di più certo dell’interiore visione dell’animo.
1. 1. Vi sono alcuni i quali ritengono che la religione cristiana debba essere derisa
piuttosto che accettata, perché in essa, anziché mostrare cose che si vedono, si comanda
agli uomini la fede in cose che non si vedono. Dunque, per confutare coloro ai quali
sembra prudente rifiutarsi di credere ciò che non possono vedere, noi, benché non siamo
in grado di mostrare a occhi umani le realtà divine che crediamo, tuttavia dimostriamo alle
menti umane che si devono credere anche quelle cose che non si vedono. E, in primo
luogo, a coloro che la stoltezza ha reso così schiavi degli occhi carnali che giudicano di non
dover credere ciò che con quelli non scorgono, va ricordato quante cose non solo credano
ma anche conoscano, che pure non possono vedere con tali occhi. Già nel nostro animo,
che è di natura invisibile, ce ne sono innumerevoli. Per non parlare di altro, proprio la fede
con la quale crediamo o il pensiero con il quale sappiamo di credere o di non credere
qualcosa, sono totalmente estranei agli sguardi di codesti occhi; eppure che c’è di più
manifesto, di più evidente, di più certo dell’interiore visione dell’animo? Come dunque
possiamo non credere ciò che non vediamo con gli occhi del corpo, quando ci accorgiamo
di credere o di non credere pur non potendo giovarci degli occhi del corpo?
Nessuna disposizione dell’animo si può vedere con gli occhi del corpo.
1. 2. Ma, essi dicono, queste cose che sono nell’animo, poiché le possiamo percepire con
l’animo stesso, non c’è bisogno di conoscerle mediante gli occhi del corpo; quelle, invece,
che ci proponete di credere, non le mostrate all’esterno in modo che le conosciamo
mediante gli occhi del corpo, né sono interiormente, nel nostro animo, in modo che le
vediamo con il pensiero. Questo è quanto dicono: come se si ordinasse a qualcuno di
credere nel caso in cui potesse vedere davanti a sé l’oggetto del credere. Di certo, dunque,
siamo tenuti a credere ad alcune realtà temporali che non vediamo, per meritarci di
vedere anche quelle eterne nelle quali crediamo. Ma, chiunque tu sia , tu che non vuoi
credere se non ciò che vedi, ecco, tu vedi con gli occhi del corpo i corpi presenti e vedi con
l’animo, poiché sono nel tuo animo, le tue volontà e i tuoi pensieri del momento; ora
dimmi, ti prego, la buona disposizione del tuo amico verso di te con quali occhi la vedi?
Nessuna disposizione, infatti, si può vedere con gli occhi del corpo. O vedi forse con il tuo
animo anche ciò che avviene nell’animo altrui? Ma se non lo vedi, come ricambi a tua volta
la benevolenza dell’amico, dal momento che non credi ciò che non sei in grado di vedere?
O, per caso, stai per dire che vedi la disposizione altrui dalle sue opere? Dunque, vedrai i
fatti e sentirai le parole, ma, circa la disposizione dell’amico, tu sarai costretto a credere
ciò che non si può né vedere né sentire. Quella disposizione, infatti, non è né un colore né
una forma che si imponga agli occhi, non è un suono o una melodia che penetri negli
orecchi, e non una tua disposizione, che sia percepita da un moto del tuo cuore. Non ti
resta, pertanto, che credere ciò che non è né visto, né udito, né percepito dentro di te,
affinché la tua vita non rimanga vuota, senza alcuna amicizia, o l’amore che hai ricevuto
non sia, a tua volta, da te ricambiato. Dove è dunque quel che dicevi, e cioè che non devi
credere se non ciò che vedi, all’esterno con il corpo o, all’interno, con il cuore? Ecco, a
partire dal tuo cuore tu credi ad un cuore non tuo, e là dove non drizzi lo sguardo della
carne e della mente, ci destini la fede. Tu, con il tuo corpo, scorgi il volto dell’amico, con il
tuo animo discerni la tua fede: ma la fede dell’amico tu non puoi amarla se, a tua volta,
non hai in te quella fede con la quale credi ciò che in lui non vedi. Sebbene l’uomo possa
anche ingannare col fingere benevolenza o col nascondere la malvagità o, se non ha
intenzione di nuocere, con l’aspettarsi da te qualche vantaggio, tuttavia egli simula perché
manca di amore.

Nelle avversità si prova il vero amico.
1. 3. Ma, secondo quanto dici, tu credi all’amico, del quale non puoi vedere il cuore,
perché lo hai sperimentato nelle tue situazioni difficili e hai conosciuto quale fosse la sua
disposizione d’animo verso di te in occasione dei pericoli in cui non ti ha abbandonato.
Forse dunque, a tuo parere, dobbiamo augurarci delle disgrazie per avere la prova
dell’amore degli amici verso di noi? E nessuno proverà la felicità che proviene da amici
fidatissimi, se non sarà stato infelice per le avversità, ovvero non potrà mai godere

dell’amore collaudato di un altro, se non è stato tormentato dal proprio dolore o timore? E
allora come si può desiderare, e non piuttosto temere, quella felicità che si prova
nell’avere veri amici, quando solo l’infelicità può renderla certa? E tuttavia è indubbio che
si può avere un amico anche nelle prosperità, sebbene è nelle avversità che ne abbiamo la
prova più certa.
Crediamo al cuore degli amici anche prima di metterlo alla prova.
2. 3. Ma, comunque, per metterlo alla prova, tu non ti affideresti alle tue verifiche, se non
credessi. Perciò, siccome tu lo fai per metterlo alla prova, tu credi prima di averne la
prova. Di certo infatti, se non dobbiamo credere alle cose non viste, dal momento che
crediamo ai cuori degli amici anche quando non ne abbiamo ancora prove certe, e dal
momento che, anche quando abbiamo prove – a prezzo dei nostri mali – che sono buoni,
anche allora, piuttosto che vedere, crediamo alla loro benevolenza verso di noi, tutto ciò
accade soltanto perché in noi è così grande la fede che, in maniera del tutto conseguente,
pensiamo di vedere, se si può dire, con i suoi occhi ciò che crediamo. E dobbiamo appunto
credere, proprio perché non possiamo vedere.
Se scomparirà la fede, finirà del tutto l’amicizia.
2. 4. Se questa fede fosse eliminata dalle vicende umane, chi non si avvede di quanto
scompiglio si determinerebbe in esse e di quale orrenda confusione ne seguirebbe? Se non
devo credere a ciò che non vedo, chi infatti sarà riamato da un altro, dal momento che in
se stesso l’amore è invisibile ? Pertanto finirà del tutto l’amicizia, perché essa non consiste
in altro che nell’amore reciproco. Quale amore infatti si potrà ricevere da un altro, se non
si crede affatto che sia stato dato? Con la fine dell’amicizia poi non resteranno saldi
nell’animo né i vincoli matrimoniali né quelli di consanguineità né quelli di parentela,
poiché anche in essi vi è senz’altro un comune modo di sentire basato sull’amicizia. I
coniugi dunque non potranno amarsi a vicenda, quando, non potendo vedere l’amore come
tale, l’uno non crederà di essere amato dall’altro. Essi non desidereranno avere figli,
poiché non credono che saranno da essi ricambiati. E costoro, se nascono e crescono,
ameranno molto di meno i loro genitori, non vedendo nel loro cuore l’amore verso di sé,
dato che è invisibile; naturalmente, però, qualora il credere le cose che non si vedono è
segno di colpevole impudenza e non di lodevole fede. Che dire poi degli altri vincoli
familiari – tra fratelli, tra sorelle, tra generi e suoceri, tra congiunti di qualsivoglia grado di
consanguineità e affinità – se l’amore è incerto e la volontà è sospetta, tanto da parte dei
genitori verso i figli quanto da parte dei figli verso i genitori, e quindi finché la dovuta
benevolenza non è ricambiata, perché non la si ritiene dovuta quando, non vedendola, non
si crede che vi sia nell’altro? D’altra parte, se non è ingenua, è quanto meno odiosa questa
cautela per la quale noi non crediamo di essere amati per il fatto che non vediamo l’amore
di chi ci ama, e pertanto non ricambiamo a nostra volta coloro che non ci riteniamo in
dovere di ricambiare. Fino a tal punto perciò le cose umane sono sconvolte, non credendo
ciò che non vediamo, da essere distrutte fino alle fondamenta, se non crediamo a nessuna
volontà d’uomo, che di certo non possiamo vedere. Tralascio di dire quante cose della
pubblica opinione, della storia ovvero di luoghi in cui non sono mai stati credano coloro che
ci riprendono per il fatto che crediamo ciò che non vediamo, e come essi non dicano " non
crediamo perché non abbiamo visto ". Se dicessero ciò, infatti, sarebbero costretti a
confessare di non avere alcuna certezza sull’identità dei loro genitori, poiché, anche in
questo caso, hanno creduto a quanto altri gli raccontavano, senza peraltro essere capaci di
mostrarglielo perché era ormai passato; e, pur non conservando alcun ricordo del tempo
della loro nascita, tuttavia hanno dato il pieno consenso a coloro che in seguito gliene
hanno parlato. Se così non fosse, inevitabilmente si incorrerebbe in un’irriguardosa
mancanza di rispetto nei confronti dei genitori, nel momento stesso in cui si cerca di
evitare la temerità di credere in quelle cose che non possiamo vedere.
La presenza di indizi chiari ci sprona a credere.
3. 4. Se, dunque, con il non credere ciò che non possiamo vedere crollerà la stessa umana
società, perché verrebbe a mancare la concordia, quanto più è necessario prestare fede
alle realtà divine, sebbene siano realtà che non si vedono? Se non si prestasse loro fede,
non l’amicizia di un uomo qualsiasi ma la stessa suprema religione sarebbe violata, in
modo che ne consegue la somma infelicità.
3. 5. Ma, tu dirai, la benevolenza di un amico nei miei confronti, malgrado non possa
vederla, tuttavia la posso ricercare attraverso molti indizi; voi, invece, non potete
mostrare con nessun indizio le cose che volete che crediamo pur senza averle viste.
Intanto, non è di poco conto che tu concedi che si debbano credere alcune cose, anche se
non si vedono, quando si è in presenza di chiari indizi; già questo, infatti, è sufficiente per
concludere che non ogni cosa che non si vede non deve essere creduta. Ed è così
completamente screditato quel presupposto per cui si dice che non dobbiamo credere le
cose che non vediamo. Però sbagliano di molto quelli che ritengono che noi crediamo in
Cristo senza nessun indizio su di Lui. Quali indizi, infatti, sono più chiari delle cose che ora
constatiamo che sono state predette e si sono realizzate?. Voi, dunque, che escludete
l’esistenza di indizi perché dobbiate credere, relativamente a Cristo, quelle cose che non
avete viste, considerate quelle che vedete. La Chiesa stessa, con parole di materno amore,
vi conforta : " Io, che vedete con meraviglia fruttificare e crescere per tutto il mondo 1, un
tempo non fui quale ora mi ravvisate". Ma, nel tuo seme saranno benedette tutte le genti
2. Quando Dio benediceva Abramo, prometteva me: io infatti mi diffondo fra tutte le genti
nella benedizione di Cristo. Che Cristo è il seme di Abramo 3 lo attesta l’ordine di
successione delle generazioni. Per riassumere in breve, Abramo generò Isacco, Isacco
generò Giacobbe, Giacobbe generò dodici figli, dai quali è scaturito il popolo di Israele.
Giacobbe stesso, anzi, ebbe il nome di Israele. Tra questi dodici figli generò Giuda, da cui
è derivato il nome dei Giudei, fra i quali è nata la Vergine Maria, che partorì il Cristo 4. Ed
ecco, in Cristo, cioè nel seme di Abramo, vedete che sono benedette tutte le genti e ne
restate stupiti; eppure esitate ancora a credere in lui, nel quale piuttosto avreste dovuto
temere di non credere. Mettete in dubbio o rifiutate di credere che una vergine abbia
partorito, quando piuttosto dovreste credere che così si addiceva a Dio di nascere come
uomo? Sappiate, infatti, che anche questo fu predetto mediante il profeta: Ecco una
vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiameranno Emmanuele, che vuol dire " Dio è
con noi " 5. Non metterete, dunque, più in dubbio che una vergine possa partorire, se
volete credere in un Dio che nasce e, senza abbandonare il governo del mondo, viene tra
gli uomini nella carne, e che possa concedere alla madre la fecondità, senza toglierle
l’integrità verginale. Così bisognava che nascesse come uomo, pur restando sempre Dio,
perché nascendo sarebbe divenuto per noi Dio. Per questo il Profeta dice di nuovo di Lui: Il
tuo trono, Dio, dura per sempre; è scettro di rettitudine lo scettro del tuo regno! Tu hai
amato la giustizia e hai detestato l’iniquità; per questo Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato con
olio di letizia, a preferenza dei tuoi eguali 6. Questa è l’unzione spirituale con la quale Dio
unse Dio, cioè il Padre il Figlio: donde sappiamo che Cristo prende il nome da crisma, che
significa unzione. Io sono la Chiesa, della quale si parla in quel medesimo salmo,
preannunziando come già avvenuto ciò che doveva avvenire: Stette la regina alla tua
destra, in abiti d’oro, ornata di vari colori 7, cioè nel segno della sapienza, adornata dalla
varietà delle lingue. Ivi mi si dice: Ascolta, o figlia, e guarda, porgi l’orecchio, e dimentica
il tuo popolo e la casa di tuo padre, perché al re piacque la tua bellezza; poiché Egli è il
Signore Dio tuo. A Lui si prostreranno dinanzi le figlie di Tiro con doni, tutti i ricchi del
popolo supplicheranno il tuo volto. Tutta la gloria della figlia del re è all’interno; la avvolge
un vestito dalle frange d’oro dai vari colori. Le vergini, al suo seguito, saranno condotte al
re; a te saranno condotte le sue compagne; saranno condotte in gioia ed esultanza,
saranno condotte nel tempio del re. Al posto dei tuoi padri ti sono nati i figli, li farai capi di
tutta la terra. Si ricorderanno del tuo nome, di generazione in generazione. Perciò i popoli
ti renderanno lode in eterno, nei secoli dei secoli 8.
Adempiute le profezie sulla Chiesa.
3. 6. Se non vedeste questa regina, ormai anche feconda di prole regale; se colei, alla
quale fu detto: Ascolta, o figlia, e guarda, non vedesse realizzata la promessa un tempo
udita; se colei, alla quale fu detto: Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, non
avesse abbandonato le antiche consuetudini del mondo; se colei alla quale fu detto: Al re
piacque la tua bellezza, poiché egli è il Signore Dio tuo, non riconoscesse ovunque che
Cristo è Signore; se non vedesse che le città levano preghiere a Cristo ed offrono doni a
Lui, del quale le fu detto: A lui si prostreranno dinanzi le figlie di Tiro con i doni; se anche i
ricchi non deponessero la loro superbia e non supplicassero l’aiuto della Chiesa, a cui fu
detto: Tutti i ricchi del popolo supplicheranno il tuo volto; se non riconoscesse la figlia del
re, al quale le fu comandato di dire: Padre nostro, che sei nei cieli 9; e se colei della quale
fu detto: Tutta la gloria della figlia del re è all’interno, non si rinnovasse di giorno in giorno
nell’intimo 10 attraverso i suoi santi, sebbene colpisca sfavillando anche gli occhi di gente
estranea con la fama dei suoi predicatori, che si esprimono in diverse lingue, paragonabili
alle frange dorate di un vestito dai vari colori; se, dopoché il suo buon profumo l’ha resa
famosa in ogni luogo, giovani vergini non venissero condotte a Cristo per essere
consacrate a Lui, del quale e al quale si dice: Le vergini, al suo seguito saranno condotte al
re, a te saranno condotte le sue compagne; e, affinché non sembrasse che fossero
condotte come prigioniere in un carcere, dice: Saranno condotte in gioia ed esultanza,
saranno condotte nel tempio del re; se essa non desse alla luce figli, dai quali avere come
dei padri, da farli ovunque suoi reggitori, lei alla quale si dice: Al posto dei tuoi padri ti
sono nati i figli, li farai capi di tutta la terra; lei, madre, sovrana e suddita insieme, che
confida nelle loro preghiere, per cui fu aggiunto: Si ricorderanno del tuo nome, di
generazione in generazione; se, per la predicazione di questi padri, nella quale il suo nome
è stato ricordato senza interruzione, moltitudini così grandi non si riunissero in essa e non
rendessero incessantemente lode, ciascuna nella sua lingua, alla gloria di colei alla quale si
dice: Perciò i popoli ti renderanno lode in eterno, nei secoli dei secoli 11.
Le cose che vedete sono state predette molto tempo prima e si sono compiute
con tanta chiarezza. Altrettanto sarà per le cose future.
4. 6. Se queste cose non si rivelassero così evidenti che gli occhi dei nemici non trovano in
quale parte volgersi per evitare di essere colpiti da tale evidenza e di essere da essa
costretti ad ammetterle manifestamente; allora forse a buon diritto potreste dire che non
vi vengono mostrati indizi di sorta, visti i quali possiate credere anche quelle cose che non
vedete. Ma se queste cose che vedete sono state predette molto tempo prima e si sono
compiute con tanta chiarezza; se la verità stessa vi si mostra sia con i suoi effetti
antecedenti sia con quelli che ne sono seguiti, perché crediate quello che non vedete, o
resti dell’infedeltà, vergognatevi per le cose che vedete.
4. 7. Guardate me, vi dice la Chiesa; guardateme, che vedete, ancorché non vogliate
vedere. Coloro, infatti, che in quei tempi, in terra di Giudea, furono fedeli, appresero
direttamente, come realtà presenti, la meravigliosa nascita da una vergine, la passione, la
resurrezione, l’ascensione di Cristo, e tutte le cose divine da Lui dette e fatte. Tutto ciò voi
non l’avete visto; è per questo che vi rifiutate di credere. Guardate dunque queste cose,
prestate attenzione a queste cose, pensate a queste cose che vedete, che non vi sono
narrate come fatti del passato, che non vi sono preannunziate come eventi del futuro, ma
vi sono mostrate come realtà del presente. Vi pare una cosa vana o insignificante, e
ritenete che non sia un miracolo divino o che lo sia ma di poco conto che, nel nome di un
crocifisso, accorre tutto il genere umano? Non avete visto ciò che fu predetto e si è
avverato della nascita umana di Cristo: Ecco una vergine concepirà e darà alla luce un
figlio 12; ma vedete compiuto ciò che la parola di Dio predisse ad Abramo: Nel tuo seme
saranno benedette tutte le genti 13. Non avete visto ciò che fu predetto dei miracoli di
Cristo: Venite e vedete le opere del Signore, che ha compiuto prodigi sulla terra 14, ma
vedete ciò che fu predetto: Il Signore mi disse: Tu sei mio figlio; io oggi ti ho generato:
chiedimi e ti darò le genti in eredità, e i confini della terra come tuo possesso 15. Non avete
visto ciò che fu predetto e si è avverato della passione di Cristo: Hanno trapassato le mie
mani e i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa; essi mi hanno osservato e guardato;
si sono divise le mie vesti e hanno tirato a sorte sulla mia tunica 16, ma vedete ciò che
nello stesso Salmo fu predetto, e che ora appare avverato: Si ricorderanno del Signore e a
Lui ritorneranno tutti i confini della terra e lo adoreranno, prostrati davanti a Lui, tutte le
stirpi dei popoli, poiché del Signore è il regno ed Egli dominerà sulle genti 17. Non avete
visto ciò che fu predetto e si è avverato della resurrezione di Cristo, secondo quanto il
Salmo gli fa dire anzitutto riguardo al suo traditore e poi ai suoi persecutori: Uscivano fuori
e tutti insieme sparlavano di uno solo; tutti i miei nemici contro di me mormoravano,
contro di me meditavano il mio male; una parola iniqua contro di me hanno fatto circolare
18. Ove, per far vedere che nulla valse loro uccidere chi sarebbe risorto, continuò dicendo:
Chi dorme non potrà forse rialzarsi? 19 E poco dopo, avendo predetto, mediante la stessa
profezia, del suo stesso traditore ciò che sta scritto anche nel Vangelo 20: Chi mangiava il
mio pane, alzò sopra di me il calcagno 21, cioè, mi calpestò, subito aggiunse: Ma tu, o
Signore, abbi pietà di me e resuscitami, e io li ripagherò 22. Ciò si è avverato: Cristo dormì
e si risvegliò, ossia resuscitò; egli che, nella medesima profezia ma in un altro Salmo,
dice: Io ho dormito e ho preso sonno; e mi sono levato su, poiché il Signore mi sosterrà 23.
È vero, tutto ciò voi non lo avete visto, ma vedete la sua Chiesa, della quale fu detto in
modo simile e si è avverato: O Signore mio Dio, a te le genti verranno dall’estremità della
terra e diranno: " In verità i nostri padri adorarono gli idoli menzogneri, che però non sono
di nessuna utilità " 24. Di certo ciò voi lo constatate, sia che lo vogliate sia che non lo
vogliate, e, se ancora pensate che gli idoli siano o siano stati di qualche utilità, nondimeno
di certo avete sentito che innumerevoli popoli, dopo aver abbandonato, rifiutato o distrutto
simili vanità, dicono: In verità i nostri padri adorarono gli idoli menzogneri, che però non
sono di nessuna utilità: se l’uomo può fabbricarsi i suoi dèi, ecco, essi non sono dèi 25. E
poiché fu detto: A te le genti verranno dall’estremità della terra, non crediate che le genti
predette sarebbero venute in un qualche luogo di Dio: capite, se vi riesce, che al Dio dei
cristiani, che è sommo e vero Dio, le schiere dei popoli non vengono camminando ma
credendo. La stessa cosa infatti fu così predetta da un altro profeta: Il Signore prevarrà su
di loro e sterminerà tutti gli dèi dei popoli della terra; e tutte le isole della terra Lo
adoreranno, ciascuna nel suo luogo 26. Come quello dice: A te verranno tutte le genti,
questo dice: Lo adoreranno, ciascuna nel suo luogo. Dunque, verranno a Lui senza lasciare
il loro luogo, perché chi crede in Lui lo troverà nel proprio cuore. Non avete visto ciò che fu
predetto e si è avverato dell’ascensione di Cristo: Innalzati, o Dio, sopra i cieli, ma vedete
ciò che viene subito dopo: e su tutta la terra sia la tua gloria 27. Tutto quel che, riguardo a
Cristo, è avvenuto ed è passato, voi non lo avete visto, ma queste cose, che sono presenti
nella sua Chiesa, non potete dire di non vederle. Le une e le altre noi ve le mostriamo
come preannunciate, ma non possiamo presentarvele come avvenute e che è possibile
vedere, perché non siamo capaci di riportare dinanzi agli occhi le cose passate.
Tanto le cose passate che quelle presenti e future le sentiamo o le leggiamo
preannunciate prima che accadano.
5. 8. Ma, come per gli indizi che si vedono crediamo nelle volontà degli amici che non si
vedono, così la Chiesa, che ora si vede, di tutte quelle cose che non si vedono ma che
sono mostrate in quegli scritti in cui essa stessa è preannunciata, è segno di quelle
passate, profezia di quelle future. Perché tanto delle cose passate, che ormai non si
possono più vedere, quanto delle cose presenti, che non si possono vedere tutte, non si
poteva vedere nulla quando furono preannunciate. Allorché, dunque, le cose preannunziate
cominciarono ad accadere, da quelle già accadute a queste che stanno accadendo, tutte le
cose predette riguardo a Cristo e alla Chiesa si sono susseguite in una serie ordinata. A
questa serie appartengono quelle sul giorno del giudizio, sulla resurrezione dei morti,
sull’eterna dannazione degli empi con il diavolo e sull’eterna ricompensa dei giusti con
Cristo, cose che, anch’esse preannunciate, accadranno. Perché, dunque, non dovremmo
credere le cose passate e quelle future che non vediamo, quando abbiamo come testimoni
delle une e delle altre le cose presenti che vediamo e quando, nei libri dei profeti, tanto
quelle passate che quelle presenti e future le sentiamo o le leggiamo preannunciate prima
che accadano ? A meno che per caso gli infedeli non ritengano che siano state scritte dai
cristiani in modo che queste cose, che essi già credevano, avessero un peso maggiore in
fatto di autorità, col ritenere che fossero state promesse prima che accadessero.
I Giudei nelle Scritture sono nostri sostenitori, nei cuori nemici, nei libri
testimoni.
6. 9. Se hanno questo sospetto, esaminino attentamente i libri dei Giudei, nostri nemici. Vi
leggeranno tutte le cose che abbiamo ricordato e troveranno che sono state preannunciate
riguardo a Cristo, nel quale crediamo, e alla Chiesa, che vediamo dall’inizio faticoso della
fede fino alla beatitudine sempiterna del regno. Ma, quando leggono, non si meraviglino se
coloro che detengono questi libri non comprendono tali cose a causa delle tenebre
dell’inimicizia. Che essi non avrebbero capito, infatti, era stato predetto dagli stessi
profeti; e dunque era necessario che questo, come tutto il resto, si avverasse e che,
secondo un segreto ma giusto giudizio di Dio, subissero la pena che avevano meritato. È
vero, colui che crocifissero e al quale diedero fiele e aceto, benché pendesse dal legno, per
coloro che avrebbe condotto dalle tenebre alla luce avrebbe detto al Padre: Perdona loro,
perché non sanno quello che fanno 28; tuttavia per gli altri che, per più occulte ragioni,
avrebbe abbandonato per bocca del profeta tanto tempo prima predisse: Hanno messo
fiele nel mio cibo e quando avevo sete mi hanno fatto bere aceto. La loro mensa divenga
per essi una trappola, come ricompensa e come motivo di scandalo. Si offuschino i loro
occhi, affinché non vedano, e piegato per sempre sia il loro dorso 29. Così, benché i loro
occhi siano offuscati, vanno in tutte le parti del mondo con le più illustri testimonianze
della nostra causa, di modo che, per mezzo loro, sono confermate queste cose nelle quali
invece essi sono smentiti. Ciò fu fatto per evitare che fossero distrutti e che della stessa
setta non restasse nulla; ma essa fu dispersa per il mondo, affinché, portando le profezie
della grazia a noi riservata, ci fosse dovunque di aiuto per convincere più fermamente gli
infedeli. E ciò stesso che dico, sentite come è stato annunciato dal profeta: Non li uccidere
– dice – perché non abbiano un giorno a dimenticare la tua legge; disperdili con la tua
potenza 30. Dunque non furono uccisi in quanto non dimenticarono quelle cose che presso
di loro si leggevano e si udivano. Se infatti, anche senza comprenderle, dimenticassero
completamente le Sacre Scritture, verrebbero uccisi nello stesso rito giudaico, perché, non
conoscendo nulla delle leggi e dei profeti, i Giudei non sarebbero stati di nessun
giovamento. Costoro, dunque, non furono uccisi ma dispersi, affinché, pur non avendo la
fede che li salverebbe, tuttavia conservassero la memoria dalla quale ci proviene l’aiuto:
nelle Scritture sono sostenitori, nei cuori sono nostri nemici, nei libri testimoni.
La Chiesa si è diffusa mirabilmente in tutto il mondo.
7. 10. Del resto, anche se riguardo a Cristo e alla Chiesa non vi fossero state tante
testimonianze precedenti, chi non dovrebbe sentirsi spinto a credere che la divina
chiarezza all’improvviso ha cominciato a risplendere per il genere umano quando vediamo
che, abbandonati i falsi dèi e distrutte dappertutto le loro statue, demoliti i templi o
destinati ad altri usi ed estirpati tanti vani riti dalla ben radicata consuetudine umana, un
solo vero Dio è invocato da tutti? E tutto ciò è accaduto per mezzo di un uomo deriso dagli
uomini, catturato, legato, flagellato, schiaffeggiato, vituperato, crocefisso, ucciso. Per
diffondere il suo insegnamento scelse come discepoli uomini semplici e senza esperienza,
pescatori e pubblicani: essi annunziarono la sua resurrezione e ascensione, affermando di
averla vista, e, riempiti di Spirito Santo, fecero risuonare questo messaggio in tutte le
lingue, pur senza averle imparate. E tra quanti li ascoltarono alcuni credettero, altri non
credettero, opponendosi ferocemente alla loro predicazione. In tal modo, in presenza di
credenti capaci di lottare per la verità fino alla morte, non contraccambiando con i mali ma
sopportandoli, e di vincere non con l’uccidere ma con il morire, il mondo si è talmente
mutato in questa religione, i cuori dei mortali, uomini e donne, piccoli e grandi, dotti e
ignoranti, sapienti e stolti, potenti e deboli, nobili e non nobili, di rango elevato e umili, si
sono così ben convertiti a questo Vangelo e la Chiesa si è diffusa tra tutte le genti ed è
cresciuta in modo tale che contro la stessa fede cattolica, non spunta nessuna setta
perversa, nessun genere di errore che sia così ostile alla verità cristiana da non aspirare e
ambire a gloriarsi del nome di Cristo. Di certo, non si consentirebbe a tale errore di
diffondersi sulla terra, se la stessa opposizione non servisse da stimolo per la sana
disciplina. Quel crocifisso come avrebbe potuto realizzare cose così grandi, se non fosse
Dio fattosi uomo? E tutto ciò, anche se non avesse predetto mediante i Profeti nessuna di
queste cose future. Ma, dal momento che un così grande mistero di amore è stato
preceduto dai suoi profeti e araldi, dalle cui voci divine fu preannunciato ed è avvenuto
così come è stato preannunciato, chi sarebbe così folle da dire che gli Apostoli hanno
mentito su Cristo, quando ne annunciarono la venuta così come era stata predetta dai
profeti, i quali non tacquero neppure gli eventi che sarebbero veramente accaduti riguardo
agli Apostoli? Di essi infatti avevano detto: Non vi è idioma e non vi è discorso in cui non si
senta la loro voce; in tutta la terra si sparge il loro strepito e sino ai confini del mondo le
loro parole 31. Ciò di certo lo vediamo avverato in tutto il mondo, anche se non abbiamo
ancora visto Cristo in carne. Chi pertanto, a meno che non sia accecato da una strana
pazzia o non sia duro e inflessibile per una singolare caparbietà, si rifiuterà di credere alle
Sacre Scritture, che predissero la fede di tutto il mondo?
Esortazione ad alimentare e accrescere la fede.
8. 11. Quanto a voi, o carissimi, questa fede che avete o che avete cominciato ad avere da
poco, si alimenti e cresca in voi. Come infatti sono accaduti gli eventi temporali predetti
tanto tempo prima, così accadranno anche le promesse sempiterne. Non vi ingannino né i
vani pagani né i falsi Giudei né gli ingannevoli eretici e neppure, all’interno stesso della
Chiesa cattolica, i cattivi cristiani, che sono nemici tanto più nocivi quanto più intimi.
Perché neppure su questo punto, per non lasciare i deboli nel turbamento, la profezia
divina tacque, laddove, nel Cantico dei Cantici, lo sposo parlando alla sposa, cioè Cristo
Signore alla Chiesa, dice: Come un giglio in mezzo alle spine, così la mia amata in mezzo
alle figlie 32. Non disse in mezzo alle estranee, ma in mezzo alle figlie: chi ha orecchi per
intendere, intenda 33. E, quando la rete gettata in mare e piena di pesci di ogni genere,
come dice il santo Vangelo, viene tratta a riva, cioè alla fine del mondo, essa si separi dai
pesci cattivi col cuore non con il corpo, cioè cambiando i cattivi costumi e non rompendo le
sante reti. In modo che i giusti, che ora sembrano mescolati con i reprobi, non ricevano
una pena ma una vita eterna, quando sulla spiaggia comincerà la separazione 34.
1 – Cf. Col 1, 6.
2 – Gn 22, 18.
3 – Cf. Gal 3, 16.
4 – Cf. Mt 1, 1-16.
5 – Is 7, 14.
6 – Sal 45, 7-8.
7 – Sal 45, 10.
8 – Sal 45, 11-18.
9 – Mt 6, 9.
10 – Cf. 2 Cor 4, 16.
11 – Sal 45, 11-18.
12 – Is 7, 14.
13 – Gn 22, 18.
14 – Sal 45, 9.
15 – Sal 2, 7-8.
16 – Sal 21, 17-19.
17 – Sal 21, 28-29.
18 – Sal 41, 7-9.
19 – Sal 41, 9.
20 – Gv 13,18.
21 – Sal 41, 10.
22 – Sal 41, 11.
23 – Sal 3, 6.
24 – Ger 16, 19.
25 – Ger 16, 19-20.
26 – Sof 2, 11.
27 – Sal 108, 6.
28 – Lc 23, 34
29 – Sal 69, 22-24.
30 – Sal 58, 12.
31 – Sal 18, 4-5.
32 – Ct 2, 2.
33 – Cf. Mt 13, 9.
34 – Cf. Mt 13, 47-49. 

 

 

 

  

Edda CattaniCredere non credere
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La realtà delle voci nella I.T.C.

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Siamo giunti in possesso di questa bella relazione che, visto l'interesse dopo Cattolica 2013, desideriamo partecipare.

 

Paolo Presi

 

RAPPORTO SPECIALE

 

LA REALTA’ DELLE VOCI OTTENUTE TRAMITE LA TRANSCOMUNICAZIONE STRUMENTALE E’ STATA DIMOSTRATA SCIENTIFICAMENTE IL 5 DICEMBRE 2004 NEL CORSO DI UNA SPERIMENTAZIONE CON  MARCELLO  BACCI A   GROSSETO – ITALIA – EUROPA

 

Anabela Cardoso*, Mario Salvatore Festa**, David Fontana*** e Paolo Presi ****

 

 

Questa relazione descrive dettagliatamente la sperimentazione fatta con Marcello Bacci nel suo laboratorio in Italia, la sera del 5 dicembre 2004 alla presenza di un gruppo di qualificati ricercatori italiani ed altri provenienti dal Portogallo e dall’Inghilterra.

 

Marcello Bacci (Bacci, 1985) è uno dei principali ricercatori nei fenomeni ITC [1], un campo in cui è stato attivo per più di 30 anni. Non è lo scopo di questa relazione esaminare l’imponente fenomenica ITC accumulata fin dalle pubblicazioni di Jürgenson, Raudive ed altri a metà del secolo XX poiché è stata documentata esaurientemente altrove (Brune, 1993 – Senkowski, 1995 – Brune e Chauvin, 1999). Per quanto detto è sufficiente affermare che l’argomento riguarda lo studio della ricezione di comunicazioni anomale, spesso in condizioni controllate, tramite apparecchiature elettroniche quali magnetofoni, radioricevitori, computers, apparecchi fax e telefoni.

 

 

 

 

Molti di coloro che operano in questo campo si sono convinti non solo della realtà di queste comunicazioni ma anche di come queste si presentano provenienti da persone defunte e pertanto costituiscono un fondato elemento a sostegno dell’ipotesi della sopravvivenza alla morte fisica.

Marcello Bacci, che nel corso della sua lunga sperimentazione ha ottenuto molte di queste comunicazioni, si è dedicato principalmente ai genitori che avevano perduto un figlio. Nondimeno egli si è preoccupato di collaborare con dei ricercatori scientifici per dimostrare l’attendibilità dei suoi risultati (ad esempio quelli de Il Laboratorio di Bologna, Italia, l’unico laboratorio in Europa dedicato totalmente a verificare ed analizzare scientificamente i presunti fenomeni paranormali). Egli è anche un tecnico radiofonico di provata esperienza e non chiede denaro per queste sperimentazioni particolari né va alla ricerca di pubblicità.

 

Nei suoi esperimenti Marcello Bacci utilizza il metodo cosiddetto delle Voci Dirette Radiofoniche (DRV)[2], in pratica il metodo con cui si cerca di ricevere delle comunicazioni anomale udibili direttamente dagli altoparlanti di una radio e, frequentemente, tali voci chiamano per nome gli astanti, rispondono alle loro domande fornendo anche lunghe ed interessanti informazioni.

 

 

A questo scopo egli preferisce usare una radio a valvole, sintonizzata su di un fruscio bianco nelle onde corte, piuttosto che una radio a transistors.

L'esperimento dettagliato in questo Rapporto si può considerare un seguito di precedenti indagini eseguite sulle voci da lui ricevute usando il già menzionato metodo delle Voci Dirette Radiofoniche.

Due di queste prime indagini, fatte sotto stretto controllo, sono di particolare rilevanza per l’esperimento che viene qui descritto.

La prima è stata fatta alla presenza del dr. ing. Carlo Trajna dove una seconda radio fu posta accanto a quella del Bacci, alimentata dalla stessa presa di corrente ed utilizzante la propria antenna individuale, fu sintonizzata nelle onde corte sulla stessa frequenza della radio del Bacci. Mentre quest’ultima riceveva comunicazioni da parte di una voce anomala, dalla seconda radio usciva solamente il normale fruscio bianco (Trajna, 1985). Questo esperimento elimina la possibilità di voci anomale prodotte fraudolentemente. 

Un secondo ed egualmente significativo esperimento fu quello eseguito dal prof. Mario Salvatore Festa, docente di Fisica e di  Radio Protezione Fisica presso l’Università di Napoli, e dal radiotecnico Franco Santi. Tale esperimento consistette nella rimozione dalla radio del Bacci, durante la ricezione di voci anomale, di due valvole, la ECC85 (rivelatrice FM) e la ECH81 (convertitrice AM/SW), rilevando che anche senza queste valvole (in assenza delle quali non si può ricevere le normali stazioni radio delle onde corte) le voci hanno continuato a parlare senza alcuna interruzione.

Durante quest’esperimento il prof. Festa aveva pure misurato l’intensità sia del campo elettrico sia di quello magnetico nei pressi della radio, nelle condizioni di radio-spenta e di radio-accesa, sia durante le normali trasmissioni radiofoniche sia durante la manifestazione della voce.

Dai rilievi fatti i parametri relativi ai due campi non rivelarono variazioni significative né all’inizio del fenomeno né dopo la rimozione delle valvole mentre la voce continuò ad esprimersi. I rilievi indicarono inoltre che i valori misurati erano in pratica uguali a quelli  rilevati con la radio spenta (per i dettagli vedere la relazione Festa del 2002).

La dimostrazione che le voci continuavano a manifestarsi anche senza valvole e che, durante la loro ricezione, non c’erano variazioni significative dei parametri relativi ai due campi elettrico e magnetico, fornì una ulteriore evidenza che le voci non potevano essere considerate frutto di trasmissioni fraudolente.

L’esperimento qui descritto ebbe luogo nel laboratorio di Marcello Bacci a Grosseto, Italia, con un’illuminazione  fornita da una lampadina blu da 25 Watt, montata a parete, ed ubicata appena sopra e leggermente a destra della radio. Tale illuminazione fu sufficiente per permettere agli indagatori di osservare tutti i movimenti del Bacci e degli altri.  

Prima e dopo l’esperimento il laboratorio e la radio usata dal Bacci furono resi disponibili per una accurata ispezione da parte delle persone qui di seguito indicate.

All’inizio della sessione sperimentale il Bacci prese posto di fronte alla radio, una Normende, modello Fidelio,  risalente alla fine degli anni ’50. Accanto a Bacci, alla sua sinistra, fu posto il prof. David Fontana (professore di Psicologia ed ex-presidente Society for Psychical Research ed attuale presidente del Comitato di Ricerca sulla Sopravvivenza di detta Società), e la dott.ssa Anabela Cardoso (fondatrice e editrice di ITC Journal nonché direttrice dell’ ITC Journal Research Centre) subito dietro Fontana, sulla sua sinistra, in modo da poter vedere direttamente dal di sopra della sua spalla sinistra che poteva toccare con il proprio mento.

Il prof. Festa, già nominato in una delle due precedenti indagini, sedette alla sinistra della dott.ssa Anabela Cardoso mentre sig. Robin Foy (leader nella famosa indagine a Scole, UK, ed esperto in fenomeni psichici ad effetti fisici) prese posto alla destra di Bacci.

Questi quattro indagatori furono sempre a stretto contatto di Marcello Bacci. Il perito aeronautico Paolo Presi (uno dei responsabili de Il Laboratorio ed investigatore da lungo tempo dei fenomeni di Bacci) sulla sinistra di Bacci con interposti la sig.ra Laura Pagnotta, figlia della benefattrice Silvana Pagnotta che è stata per 20 anni una stretta collaboratrice ed osservatrice del lavoro di Bacci, e quindi il prof. Fontana.

 

Il radiotecnico Franco Santi, già citato unitamente al prof. Festa nell’esperimento descritto in precedenza, rimase libero di muoversi nei paraggi per le ragioni che vedremo più avanti. Angelo Toriello, conosciuto anche come Emanuele, e Sandro Zampieri, entrambi sono stati per molti anni osservatori e regolari frequentatori molto vicini a Bacci. Emanuele prese posto alla destra della dott.ssa Cardoso ed il Zampieri dietro il prof. Festa.

Erano anche presenti inoltre l’avvocato Amerigo Festa, un altro ricercatore e collaboratore di Bacci da molti anni, accompagnato da sua moglie Rossella Forte, il già citato Sandro Zampieri (Sandro è stato il traduttore ufficiale del gruppo per la lingua inglese) con sua moglie Maria, c’erano poi anche Carmelina e Gennaro Dara, Franco Grigiotti, uno stretto e vecchio amico di Marcello, Angela e Luciano Manzoni, addetti alla registrazione su nastro delle sessioni sperimentali e della stesura dei relativi verbali, anch’essi seduti nelle vicinanze.

Nella stanza c’erano anche alcune mamme che avevano perduto i loro figli ed altri sperimentatori eccezionalmente ammessi a questa sperimentazione, in totale erano presenti 37 persone.

 

La radio era posta su un bancale, posto a battuta contro la parete, rivolta verso gli indagatori ed in posizione tale da rendere inaccessibile il retro, operazione questa possibile solo se fosse stata inclinata in davanti o ruotata.

La radio non aveva alcuna protezione posteriore e fu lasciato uno spazio sufficiente tra la radio e la parete per consentire al radiotecnico Franco Santi di girarla sul bancale in modo da poter accedere al suo interno.

Un’ispezione prima dell’esperimento permise di verificare che non ci fosse alcuna possibilità d’accesso alla radio attraverso aperture poste sul bancale o sulla parete.

Alle spalle di Bacci e degli indagatori, alla distanza di circa un metro e mezzo, c’erano delle file di sedie su cui trovarono posto dei genitori che avevano perso un figlio e che erano frequentatori delle periodiche sessioni sperimentali a loro dedicate. Nessun appartenente a questo gruppo prese parte all’esperimento né si avvicinò alla radio utilizzata dal Bacci nel corso dello stesso.

 

La sessione ebbe inizio alle ore 19.10 con Bacci, i ricercatori e le persone nella stanza tutti ai loro posti. I registratori audio (analogici e digitali) furono avviati per la registrazione.

Bacci accese la radio e selezionò la banda delle onde corte. Egli quindi, come d’abitudine, incominciò a girare lentamente la manopola della sintonia spaziando dai 7 ai 9 megahertz. Come normalmente avviene ciò produsse l’attraversamento di normali radio trasmissioni intervallate da fruscii bianchi. Bacci spiegò in lingua italiana che “stava cercando una zona di fruscio bianco buona”. Questa procedura continuò per 15-20 minuti fino a quando egli disse “li sento, essi verranno”. A questo punto egli cessò di girare la manopola della sintonia e si udì il fruscio bianco modificarsi in un suono simile ad un vortice che descrivibile in vari modi, o come un vento o come un suono di onde. Subito dopo questo rumore cessò (sebbene alle volte accada che esso si manifesti contemporaneamente alle voci, come se esse fossero in qualche modo “sostenute” dalla sua stessa sonorità) e le voci si udirono uscire dall’altoparlante della radio.

Le prime parole furono in lingua italiana seguite poi da parole in lingua spagnola. Bacci quindi si rivolse alle voci dicendo che esse potevano “parlare anche in portoghese, inglese e spagnolo”. A questo punto gli invisibili interlocutori si rivolsero a David Fontana e a Robin Foy in inglese e ad Anabela Cardoso in spagnolo.

 

Nel prosieguo della sessione, che durò approssimativamente un’ora, intervennero separatamente cinque o sei voci (di cui una probabilmente femminile e le altre maschili) che si espressero in inglese, spagnolo ed in italiano, alcune di esse con una chiarezza simile alle voci normali, altre con una sonorità caratteristica, tipica di molte voci ITC, che contraddistingue tali voci  da quelle ottenute con un’articolazione normale.

Nelle voci si rilevarono anche delle singolari espressioni, che sono caratteristiche di molte comunicazioni ITC (come quando, ad esempio, rivolgendosi alla dott.ssa Cardoso il comunicante fece riferimento alla sua visita al Bacci con le parole ‘Anabela is here, you are going to the learning boss’) e l’allegorico, somigliante ad onde, ritmo di dizione.

Alle volte le sonorità modulanti la voce furono distorte, comunque anche in queste situazioni il 70% di queste emissioni vocali risultarono subito comprensibili dai relativi destinatari citati sopra, cinque dei quali parlano bene l’italiano e l’inglese ed una di loro, la dott.ssa Cardoso (Diplomatica portoghese di professione che vive da tempo in Spagna) parla bene tutte le lingue usate nell’esperimento come pure la sua madrelingua, il portoghese.

Le voci si rivolsero ai presenti chiamandoli per nome, mentre al prof. Fontana si rivolsero con nome e cognome (“David Fontana” forse per distinguerlo da David Pagnotta, presente anch’egli in sala), e quindi aggiunsero “Ciao David”. 

Furono fatti anche numerosi riferimenti a Bacci, sia come “Marcello” che come “Bacci”. Tutti i nomi furono pronunciati chiaramente e facilmente riconosciuti.

Alle volte le voci risposero a delle domande in lingua diversa da quella del richiedente ed alle volte cambiarono lingua nel corso delle risposte. Non a tutte le domande fu data risposta ed a certune solo dopo una certa pausa.

L’evento più rilevante della sessione, quello che contraddistinse l’esperimento per l’importanza storica, e non solo nella storia della ricerca sulla Transcomunicazione Strumentale ma anche in generale della Ricerca Psichica, avvenne verso la fine della sessione.

Come riferito in precedenza, il rilievo fatto dal prof. Festa e dal radiotecnico Santi, cioè che la rimozione delle due delle valvole dalla radio non aveva impedito la regolare ricezione di voci anomale fornendo così una prova evidente che le voci non sono prodotte da trasmissioni fraudolente. Tuttavia alcuni critici avevano osservato che anche senza queste due valvole era ancora tecnicamente possibile che la radio possa produrre sonorità in altre bande di frequenza. Pertanto con il consenso di Marcello Bacci si decise che in quest’esperimento, durante la ricezione delle voci anomale, dovevano essere rimosse tutte cinque le valvole.

Dopo circa un’ora dall’inizio della manifestazione delle voci e nel mentre esse stavano esprimendosi il radiotecnico Franco Santi girò la radio sul bancale e rimosse quattro valvole; poi, dopo una piccola pausa per la difficoltà di toccare il vetro bollente delle valvole, rimosse anche la quinta ed ultima valvola.

Con questa operazione tutte cinque le valvole furono riposte sul bancale da Franco Santi, ben visibili, esternamente la radio. Nonostante la mancanza di queste valvole le voci continuarono ad esprimersi con la stessa intensità sonora e chiarezza di prima. Le cinque valvole rimosse furono le seguenti: le ECC85 e ECH81 (le due valvole che erano state rimosse nell’esperimento del 2002), la EF89 (amplificatrice di frequenza intermedia), la EABC80 (rivelatrice FM/AM ed amplificatrice di bassa frequenza) e la EL84 (amplificatrice finale di potenza).

In una pausa tra una voce e l’altra Marcello Bacci, senza alcun avvertimento ed agendo d’impulso, spense la radio agendo sul tasto di accensione/spegnimento provocando così anche lo spegnimento della luce che illumina la scala parlante della sintonia. 

Dopo 11 secondi di silenzio (i tempi riportati sono stati cronometrati dal nastro registrato nel corso dell’esperimento) i presenti poterono udire dei fischi modulati (sonorità simili a colpi di frusta) ed il tipico segnale acustico, simile ad un vortice d’aria, che usualmente precede la ricezione delle voci paranormali  negli esperimenti del Bacci.

La voce dell’invisibile interlocutore, inframmezzata da fischi, ebbe inizio dopo 21 secondi da quando Bacci spense la radio e continuò per 23 secondi (tempo rilevato sempre dalla registrazione su nastro) con la stessa qualità acustica udita in precedenza, forse con una scansione leggermente più lenta, ma sempre chiara come prima.

Una volta terminato il parlato i fischi rimasero per altri 6 secondi, mentre il vortice, che si udì fino alla fine del parlato, divenne sempre più debole fino a scomparire dopo 12 secondi.

Tuttavia il contatto apparve non essere finito, poiché dopo altri 53 secondi si udì nuovamente il vortice, unitamente ad una flebile voce maschile, che parve trarre origine dal vortice stesso, commentò l’appena pronunciata esclamazione di Mario Festa “Siete grandi !”

Il fenomeno durò per 2 minuti e 20 secondi dallo spegnimento della radio. Durante questo tempo Franco Santi ispezionò l’interno della radio con una pila tascabile il cui fascio di luce fu brevemente visibile attraverso il vetro della scala parlante della sintonia.

Quest’ultima parte dell’esperimento, non essendo stato pianificato, colse di sorpresa tutti i ricercatori. In tutte le tre parti dell’esperimento (radio accesa con valvole installate, radio accesa con valvole rimosse e radio spenta con valvole rimosse) le voci uscirono inequivocabilmente dall’altoparlante della radio con la stessa intensità sonora e chiarezza, indipendentemente del leggero calo di qualità (leggermente più lente) avvenuto dopo lo spegnimento della radio.

La radio fu quindi riaccesa per un breve periodo senza però udire più alcuna voce, quindi l’esperimento fu considerato concluso.

Franco Santi ruotò quindi la radio di 90° in modo da consentire un’accurata ispezione del suo interno da parte di tutti i presenti con le luci ambiente tutte accese. Sia la dott.ssa Cardoso che il prof. Fontana scattarono delle fotografie per documentare l’interno della radio e le cinque valvole rimosse. L’avvocato Amerigo Festa, oltre a documentare tutto l’esperimento con videocamera, provvide anche a stillare un dettagliato verbale sulle condizioni ambientali e sugli eventi conseguenti alla rimozione delle valvole da parte di Franco Santi e allo spegnimento della radio da parte del Bacci. Tale verbale è stato firmato da tutti i presenti quale evidenza della correttezza degli eventi riportati.

 

Gli autori del presente rapporto e tutti gli altri osservatori presenti considerano questo esperimento di enorme importanza nella storia della Ricerca Psichica in quanto la persistenza delle voci in assenza delle valvole e durante il periodo in cui la radio fu spenta, elimina la possibilità di una frode e di una ricezione fortuita di radiotrasmissioni.

L’esperimento fu fatto alla presenza e con la partecipazione di ricercatori con esperienza pluriennale nella Transcomunicazione Strumentale ed in altre aree della Ricerca Psichica (questo è il caso del prof. Mario Festa, del radiotecnico Franco Santi e del perito aeronautico Paolo Presi, tutti esperti in radiotecnica ed inoltre Paolo Presi possiede un’esperienza specifica quale ascoltatore delle onde corte con licenza SWL N° 2330): ciò non dà spazio a critiche per scarsa osservazione o altre forme di errore da parte dello sperimentatore.

I risultati di questo esperimento, unitamente a quelli dell’esperimento del prof. Festa e del radiotecnico Santi del 2002, forniscono una valida evidenza dell’autenticità delle voci ottenute da Marcello Bacci.

Gli eventi acustici rilevati dalla registrazione audio si possono così riassumere:

 

t = 00 sec  Bacci spegne radio.

                   Silenzio.

t = 11 sec   Si possono udire l’inizio di fischi modulati (sonorità simili a colpi di frusta) ed il segnale convenzionale ricorrente simile ad un vortice d’aria.

t = 21 sec   Si inizia ad udire una voce frammista a fischi.

t = 44 sec   La voce finisce ma si possono udire ancora fischi ed il vortice.

t = 50 sec   I fischi finiscono.

t = 56 sec    Il vortice finisce.

Silenzio

t = 109 sec  Si inizia a udire un nuovo vortice.

t = 127 sec       Nello sfondo si può udire una debole voce maschile che sembra commentare l’esclamazione di Mario Festa “Siete grandi!”.

t = 140 sec       Fine del vortice e fine del contatto.

                    Silenzio. 

 

*Editore di ITC Journal, Direttore dell’ ITC Journal Research Centre; **Fisico c/o l’Università di Napoli; ***ex-Presidente della Society for Psychical Research; **** Perito aeronautico, Ricercatore in ITC.  Tutti quatto gli Autori sono Soci Ricercatori de ‘Il Laboratorio’, Laboratorio Interdisciplinare di Ricerca Biopsicocibernetica di Bologna, Italia.

 

 

Riferimenti

Bacci, M. (1985).  Il Mistero Delle Voci Dall’Aldilà.  Roma: Edizioni Mediterranee.

Brune, F. (1993).  Les Morts Nous Parlent.  Paris: Philipp Lebaud.

Brune, F. and Chauvin, R. (1999).  A L’Ecoute de L’Au-Delà.  Paris: Philippe Lebaud.

Festa, M. (2002).  A particular experiment at the psychophonic centre in Grosseto, directed by Marcello Bacci.  ITC Journal (Cadernos de TCI) 10, 27-31.

Senkowski, E. (1995).  Instrumentelle Transkommunikation.  Frankfurt: R. G. Fischer Verlag.

Trajna, C. (1985).  Introduction in Bacci’s Il Mistero Delle Voci Dall’Aldilà.  Roma: Edizioni Mediterranee.

 

Versione italiana tradotta dall’inglese da Paolo Presi



 


[1] ITC è l’acronimo di Instrumental TransCommunication (Transcomunicazione Strumentale)

[2] DRV è l’acronimo di Direct Radio Voice.

 

Edda CattaniLa realtà delle voci nella I.T.C.
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La Chiesa e l’occultismo

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Sentiamo il parere dell'esperto:

(da www.ricercapsichica.it)

 

LA  CHIESA  E  L’OCCULTISMO

IL  MAGISTERO  ECCLESIALE  SULLO  SPIRITISMO

 

Ma, venendo al vero e proprio Magistero della Chiesa, il recente Nuovo Catechismo, approvato dal Concilio Vaticano II, si pronuncia ufficialmente e definitivamente sulla materia di cui stiamo parlando, dedicandogli un apposito paragrafo – peraltro molto breve, segno che tali problemi non sono certo in cima ai pensieri e alle preoccupazioni della Chiesa – intitolato appunto e molto significativamente "Divinazione e magia". (Le sottolineature sono di questa redazione per evidenziare i punti essenziali del Magistero e delle relative proibizioni)

 

DIVINAZIONE E MAGIA

2115. Dio può rivelare l'avvenire ai suoi Profeti o ad altri Santi; tuttavia il giusto atteggiamento cristiano consiste nell'abbandonarsi con fiducia nelle mani della Provvidenza per ciò che concerne il futuro e nel rifuggire da ogni curiosità malsana a questo riguardo L'imprevidenza può costituire una mancanza di responsabilità”.

 

2116. Tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione di morti o altre pratiche che a torto si ritiene che svelino l'avvenire. La consultazione degli oroscoptl l'astrologia, la chiromanzia, l'interpretazione dei presagi e delle sorti, il ricorso ai medium occultano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia e infine sugli uomini ed insieme un desiderio rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con' l'onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio, solo”.

 

2117. Tutte le pratiche di magia e stregoneria con le quali si pretende di sottomettere le potenze occulte per porle al proprio servizio e ottenere un potere soprannaturale sul prossimo – fosse anche per procurargli la salute – sono gravemente contrarie alla virtù della religione. Tali pratiche sono ancor più da condannare quando si' accompagnano a una intenzione di nuocere ad altri o quando in esse si ricorre all'intervento dei demoni. Anche portare amuleti è  biasimevole. Lo spiritismo spesso implica pratiche divinatorie o magiche. Pure da esso la Chiesa mette in guardia i fedeli. Il ricorso a pratiche mediche dette `tradizionali' non legittima né l'invocazione di potenze cattive, né lo sfruttammento della credulità altrui”.

 

Tutto qui, in questi tre canoni. Da una attenta loro lettura si evince con tutta chiarezza che non c’è assolutamente nulla contro e per vietare il ritrovamento per amore e attraverso la messaggistica spirituale e per via paranormale i propri cari scomparsi. Quello di cui la Chiesa, nell'esercizio del proprio Magistero, si vuole occupare per mettere in guardia i fedeli sono soltanto: a) la divinazione, cioè le pratiche per voler conoscere il futuro; b) la magia, cioè il ricorso a potenze soprannaturali, preternaturali e, comunque, sovrumane fatto allo scopo di ottenerne un potere non naturale, fosse anche a fin di bene. Infatti, a queste due sole specifiche pratiche fanno sempre e solo riferimento esplicitamente e letteralmente i suddetti canoni e il titolo dei paragrafi, con conseguente delimitazione della materia. In particolare per riguardo al cosiddetto “spiritsmo”, non meglio altrimenti definito, il Magistero, nel punto in cui lo nomina, mette in guardia da esso (e non lo proibisce esplicitamente) soltanto se e in quanto dovesse implicare pratiche divinatorie e di magia.. In particolare, la ricerca per ritrovare un colloquio con i propri cari defunti – che tanto scandalizza molti sacerdoti e che, ben oltre quello che dice il Magistero ufficiale della Chiesa, costitusce il principale bersaglio della loro condanna – si dice espressamente che esso viene respinto non di per sé ma anch’esso solo e in quanto dovesse comportare pratiche di divinazione o di magia. Questa puntualizzazione è molto importante.

 

A) Cominciando dalla divinazione:

1) si premette, in positivo, che spetta solo a Dio rivelare l'avvenire a speciali persone da Lui prescelte (sarebbero i Profeti ed altre persone chiamate a svolgere già sulla terra un ministero di santità). Questo, però, significa anche che la possibilità del fenomeno della precognizione viene senz'altro riconosciuta e, nei giusti casi, è anche ammessa dalla Chiesa;

2) la ratio del divieto della divinazione va trovata nel fatto che l'uomo non deve abdicare dalla propria responsabilità e dal dovere di decidere personalmente, con cognizione di causa e con propria determinazione, sulle proprie azioni e sul da farsi nelle occasioni della vita, rimettendosi passivamente a pronostici e presagi e a maghi e declinando così dal proprio responsabile libero arbitrio. L’altra ratio del divieto di divnazione sta nel fatto che bisogna avere piena fiducia in Dio e nella sua Provvidenza. Al riguardo è da dire che, anche da un punto di vista laico, è obbligo morale dell'uomo, se vuole rispettarsi e rispettare il proprio essere uomo, prendere in prima persona le proprie responsabili decisioni;

3) ma è ancor più inammissibile la pretesa di voler dominare il tempo – ciò a cui tendono spesso le pratiche divinatorie – e questo soprattutto quando, a tal fine, si ricorre a forze e potenze  occulte sovrumane. Qui l'accento viene posto sul “dominare il tempo”; ma, anche qui, questa volontà di prevaricazione del normale andamento delle cose non è moralmente ammissinile anche da un punto di vista laico. E' immorale in sé, indipendentemente dal fattore e da un divieto religioso, voler esercitare un potere che non si ha e asservire con questo il corso degli eventi al nostro interesse, preconoscendo tali eventi o soverchiando gli altri, facendo ricorso a forze occulte allo scopo di averne la capacità (anche perché poi questa concessione di potenza da parte di quelle forze in genere viene poi fatta pagare cara e si finisce con il diventarne degli schiavi e dei posseduti). L'uomo nell'agire nel mondo deve far affidamento sulle proprie forze e possibilità conoscitive normali. La divinazione fatta a questo scopo è effettivamente e di per sé immorale ma nulla a che vedere con essa hanno lo studio e il rivolgere l'attenzione ai casi di precognizione (e agli altri fenomeni paranormali) fatti non a scopo di potenza o di passiva rinuncia al dovere di prendere liberamente e personalmente le proprie decisioni.

4) Venendo poi al “punctum dolens”, lo spiritismo, esso è proibito solo se e quando comporta la divinazione o l’uso della magia. Nei messaggi intrattenuti con i propri cari non vi è nulla di questo.

 

B) Più in particolare, riguardo alla magia:

1) sono proibite le pratiche intese ad esercitare nel mondo e sulle altre persone un potere non naturale ma sovrumano, utilizzando forze occulte soprannaturali o preternaturali (le quali, in questo modo, riescono a insinuarsi nel mondo degli uomini per i loro scopi e finiscono con l'impadronirsi dell'apprendista stregone che le ha evocate e farne un proprio servitore;

2) un tale ricorso a queste forze occulte costituisce una grave prevaricazione e una indebita sopraffazione degli altri. Anche sotto questo riguardo, dunque, la posizione della Chiesa non innova nulla rispetto a quello che è anche un dovere morale laico dell'uomo;

3) anche il portare e l'affidarsi ad amuleti e talismani rientra in questo inammissibile (anche da un punto di vista laico) ricorso a poteri occulti, in quanto rappresenta una forma di abdicazione morale dalla propria volontà e obbligo morale dell'uomo di determinarsi personalmente e liberamente, facendo affidamento sulle proprie capacità, forze ed espressioni;

4) tornando di nuovo allo spiritismo, anche qui la Chiesa non ne pone la proibizione in sé ma in quanto implichi pratiche magiche nel senso sopraddetto; in quanto cioè l'evocazione o l’invocazione degli Spiriti vengano fatte per ottenerne il potere, per dominare cioè con forze soprannaturali o preternaturali gli altri uomini e le cose. Nulla del genere vi è nella messagistica tra noi e i nostri cari passati all’Altra Dinebsione

 

Questo è quanto. Punto e basta. Non c'è altro che dica il Magistero della Chiesa. E se ne deduce che – e scusate se mi ripeto – due cose:

1) Queste due giuste proibizioni (della divinazione, cioè del voler conoscere il futuro; e della magia, cioè del voler ottenere e far uso di forze sovrumane per propri interessi materiali) trovano fondamento nel fatto che esse rappresentano o una abdicazione dalla propria volontà e libera, personale capacità di determinazione ovvero una prevaricazione e sopraffazione esercitata sugli altri, sul mondo e sulle cose (per così dire, un “dumping” e un doparsi per vincere).

2) Ma tutto questo ha valore non solo dal punto di vista religioso e della Chiesa ma innanzitutto sotto l'aspetto della dignità dell'uomo e del rispetto delle altre persone. Queste pratiche, fatte con questi scopi, sono immorali e inammissibili anche da un punto di vista laico.

3) Se dunque singoli sacerdoti, per lo più disinformati, legati a vecchi schemi e non aggiornati con l'attuale Catechismo, vanno oltre con le loro proibizioni, intimidazioni, minacce, affermazioni o negazioni, essi non esprimono il Magistero della Chiesa ma soltanto il proprio punto di vista personale. Esprimono soltanto valutazioni e avvertimenti fatti come uomini qualunque, come paterni consiglieri – ignoranti però della materia del paranormale – ma non come esercitanti il Magistero ecclesiale, non nell’esercizio di rappresentanti quel Magistero.

4) Per quanto riguarda l'esatto ambito – come sopra precisato – delle prescrizioni e del divieto della Chiesa, non possiamo che essere pienamente d'accordo con quanto dice il Catechismo (esattamente inteso). Voler conoscere il futuro a scopo di potenza o per debolezza morale, voler esercitare magicamente un perverso dominio sugli altri e sulle cose è assolutamente immorale ed è incompatibile con l'essere uomini, capaci di agire in prima persona. Tanto più se questo si cerca di ottenerlo ricorrendo a potenze negative, a forze non umane ovvero evocando i morti. E' perverso voler tentare Dio, come fece Satana con Gesù nel deserto; voler cioè sovvertire le leggi che il Sommo Principio ha posto a governo del mondo, prevaricando a nostro vantaggio queste leggi e l'ordine naturale delle cose; ciò equivarrebbe alla follia e alla volontà orgogliosa e prevaricatrice dell'Angelo ribelle che voleva eguagliarsi all'onnipotenza divina.

5) Non costituiscono una tale volontà di sovvertimento l'osservazione del paranormale, anche spiritico, fatta per finì di studi ovvero per la ricerca di un contatto con l'altra dimensione allo scopo di ritrovare una persona cara perduta, per amore e per rendersi così conto che tale persona esiste ancora, che la morte non è la fine e l'annientamento totale della persona, che c'è una sopravvivenza e che la vita “dopo” continua (come, del resto, insegna la stessa Chiesa).

6) La Chiesa, quella ufficiale del Magistero, nella perennità del suo cammino e del suo insegnamento, non si è mai sognata di proibire queste ricerche; e l'ultimo Catechismo, che abbiamo letto, non fa altro che riprendere quanto, agli albori della nostra religione cristiana, dissero i Padri nel combattere contro il paganesimo e le sue pratiche divinatorie e magiche; e quanto, ancor prima e archetipicamente. era proibito dal Vecchio Testamento, attraverso il racconto esemplare dell'episodio di Saul che volle consultare la maga di Endor perché evocasse dall’aldilà lo Spirito del profeta Samuele. Quella consultazione e evocazione dello Spirito del Profeta venne fatta da Saul, non scordiamolo mai, non per amore ma solo a scopo di divinazione, voleva conoscere l’esito che avrebbe avuto la sua battaglia contro i filistei il giorno dopo. Mal gliene incolse. Nihil sub sole novi, anche allora la condanna era per la divinazione. Se il fine fosse stato invece, per esempio, per averne un insegnamento o un messaggio d’amore – come avviene con le comunicazioni di cui stiamo parlando – credo che non ci sarebbe stata nessuna condanna.

 

(Felice Masi)

 

Edda CattaniLa Chiesa e l’occultismo
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Il Papa a Torino

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Papa Benedetto XVI a Torino

( CERCA : Sindone Volto Santo)

“Nel regno della morte è risuonata la voce di Dio”

 

 

 

Di fronte alla Sindone, nell'oscurità del duomo di Torino, papa Benedetto XVI ha confessato di essere diventato, con il passare degli anni, ancor più sensibile al "messaggio di questa straordinaria icona", simbolo del Sabato santo, del "nascondimento di Dio", ma anche prefigurazione della sua resurrezione. Ratzinger ha spiegato come tutti abbiano sentito la sensazione "spaventosa di abbandono" della morte. "Gesù Cristo – ha detto – rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine umana per guidare anche noi a oltrepassarla con Lui".

"Questo – ha osservato il papa in un commovente discorso – è per me un momento molto atteso. In un'altra occasione mi sono trovato davanti alla Sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la chiesa, anzi, tutta l'umanità". "Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare – ha proseguito – anche noi ad oltrepassarla con Lui". "Tutti – ha constatato il papa – abbiamo sentito qualche volta una sensazione spaventosa di abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama ci può rassicurare". "Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato santo: nel regno della morte – ha detto – è risuonata la voce di Dio". "E' successo – ha continuato – l'impensabile: che cioè l'amore è penetrato negli 'inferi'; anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta, noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori".

La Sindone, simbolo del Sabato Santo, del "nascondimento di Dio", di una "terra di nessuno", è un'icona che interpella, in tutta la sua attualità, l'umanità oscurata dalle guerre, dalle violenze, e in particolare dagli orrori del secolo scorso. E' quanto ha detto Benedetto XVI, in una riflessione pronunciata oggi davanti al Sacro Telo, esposto nel Duomo di Torino.

"Cari fratelli, nel nostro tempo, specialmente dopo avere attraversato il secolo scorso, l'umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del sabato santo", ha spiegato il pontefice. "Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell'uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più". Benedetto XVI ha citato la famosa frase di Nietzsche, in cui il filosofo affermava: "Dio è morto. E noi lo abbiamo ucciso". Ratzinger ha osservato come questa espressione, a ben vedere, sia "presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana". "Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore – ha sottolineato – un sabato santo: l'oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità". "Tuttavia – ha aggiunto – la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazareth, ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza".

 

 

Edda CattaniIl Papa a Torino
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Voci paranormali: indagine

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XV° Convegno Internazionale del “MOVIMENTO DELLA SPERANZA”!

Cattolica, 21    23 Settembre  2001

 

 

C.T.U. Daniele GULLA’                                                                                 

Prof. Giuseppe  LENZI

 

NUOVE INDAGINI COMPUTERIZZATE SULLE “VOCI PARANORMALI”

Introduzione

 

Quando, dieci anni fa, esattamente nel settembre 1991, partecipai, per la prima volta, a questo convegno, il V° in ordine di tempo, ma il I° per me, a  poco meno di un anno di distanza dalla tragica perdita di mia figlia Chiara  (esattamente undici mesi e quindici giorni), non avrei mai immaginato che, dieci anni dopo, sarei venuto qui, su questo palco, a tenere una relazione su di un argomento, a dir poco “scottante”, di cui, in quell’anno 1991, avevo, appena, cominciato ad avere diretta esperienza, sebbene, già molti anni prima (dal 1978 in poi), – come ho già detto nel mio libro: <<BABBO, IO VIVO! Dialoghi con Chiara>> e nel “Quaderno della Speranza N°9” in IIa  Edizione – mi fossi interessato al fenomeno delle “Voci paranormali” di cui avevo sentito parlare in una  trasmissione TV dalla compianta signora Gabriella Alvisi, mamma di Roberta scomparsa proprio nell’anno in cui veniva alla luce la mia figlioletta (1970).

 Accenno, qui, brevemente, ai libri usciti negli anni ’70 della stessa Gabriella Alvisi, a quelli “classici” di Frederik Jürgenson, di Konstantin Raudive, da me letti con comprensibile curiosità e con un certo senso di prudente critica, non disgiunta da un certo grado di “timore”, se non di “prudente scetticismo”, pur non ricusando ,a  priori, la possibilità che nuove scoperte potessero, e possano, aprirci per il futuro, degli orizzonti insperati. Accenno anche, per  inciso, per dovere di cronaca al fatto che il 15 novembre 1970, uscì sul noto settimanale “EPOCA”, a firma del giornalista Giuseppe Grazzini, uno sconvolgente articolo dal titolo rivoluzionario: “Qualcuno ci chiama dall’Aldilà” e che fece scalpore e che mi sono, poi, procurato in fotocopia, richiedendolo alla Biblioteca Nazionale di Roma. Tale articolo era, in sostanza, una inchiesta molto seria ed equilibrata, condotta dal suddetto giornalista, all’allora ricercatore Konstantin Raudive, trattando degli esperimenti fatti dallo Jürgenson e  dallo stesso Raudive ed, addirittura, da alcuni sacerdoti “aperti”  alle ricerche di frontiera, in tutta segretezza, persino in ambienti vaticani sulle orme di analoghe esperienze iniziate già nel lontano 1952, dal Padre Agostino Gemelli e dal suo assistente, il benedettino Padre Pellegrino Ernetti, come è noto. Esperimenti che vertevano sullo ascolto e sullo studio di “voci misteriose” che si manifestavano – senza apparente spiegazione – sul nastro magnetico di un registratore, rimanendovi incise, o dall’altoparlante di una radio, in mezzo alle normali trasmissioni radio, o sulle onde medie (raramente), o sulle onde corte (più frequentemente). Tali voci non erano assolutamente attribuibili a voci umane, né ad interferenze elettromagnetiche note, tipo quelle di radioamatori, ecc…poiché chiamavano espressamente gli sperimentatori, dando spesso dei riscontri oggettivi sulla loro identità. Voci che erano, sovente, “àfone”, o “timbriche”, il più delle volte disturbate da un forte rumore di fondo, ma riconoscibilissime.

Tali  notizie avevano suscitato, in me, un profondo stimolo per conoscere meglio e sino in fondo ( per quanto fosse possibile) la verità su questo fenomeno, cosicché, con quelle scarse nozioni teoriche lette sui libri e su alcune riviste, arrivai ad imbattermi, nell’ottobre del 1990, con una tragica realtà, che, ormai, ho raccontato centinaia di volte; quella della repentina scomparsa di una figlioletta ventenne, cosa che mi ha accomunato, e mi accomuna, a moltissimi di voi genitori, qui presenti in sala ed anche ai non presenti.

Iniziò, così, un cammino, scandito da numerose e dolorose tappe, intrapreso per cercare di “riallacciare” un dialogo che si era sciaguratamente interrotto e per “conoscere” qualcosa di più sulla realtà di un mondo che sembra trascendere tutte le limitate possibilità di comprensione razionale umana, senza, per questo, nulla togliere alla validità della semplice e, pur sempre importante e consolante certezza della Fede religiosa. L’ho testimoniato, questo, diecine e diecine di volte, in dibattiti, conferenze, articoli su “L’AURORA”, per aiutare  tanti genitori che sopportavano un uguale dolore. In undici anni di studio e ricerca, sono giunto a delle convinzioni, per me, fondamentali e cioè che la ricerca seria, oggettiva, avulsa da pregiudizi, mi conferma quello che la Fede religiosa – in particolare quella cristiano-cattolica – mi, e ci, ha sempre insegnato e promesso, ovverosia CHE LO Spirito non muore con la morte fisica e che NON TUTTO è finito quando questa spoglia mortale (che riveste il nostro “Io” più profondo, la nostra anima), si dissolve in un sepolcro. Ma, anzi, che è proprio allora che comincia la vera vita in un mondo senza spazio e senza tempo. Tanto per dirla con le stesse parole di Chiara, mia figlia, ricevute alla radio di Marcello Bacci a Grosseto, anni fa: “Io sono qui, in questo mondo meraviglioso e non troppo lontana da te!”

-Ma sei proprio tu?- domandavo io, quasi incredulo, per provocarla a darmi una risposta.

Sì! Un bacione a te! – mi rispondeva immediatamente in modo chiarissimo ed inequivocabile. Ed una voce maschile, un po’ “rauca”, mi soggiungeva: “La morte venne ad aprirle le porte di una vita immensamente più bella”. Oppure: “Chiara ci insegna che la morte non è la fine di tutto”…..”L’inizio di un tempo senza fine”…

(A questo punto, l’oratore ha fatto udire al pubblico alcuni brevi, ma  lampanti e significativi  esempi di quanto detto, registrati, poi prosegue):

Questi sono alcuni brevissimi esempi da me ricevuti durante i dieci anni di sperimentazione psicofonica al Centro diretto da Marcello Bacci a Grosseto, tra le centinaia e migliaia ricevuti da questo fenomenale ricercatore in più di trent’anni di sperimentazione.

Ed ecco, quindi, che, unitamente a tanti altri studi effettuati in questi undici anni (scrittura automatica, segni, ecc…) la mia attenzione fu subito attirata dal fenomeno “fisico” delle “voci paranormali”, poiché, una volta  stabilita l’autenticità del fenomeno, ero convinto che su questo bisognasse porre la massima attenzione e studiarlo nel migliore dei modi possibile, con senso critico (come faceva l’Ing.. Carlo M. Trajna), onde non essere soggetti ad abbagli spaventosi e devianti, come, talvolta, purtroppo, succede.

Ora, nel caso del fenomeno psicofonico si hanno delle possibilità immense di verifica tangibile, contrariamente al caso del “sensitivo”, il quale, caduto in una “trance” più o meno profonda, “rivela” messaggi di cosiddette “entità” incorporatesi in lui, senza alcuna possibilità di verifica oggettiva; tanto che, in quest’ultimo caso, gli scettici invocano  sempre la scappatoia dello inconscio, della ipnosi autoindotta, della “psicocinetica”, dell’inconscio collettivo, del “serbatoio cosmico”, ecc….

Infatti, nel caso delle “voci paranormali”, quando esse siano chiare ed evidenti, senza ombra alcuna di dubbio, si può  benissimo riconoscere la “tonalità”, il “timbro” della voce maschile o femminile, adulta, anziana, giovanile, infantile cristallina e limpida, ecc…che, spessissimo, – quasi sempre – viene riconosciuta dal genitore, o dalla persona cara rimasta su questa terra, come un fratello, una sorella, una sposa, un marito. Io stesso, moltissime volte, ho riconosciuto la voce della mia figlioletta, ne ho percepito i toni, le sfumature, le “caratteristiche” (non solo di lei, ma anche della cara Signora Silvana Pagnotta, da me personalmente conosciuta, la cui voce “in vita”, ho registrato varie volte).

Dopo tale premessa piuttosto lunga, che mi sembrava necessaria, entriamo nel vivo dell’argomento oggetto di questa relazione.

 

 

Lo studio delle “voci paranormali”.

Circa quattro anni fa, trovandomi a Riccione con l’amico Daniele Gullà, ad un convegno di parapsicologia, organizzato da un noto psicologo, essendo io convinto che le vv.pp. dovevano essere studiate con serietà oggettiva, onde dare un serio contributo alla dimostrazione della autentica paranormalità del fenomeno, gli lanciai l’idea, sostenutami, con entusiasmo, anche da uno dei massimi esperti del fenomeno, cioè l’amico ricercatore Paolo Presi, di studiare, con un apposito programma computerizzato, le voci di cui io ero in possesso, analogamente a quanto avevano già fatto il Dr. Renato Orso di Torino e lo stesso Paolo Presi, nel 1985[1].

L’idea di partenza era  di poter ottenere- dei risultati analoghi a quelli degli AA. suddetti, onde confermare, o no,  la verificabilità e la riproducibilità e trarne, quindi, le opportune conseguenze. La mia proposta fu accettata, anche perché io possedevo numerosissime registrazioni della voce della  mia figlioletta, sin dalla nascita, fino all’età di 14-15 anni, epoca in cui la sua voce era già formata e praticamente uguale a quella che lei aveva a 19-20 anni. Voce  che avrebbe potuto, eventualmente, essere confrontata con quella ricevuta alla radio da Bacci, a Grosseto,. Ed, a fare ciò, fui spinto, non solo dall’amore per la verità e per la ricerca scientifica  di un fenomeno il quale, checché ne possano blaterare a sproposito gli scettici incalliti è un fenomeno fisico, registrabile e reale, in determinati casi, ma  anche per evitare di andare incontro ad illusioni psicolinguistiche ed allucinazioni acustiche, o a confusioni enormi, come talvolta, ahimè, succede a tanti troppo affrettati ricercatori i quali spesso, confondono rumori di fondo, o emissioni radiodilettantistiche, o ricezioni di radio costiere, di CB, ecc…..con le “Voci dall’Aldilà”; e ciò provoca l’ilarità degli scettici, dei denigratori e la riprovazione di certi famosi esorcisti. Purtroppo certa “leggerezza” è dannosa per l’immagine che ci si fa di noi genitori, da parte dei “mass media”, tanto che si rischia di essere classificati spesso, dei “poveri illusi”, o “gente fanatica dal pulsante facile” che perde la testa nel voler “parlare coi morti”…gente “partita di cervello” e sconvolta dal dolore, al punto di sostenere “assurdità plateali”. Ma non è così, fortunatamente! Occorre quindi, molto discernimento e molta prudenza, dato che il fenomeno psicofonico – che rientra nel  più generale fenomeno paranormale della TCS  – è  un fenomeno raro e non facilmente ottenibile da tutti, se non si hanno delle spiccate doti di medianità.

Pertanto, all’inizio, avendo a disposizione una lunga serie di registrazioni ottenute a Grosseto, con la supposta voce di mia figlia e quella sua registrata “in vita”, qui, sulla terra, io e l’amico Gullà riuscimmo ad isolare alcune parole che erano state pronunciate in vita e “paranormalmente”,  nel corso di alcune frasi, come, ad esempio: “Sì, sono io, Chiara!”, oppure:: “La mamma”….o anche: “Sì, un bacino” (bacione)…oppure: “Sono Chiara!” Sebbene vi sia, da parte dello sperimentatore, che è emotivamente coinvolto e preso dal fenomeno, la convinzione che la voce udita sia proprio quella del suo caro scomparso, perché dice di conoscerla perfettamente (come, del resto, tutti noi sappiamo riconoscere la voce di personaggi storici famosi, o di famosi attori cinematografici, ecc…), ciononostante, questo non è sufficiente a dare un’impronta di “oggettività” al fenomeno in sé, poiché lo scettico potrebbe  sempre dire che è un “riconoscimento soggettivo”, non dimostrato scientificamente, di nessun valore sul piano obiettivo[2].

Fatta tale premessa dobbiamo dire che è già stato condotto un lavoro preliminare, un paio di anni fa, presentato al Convegno di Abano terme, il 3-3-5- Dicembre 1999, lavoro intitolato: “Voci in vita e voci dall’Aldilà: studio comparato mediante computer”, presentato con l’ausilio di una videocassetta; lavoro che è stato pubblicato nell’annata 2000 (fasc.° 2) della rivista: “La Ricerca Psichica”, diretta dal  Dr. Felice Masi.

Ora, è un fatto che vi sono degli appositi programmi computerizzati usati persino dai servizi segreti e dalla CIA per studiare, rilevare e paragonare le voci umane nel corso di indagini su presunti malfattori, terroristi, ecc… le cui registrazioni sono state ottenute, o direttamente, o per intercettazione telefonica e, così, per poter avere una prova certa di un loro coinvolgimento in azioni delittuose. La voce umana, quindi, ha delle caratteristiche proprie e peculiari per ciascuna persona, tanto che le voci di “ Tizio e di Caio” presentano  delle “impronte” acustiche assolutamente singolari che dipendono da una serie di numerosi fattori, quali lo spessore e la lunghezza delle corde vocali, la cavità di risonanza, come la cavità boccale, la grandezza della laringe, la posizione, lo spessore, la mobilità delle lingua fra i denti nella pronuncia di determinate vocali, o consonanti, ecc… tutte caratteristiche proprie di ciascuna persona. Anche se vi sono dei famosi personaggi dello spettacolo  che imitano, “quasi alla perfezione” la voce di questo, o quell’altro personaggio, pur tuttavia, anche in questi casi, l’imitazione non è mai perfettamente uguale all’originale; infatti, anche ad orecchio, se ne riconoscono delle differenze minime. Stabilito, quindi, che ciascuno uomo (o donna) ha una sua propria  “impronta” vocale e che questa può essere studiata oggettivamente e scientificamente, al computer, mediante l’ausilio di opportuni programmi che fanno uso di speciali formule matematiche, si è proceduto allo studio di alcune voci paranormali di sedicenti “entità”, di cui si possedeva la registrazione fatto “in vita”.

Con lo studio già presentato ad Abano Terme, nel 1999, di cui si è detto ed anche con questo presente studio, dobbiamo dirlo con estrema serietà, NON si pretende di dimostrare scientificamente l’esistenza dello (o di “un”) Aldilà, o di quel mondo spirituale in cui crediamo per Fede, (il che sarebbe, ed è, assurdo, come il dire: <<la dimostrazione scientifica dell’esistenza di Dio, o dell’anima>>), o l’esistenza di una dimensione ultraterrena. Ma vogliamo, lo ripetiamo con forza, portare un contributo serio e scientificamente  valido a questa tematica, un contributo che dia un risultato fortemente ed indiscutibilmente probante sulla esistenza di un piano, o livello di vita che trascende l’Uomo e la sua materialità; in altre parole; se non è possibile dimostrare scientificamente “L’Aldilà”, è pur possibile dimostrare scientificamente la paranormalità del fenomeno di cui trattiamo, fenomeno appassionante, il quale ci induce necessariamente a postulare un piano di esistenza spirituale dopo la morte fisica.

Ora, con il precedente lavoro, fu possibile dimostrare alcune peculiarità delle vv.pp. registrate a Grosseto, mediante l’uso di alcuni sofisticati algoritmi, che evidenziano meglio gli spettrogrammi della voce, visualizzando la posizione delle varie “formanti” (F0, F1,  F2,  F3, ecc…). Prendendo in esame vari parametri (valore in frequenza delle formanti, larghezza di banda, il “tono”, ecc…) si può vedere che, se tutti questi parametri sono uguali, o molto simili, si può arrivare ad una scala di classificazione di due voci comparate; e cioè:

a) Voci molto somiglianti (addirittura si arriva, oggi, ad un livello di comparazione pari al 95-96%!)

b) Voci somiglianti

c) Voci poco somiglianti

d) Voci non somiglianti

Questo lavoro, oggi, viene completamente eseguito al computer, come detto, usando degli algoritmi speciali che, qui, per brevità, solamente accenniamo. (Non è possibile descrivere la tecnica di ciascuno di essi):

1)      coefficienti predicibili di codificazione lineare (LPC), comunemente usati nei sistemi a riconoscimento vocale che forniscono gli esatti valori delle formanti F1,  F2,  F3,  ecc…

2)      coefficienti cepstrali (sono le derivate dei LPC).

3)      coefficienti di correlazione parziale (PARCOR).

4)       calcolo dei coefficienti spettrali inversi.

5)      calcolo della frequenza fondamentale  (F °).

6)      calcolo dell’energia.

7)      Funzione  di autocorrelazione, che visualizza il tono della voce.

8)      AMDF (Average Mean Distance Function): funzione principale della distanza media.

Si è riusciti anche a “purificare” alcune voci disturbate da rumore di fondo, rendendo la voce in esame quasi perfettamente udibile e, quindi, paragonabile con quella di confronto.

Uno dei più eclatanti risultati ottenuti nel precedente lavoro, che confermava ciò che era stato ottenuto nello studio del Dott. Renato orso e di Paolo Presi nel 1985 (cit.) fu quello di avere rilevato, nelle vocali “a”,  “e”,  “i”, ecc… della voce paranormale, spessissimo, la mancanza delle frequenze fondamentali che, invece, SONO SEMPRE presenti nella voce umana, poiché tali frequenze sono generate dalla vibrazione delle corde vocali; in altre parole, la v.p. si dimostrava una voce “non umana”, in quanto priva di corde vocali, cosa assolutamente impossibile ad essere soggetta a frode, in quanto nessun imitatore, per quanto bravo ad imitare la voce di “Tizio”, o di “Caio” può fare a meno dell’uso delle corde vocali.

Noi, dunque, basandoci sull’esperienza precedente, abbiamo proceduto a migliorare le tecniche di riconoscimento delle voci, usando anche dei nuovi programmi computerizzati, che danno, addirittura, il confronto dei suoni vocalici di ciascuna persona, ottenendo delle “mappe” di identificazione. Ad esempio, sappiamo che, nella lingua italiana le vocali sono cinque. Ma vi sono delle lingue, come alcune di quelle orientali, in cui la nostra “a”, o la nostra “e” sono pronunciate  con un suono intermedio tra la “a” e la “e”, e così, la vocale “o”, in certe lingue, può avere un suono intermedio tra una “o” ed una “u”, oppure tra una “o” ed una “e”, e così via, tanto da dare luogo ad un numero di suoni vocalici anche di dieci, o undici tipi diversi. Tenuto conto di tutto quanto sopra esposto, passiamo, ora, a descrivere brevemente i risultati ottenuti in questo nuovo studio computerizzato delle vv.pp., esaminando le voci in vita di alcune persone di cui si avevano le registrazioni originali, confrontandole, poi, con le voci delle supposte “entità” che si sono presentate a Grosseto, come quelle di Chiara Lenzi, di Friederik Jurgenson, ecc.. come sarà qui di séguito esposto nell’analisi dell’amico Daniele Gullà.

 

 

Riconoscimento ed identificazione tramite le “impronte vocali”. (Metodologia ed analisi).

 

La metodologia di riconoscimento di un parlatore, o meglio, il confronto tra una voce ignota (solitamente d’origine telefonica o da intercettazione ambientale) e la voce di un parlatore noto, anch’essa acquisita tramite una registrazione, nacque nel 1937, relativamente al procedimento contro il presunto sequestratore del figlio del trasvolatore atlantico Lindberg: era condotta, al tempo, mediante la sola prova uditiva. Successivamente, mediante il prelievo del cosiddetto Saggio Fonico, fu introdotto il metodo di L. Kersta, del 1962, con successive evoluzioni, consistente nell'analizzare una traccia grafica, detta sonagramma, eseguita da apparecchi quale il Sonagraph della ditta KAY Elemetrics, o analoghe metodologie di analisi implementate su calcolatore con scheda di acquisizione, come utilizzate nella perizia in questione. La traccia rappresenta un grafico tridimensionale riportante nell'ascissa (asse orizzontale) il tempo, nell'ordinata (asse verticale) la frequenza, e come terza dimensione, rappresentata come maggiore o minore annerimento della carta, l'energia su scala logaritmica del segnale contenuto entro una banda di frequenza pari a 300 Hz, centrata sulla frequenza indicata dall'ordinata.

 

 

 

Figura 1: Esempio tipico di un sonagramma .

 

 

 

            Un singolo sonagramma, del quale si vede in Figura 1 un esempio, rappresenta un tempo pari a (solitamente) 1 – 2 secondi come durata, ed una gamma di frequenze compresa tra 100 e 4000 Hz (corrispondente alla banda telefonica, notoriamente ridotta: il campo delle frequenze udibili si estende infatti, circa, tra 20 e 15.000[3] Hz; tale banda contiene comunque la maggior parte dell'energia del segnale vocale utile alla identificazione). E' pertanto possibile sul grafico effettuare una corrispondenza tra millimetri di carta e tempo (in millisecondi) lungo l'ascissa, ed una corrispondenza tra millimetri e frequenza (in Hertz) lungo l'ordinata (all'uopo il Sonagraph, o i programmi di analisi al calcolatore segnano una linea corrispondente alle frequenze di 1000, 2000, 3000, 4000 Hz). Per quanto concerne l'intensità, essa non dispone di scale comparative, per cui il maggiore o minore annerimento dipende dalla metodologia di registrazione e di effettuazione del sonagramma stesso, oltre che dal segnale esaminato (e la sua esecuzione implica una buona esperienza da parte di chi lo effettua). Anche l'interpretazione del parametro “intensità” è soggettiva, in quanto non si ha una scala oggettiva di corrispondenza tra “un certo grigio” e “un certo livello in dB”.

 

            È importante notare come la banda di analisi debba essere pari a 300 Hz: infatti, è possibile eseguire sonagrammi a banda stretta, (40 Hz), che però evidenziano direttamente la FFT, ovvero il contenuto armonico, di scarso interesse nel riconoscimento del parlatore, e non le formanti, fondamentali nelle analisi, cui si accennerà successivamente. Inoltre, un sonagramma a banda stretta ha ovviamente (per il noto principio di indeterminazione) una scarsa risoluzione temporale, pertanto non è possibile visualizzare con precisione eventi brevi, quali gli impulsi delle occlusive (v. oltre), causando una visualizzazione, sull’asse dei tempi del sonagramma, di qualsiasi evento (e con maggiore evidenza di quelli impulsivi) in anticipo rispetto al reale istante di occorrenza.

 

            La metodologia di analisi tiene conto essenzialmente di due fattori: la distribuzione dei livelli di intensità del segnale in funzione della frequenza e del tempo e delle durate delle parti significative (sillabe, consonanti, pause, etc…) della frase. Per quanto riguarda la distribuzione del livello in funzione della frequenza e del tempo, si tiene conto dell'emissione del suono ad opera delle corde vocali, che considerate indipendentemente dal condotto vocale, come semplice sorgente sonora, emettono un segnale caratterizzato da un ampio spettro di frequenze, assolutamente indistinto, quasi “animalesco”. La articolazione del discorso, e più precisamente delle vocali, consiste nel “modellare” tale spettro ad ampia banda, in modo da ottenere un segnale semanticamente riconoscibile, mediante variazioni controllate della conformazione del cavo orale, della posizione e forma della lingua e del condotto laringeo, che costituiscono tutto il complesso della fonazione, e che variano le frequenze di risonanza di detto condotto.

 

            Le possibilità di riconoscimento del parlatore sono basate sull'ipotesi che ogni soggetto, quando pronuncia un fonema, conformi il proprio cavo orale con una modalità “univoca”, dipendente esclusivamente dalle proprie caratteristiche fisiche (dimensioni della laringe, del cavo orale, della lingua, etc…). Tali caratteristiche antropometriche “modellano” lo spettro di partenza emesso dalle corde vocali, esaltando (per ogni vocale), alcune frequenze ed attenuandone altre, rendendole così riconoscibili. Il diagramma riportato nel sonagramma permette di porre in evidenza tali esaltazioni ed attenuazioni di frequenze (chiamate “formanti”, identificate da esaltazioni ed attenuazioni di alcune righe spettrali), che sono tipiche (in una certa gamma numerica, detta campo di esistenza) di ogni singola vocale ed in modo (peraltro meno certo), tipiche e caratterizzanti di ogni parlatore. Considerazioni analoghe a quelle esposte sulle vocali, possono anche essere formulate relativamente alle consonanti sonore, quali la M, la N, la R, dato che anch’esse presentano un andamento formantico Come accennato in precedenza, il sonagramma deve evidenziare proprio le formanti (e quindi deve essere a banda larga) anziché le armoniche, quali si evidenziano in un sonagramma a banda fine.

            Nei casi di confronto tra telefonate di “ignoti” ed accertamenti di “sospettati”, detto confronto risulta probante solo in un certo grado, in quanto spesso le telefonate relative ad estorsioni, sequestri o minacce sono effettuate con voce camuffata, tale da variare in modo particolare la frequenza della fondamentale e (in parte) delle formanti più basse; anche nel caso di emissione vocale naturale, però, la costanza nelle modalità di emissione non può essere assoluta. Spesso si rileva, infatti, uno spettro formantico differente tra le stesse vocali emesse da un unico parlatore, o viceversa, diversi parlatori possono presentare frequenze analoghe. Teoricamente, il valore numerico dovrebbe rimanere immutato entro una certa gamma di variabilità, tuttavia tale condizione non è sempre verificata, per cui la valutazione in base al solo contenuto formantico, quale desumibile dal sonagramma potrebbe comportare un notevole grado di soggettività da parte del perito analizzatore; inoltre, il rilievo numerico delle frequenze da una traccia grafica non è certamente accurato. Nel caso in cui si tratti, invece, di intercettazioni ambientali, quindi effettuate all’insaputa dei parlatori, le conversazioni degli ignoti sono pronunciate normalmente, senza particolari alterazioni, ad eccezione dell’accento dialettale naturale: di conseguenza la validità dell'analisi può essere certamente maggiore, prescindendo dalla qualità della registrazione, che come verrà successivamente descritto, costituisce il maggiore problema di tali reperti.

 

            Per quanto concerne la determinazione delle frequenze delle formanti, oltre al metodo della lettura grafica dei sonagrammi, può essere implementata un'altra tecnica di analisi, consistente nell'effettuare il Cepstrum (spettro dello spettro) sulla trasformata di Fourier del segnale vocalico, oppure la Predizione Lineare LPC. All'uopo si devono isolare molte vocali tratte dalle frasi in analisi; tramite l'operazione di Lifter (filtraggio sul Cepstrum), è possibile determinare con buona precisione (anche se non assoluta) le frequenze delle formanti. I valori ricavati vengono analizzati con algoritmi statistici su tutte le vocali analoghe dell'ignoto e dei sospettati, ottenendo così un insieme numerico valido e confrontabile. Tuttavia, un elemento di incertezza sorge dalla determinazione dell'istante (rispetto all'intera durata della vocale) che viene considerato nell’acquisizione, in quanto il dato più affidabile viene ottenuto considerando la parte stabile della vocale; inoltre, medesime vocali, inserite in un contesto diverso (precedute o seguite da altre vocali o consonanti) possono presentare un andamento formantico differente. Le odierne tecniche digitali consentono tuttavia di superare tale problema, consentendo di isolare un preciso segmento del segnale.

 

E’ comunque importante segnalare che queste tecniche, basate su considerazioni statistiche, consentono di pervenire ad un’identificazione sufficientemente probante, anche in assenza del saggio fonico, cioè della ripetizione da parte del sospettato delle medesime frasi pronunciate dall'ignoto, con le medesime modalità.

 

            Le problematiche relative all'effettuazione di tale operazione saranno descritte successivamente.

 

            Dalla lettura dei sonagrammi, spesso è possibile ottenere un maggiore grado di attendibilità nel riconoscimento, rispetto a quanto è possibile conseguire con la ricerca e le analisi delle frequenze formanti, mediante il confronto delle durate delle singole sillabe (foni) della stessa parola pronunciata dai due parlatori diversi (noto – ignoto), o dal confronto delle durate delle consonanti (che contengono una scarsa energia spettrale, in confronto alle vocali, e si presentano nei sonagrammi come dei “buchi”), in particolare modo le esplosive, nonché la coarticolazione, ovvero la metodologia di transizione (analisi delle Varianze) tra la Vocale, la Consonante e la Vocale (V-C-V), rilevabile come l'andamento delle formanti nel tempo. Tali durate dipendono (quasi) esclusivamente dal modo di fonazione acquisito dal soggetto, e risultano relativamente immutabili, anche in presenza di una voce contraffatta o acquisita con modalità ed in tempi diversi. La durata di una consonante sonora (liquida o nasale) può dipendere dal soggetto, dalle sue abitudini culturali o dialettali, tuttavia il confronto può fornire utili elementi valutativi, in quanto risulta, in genere, scarsamente variabile.

 

            Un ulteriore parametro di analisi può essere fornito dalla “melodia” del parlato (presente in ogni discorso non “robotico”, e visualizzabile nei sonagrammi come un'inclinazione della traccia corrispondente alla frequenza fondamentale (definita anche pitch, o F0) oppure dal grafico dell'andamento della F0 nel tempo ricavabile tramite il Cepstrum), anche se nel caso di una voce contraffatta la melodia “naturale” (musicalità del linguaggio parlato) viene sempre alterata; tuttavia la variazione dell'altezza (frequenza, o pitch) in una media su un consistente numero di elementi può ragionevolmente essere ritenuta indipendente dalle contraffazioni e dalle alterazioni volute. Sussiste comunque il problema che, durante il rilascio del saggio fonico, il parlatore solitamente parla in modo monotóno, ovvero con variazioni della frequenza fondamentale decisamente ridotte rispetto al reperto della voce ignota, relativa ad un discorso reale e non recitato, stante la differente condizione psicologica, (anche prescindendo da alterazioni volute), per cui il confronto non è probante al 100%.

 

            Esiste un altro aspetto utile alla valutazione dell'identità del parlatore, cioè il confronto socio – linguistico, che però non sempre risulta certo e definitivo in quanto, essendo basato sulla valutazione percettiva degli accenti dialettali o su particolari tipologie di pronuncia, implica un grado troppo elevato di soggettività nella valutazione delle sue caratteristiche, e non risulta pertanto di validità assoluta, essendo privo di riscontri scientifici misurabili. Inoltre, tale metodo può portare a ritenere coincidenti voci di soggetti diversi, se sono accomunate dalle medesime caratteristiche linguistiche, mentre risulta decisamente più valido nel caso dell’esclusione dell’identità, qualora l’ambito dialettale sia differente: questo, particolarmente nel caso delle intercettazioni ambientali.

 

            Un confronto percettivo di notevole interesse è invece possibile mediante l'adozione di un campionatore digitale. Grazie a tali strumenti è possibile acquisire nella memoria digitale dello strumento le varie frasi, e “collocarle” su una tastiera di tipo musicale o di un calcolatore, per cui è possibile ascoltare in rapida sequenza le frasi dell’ignoto e dei sospettati, con in più la possibilità di trasporre l'altezza (pitch) del parlatore per intervalli di semitoni. Tale metodo consente di eliminare il problema che si presenta effettuando tali ascolti mediante due registratori, con i quali esistono i tempi morti dovuti al riavvolgimento dei nastri, che cancellano parzialmente la memoria acustica, fondamentale nell'ascolto di confronto. Mediante tali tecniche, anche l’analisi percettiva assume un buon grado di affidabilità, purché sia effettuata da un gruppo di ascoltatori avvezzi a tale tipo di valutazione, che esprimono un parere di somiglianza o differenza in una scala (solitamente) compresa tra 0 (voci del tutto diverse) e 10 (voci del tutto identiche) sui confronti a coppie valutati. È comunque fondamentale sottolineare come l’analisi percettiva indichi solamente la somiglianza o la distinzione delle voci, senza tuttavia fornire elementi sulla probabilità di coincidenza dei parlatori.

 

Tutti i metodi descritti sino ad ora, però, oltre alle incertezze cui si è accennato, sono affetti da un importante aspetto che li priva di una totale affidabilità al 100%, e cioè la qualità della registrazione di intercettazione degli “ignoti”.

 

Anche se tutti i periti dediti alle analisi vocali hanno sempre fatto presente il problema, purtroppo ancora oggi le registrazioni delle intercettazioni sono quasi sempre effettuate con una qualità scarsa, se non insufficiente: infatti, l'apparecchio in dotazione alle Istituzioni per tale impiego è in genere il registratore UHER con modifica Trevisan RT-2000 (più recente) o RT-1200 (un circuito che registra insieme al segnale vocale gli impulsi che consentono di contrassegnare la data, l'ora ed un numero progressivo della telefonata o della intercettazione).

 

            Tale circuito, (precisamente il tipo 2000, il più diffuso) per il suo funzionamento, sottrae al segnale utile registrato una banda centrata intorno ai 2.000 Hz, nella quale vengono collocati i suddetti segnali. Tale banda, però, risulta notevolmente utile per l'esecuzione e la valutazione delle analisi, in quanto contiene le frequenze formanti più elevate, particolarmente significative per il riconoscimento vocale, ed altera la forma dello spettro, parametro fondamentale per tutte le analisi identificative. Una alterazione di tali frequenze priva pertanto il segnale vocale di una delle caratteristiche più rilevanti.

 

            Un altro problema caratteristico del sistema RT-2000 è il taglio alle basse frequenze (che non trova giustificazioni, ne’ nelle caratteristiche del registratore UHER, di per se di alta qualità, ne’ in particolari esigenze di codifica. Tale filtraggio sottrae la parte più bassa dello spettro, nella quale spesso sono allocati i segnali corrispondenti alle occlusioni della voce, molto utili al riconoscimento. Questa caratteristica spettrale, oltre tutto, falsa il timbro della voce anche nelle analisi percettive (oltre a condurre a misure di PITCH costantemente di valore più elevato nel caso dell'ignoto), rendendo tale tipo di confronto meno probante.

 

            Inoltre, al di là dei problemi dovuti alla presenza della scheda di modifica RT-2000, normalmente le registrazioni vengono effettuate alla velocità di 2.38 cm/s (la più bassa possibile del registratore), allo scopo, verosimilmente, di risparmiare il nastro. Un analogo problema sussiste nel caso di microcassette registrate a 2.38 cm/s, che per tali apparecchi risulta la velocità più alta, oppure, in misura ancora più rilevante, a 1.2 cm/s. A tali velocità, infatti, la qualità della registrazione risulta notevolmente scarsa, sia come risposta in frequenza (a velocità minore corrisponde un maggiore taglio alle alte frequenze che, come si è visto, sono essenziali per l’intelligibilità ed il riconoscimento vocale) che come rapporto segnale/rumore (il rumore di fondo assume un livello notevolmente superiore, spesso confrontabile con quello del segnale vocale, e questo essenzialmente in riproduzione, a causa della caratteristica di equalizzazione). Oltre a ciò, la dinamica del registratore diminuisce notevolmente, in quanto è maggiore il rischio di distorsione, con creazione di frequenze armoniche non esistenti nel segnale originale, e quindi fuorvianti nelle analisi, dato che modificano lo spettro e quindi le formanti ed il loro andamento, in corrispondenza dei picchi di livello più alto.

 

            Sarebbe pertanto consigliabile effettuare le registrazioni di intercettazione con un diverso apparecchio, oppure (almeno) ad una velocità superiore, tenendo oltre tutto conto che la tecnologia della registrazione digitale (DAT) fornisce apparecchi di qualità “assoluta”, ad un costo non superiore (se non persino inferiore) rispetto a quelli analogici utilizzati, e con la possibilità di inserire codici che facilitano enormemente la ricerca di una particolare registrazione; oltre tutto, anche un normale registratore amatoriale a cassette è in grado di fornire prestazioni superiori.

 

            Ultimamente, sono poi frequenti le perizie di confronto vocale in cui la voce anonima deriva da una intercettazione ambientale. Anche in questo caso sorgono problemi non indifferenti relativamente alla qualità fonica in quanto, oltre ai disturbi radio introdotti dal trasmettitore della microspia, in genere è presente il riverbero dell’ambiente, che riduce, e spesso impedisce totalmente, l’intelligibilità della conversazione, e di conseguenza delle analisi numeriche, dato che le caratteristiche spettrali di una vocale si prolungano fino a sovrapporsi a quelle della vocale successiva, senza alcuna possibilità di intervento a posteriori, allo stato attuale della tecnologia. Inoltre, non sempre dagli atti di causa evince con chiarezza quale sia la voce anonima (tra i vari parlatori che partecipano alla conversazione intercettata) che deve essere confrontata con quella del sospettato: è così necessario considerare tutte le voci ignote, quando non sussistono elementi semantici, o di altra natura, che consentono di identificare con sicurezza l’ambito del confronto. A fronte di queste difficoltà, però, si ha il vantaggio di dovere trattare voci anonime non mascherate o artefatte (dato che i parlatori non sanno di essere registrati); inoltre, la registrazione viene effettuata con un apparecchio privo della modifica Trevisan, espressamente progettata per le intercettazioni telefoniche, e quindi non sussistono i problemi di filtratura a 2.000 Hz.

 

Tenuto conto di queste considerazioni, i problemi elencati si amplificano esponenzialmente nelle comparazioni tra presunte voci paranormali che si presentano con una data personalità, e le voci che i presunti defunti avevano realmente in vita. Molto frequentemente il perito dispone di una campionatura insufficiente per effettuare una analisi sufficientemente probante. Spesso le presunte voci paranormali sono, probabilmente per loro caratteristiche o per disturbi del canale di comunicazione, di scarsa qualità spettrale e con un alto contenuto di rumore. In comunicazioni ricevute in momenti diversi, da sperimentatori e apparecchiature differenti, le stesse presunte personalità comunicanti producono spettri relativamente differenti, caratterizzate da una inusuale fluttuazione nel dominio delle frequenze e, soprattutto nel dominio del tempo. Queste variazioni possono essere fuorvianti e possono indurre ad un falso riconoscimento o ad un falso rigetto ad opera dei sistemi di segregazione vettoriale, che lavorano per frammentazione multipla del segnale. In questi casi è più che mai necessario operare, in aggiunta ai metodi statistico-matematici, in modo manuale, cioè analizzando i rispettivi tracciati sonagrafici.  Non essendo possibile, come nelle indagini giudiziarie, prelevare un saggio fonico di uguale contenuto informativo, spesso l’indagine risulta affetta da un alto indice di errore. In qualche caso fortunato in cui si ha a disposizione le stesse parole per il confronto, l’indagine diviene più attendibile e probante, ma ciò è abbastanza raro. Va precisato che il confronto deve tenere in considerazione, oltre alla qualità dei reperti acustici e al disturbo del canale di comunicazione (radio, telefono, registratore, computer, etc.), il numero di eventi linguistici disponibili. In altre parole, se si hanno gli stessi contenuti informativi a disposizione, sono sufficienti due parole di due secondi per effettuare un confronto, che potrà essere molto probante dopo la comparazione differenziale con una matrice di almeno 64 parlatori (errore del 4,4 %) o di 128 parlatori (errore del 2,8 %). E’ ovvio che alla presenza di almeno 10 secondi di parlato, anche se non è presente un uguale contenuto informativo, il confronto risulta altrettanto accettabile, in quanto sono disponibili diversi vocoidi e contoidi per le analisi (10 o più vocali e consonanti), utili a fornire una media istografica dei parlatori.

 

            L'altro problema cui si è accennato è costituito dal prelievo del saggio fonico, cioè la ripetizione da parte del sospettato di una o più frasi contenute nella comunicazione dell'ignoto, con analoghe modalità di pronuncia e di registrazione. Anche se l’utilizzo delle tecniche digitali di analisi ha reso questo punto meno critico, tanto da potersi procedere anche in assenza di tale saggio, risulta pur sempre fondamentale, per la massima affidabilità del procedimento, poter operare su campioni caratterizzati dalla omogeneità tra la voce dell'ignoto e quella del sospettato. Infatti, ad es., le analisi di intercettazioni telefoniche devono essere confrontate con un saggio fonico telefonico, le registrazioni ambientali con una voce registrata direttamente dal vivo (ortofonica), etc, e questo non è sempre possibile nelle analisi effettuate su presunte voci paranormali.

 

            Questo avviene in quanto il canale di comunicazione, qualsiasi sia, introduce una propria modifica sul segnale, e per effettuare analisi probanti è necessario partire da campioni contraddistinti dal medesimo tipo di degradazione delle caratteristiche dovuta al mezzo impiegato, dato che il confronto di segnali alterati in modo differente può condurre a conclusioni imprecise, in particolar modo nello studio delle cosiddette voci anomale.

 

            Un altro parametro fondamentale da considerare è la modalità di pronuncia, da parte dell'indagato, delle frasi costituenti il saggio, in quanto soprattutto nel caso di inconfessata colpevolezza, questi tende a falsare la propria pronuncia, o comunque a non pronunciare il testo nel modo richiesto, in modo da rendere difficilmente identificabile la propria voce: pertanto, l'acquisizione deve essere ripetuta in tal caso più volte, intervallandola con una normale conversazione (utile per rendersi conto del reale timbro vocale), sino ad ottenere un prelievo valido ed affidabile.

 

            Anche la scelta delle frasi da analizzare risulta fondamentale, in quanto il confronto sonagrafico è basato sull'esame dei tracciati della medesima frase pronunciata dall'ignoto e dal disturbato, con analoghe modalità (cioè facendo ripetere al sospettato le stesse cadenze ed inflessioni che hanno caratterizzato la frase dell'ignoto: una frase interrogativa, ad es., deve essere ripetuta con tono interrogativo, in quanto cambia l'accentazione delle vocali, e l'eventuale accento dialettale deve essere mantenuto), anche se come si è visto l’analisi statistica consente di svincolarsi da tali considerazioni: l’omogeneità del materiale, comunque, risulta sempre desiderabile.

 

            E' inoltre opportuno scegliere frasi che contengano (se possibile) tutti gli elementi fonetici, dato che un risultato probante dell'analisi deriva essenzialmente dalla comparazione del maggior numero di elementi possibile, e dalla concordanza di tutti i risultati in un’unica direzione. Questa condizione, tuttavia, dipende essenzialmente dalla qualità e quantità di materiale fonico relativo all’ignoto.

 

            Come si è preannunciato, i metodi di analisi statistica tramite calcolatore sulle frequenze delle formanti hanno parzialmente superato tali problematiche, tuttavia la validità del metodo risulta decisamente maggiore potendo procedere su campioni omogenei (anche, ad es., le frequenze delle formanti delle vocali stabili o gli indici di coarticolazione media presentano varianze, che si possono ridurre notevolmente qualora si effettuino confronti su frasi uguali, pronunciate nel medesimo modo, nell'ambito di un prelievo di un saggio fonico).

 

            La metodologia adottata per il trattamento dei dati è la seguente[4]. Sul complesso dei dati formantici si calcola la distanza di Mahalanobis D2x1-x2 secondo la relazione 1):

 

        1)

 

In cui x1 e x2 sono le medie dei valori delle formanti relative ai due soggetti a confronto (noto, 1 – ignoto, 2) e S-1 è l’inverso della matrice di covarianza del campione, ricavata dai valori dedotti dall’esperimento. Si calcola quindi il T2 di Hotelling secondo la relazione 2):

 

                                    2)

in cui N1 ed N2 sono il numero di vocali omologhe considerate per i due soggetti (ad es. 7 vocali A per il soggetto 1 – Noto – e 9 vocali A per il soggetto 2 – Ignoto) e D2 è la distanza di Mahalanobis definita in 1).

 

            Il valore numerico di T2 ricavato dalla relazione 2) deve essere confrontato con il valore critico, definito dalla relazione 3):

 

      3)

 

 

 

in cui N1 e N2 sono elementi già definiti nella relazione 2), p è il numero di gradi di libertà, corrispondente al numero di diversi parametri utilizzato (ad es., se si considerano i valori di F0 e delle prime tre formanti, F1, F2, F3, ne consegue che p = 4) ed Fa(…) è il valore critico della funzione di Fisher, definita per la significatività a ed i parametri p e (N1 + N2 – p – 1), rintracciabile su apposite tavole, quale quella fornita negli allegati, in cui si ha il valore critico per un a = 0.05, corrispondente ad un riconoscimento con probabilità del 95%.

 

            Si accetta l’ipotesi di coincidenza dei parlatori qualora il valore T2, quale definito in 2), risulti inferiore al T2 critico, definito in 3).

 

            Complessivamente, il riconoscimento vocale, per la sua massima affidabilità, non può prescindere da tutti gli elementi descritti, e cioè la qualità del segnale originale e l'affidabilità del prelievo del saggio fonico, e deve tenere conto dei tre ambiti di valutazione, ovvero spettrografico (sonagrammi), statistico (T2 di Hotelling) e percettivo (prove di ascolto). In molte occasioni vengono anche utilizzate delle modalità statistiche miscellanee di carattere probabilistico. Queste consistono nell’utilizzo di diversi algoritmi che rendono evidenti le caratteristiche salienti per ogni parlatore modellando le proprietà del linguaggio come i suoni sostenuti delle vocali, o quelli effimeri delle consonanti e le transizioni tra esse. Ognuno, secondo metodiche differenti, raggruppa un determinato grappolo di vettori N depositandoli in un cifrario, per poi essere paragonato a tutte le sequenze di numeri depositate nel database relativamente a diversi parlatori.

Quelle maggiormente usate nel nostro laboratorio sono le cosiddette tecniche miscellanee di pattern-matching. Queste tecniche includono l’esecuzione della media delle caratteristiche a lungo termine del VQ (Quantizzazione Vettoriale), degli HMM (Modelli Nascosti di Markov), delle NN (Reti neurali) e dei sistemi di segregazione. In qualche circostanza sono state adoperate tecniche come i modelli Gaussiani di mistura, le funzioni Fourier Bessel e le mappe acustiche probabilistiche[5]. Una caratteristica comune a tutte le tecniche di riconoscimento della voce descritte, è che eseguono, una quantità considerevole di riduzione di dati, una specie di averaging. La riduzione dei dati è necessaria per estrarre le caratteristiche salienti del linguaggio di un individuo e, anche, per rendere fattibile al computer il processo di riconoscimento.

 

Riconoscimento della voce in ambienti rumorosi.

Una delle preoccupazioni maggiori, sia in ambito civile che in quello militare, è superare le difficoltà associate con il riconoscimento della voce in ambienti rumorosi. A tale proposito sono stati eseguiti diversi studi in questo campo con la finalità di rendere tali sistemi, relativamente inaccessibili al rumore.

La difficoltà principale negli ambienti rumorosi non è il rumore stesso, ma le variazioni del rumore. Un esempio estremo accade quando un sistema è stato allenato con il linguaggio chiaro – cioè senza rumori – e viene confrontato con un linguaggio rumoroso. Questi aspetti includono anche il tipo di microfono, la quantità di rumore del sottofondo, e il mezzo di trasmissione.   

 

Se lo stesso rumore appare in entrambi i reperti acustici, non sarà rilevante sempre che il rapporto segnale – rumore sia basso.

 

Le variazioni tipiche di canale sono cambiamenti di rumore, la filtrazione bandpass, e la distorsione fasale applicata al vero segnale del linguaggio. Per rendere immuni a queste variazioni i sistemi di riconoscimento della voce, sono state sviluppate diverse tecniche, incluso la selezione delle caratteristiche con l’immunità alle variazioni di canale e la preelaborazione dei segnali per separare le componenti di rumore dai componenti del linguaggio. Alcune di queste caratteristiche riguardano per esempio l’analisi della frequenza fondamentale e la frequenza delle formanti, perché sono minimamente cambiate dal rumore o dalla distorsione fasale, e solo leggermente dalla filtrazione bandpass, tipica dei canali di comunicazione. Vengono utilizzati i coefficienti cepstrali perché non vengono cambiati dalla distorsione lineare.

Sono state utilizzate anche le caratteristiche Delta (Delta Cepstrum, Delta Energy e Delta Delta Energy). Queste vengono calcolate determinando la differenza tra i vettori successivi e usando i vettori di differenza come caratteristiche. Le caratteristiche Delta rimuovono automaticamente l’errore di un segnale. Per separare la componente di rumore di un segnale dai componenti utili del linguaggio, occorre prima caratterizzare il canale di comunicazione. Il metodo più semplice per caratterizzare un canale nelle applicazioni dipendenti da un testo è di determinare il valore medio di tutte le caratteristiche durante tutta l’espressione. Poi, i vettori medi possono essere sottratti da ogni vettore nell’espressione per normalizzarla. Questa tecnica è utile anche per compensare un po’ della filtrazione bandpass. Comunque se le espressioni sono corte, un po’ delle informazioni dipendenti dal parlante saranno rimosse dal segnale. Un altro metodo è di caratterizzare il rumore di sottofondo dai segmenti dell’espressione dove non c’è linguaggio, per assicurare che il linguaggio vero non venga classificato per sbaglio come rumore stazionario di canale. Alternativamente, Wang propone di calcolare la media delle caratteristiche del canale in molti diversi tipi di canali invece che nel tempo. Gish propone che il canale debba essere modellato statisticamente come un vettore Gaussiano casuale, che può essere incorporato nel classificatore, presupponendo che venga usato un classificatore Gaussiano di funzione della distribuzione della probabilità (GPDF). Altri algoritmi immuni alle variazioni di canale, che anche noi utilizziamo, sono i coefficienti di autocorrelazione clippati e gli scudi matematici interferenziali come l’algoritmo di Viterbi (Viterbi Match), che richiedono tuttavia ancora un grande dispendio di calcoli, anche nei processori di ultima generazione.

 

 

Conclusioni

 

            Occorre comunque tenere conto che in ogni caso la possibilità di riconoscimento non potrà mai raggiungere una sicurezza del 100%, in quanto la voce di ogni essere umano (a differenza delle impronte digitali) non è ne' unica (esistono persone diverse con voce estremamente simile, come si verifica spesso, equivocando l’identità di chi ci telefona), ne' immutabile (dato che può dipendere, come si è visto, da plurimi fattori, e la stessa persona può produrre parametri analitici differenti).

 

            E' pertanto opportuno tenere conto nella valutazione delle variabilità interparlatori (cioè delle differenze tra le voci di persone diverse), congiunte alla variabilità intraparlatore, cioè delle differenze nelle caratteristiche della voce in esame prelevata in momenti e contesti differenti.

 

            Un riconoscimento vocale di identità può quindi essere ritenuto affidabile se le differenze tra i dati dell'ignoto e del sospettato non eccedono i limiti delle normali differenze intraparlatore, mentre se tale gamma viene superata si deve concludere che tale identità non sussiste, e che logicamente i due parlatori sono persone diverse.

 

            È prassi comune, ed in genere richiesta dalla Giustizia, fornire la probabilità che il sospettato e l'ignoto coincidano mediante una certa percentuale, sempre comunque inferiore al 100%, che si ricava non esclusivamente dal risultato di un certo algoritmo matematico, bensì mediante considerazioni globalmente soggettive, dettate dall’esperienza e dalla letteratura, fornite come compendio su tutti i differenti metodi di analisi implementate. A questo punto si espone una serie di comparazioni tra le“voci”ricevute a Grosseto da Marcello Bacci e le voci che avevano in vita alcune persone non più appartenenti alla nostra dimensione fisica.



(APPENDICE)

 

Voci comparate al computer.

 

 

Caso di Chiara Lenzi.

 

  

Misurazioni effettuate sulle voci in vita di Chiara Lenzi in due differenti contesti di realizzazione. La distanza euclidea delle due impronte vocali è uguale a 2,58.

 



Comparazione dei tratti vocali della precedente analisi. 84% di somiglianza.



Comparazione tra una delle presunte voci paranormali ricevute a Grosseto nel laboratorio di M. Bacci, con la voce in vita di Chiara Lenzi. La distanza euclidea è di 2,37, inferiore alla varianza intraparlatore misurata precedentemente.

 

 



Comparazione dei tratti vocali relativi alla voce in vita di Chiara (in alto) e la voce presunta paranormale in basso. La corrispondenza è del 90%. In precedenza sulle vere voci di Chiara Lenzi avevamo riscontrato un 84%.

 

 

 

 



 

Ricostruzione del tratto vocale della presunta voce paranormale (sopra) sedicente “Chiara”. L’errore è inferiore allo 0,3%, tuttavia si riscontrano notevoli anomalie nell’apertura della bocca (fuori dalla norma) e nelle dimensioni delle cavità retrolinguale e sottolaringea.

 

Ricostruzione del tratto vocale (sotto) della voce in vita di Chiara Lenzi. I valori sono nella norma e l’errore è contenuto nel 0,1%.

 

 

Nuovi approfondimenti comparativi effettuati nel 2003

 

 

Nel 2003 sono stati effettuati nuovi test comparativi di tipo parametrico – oggettivo analizzando un campione scelto tra le voci ricevute a Grosseto inerenti la sedicente Chiara Lenzi e le registrazioni in vita della stessa con una piattaforma di riconoscimento denominata IDEM.

Sin dagli anni '70 la Fondazione Ugo Bordoni ha sviluppato un'attività di ricerca sul tema del riconoscimento del parlatore di interesse della Magistratura e della Polizia Giudiziaria. Essa è stata interessata alle indagini su diversi casi concreti, come l'inchiesta sul presunto coinvolgimento di Tony Negri nel processo Moro, l'inchiesta su Gladio, promossa dalla Commissione Bicamerale "Stragi", e l'indagine sulla tragedia di Ustica per conto del Giudice Istruttore Dr. Priore. Le ricerche della Fondazione hanno portato a realizzare un software per il riconoscimento del parlatore denominato IDEM, attualmente utilizzato dal RaCIS (Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche) e dalla Gendarmeria Argentina. A partire dal 1998, a seguito di alcuni contatti tra l'ISCTI e il Ministero della Giustizia, sono stati avviati studi sul tema della"registrazione audio e audio-video nelle aule processuali". In questa occasione è stata stipulata una convenzione tra l'Ufficio Affari Civili del Ministero e la Fondazione Bordoni volta a promuovere studi e consulenze sui temi di interesse del Ministero. Per un altro ufficio dello stesso Ministero, l'Ufficio Automazione (URSIA), è stato redatto uno studio di fattibilità sulla reingegnerizzazione del sistema di intercettazioni legali in Italia. Parallelamente è da anni avviata un'attività di formazione svolta dalla Fondazione agli operatori di giustizia, Magistrati, Ufficiali dell'Arma dei Carabinieri, Avvocati e Periti. Attualmente la Fondazione è impegnata nello studio di alcuni temi di diretto interesse per la giustizia. Un primo tema è quello tradizionale della identificazione della persona sulla base delle sue caratteristiche biometriche. Tra le caratteristiche biometriche utilizzate a fini identificativi vi sono le impronte digitali, la voce, la firma, l'iride, la geometria del volto, l’impronta retinica, la geometria della mano. Tutte queste caratteristiche sono oggetto di studio nell'ambito del progetto europeo COST 275, dove particolare attenzione viene rivolta al riconoscimento del volto e al riconoscimento automatico del parlante. Su quest'ultimo argomento sono attive sperimentazioni di un sistema completamente automatico di sorveglianza atto a identificare, con sufficiente grado di probabilità, la presenza di una determinata voce in una comunicazione telefonica. Con questo applicativo sono state esaminate le frasi relative alla voce in vita di Chiara Lenzi su un campione di 20 secondi e confrontate con una selezione delle più significative, a livello percettivo e di rapporto SR, di voci registrate a Grosseto della sedicente Chiara. Sono state estrapolati i valori medi delle vocali aeiou e salvati in matrice numerica in un database (Spread 2001) composto da circa 900 parlatori per il confronto tramite distanza di Mahalanobis con algoritmo HMM e Viterbi Match. Di seguito si riportano alcuni grafici esemplificativi dei vari passaggi prima del riconoscimento. L’esito finale è stato positivo, con riconoscimento del parlatore equivalente al 97%.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricerca e identificazione del frammento sonoro del parlante e misurazione del rapporto SR equivalente a 17 dB.

 

 

Individuazione del centro delle formanti sulle varie vocali e memorizzazione del dato.

 

Correlazione tra i dati delle matrici  di formanti di N parlatori e le voci in verifica.

 

 

 

 

 

Caso Silvana Pagnotta.

 

 

L’analisi comparativa tra la voce di Silvana Pagnotta in vita, e quella registrata a Grosseto pronuncianti la medesima elocuzione verbale “Marcello”, sono per l’esiguità del materiale fonico disponibile, state trattate con un procedimento di calcolo matematico differente (HMM).

La comparazione delle tracce foniche ha fornito una percentuale di somiglianza pari al 89,7%.

Sono state  calcolate le “distanze euclidee” su una matrice di 64 donne di età compresa tra i 55 e i 65 anni (valore indicato nel grafico come “Distance”: 2,37), alla quale era stato chiesto di ripetere la parola “Marcello”. Nessuno, eccetto una parlatrice di 55 anni, ha riportato una distanza così vicina, anche se notevolmente superiore, a quella ottenuta con la supposta voce paranormale di Grosseto.

Riporto per scrupolosità metodologica, le distanze comparative delle 64 parlatrici, evidenziando il dato suddetto.

Distanze misurate nelle 64 parlatrici:

 

10,23 – 7,8 – 5,91 – 6,75 – 11,15 – 7,63 – 5,67 – 9,25 – 7,98 – 8,13 – 5,99 – 6,17 – 5,14 – 8,05 – 9,11 – 14,62 – 10,1 – 5,06 – 4,58 – 5,75 – 6,12 – 7,63 – 8,02 – 5,45 – 4,64 – 9,07 – 5,49 – 4,44 – 7,16 – 5,95 – 8,53 – 4,39 – 6,65 – 9,87 – 11,33 – 12,10 – 7,97 – 11,01 – 5,44 – 6,06 – 4,61 – 4,13 – 9,39 – 5,25 – 10,42 – 6,5 – 5,58 – 4,99 – 7,12 – 8,08 – 10,29 – 5,77 – 4,6 – 4,02 – 9,94  – 6,22 – 5,19 – 4,34 – 3,58 – 13,05 – 6,7 – 9,55 – 4,09 – 3,93.

 

Si conclude l’analisi con un dato comparativo che, pur non confermando l’esatta identificazione dei reperti esaminati (voci di Grosseto e voce in vita di Silvana), lascia intravedere ottime possibilità che si tratti della medesima voce. Una risposta più esaustiva si avrebbe su un campione sonoro più ricco di informazioni, che non in una singola parola come quella esaminata. Speriamo che in futuro possano essere ricevute altre comunicazioni utili ai fini dell’identificazione.

 

 

 

Caso Robustiano.

Voce registrata a Grosseto di una sedicente entità di nome Robustiano. Era presente il figlio, Daniele Giacomazzi, al momento della “comunicazione”, che ha riconosciuto senza dubbi, la voce del padre. La comparazione delle voci ha fornito un dato di somiglianza pari al 96%. Pur sussistendo delle diversità nel tono e nelle frequenze utilizzate, nonché nelle bande formantiche, le modalità di estrinsecazione dei fonemi, cioè il modo di articolare i vari foni comprese le pause e le transizioni V-C-V e C-V-C, sono praticamente le stesse.

 

 

Caso Jurghenson.

 

 

Confronto tra la vera voce in vita di Frederic Jurghenson (in alto), e la registrazione ottenuta a Grosseto da Marcello Bacci (grafico in basso). A sinistra è rappresentato il pitch e a destra l’istogramma dei vocoidi. Si può notare in quest’ultima graficatura, una notevole somiglianza. Il confronto è stato eseguito sul medesimo contenuto linguistico: “LA RADIO ”.  Il computer attribuisce un indice di coincidenza delle voci pari al 90%.

 

  

 

Bibliografia

 

B.S. ATAL: Speech Analysis and Synthesis by linear prediction of speech wave. Jasa 47, 65 (A), 1980.

Francois BRUNE, Renée CHAUVIN: In diretta dall’Aldilà. Ediz. Mediterranee, (Roma,1998).

 

D.GAGANELIS, E.FRANGOULIS: A Novel Approach to speaker verification . ICSSP 1997, pp.375-376.

 

Daniele GULLA’: Controllo delle voci in stato di veglia e in stato di trance a incorporazione mediante analizzatore di spettro: In: “Quaderni di Parapsicologia”, rivista del C.S.P. di Bologna. Vol.29° fasc.2°, Ottobre 1998, pp.75- 87.

 

Daniele GULLA’, Giuseppe LENZI : Voci in vita e voci dall’aldilà-studio comparato al computer. In: “La Ricerca Psichica”. Anno 7°. N.2. pp. 77-96.

 

Daniele GULLA’: Voci paranormali e analisi di laboratorio. In: L’uomo e il mistero/8, AA.VV. Edizioni Mediterranee, 2000, Roma.

 

Daniele GULLA’: Proposta di una metodologia di ricerca di presunti eventi acustici paranormali di origine fonetica.In: “Quaderni di Parapsicologia”, rivista del C.S.P. di Bologna. Vol.32° N.1, Marzo 2001, pp. 68-76, atti del Convegno Nazionale “Esperienze inusuali definite Parapsicologie”, tenutosi il 27/10/2000 presso l’Aula Magna dell’Università di Bari (Dipartimento di Bioetica).

 

Daniele GULLA’: Analisi sonografica del coro ricevuto da Anabela Cardoso. In: ITC Journal (Cadernos de TCI). N.6. Giugno 2001, pp. 36-43.

 

Daniele GULLA’:  Analisi di laboratorio di una presunta manifestazione a “voce diretta” con la medianità di Urbino Fontanelli. In: “Luce e Ombra”, Anno 101° fasc.N.4, Ottobre-Dicembre 2001, pp. 389-408.

 

 

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Paolo PRESI: Psicofonia e paranormalità elettroniche. In: AA.VV.” Esperienze paranormali.” Ediz. Mediterranee (Roma, 1990),pp.129-164.

 

Paolo PRESI: La transcomunicazione strumentale. In: “Luce e Ombra”: Vol.99, fasc° 1, pp.21-80. (Bologna, gennaio –marzo 1999).

 

A.ROSEMBERG, F.K. SOONG: Recent Research in authomatic speaker recognition. Ediz. Dekker, (New York, 1992).

 

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Carlo M. TRAJNA: Il modello psicotemporale. Ediz. Istituto “GNOSIS”del C.I.P. (Centro Italiano di Parapsicologia) (Napoli, 1992).

 

Errata corrige: Nel precedente lavoro, pubblicato sul fasc° N°2 ,Anno VII (2000), pp.77-96, della RICERCA PSICHICA, dal  titolo: “VOCI IN VITA E VOCI DALL’ALDILA’ (STUDIO COMPARATO AL COMPUTER)”, per mano degli stessi AA: Lenzi G. e Gullà D., nella Bibliografia, a pag.95, nel penultimo rigo, laddove è riportata l’opera dell’Ing.C.M.Trajna,: “Ignoto chiama Ignoto”si legga, cioè, anziché il titolo anzidetto: “Ignoto chiama Uomo”. Ci scusiamo dell’involontaria svista.

 

   

 

Riassunto.

 

Nuove indagini computerizzate sulle “Voci paranormali”.

 

In questo nuovo lavoro, sulle voci paranormali, analizzate al computer, (il  primo essendo stato pubblicato sul N° 2, Anno VII° (2000) di questa stessa rivista), gli AA. procedono nella loro indagine su tale fenomeno, mediante programmi ancora più sofisticati. G.Lenzi descrive brevemente le prime manifestazioni del fenomeno ed il suo interesse ad approfondirlo, sviluppatosi, poi, dopo la scomparsa della sua figlioletta ventenne, Chiara. Dapprima descrive alcuni brevi, ma significativi esempi da lui ottenuti nella sperimentazione nel laboratorio di Marcello Bacci e, poi, passa, a dimostrare l’importanza, sul piano della ricerca seria ed oggettiva, che le voci vengano riconosciute mediante un sistema affidabile e sicuramente indiscutibile, avulso da emotività soggettive. Critica anche l’atteggiamento di coloro che, presi da eccessiva  emotività e fretta, confondono rumori di fondo, o fruscìi, o trasmissioni radiodilettantistiche, per vv.pp., esponendosi, così, troppo facilmente, alle critiche ironiche degli scettici denigratori. Quindi, riprendendo quanto già sostenuto nel precedente lavoro, espone quali siano stati i metodi adottati per arrivare al riconoscimento delle voci, laddove si possedeva la registrazione “in vita” di una persona, successivamente manifestatasi alla radio nel circolo psicofonico di Marcello Bacci, a Grosseto. E descrive, per sommi capi, le tecniche di riconoscimento, usando speciali algoritmi e si sofferma sul fatto che le vv.pp. mancano, molto spesso, della vibrazione delle corde vocali, al contrario di quello che avviene per la voce umana.

D.Gullà, poi, si è soffermato sui vari aspetti della tecnica di riconoscimento delle voci, sempre prendendo, come modello, le parole (o brevi frasi) uguali di cui si possedeva la registrazione, sia in vita, che paranormalmente e si sofferma, con linguaggio molto accurato e tecnico, sui vari parametri atti a riconoscere una voce attribuita, o attribuibile, ad una data persona. Sebbene non sia possibile arrivare ad una certezza assoluta del 100%, tuttavia si è arrivati, facendo uso di nuovi programmi computerizzati, e con opportuni filtri, al riconoscimento di alcune voci che, nel caso di Chiara Lenzi, raggiungono somiglianze del 92-97% e, quello che è ancora più importante, mediante l’uso di speciali formule matematiche, il computer riesce a ricostruire la cavità boccale da cui sarebbe uscita una data parola, o lettera, o vocale, tanto da ricostruire teoricamente la cavità faringea e laringea; ora, mentre nello studio di voci umane, si vede che la cavità boccale è perfettamente coerente con le condizioni fisiologiche e reali di un individuo (uomo, donna, o bambino), nello studio di alcune vv.pp., si vede che la cavità boccale, laringea e faringea, è completamente assurda!

Nel 2003 infine, viene sinteticamente esposto un’analisi comparativa tra un campione di 20 secondi della voce di Chiara in vita e quella di Grosseto con l’ausilio di una tecnica parametrico – oggettiva utilizzando IDEM; piattaforma software della Fondazione Ugo Bordoni, l’unica riconosciuta in sede giuridica e utilizzata dal Comando RaCIS dei Carabinieri. Questo esame ha validato i riconoscimenti effettuati in precedenza attribuendoli alla stessa identità personale con un indice di verisimiglianza superiore al 97%.

 

 


[1] Essi si giovarono delle apparecchiature elettroniche dell’Istituto Elettrotecnico Galileo Ferraris di Torino, Istituto Statale di alta professionalità e legalmente riconosciuto, ottenendo uno studio pioneristico ed interessantissimo i cui risultati sbalorditivi sono stati già pubblicati in: “Psicofonia e Paranormalità elettroniche”, di Paolo Presi, in: AA.VV.: “ESPERIENZE PARANORMALI” a cura di Paola Giovetti; Ediz. Mediterranee, Roma, 1990, pp.139-164.

[2] In moltissimi casi, infatti, manca un riconoscimento oggettivo della voce paranormale, poiché non si possiedono registrazioni dirette della voce che la cosiddetta “entità comunicante” aveva, qui, sulla terra.

[3] La gamma di frequenze udibili, nell’estremo superiore, non ha un limite definito, in quanto dipende in notevole misura dall’età (con il passare degli anni tale limite diminuisce a causa della presbiacusia) e da eventuali patologie dell’apparato uditivo. Lo spettro della voce umana è comunque esteso sino a circa 10000 Hz.

[4] Cortesia, ing. A. Pavoni Belli, Istituto Galileo Ferraris di Torino.

[5] Voice Recognition, Richard L. Klevans, Robert D. Rodman, Artech House, Boston, US, 1997.

 

Edda CattaniVoci paranormali: indagine
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