Edda Cattani

Buone vacanze!

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Buone Vacanze!

Chiesi a Dio…che la mia presenza accanto a voi fosse per sempre. 

Con questo saluto  auguro a voi Buone Vacanze! Un periodo di meritato riposo porterà ad uno nuovo risveglio dello spirito e di questo tutti noi abbiamo bisogno!

Ci siamo sempre sentiti con l’atmosfera gioiosa delle feste e ci ritroviamo ora, con il solleone che ci affatica ma ci ristora … L’animo umano ha bisogno di calore e con questa stagione sembrano trovare pace tutte le ansie e il desiderio di consolazione e conforto. La natura ci aiuta in questo con splendide aurore e colorati tramonti.

Buone Vacanze anche con questo saluto:

Quanto da imparare sempre fra le bacheche … nelle righe scritte … nei commenti fatti!!! Volendo crescere, amici miei ce n’è in abbondanza!  Ed ora riprendiamo le fila dei nostri intercorsi… e delle nostre iniziative.

 

Di tutto nostro c’è stato dopo il Convegno con Padre Ermes Ronchi riuscito magnificamente per la presenza di ottimi relatori  e di tanti  partecipanti, la continuazione dell’anno sociale con l’afflusso di tante persone alla nostra sede della Fornace Carotta e l’incontro con Padre Alberto Maggi e loa presentazione del libro “Due in condotta”. Infine abbiamo chiuso con la Messa per i nostri Cari e la visita al santuario di Monteortone.

Durante tutto l’anno vari incontri in meridione e a Roma hanno permesso di incontrarci, di conoscerci, di stare insieme in armonia e grande spiritualità. Primo fra tutti il “Convivio”  dove ho potuto ritrovare cari amici del  Prof. Filippo Liverziani che, per me e mio marito è stato un maestro di spiritualità e ci ha consentito un percorso di formazione approfondita.

Ricordo poi Montesilvano, dove ancora una volta è arrivata la sempre gradita presentazione di Giuliana Vial, la nostra Vice di Associazione ed altri relatori che hanno approfondito tematiche di confine.

Ma veniamo ora al nostro interesse più stretto. Siamo prossimi a Cattolica 2019 ed ogni cuore si è aperto alla speranza  del potere condividere un’esperienza che cambi la visione della vita turbata dalla perdita di una persona cara. La XXXIII edizione dello storico congresso del Movimento della Speranza, offre anche quest’anno un programma di grande ricchezza e attualità. Ampio spazio alla sperimentazione, alle testimonianze e alle esperienze dirette; ampio spazio anche alla ricerca, all’analisi, allo studio, alla presentazione di tematiche correlate a quelli che sono i temi portanti di questa manifestazione e cioè la spiritualità e la vita dopo la morte.

In modo particolare, da questa edizione, il programma si arricchisce per l’apertura ai social network con la diretta delle metodologie adottate dagli sperimentatori, ma anche con la testimonianza dei grandi movimenti, come ad esempio i parenti delle “Vittime di Omicidio Stradale”. Si è cercato di dare uno spazio dignitoso a tutti i relatori ed anche a coloro che accompagneranno i presenti con colloqui individuali di contatto. Forse non si sono date risposte ad alcuni protagonisti “eccellenti” ma ai miracoli nessuno è tenuto e se qualcuno ha rinunciato sono certa che tutti capiranno all’arrivo che, di questi tempi e con questi costi, di meglio non si poteva fare.

Avremo quindi persone qualificate e “mamme carismatiche” come vengono definite coloro che pazientemente hanno cercato, nella loro disperazione, una comunicazione con l’oggetto amato ed hanno sviluppato in se stesse delle facoltà che possiamo definire “carismi” doni dello Spirito per aiutare chi si trova in condizione di bisogno.

  La mia barca è una conchiglia adagiata su una spiaggia deserta 

 Ed ora che dirvi? Una miriadi di appuntamenti vengono comunicati da internet e sappiamo pertanto che tutti possono accedere, lontano o vicino alla loro dimora a convegni di tutti i tipi. Diciamo che quello del Movimento della Speranza offre una chance in più, essendo di più vecchia data e supportato da persone che fanno parte di coloro che hanno vissuto infauste vicende.

 

Il 16 luglio si festeggia la Madonna del Carmine: affidiamo a questa Madre tutte le nostre speranze ed anche le nostre certezze, stringendo al cuore lo scapolare devozionale, che tengo ancora custodito gelosamente, un modo come altri per avere tangibile il contatto con la Madre Celeste. Buona festa a tutti e continuate a seguirci. Non mancheremo di farvi condividere pensieri, sentimenti ed emozioni!

Edda CattaniBuone vacanze!
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La notte di San Giovanni

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                 La notte di San Giovanni

Continuiamo a pubblicare le note dedicate a Lene Farinato, dal suo Papà. E’ un diario senza fine, che so farà piacere a tanti navigatori… A Lene e a Mario dedico questa struggente canzone d’amore…

la notte di San Giovanni

pubblicata da Lene Farinato 

e lo sento questo bene che le voglio, cosi la notte di san Giovanni mi ha salutato.. però dopo quella notte cosa mi è successo?

mi sono perso, inc…ato, allontanato da lei o forse avvicinato, non so, e spero di non averle fatto troppo male semmai lo abbia fatto, perché gli voglio un bene pazzesco, ma penso che se continuo cosi, vivo come in una bolla di sapone, intrappolato tra i suoi ricordi, la malinconia ed il bisogno di sentirla.. e non è giusto, non lo è per lei non lo è per me.. e mi dispiace dubitare della nostra stessa anima.. ma penso che sia giunto il momento di capire più profondamente cosa siamo… non voglio più sforzarmi di cercarla tra i riflessi anche se ho paura di non rivederla più e allora piango come un cretino se solo ci penso, eppure nonostante la mia paura oggi non ho fatto fotografie, ma se è vero che la nostra anima esiste e che lei mi vuole bene, un segnale diverso arriverà, e non so quando né come e questo mi rattrista.. mi fa vacillare, mi fa paura… paura di perderla.. io non voglio diventare uno stupido senza anima e senza cuore che pensa che il mondo finisca dove finiscono i miei piedi.. ma non voglio neanche galleggiare in questo limbo.. forse è giusto cosi, forse è importante per me quanto per lei che riusciamo ad amarci in maniera diversa. forse sarà più bello o forse no.. ed ho tanta paura di avere paura di perderla ancora.. ma il sentimento che ci lega deve essere in qualche modo fortificato, definito e non da un segnale esterno ma da qualcosa che cresca in me… dal mio cuore.. dalla mia anima… ho bisogno di lei come acqua e so che non posso averla tra le mie braccia fisicamente.. ma non voglio sperare di ritrovarla tra uno sfarfallio del vento sull’acqua, su di un’onda o attraverso un gioco di ombre… voglio lei per quello che è ed ho tanta strada ancora da fare… ma devo sforzarmi di capire che anche questo periodo può e deve cambiare… perché ti voglio bene davvero patatina.. il tuo papà ti vuole cosi tanto bene da capire che è giunto il momento di crescere, per te, per tua sorella per tua madre per me per chiunque chieda come va?.. si arriva in fondo al pozzo e lentamente si risale.. e come quando apro le vele della barca.. ho tanta voglia di veleggiare ma ho anche tanta paura che il vento sia troppo forte, però poi ci si fa forza e sia va.. e magari capiterà che mentre cammino per le strade del mondo mi riabbraccerai come solo tu sai fare… o magari dovrò aspettare ancora a lungo.. e mentre ti penso e mentre la paura mi avvolge la solitudine si fa sentire.. mi viene in mente quella splendida canzone che non sono mai riuscito a cantarti… e dice: sono seduto qui al porto guardando il mio tempo scorrere via tra le onde… ho lasciato la mia casa per una nuova destinazione e sembrasse che non ci fosse nulla che lasciassi e nulla adesso sta arrivando.. allora mi fermo sulla sponda del porto, a guardare la mia vita persa nel tempo… io posso fare ciò che la gente mi dice di fare ma sembra che nulla cambierà anche se faccio ciò che dicono.. allora mi fermo a guardare le barche perso nel tempo perché questa solitudine pare non voglia abbandonarmi….  un giorno ti prometto che te la canterò ad alta voce e tutta per te 🙂 con tanto amore il tuo piccolo piccolo papà

Edda CattaniLa notte di San Giovanni
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La preghiera del cuore

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Ho trovato tra le altre questa nota dal titolo  “La Preghiera del cuore” scritta da Padre Gasparino Movim. Contempl. Mission. “P. De Foucauld”- Cuneo … Provo a vederne qualche stralcio:

“La Preghiera del cuore”

Sai che cos’è? Vuoi sperimen­tarla?

Chi la scopre, sperimenta una strada di preghiera che trasforma la vita.

Anzitutto…

Prima di tutto riconosci che la preghiera è dono e che hai sempre bisogno di imparare a pregare.

Ti sei già posto con realismo il problema?

Quando preghi se sei sincero, ti accorgi che è più il tempo che passi nelle distrazioni, del tempo che stai con il Signore.

Se sei sincero, capirai che la tua preghiera è parolaia, e non ti mette a contatto con Dio…”

Beh… per quanto riguarda quest’ultima affermazione, personalmente posso dire di non avere mai usato tante parole per pregare tenendo presente: “Quando pregate, dite: ‘Padre nostro…’”(Mt 6,9-13).

Mi torna sempre il riferimento al tempo della mia vita in collegio, quando nel momento della meditazione mattutina mi fermavo alla prima parola “padre” e rimanevo estatica a pensare la bellezza, la grandezza, l’amore infinito di un Dio che permette che noi lo chiamiamo “padre”… e ci dà la sua preghiera come preghiera personale… Infatti Gesù premette all’insegnamento del Padre nostro questo:… il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6).

Lui vede nel segreto e “mi ricompenserà”…. Io non chiedo ricompense, non ho nulla da chiedere che Lui non abbia già provveduto a darmi, ma gli presento me stessa: “Mi riconosci Padre, sono colei che tante volte non si rivolge a te nella preghiera comunitaria ma che ti presenta, ancor prima di se stessa tutti coloro che sono entrati dalla mia porta, nel mio cuore… tutti i miei fratelli… Lo vedi Signore…. Non sono sola in questa casa vuota: il mio cuore contiene i miei fratelli e il mondo, e dico al plurale: “Padre nostro… dacci… rimetti a noi… non ci indurre… liberaci…”.

Continua Padre Gasparino: “Non pensare a niente di senti­mentale, la preghiera del cuore è un cammino spirituale serio, ma che ti aprirà le porte della vita spirituale profonda, se tu avrai l’umiltà e il desiderio concreto di imparare…

La preghiera del cuore si potreb­be anche chiamare: preghiera di silenzio o preghiera contemplativa.”

Perdonami Signore quando mi vedi correre, se non ti so pregare se ti chiamo “Padre”… e qui mi fermo… Questa preghiera è profonda e semplice come Dio stesso, come il vangelo che essa sintetizza in poche righe. Chiamare il Padre è sentirlo “in spirito e verità” (Gv 4,23-24) significa entrare nella profondità e nell’immensità dell’amore di Dio, nella conversione totale a Lui, nel movimento filiale di obbedienza spontanea e amorosa.

Pregare per tutti coloro che mi sono vicini è fare ciò che ci ha indicato Papa Francesco in questi giorni santi dopo la sua elezione: sono i più poveri, i miseri, i diseredati, i disabili … sono i miei bambini, il mio Simone, tutte le piccole creature del mondo … e anche oltre … tutti i Ragazzi del Cielo, i miei Ragazzi, Andrea … e la piccola Dalia … tutti uniti nella preghiera in una sola vita … Perché tutto è VITA!!!

La preghiera del cuore è preghiera semplice, è un po’ tornar bambini con piccoli, garbati simboli.

Vediamo la Preghiera che Papa Francesco scrisse una quindicina di anni fa quando era vescovo di Buenos Aires

Una preghiera per ogni dito della mano

  1. Il pollice è il dito a te più vicino. Comincia quindi col pregare per coloro che ti sono più vicini. Sono le persone di cui ci ricordiamo più facilmente. Pregare per i nostri cari è “un dolce obbligo”.
  2. Il dito successivo è l’indice. Prega per coloro che insegnano, educano e curano. Questa categoria comprende maestri, professori, medici e sacerdoti. Hanno bisogno di sostegno e saggezza per indicare agli altri la giusta direzione. Ricordali sempre nelle tue preghiere.
  3. Il dito successivo è il più alto. Ci ricorda i nostri governanti. Prega per il presidente, i parlamentari, gli imprenditori e i dirigenti. Sono le persone che gestiscono il destino della nostra patria e guidano l’opinione pubblica… Hanno bisogno della guida di Dio.
  4. Il quarto dito è l’anulare. Lascerà molti sorpresi, ma è questo il nostro dito più debole, come può confermare qualsiasi insegnante di pianoforte. È lì per ricordarci di pregare per i più deboli, per chi ha sfide da affrontare, per i malati. Hanno bisogno delle tue preghiere di giorno e di notte. Le preghiere per loro non saranno mai troppe. Ed è li per invitarci a pregare anche per le coppie sposate.
  5. E per ultimo arriva il nostro dito mignolo, il più piccolo di tutti, come piccoli dobbiamo sentirci noi di fronte a Dio e al prossimo. Come dice la Bibbia, “gli ultimi saranno i primi”. Il dito mignolo ti ricorda di pregare per te stesso… Dopo che avrai pregato per tutti gli altri, sarà allora che potrai capire meglio quali sono le tue necessità guardandole dalla giusta prospettiva.

…e a me basta Padre tutto ciò che hai già dal tuo “tempo” eterno… disposto per me!

“La preghiera del cuore non deve mai trascurare la preghiera di ascol­to. E’ la Parola di Dio la linfa vitale della preghiera cristiana. La pre­ghiera del cuore è il momento cul­minante dell’ascolto. Ogni giorno collega il Vangelo della Liturgia del giorno alla tua vita concreta. Da quel Vangelo tro­va la preghiera del cuore rivolto al Padre, o al Figlio, o allo Spirito Santo, presenti in te”.

Edda CattaniLa preghiera del cuore
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La mia terra è musica

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La mia terra è musica

 

Quasi un amore immerso in una dimensione che tutto avvolge, con gli elementi rappresentanti (i covoni d’oro del grano, la vampa ardente dell’estate) che diventano simboli dell’amore stesso, amore che trova la sua massima esaltazione in quella ragazza piena di gioia e “dai capelli disfatti”.

 

La mia terra è musica che io sento quando non sento più nulla.

La mia terra è un colore dove l’immergermi è la mia felicità.

La mia terra è musica che un bambino ha nascosto un tempo in una conchiglia.

La mia terra è una conchiglia. Vi abita un’ostrica il cui destino è un mestiere.

La mia terra è musica. Tu l’ascolti quando la sento il mare viene.

La mia terra è un numero. Dieci coltelli impietosi nel mio cuore consenziente.

La mia terra è musica. Dio in persona non impedirà al mio cadavere di ascoltarla.

La mia terra è un nome. Il solo luogo che amo perché ti adoro.

La mia terra è musica. Questo suono a nessun altro simile lo voglio perpetuare.

La mia terra è un nome che mi impedisce di morire. Il tuo, oh rosa del mio sangue.

 

(Mon pays est une musique, 1986)

da : “Isole di poesia. Antologia di poeti capoverdiani” a cura di Roberto Francavilla e Maria R. Turano. Argo, Lecce 1999.

 

Traduzione: Roberto Francavilla e Maria R. Turano

 



Edda CattaniLa mia terra è musica
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La luna del raccolto

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La luna del raccolto

(dalla cultura degli Indiani d’America)

 

Meravigliose notti che si spegnevano all’ alba e gli uomini si svegliavano sotto i brividi della guazza, caduta nella notte sull’aia dove essi avevano dormito. Un nuovo giorno; una nuova parentesi di vita che si donava, espressa così magnificamente dalla natura, offerta all’uomo per goderne, per arricchire la sua coscienza, disponendolo per ciò ad accettare la vita nel bene e nel male, secondo i suoi precetti, dai quali discende la tranquillità della nostra esistenza.” 

Già l’ora che bisogna mietere
a mani nude ed insanguinate
per strappare via spine dall’anima,
edere dai ricordi,
tuberose di profumate illusioni,
a schiena curva sotto il peso del Tempo
con i sudori salati ed amari come il fiele,
lacrime che fanno di vetro smerigliato
gli stanchi occhi che ormai fanno fatica
a credere.
Su questa Terra avara,
girata e rigirata,
fecondata dal Dolore e dalle fatiche
d’un vivere a volte disumano,
concimata da lotte e speranze
ho buttato nei solchi del destino
un pugnetto di giorni e talenti
perché la mia piccola pianta di UOMO
potesse crescere e vivere.
Ho colto a piene mani spighe acerbe
della mia povera ed ubriacante giovinezza
che dava lo sballo,
ho riparato dal sole, dal vento, dal gelo
i teneri germogli dei figli,
lottato contro la disgregazione e la distruzione
di templi e Leggi,
Questo ho raccolto
il mannello ha pochi ed avari steli
sarà poco per Te
ma tanto per la mia povera carne:
Perdonami!

 

 

La Luna del Grano sorge sopra i campi maturi, mentre si celebra il momento del raccolto, è la Luna che vede il sacrificio del Dio Sole ( Lugh per i celti, Osiride per gli egiziani, Tammuz per i babilonesi), la Luna che si prepara per essere sepolcro del suo sposo.
Antico è il culto del grano e del mais, basti pensare che fu proprio la coltivazione di questi cereali che diede vita ai primi villaggi, prima di allora l’umanità viveva di caccia e di raccolta di erbe selvatiche, non esisteva una comunità ma ognuno vivere separato tentando di sopravvivere alle stagioni, alle belve e agli ostacoli del quotidiano.
Proprio grazie alla scoperta che il grano potesse esser coltivato iniziano a nascere i primi villaggi, intorno alle piccole piantagioni, l’uomo non ha più bisogno di vivere come un nomade, ora può costruirsi una capanna o una tenda e tenere al sicuro la propria famiglia, ora il campo di mais o grano gli assicurerà il cibo, il nutrimento e il sostentamento per i mesi che verranno.
Dunque, le nostre città, hanno origine dal grano, tutti noi siamo figli del grano.
La Luna del Grano è anche la Luna che accompagna i festeggiamenti del raccolto, da sempre, ogni popolo antico ha festeggiato questo periodo come momento di grande importanza per la comunità, un raccolto abbondante significava “sopravvivere” all’inverno che da lì a qualche mese sarebbe arrivato, un raccolto misero metteva in pericolo la vita di tutti.
Capiamo bene dunque come in ogni cultura proprio in questo periodo nasce una festa del raccolto, lughnasadh per i celti, che festeggiava il sacrificio del Dio Sole ( Lugh) durante la mietitura per assicurare il cibo e quindi la sopravvivenza dell’intera comunità; In Egitto, Osiride patrono della resurrezione, veniva considerato anche protettore della vegetazione, delle statuette di argilla che lo rappresentavano venivano sepolte nel periodo della semina per stimolare magicamente il raccolto.
Il Dio veniva spesso raffigurato steso orizzontalmente dal quale sorgevano ventotto spighe rappresentanti i ventotto giorni del mese lunare.
Un testo antico riporta: “che io viva o muoia, io sono Osiride, io penetro in te e riappaio attraverso la tua persona; in te deperisco e in te cresco…. Gli dei vivono in me perché io vivo e cresco nel grano che li sostenta”, per gli Indiani D’America questo era il periodo del Poskita, in cui si celebrava un tempo di pace.
Anche se in quel momento era in atto una battaglia i capi militari inviavano una lettera al nemico e i guerrieri si ritiravano per quattro giorni nelle capanne di sudorazione dove si depuravano da tutte le energie che la guerra aveva deposto sul loro corpo e sulla loro anima e poi iniziavano le celebrazioni del Poskita, era per i Nativi Americani una delle celebrazioni più importanti del calendario; si accendeva un fuoco nuovo, puro che simboleggiava il vincolo del popolo con gli antenati e con il mondo superiore, il fuoco nuovo diveniva una potente personificazione del sacro ed esso aveva il potere di riconsacrare le cose, le relazioni e l’intera comunità. Questa celebrazione che aveva il potere di portare la pace ( qualsiasi fosse la situazione che il popolo in quel momento stesse vivendo) veniva dedicata al mais, secondi i miti sacri dei Creek, il mais fu donato al popolo da una donna, dea della terra.
Numerose sono le dee del mais e del grano, questa Madre primigenia che distribuisce il nutrimento ai suoi figli direttamente dal suo corpo ha un’origine molto antica ( Coatlicue, Dea Madre dei Cereali e della Terra che troviamo in Messico, sempre venerata dagli aztechi è la “zea mays” Chicomecoatl fino ad arrivare alla dea frigia Cibele, la greca Demetra che fu poi portata a Roma con il nome di Cerere) il mito del grano e della spiga viene bene raffigurato nel rituale che si compie per lughnasadh, l’ultimo covone del raccolto viene lasciato macerare sul campo, esso è chiamato Madre del Grano, poiché è il principio del prossimo raccolto e la fine di quello appena avvenuto.
Il ciclo Vita-Morte-Vita ben rappresentato dal processo di semina, maturazione, mietitura e macerazione del grano ci riporta al significato e all’energia della Luna del Grano, in essa danzano le antenate così come riposano i semi della nuova stirpe, è il grembo primordiale di vita e di morte, colei che germoglia ma che nello stesso tempo compie l’atto sacro della mietitura ( spesso la morte viene raffigurata con la falce della mietitura fra le mani, ricordando proprio questo atto della raccolta del grano), tutto nella vita ha il suo corso, niente rimane ciò che è, ogni cosa deve trasformarsi e la morte così come ci racconta la Luna del Grano è il nostro passaggio da frutto maturo a nutrimento, è il sacrificio ( render sacro) che da senso alla vita, senza la morte rimarremmo per sempre meravigliose spighe mature senza nessuna utilità per la vita.
La Luna del Grano appare come un’enorme spirale di spighe mature, percorriamola cantando, fino al centro per onorare il seme che ci ha reso frutto, per onorare i grembi che ci hanno partorito e poi torniamo indietro dal centro danzando verso più ampi cerchi e orizzonti lì dove ci aspetta il raccolto augurandoci di esser con la nostra vita nutrimento prezioso per i semi futuri della nostra stirpe.

“ Vieni Anima danzante, raccogli le spighe e racconta il loro canto, il canto antico del seme che si fece cibo.
Vieni Anima affamata, il corpo della Dea ha il profumo del primo pane offerto al Dio Sole.
Vieni Anima a cercare nel campo le orme di chi ha seminato prima di te.
Accendi il fuoco per onorare
Accendi il fuoco per purificare
Accendi il fuoco per cuocere
Vieni Anima e danza cantando le arcaiche parole della Luna del Grano, Colei che nutre la Vita donando la Morte. “

fonti :
Oscure Madri Splendenti – Luciana Percovich
Culture e Religioni degli indiani d’america – L.E. Sullivan


Edda CattaniLa luna del raccolto
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Il “Corpus Domini”

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Nel riproporre un articolo già pubblicato in occasione di questa grande festa dello “spezzare il pane”…

“ Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”

Il ritorno alle “origini”

…”Ecco io sono con voi fino alla fine dei tempi!”…desidero condividere l’emozione provata quando partecipai alla processione nel quartiere di questa cittadina ove abito, in fila con i miei nipotini vestiti con la tunica della Prima Comunione, mentre spargevano petali di rose precedendo il sacerdote con l’ostensorio di Gesù Eucarestia! Ho ricordato il mio abito bianco, la coroncina in testa e le tante persone che cantavano il “TANTUM ERGO SACRAMENTUM”. Si dice che l’innocenza porti provvidenza e proprio della “Provvidenza di Dio che ha ‘sì gran braccia …”  abbiamo bisogno in questi momenti disseminati di tristi vicende. A quel tempo, si usciva dalla guerra mondiale ed eravamo pieni di speranza … oggi forse, questa che è venuta a mancare. In una società in cui sono caduti i valori, in cui poco si prega, in cui prevale l’egoismo e la disperazione non trova sollievo, il candore dei piccoli innocenti può essere un segno di rinnovamento.

…quanta gioia questi bimbi…

A mezzogiorno il Santo Padre, nell’impartire la benedizione dell’Angelus in Piazza San Pietro, ha ricordato Gesù Eucarestia. Preghiamo quelle particole vere del “panino di Gesù” come lo chiamano i miei bambini, affinché ci portino a risollevarci, con determinazione, con la “forza” quale virtù di salvezza, come “olio benedetto” sulla nostra fronte ricevuto dallo Spirito Santo d’Amore! …e AUGURI a tutti … Buon “Corpus Domini”!

La domenica successiva alla Solennità della SS. Trinità si celebra la festa del Corpo e del Sangue del Signore. Prima della riforma liturgica era nota come festa del Corpus Domini (distinta dalla festa del Sanguis Christi celebrata in luglio). La festa del Corpus Domini trova le sue origini nella ambiente fervoroso della Gallia belgica – che San Francesco chiamava “amica Corporis Domini”. Solitamente in giugno, si tiene a Bolsena la festa del Corpus Domini a ricordo del miracolo eucaristico avvenuto nel 1263. Un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il corporale (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina in Bolsena. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell’Eucaristia.

 “ Per la vita del mondo”: questa parola evangelica deve pulsare dentro di noi, come pulsava nel cuore di Gesù.

Chi si nutre del pane eucaristico diviene presenza discreta, è un credente, che si ricorda di fare del bene, cioè di dare tutto, ma nello stile di Gesù lasciandosi plasmare da Lui. E’ capace anche di silenzio, di ascolto; di quel silenzio che rende possibile l’ascolto e l’accoglienza delle parole di chi ci vive accanto, delle parole della fragilità e della debolezza, della malattia di chi ci vive accanto, della sofferenza e della morte, ma anche le parole dal significato alto.

E’ un credente capace di gratuità, la cui gioia non sta tanto nell’affermazione di sé ma nel portare “ vita” al mondo, nel testimoniare Gesù,  vita per l’uomo.

Chi si nutre del pane eucaristico è messo in grado di volere il bene dell’altro e di promuoverlo, sapendo che questo “pane” verrà a lui di ritorno…

 Dal mio percorso di vita…

Anch’io ho spezzato quotidianamente un pane al capezzale del mio sposo affetto da un male incurabile, cercando per lui  “amore incondizionato e perfetto”, “tenendolo curato oltre ogni sforzo perché non perdesse in dignità”

Nella mia ricerca di conferme mi viene inviato questo scritto:

…Ecco, voglio dirti semplicemente questo: il pane che hai spezzato per il tuo compagno, ritorna a te in questo tempo.

Ascolta cosa scrive Erri De Luca: “Valencia è una città spagnola sul Mare Mediterraneo. Una volta aveva un fiume che l’attraversava, il Guadalaviar, ma ora il suo corso è stato deviato. E’ l’unica città del mondo, che io sappia, che si sia sbarazzata di un fiume. Ci sono stato l’anno scorso in ferie, invitato da un editore che aveva tradotto un mio libro nella bella lingua del posto, la catalana. Ho percorso la città a piedi, la sola unità di misura che possiedo per conoscere i posti altrui. Ho visto mercatini puliti e lotterie, mura romane e lavori in corso, ma cercavo il fiume che non c’era più. Infine l’ho trovato, il letto vuoto, i ponti su di lui come se ci fosse ancora.

Al posto di una corrente che già sente il mare vicino, hanno piantato palme e costruito un lungo stagno con pesci rossi. Dall’alto del ponte vedevo quel parco sotto di me, dubitando del senno dei cittadini di Valencia. Presso la riva dello stagno un uomo anziano con un cane forse ancora più anziano passeggiava. Lo vidi avvicinarsi al bordo dell’acqua e cavare dalla sacca delle pagnotte vecchie. Pezzo a pezzo le gettò ai pesci. Restai a guardarlo, affascinato dalla monotonia dei suoi gesti. Non durò poco. Solo alla fine della provvista capii che stavo guardando il verso uno del capitolo undici di Kohèlet. “Manda il tuo pane sul volto delle acque.” Un uomo anziano nell’autunno del ’93 in una città spagnola eseguiva alla lettera l’invito, dando al verso il suo unico verso.

Compiva quel gesto di offerta tra sé e i pesci da molto tempo, ma quel giorno lo compiva anche per un muratore italiano pieno di Bibbia. Lo compiva perché potessi capire: potevo ben azzardarmi a cambiare la traduzione di un verso sacro, potevo pure avere ragione di farlo e di leggere: “in molti giorni lo ritroverai”, anziché “dopo”, purchè ricordassi che chi aveva letto quel verso altrimenti era stato ugualmente felice della sua lettura e di certo aveva offerto più pane di me. Così un uomo di una città remota, accompagnato da un cane e vicino a un fiume prosciugato, era un verso dell’Antico Testamento, lontano molte mattine, che tornava dopo molti giorni.

Per un gioco delle correnti il pane spezzato si allontanava dal lanciatore in direzione della sponda opposta, verso il mare, seguendo un fiume che non c’era più, secondo il suo verso”.

 “ G r a z i e !!!”

 

Edda CattaniIl “Corpus Domini”
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Lasciare al profumo

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Lasciare al profumo di essere profumo

ptofumo
(Luca 7,36-8,3)
XI Tempo Ordinario C

Gesù e la peccatrice

 

Tra le mani un piccolo vasetto di profumo. Magari lei non l’avrebbero lasciata entrare ma il profumo, quello, nessuno può fermarlo. Del suo corpo avrebbero potuto fare quello che volevano, ormai era abituata la gioco maschile del potere che crede di possedere quello che riesce a comprare, ma il profumo di quel vasetto sarebbe passato. Bastava rompere il vaso. E lei avrebbe pianto di gioia, ne era sicura, perché lei si sentiva come quel pugno di terracotta, un profumo trattenuto, aspettava da una vita intera qualcuno capace di infrangere quella scorza dentro cui si sentiva costretta. Soffocata dal giudizio benpensante dovuto a quel mestiere che molti sfruttano e che tutti condannano. Lei, la prostituta, avrebbe voluto urlare che si sentiva come quel piccolo vaso, che si sentiva in grado di profumarla la vita, che aspettava solo qualcuno in grado di rompere le pareti, qualcuno che non avesse paura del suo profumo. Lei, quel giorno, non voleva altro che farsi respirare da Gesù. Non chiedeva altro, rompere le costrizioni della forma per lasciar libera l’essenza. Il fariseo non può capire, la religione, sempre alla ricerca di forme rigide e sicure non può capire, solo Gesù comprende. E la lascia fare. Lascia al profumo di essere profumo. Amare è frantumare la corazza, è abbassare le difese, è lasciare che il profumo si liberi nell’aria, gratuitamente e indistintamente. È non avere paura di perdersi. Perché amare è, in fondo, perdersi. Per l’altro. Amare è rompere le costrizioni della forma rigida e precostituita di un vaso per esprimere l’essenza, per lasciarsi respirare, per assumere la forma di chi si ama. 

La donna poi si mette ai piedi di Gesù. E vede subito, sono piedi bellissimi, sono i piedi di un Dio, sono i piedi di chi ha imparato a camminare le strade della terra senza smarrire il Cielo. Sono i piedi di un Dio che ha scelto di mostrare strade nuove e lei comprende, in un istante, quello che cercava da una vita, quello che mancava a ciò che lei chiamava amore: amare significa camminare. Camminare incontro, comminare accanto, amare significa inventare sentieri nuovi, amare significa che sulla strada della vita non siamo soli. L’amore passa per i piedi. Il fariseo, seduto, non può capire che l’amore non è un concetto ma un percorso, l’amore è un cammino. Non puoi definirlo l’amore, solo seguirlo con umiltà e fiducia nelle sue evoluzioni. L’amore è un cammino, un cambiamento, una danza a due. L’amore passa attraverso i piedi. Dovremmo ricordacene, come Chiesa, di non definire mai l’amore stando seduti al tavolo del fariseo, che non dovremmo mai porre delle condizioni per definire cosa significhi amare ma crearle le condizioni, creare le condizioni perché ognuno possa rimettersi in cammino, qualunque sia il suo passato, qualunque siano i suoi errori, dovremmo guardare i piedi delle persone che incontriamo e vedere strade nuove, percorsi sempre possibili. Da subito. Dovremmo guardare i nostri piedi e chiederci se stiamo camminando. La donna del Vangelo ama, e proprio perché ama può tornare a essere donna libera, e nessun peccato preclude dal pranzo con Gesù, la comunione con Lui è decisa solo dall’Amore.

Poi piange quella donna. Piange di nostalgia, piange come bambina che scopre improvvisamente ciò che ha cercato da sempre senza trovarlo mai. In tanti avevano usato di lei, nessuno le aveva regalato un orizzonte. Amare è questione di piedi in cammino e di lacrime versate per qualcuno. Chi ci chiede di rimanere fermi, di non rischiare, di mantenere la posizione, di accontentarci, semplicemente non ci ama. Chi non raccoglie il nostro dolore, chi non si commuove, chi non piange mai, non ama. E non crede. Il fariseo è seduto a tavola, immobile. La donna piange a ricordare che la verità dell’amore passa sempre da un cuore sensibile. La donna è sensuale, il cuore sensibile… la pagina di oggi ricorda in modo evidente che l’amore non è mai senza un corpo. Dovremmo ricordacene. Di non parlare mai dell’amore se non abbiamo in petto un cuore capace di commuoversi e mani che sanno accarezzare. La donna accarezza, piange e bacia: è viva. Senza vergogna lascia cantare il suo corpo con l’unica grammatica che conosce, quella dell’eros. E Gesù la lascia fare. La lascia essere. Perché fermare l’amore? Perché ostinarsi a ridurre l’amore a un concetto?
Il fariseo in quella liturgia vede solo una peccatrice. Gesù in quella liturgia vede una donna che ama. E questa differenza è abissale. Certo che anche Gesù vede l’errore ma non è questo quello che conta, quello che conta, nella vita, è se ami davvero qualcuno. 

Dovremmo urlarlo dalla mattina alla sera, dovremmo avere il coraggio di liberarci dei nostri sofismi ipocriti, dovremmo solo lasciare libero il vangelo di essere vangelo, buona notizia, dovremmo disincagliare l’amore dalle paludi della paura, dovremmo rompere quelle corazze strette che pretendono di spacciare per Vangelo abitudini culturali. Dovremmo avere il coraggio di chiedere scusa per quando trasformiamo il Vangelo in una morale bigotta e triste. Della vita importa solo quanto abbiamo saputo amare, questo ripete ad ogni istante l’uomo di Nazareth. Mi commuove pensare a questo Dio che, nel giorno Ultimo, non avrà tenuto la triste contabilità dei nostri errori e tradimenti ma ci ringrazierà per tutte le lacrime che abbiamo versato per amore. Certamente avremo accumulato anche errori, perché nell’amore si fa male e ci si fa male, ma la domanda finale di Dio, lo sguardo ultimo sulla vita non riguarderà la “purezza” ma l’amore. Non ci verranno rinfacciati i peccati ma ci sarà chiesto motivo della nostra vita trattenuta e sterile. Peccato mortale è non amare.

Simone non riesce a capire. E Gesù prova con una parabola. Un creditore aveva due debitori… parabola volgare, non puoi spiegare l’amore con il denaro. Solo chi si prostituisce mette prezzo all’amore. Ma Simone comprende solo la grammatica del denaro. E mentre scorre questa parabola non capisci più chi abbia prostituito davvero l’amore: le parti si invertono. Gesù prova a spiegare a Simone cosa significhi amare usando i gesti della prostituta. Usando un corpo. Narra di baci e carezze, narra di lacrime e di profumo…e nella narrazione di Gesù non c’è traccia di ambiguità. I gesti sono gli stessi e noi ci scopriamo a guardarli con gli occhi di Gesù, e scopriamo che ambiguo è il pensiero di Simone, il peccato abita nei suoi occhi. Non sappiamo come si sia conclusa la storia. Non sappiamo della donna e nemmeno di Simone, rimane tutto in sospensione, rimangono però dei gesti d’amore riportati al loro Senso profondo. Rimangono le nostre mani, i nostri occhi, le lacrime che potremmo versare, rimane un corpo, il nostro che può tornare a narrare l’amore. Rimane un corpo, il nostro, che se ricomincia a narrare l’amore può contribuire a portare profumo nuovo nel mondo. Rimane un corpo, il nostro, che amando può tornare a narrare Dio.

(A.Dehò)

Edda CattaniLasciare al profumo
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Sta arrivando l’estate!

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Stanotte, alla finestra, ho sentito l’odore dell’estate e, in un attimo, mi sono ricordata del mare, del sole, dell’allegria e della freschezza tipiche di questa stagione!

Mi piace sentire l’odore delle emozioni….

Questi rossi papaveri mi ricordano i campi sterminati della mia Romagna; il rosso rappresenta il sangue del cuore e il verde la speranza che lo alimenta.

” AI  PREAT  LA  BIELE  STELE”

Ai preat la biele stele,  duc’ i sants del paradis. che il Signor fermi la uère, che il mio ben torni al pais…”

“Ho pregato le stelle ed i santi del paradiso perché il Signore fermi la guerra e perché il mio amato bene torni a casa”.  

Con queste parole inizia una dolcissima canzone friulana della tradizione del canto popolare; una vera e propria poesia, accompagnata da una melodia lieve e trepidante, ricca di sfumature melanconiche ma che non inducono alla tristezza, trasmettendo, invece, un senso di pace e serena tranquillità nell’accettare le vicende della vita. La preghiera è affidata alle stelle, perché la portino, là, dove c’è l’amor mio.

Qualche sera fa mi sono trovata a cantare sommessamente in macchina, al ritorno dal mio quotidiano peregrinare dalla Casa “Madre Teresa di Calcutta” dove il mio amato sposo trascorre le giornate, nella  speranza di poterlo vedere con qualche attimo di serenità. Il mio volto si è rigato di lacrime e, nella mia solitaria commozione, mi è tornata alla mente un reminiscenza del mio passato di adolescente. Ero in collegio, con tante mie coetanee ed era una calda serata di maggio. Un gruppetto di noi guardava con malinconia la finestra all’ultimo piano dove una giovane suora, nostra maestra di musica, affetta da un male incurabile, stava concludendo la sua breve esistenza circondata dalle consorelle. All’improvviso, una di noi intonò a bassa voce un canto: “Ai preat la biele stele…” che avevamo imparato insieme e, dopo qualche istante, vedemmo schiudersi le imposte della stanza che lasciarono filtrare la fioca luce di una lampada. Quale commozione nei nostri cuori e quale ringraziamento a Dio per averci permesso di accompagnare gli ultimi istanti di una creatura sofferente, verso la “buona morte”, un momento di enorme valore psicologico, emotivo, spirituale, un momento di passaggio.  Abbiamo capito, in quella circostanza che il rapporto con la morte dipende da quello con il dolore, con se stessi, con i cari e con la propria concezione del divino.

In questi giorni, in cui riaffiorano i ricordi in un’altalena di sentimenti diversi che vorrebbero annullare il tempo, sovrastarlo, riviverlo solo con esperienze positive, mi viene da pensare con la malattia che ha colpito Mentore, alla “morte” ormai alla soglia della nostra vita… basta un attimo…
La cosa più incredibile in questo mondo, a prescindere dalle credenze personali, è che sebbene tutti noi abbiamo visto morire, nel corso della nostra esistenza, i nostri Cari, a volte con un dolore atroce, come quando si perde un figlio,  moltissime altre persone, non pensano spesso che un giorno la stessa cosa accadrà a tutti, senza alcuna distinzione di età, di sesso, di ceto sociale… In fondo anch’io, quando mi sveglio al mattino e mi guardo nello specchio, per un attimo penso di avere i capelli biondi. Ovviamente non è vero, sono quasi tutti bianchi e se ci rifletto con attenzione, ho una coscienza sempre maggiore della morte che si avvicina. Ed allora ci si accorge che vorremmo per noi e per coloro che ci restano, ancora tanto, tanto da vivere e quanto sia difficile allontanarsi da questo pensiero.  

Ricordo ancora una cara amica, sempre una suora che mi aveva educata, che andai a trovare poco prima che mancasse, a novantaquattro anni. Rammento di lei questa espressione: “Vedi Edda, io sono stata la sposa di Cristo per tutto questo tempo… pensa che sono entrata in convento a quattordici anni! Eppure, quando penso a quel momento, a quel passetto che dovrò fare… mi sento sgomenta. Non è facile perciò per tutti pensare alla nostra fine, anche se a volte, a parole ce l’auguriamo, ma quando riflettiamo sul fatto che tutto cambia, tutto scorre, riusciamo a vedere le cose con maggior distacco, e possiamo persino pensare che sia accettabile abbandonare la vita. Per me la riflessione sulla morte e il contatto quotidiano con lei sono stati importantissimi per accettare questo concetto. Pertanto spero che, come me, consideriate il nostro tempo non solo come una cosa utile per aiutare chi soffre e sta morendo, ma anche come una lezione che in futuro potrà essere utilizzata da noi stessi e dagli altri. Parlo di questo tenendo alta l’impronta della mia sofferenza e della morte affinché gli altri si rendano conto della sua esistenza: ma il messaggio di fondo è l’importanza della vita.

Avere cura delle persone che stanno per morire non consiste soltanto nel sedersi accanto al loro letto, la cura del tempo della morte, è un processo di crescita e di trasformazione, la morte è qualcosa di più. E’ qualcosa che riguarda le relazioni: con noi stessi, con coloro che amiamo, con l’immagine che abbiamo di Dio, o di quello che Dio rappresenta per noi. Ma per comprendere a fondo queste relazioni dobbiamo oltrepassare il concetto classico di morte.

Qualche giorno fa, ho visto alla televisione, l’intervista ad una tassista che trasporta i bambini malati di tumore, dall’ospedale a casa, quando sono in terapia. Questa persona ha trasformato il dolore per la perdita del suo compagno in un gioioso peregrinare a fianco dei suoi piccoli malati ed ha trasformato se stessa ed il suo taxi in personaggi da fiaba: pupazzi, fiori, folletti, libri, fiocchi, colori… Lei ripeteva: “Per addormentare il dolore, non bisogna mai sottovalutare l’importanza della presenza umana.”
Credo che dovremmo fare tutto il possibile per creare dei luoghi piacevoli e accoglienti dove le persone possano prepararsi a morire con dignità, rispetto per sé stessi e i propri cari
. Abbiamo inventato dei luoghi meravigliosi come i musei, in cui sono racchiusi i capolavori dell’arte creata dagli uomini, le opere che hanno ispirato e ispirano la nostra vita. E’ arrivato il momento di creare dei luoghi simili per chi sta morendo. La cosa più triste è che la nostra cultura sta perdendo questa opportunità perché non ci permette di sperimentare questa cosa.

La sofferenza e l’avvicinarsi della morte hanno molto da insegnarci, perché aiutano a capire cosa è importante della nostra vita. In un modo o nell’altro ci mettono di fronte a due domande fondamentali: quanto ho amato? E ho amato bene? Tutto il resto è un di più. Ma se queste sono le due vere domande che ci poniamo al termine della vita, perché dobbiamo aspettare la fine per farcele? I luoghi della sofferenza e della morte vedono persone che hanno molto da insegnarci.

In conclusione, non si tratta soltanto di occuparci delle persone che stanno per morire. Ma di imparare da loro come vivere degnamente la nostra vita. Non ha senso attendere la fine per apprendere le lezioni che la vita ha pensato di impartirci. Non tutti, al momento della morte, hanno la forza fisica e la stabilità emotiva per affrontare questa cosa. Ecco perché la pratica Zen insegna: non aspettare!

Edda Cattani


Edda CattaniSta arrivando l’estate!
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Gli animali hanno un’anima?

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Ricevo da comuni amici la partecipazione per la perdita dei loro amici animali… Ripropongo allora queste storie vere… e anche qualcosa di più

 

Gli animali hanno un’anima?

Era il 25 settembre 1989. Lo ricordo benissimo perché ero tornata a casa dal lavoro molto provata. Oltre alla stanchezza per i numerosi impegni, un mio collaboratore era stato ricoverato con una sindrome che lasciava poco ben sperare e la cosa mi aveva lasciato confusa ed addolorata.

Loro, Andrea e Vanessa, erano in camera con un batuffolo di pelo rosso in mano che, a stento, riuscivano a trattenere. Ridevano i miei ragazzi cercando di nasconderlo fra le coperte del letto. “Un gatto in casa? Non ne abbiamo avuto abbastanza dell’altro? Non se ne parla nemmeno. Portatelo via subito!”

Ricordavo di avere cambiato da poco tende e tappezzeria dopo che era scomparso e finito non so dove un altro esemplare della specie che, un mattino, dopo essere stato la notte in giardino, non aveva fatto ritorno.

Tutto sommato mi ero affezionata a quella presenza, come al cricetino Tino, agli uccellini, alle tartarughe, al pesce rosso e, poiché uno alla volta se ne erano andati tutti, lasciando in me, dal momento che ero costretta ad accudirli, una naturale amarezza,  avevo giurato a me stessa: “Mai più bestie in casa mia!”

Invece non c’era stato nulla da fare. Andrea diceva che “quel pallottolino” gli si era attaccato ai calzoni mentre passava da una strada dove era abbandonato e che era stato proprio lui a sceglierlo.

Così dovetti abituarmi al nuovo giro: tende da rifare, poltrone sdrucite, tappeti e moquette da ripiegare. A dire il vero ci provai a trovargli un padrone, ma Andrea, appena lo seppe, se l’andò a riprendere trattando anche male la persona che si era offerta di tenerlo.

Lo chiamavano Pub Music, i miei ragazzi, o meglio Pelo Rosso, Mix e tante altre cose, giocando con lui che sembrava veramente aver trovato il suo ambiente ideale. A dire il vero sapeva comportarsi bene: non sporcava in casa, era regale e rispettoso ad un tempo, ma quando vedeva Andrea impazziva. Facevano corse, si arrotolavano sul pavimento, saltavano di qua e di là.

La sera Mix scendeva in giardino e risaliva il mattino. Quando mi affacciavo alla finestra e tiravo su la tapparella lo vedevo sotto, con gli occhioni verdi spalancati: “meo, meo, meo…”, scendevo le scale e lo portavo su. Ormai mi ero rassegnata a quell’intruso, come avevo fatto le altre volte. Era un compito mio. In questo mi aiutava anche Elena che faceva colazione con lui sulle ginocchia, dandogli qualche pezzetto di plumcake; così Mix divenne il gioco di tutti.

Ogni sera, al cancello aspettava i suoi padroni: prima arrivava Elena dal lavoro e saliva le scale con lei, poi tornava sotto con Andrea e con lui andava in fondo al viottolo, dove c’erano i ragazzi della “compagnia” e si strusciava sulle gambe di tutti. Era divenuto il boss dei paraggi, ormai: un bel gattone rosso “da pubblicità”. Tutti conoscevano il gatto di Andrea e lui sapeva farsi rispettare ed accarezzare da coloro di cui si fidava.

Poi Elena andò via di casa e Mix l’aspettò invano. Una sera, dopo diverso tempo, la vide arrivare e le corse incontro con tanta gioia che si incespicava dappertutto e addirittura, mentre la seguiva, per l’emozione, se la fece addosso. Lei rideva e anch’io a dire il vero, ero commossa nel vedere la capacità di ricordare e di sentire di una bestiola che, in fondo, era pur sempre un animale “senz’anima”…

Andrea però era ancora in famiglia ed ogni sera, verso le undici, come un orologio, il gatto rosso si appostava sul cancello di casa e lo aspettava. Freddo, pioggia o neve non lo smuovevano; al suo arrivo, veniva di sopra con lui e andavano a letto insieme. Dormiva ai suoi piedi o intorno al suo collo.

Era commovente vederli abbracciati. Non posso dimenticare quei quadretti “da poster”: un ragazzone bruno con un peluche rosso fiamma intorno al viso, attorcigliato come una ciambella.

Poi Andrea partì per il servizio militare e furono lunghi mesi di attesa: ogni sera ad aspettarlo al cancello, finché un pomeriggio, mentre faceva la siesta sull’erba del prato, lo vide sopraggiungere dal viottolo, in fondo. Arrivava dalla stazione il mio Andrea, in congedo per la sua prima licenza. Chi si accorse del suo arrivo fu proprio lui, il gatto Mix o Pelo Rosso che, in quattro balzi, gli fu accanto e gli saltò addosso. Andrea rideva e lo accarezzava, così pure erano commossi gli altri ragazzi della compagnia, accorsi dal circondario, per aver saputo della sua venuta.

Andrea era partito con le scarpe da tennis, la maglietta e i calzoni di jeans ed era tornato in divisa, ma Mix lo sentiva ugualmente come il suo, solo padrone ed amico e, in quel rapporto univoco, c’erano tutti i loro giochi, le loro intese, i loro complotti, il loro scambiarsi affettuosità esclusive.

Così continuò la storia finché Andrea fu assegnato al corpo della scuola Trasporti e Materiali di Padova ed essendo stato nominato ufficiale capo della Regione Nord Est, poteva tornare a casa a dormire tutte le sere.

Dalle undici a mezzanotte, una palla di pelo rosso stanziava vicino al cancello di casa, ogni sera, attendendo l’arrivo dell’amico; con lui saliva e con lui scendeva il mattino alle cinque quando Andrea si recava in caserma per l’alzabandiera.

Ma una sera, era il 5 dicembre 1991, Andrea non tornò a casa e Mix lo attese invano. Lo attese a non finire, incurante del tempo e dell’avanzare degli anni, ogni sera, alla stessa ora.

I primi tempi, io, sempre di corsa e affannata per il mio dolore, non avevo altro luogo dove dare sfogo al mio pianto irrefrenabile che recarmi giù in garage e chiudermi dentro la macchina di Andrea, rimasta parcheggiata, per piangere liberamente, accarezzando le sue cose.

Una sera a cui seguirono tante altre sere, mi accorsi che fuori dal garage venivano tre, quattro, cinque gattini al seguito di Mix e mi guardavano silenziosi.

Così presi ad andare di sotto portando loro qualcosa da mangiare; ogni giorno, per tutti questi anni, la stessa cerimonia. Quelli del condominio cominciarono a vedermi un po’ come “la mamma dei gatti”, o meglio, a compatirmi per non avere più nessuno da accudire, se non quattro gatti randagi.

Mix sapeva bene quale fosse la sua casa, ma difficilmente saliva le scale. Viveva di sotto ormai, nel suo regno di gatti senza padrone e primeggiava su tutti. A volte lo sentivo giù, nell’ingresso lamentarsi: “ meo, meo, meo…” tre volte, mentre saliva e allora gli aprivo la porta e lui si accomodava sulla sedia della cucina dove rimaneva fino al mattino.

Non andò più in camera, non salì più su in mansarda, luogo dei giochi e delle  capriole. Elena ci regalò un persiano bianco e quindi Pelo Rosso e Pelo bianco non amarono frequentarsi: uno stava sotto, in giardino, ed uno sopra.

Sono passati otto anni quasi, da quella notte del ‘91 e mai Mix ha cessato di attendere. Poi, per lui ci sono stati un rincrudirsi di episodi che, data la condizione in cui ha vissuto, sempre di sotto in giardino, l’hanno fatto ammalare e così si è sfinito un po’ alla volta.

Ha subito tre interventi e l’ho curato con ogni tipo di medicinali, cambiando anche medico, ma un giorno dello scorso settembre, prima di partire per il 13° Convegno del Movimento della Speranza, ho capito che non c’era più nulla da fare.

L’ho messo nella gabbia, mentre lui mi guardava con i suoi occhioni verdi e tristi, povera palla spelacchiata, ormai tutto ossa, senza un lamento e l’ho lasciato dal veterinario: “Faccia lei dottore, quello che crede, ma non mi chieda cosa deve fare. Mi telefoni fra qualche giorno se riuscirà a guarirlo, altrimenti non dica nulla. Mi farò viva io.”

Passarono i giorni, ritornai da Cattolica e non ebbi il coraggio di telefonare. Capivo quel silenzio, ma speravo. Poi, sabato, 25 settembre, mentre eravamo alla Messa, alla riunione mensile della nostra ACSSS, durante la comunione, alle cinque e mezza, sentii distintamente quell’inconfondibile “meo, meo, meo..” nell’ingresso dell’istituto… Gatti non ce n’erano in quel luogo e capii che qualcosa doveva essere avvenuto.

Tornammo nel salone e mentre facevamo una registrazione, distintamente, si ripeté il miagolio… Non c’erano dubbi: un gatto, il mio Pelo Rosso, il gatto Mix di Andrea mi era accanto e non potendo esserci da vivo, voleva pur dire che in qualche modo mi aveva raggiunto.

L’avevo chiesto ad Andrea: “Aiutalo, prendilo con te… sono otto anni che ti aspetta ogni sera… E’ l’ultima cosa vivente che mi resta di te, figlio mio, ma non posso vederlo soffrire così!”

Il lunedì successivo ho telefonato al medico: “Signora, sabato scorso mi sono deciso. Non c’era più niente da fare ormai. Soffriva e null’altro. Ho fatto in modo che si addormentasse per sempre, senza soffrire”.

“L’ho saputo dottore, l’ho saputo. Alle cinque e mezza, vero?”

Ho sognato il gatto Mix che faceva salti da un divano all’altro con il suo padrone ed una grande pace è subentrata allo sconforto. Mi è caro pensare ad una palla di pelo rosso che si rotola fra le nuvole, in braccio al mio Andrea, finalmente uniti, lassù, in Paradiso.

                                                               Edda Cattani

 

Ed ora vi aggiorno su “Martino” l’ultimo arrivato in casa mia proprio il giorno di San Martino … un po’ di allegria… tante capriole, fusa, rincorse che mi facevano sorridere… Piccolo Martino, gatto rosso come un suo precedente inquilino di cui trovate la storia più sotto… ha fatto un volo troppo alto… ed ha battuto il nasino … anche lui … piccolo birichino farà le fusa con Mix, Max in braccio ad Andrea…

Ed ora la storia di “Un cavallo da corsa in un mondo senza piste”

A tutti capita di essere per lo meno una volta nella vita, cavalli da corsa in un mondo senza piste. Che vuol dire che ci sentiamo dei puro sangue in un luogo che non ci contempla. Cerchiamo le piste, vorremmo le piste, ma non ci sono, per lo meno per noi. E allora non ci resta che adattarsi al pascolo. 

I più fortunati trovano la prateria, un’unica immensa distesa dove dispiegare la propria corsa e dunque la propria libertà. Infinito e cielo. 

Ho pensato a questo sentendo di Vale, il cavallo di HELGA che se n’è andata dopo aver donato l’ultima passeggata alla sua grande amica:

 

Questa è una leggenda indiana…
THE RAINBOW BRIDGE
(il ponte dell’arcobaleno)



Questa del ponte dell’arcobaleno è un antica leggenda che si tramanda dalle tribù degli indiani d’america ed è dedicata a tutte quelle persone che soffrono per la morte di un loro caro amico e tutti gli animali che sulla terra hanno amato gli uomini. Davanti all’entrata del Paradiso c’è un luogo chiamato Ponte dell’arcobaleno per i bellissimi colori da cui è formato. Quando muore una bestiola che è stata particolarmente cara e speciale a qualcuno, questa bestiola va sul ponte dell’arcobaleno. Questo è un posto meraviglioso ci sono prati, grandi alberi, e colline verdi dove l’erba è sempre fresca e profumata per tutti i nostri amici tanto speciali e là corrono e giocano tutti insieme. C’è tanto cibo (il loro preferito) ruscelli con acqua fresca con la quale dissetarsi e il sole che splende, tutto a volontà e i nostri amici sono al caldo e stanno bene. Tutti i piccoli che erano ammalati e vecchi sono tornati ad essere in salute, giovani e pieni delle loro forze. Quelli che erano feriti e mutilati sono tornati ad essere nuovamente integri e forti, così come li ricordiamo nei nostri sogni di giorni e tempi passati. Gli animali sono felici e contenti, tranne che per una piccola cosa: ad ognuno di loro manca qualcuno di speciale, molto amato, che si sono lasciati alle spalle, indietro, lontano verso l’orizzonte. Corrono e giocano insieme, ma verrà il giorno in cui uno di loro si fermerà improvvisamente e guarderà lontano. Tutti i suoi sensi saranno all’erta, i suoi occhi splendenti, luminosi e lucidi saranno attenti, il suo corpo palpiterà e tremerà dall’emozione, per l’eccitazione e impazienza. Improvvisamente si staccherà dal gruppo, inizierà a correre sull’erba verde, le sue zampe sembreranno volare sempre più veloci sul prato. Ti ha visto e ti riconosciuto. E quando finalmente vi raggiungete, incontrerete e sarete insieme vi stringerete in un abbraccio gioioso, unico, per non separarvi mai più. Baci felici pioveranno dal tuo viso, le tue mani accarezzeranno nuovamente la testina tanto amata e potrai finalmente fissare ancora i suoi fiduciosi occhietti, stati lontani tanto tempo dalla tua vita ma mai lontani ed assenti dal tuo cuore. Allora insieme attraverserete il ponte dell’arcobaleno…

Gli animali hanno un’anima?

Dopo l’uscita dell’articolo sul libro che sottopongo alla vostra attenzione, in cui il giornalista pubblicò la storia del mio gattino Mix, ho visto soprattutto da parte dei giovani un grande interesse per questo argomento. Ho pensato perciò di pubblicare gli articoli con le mie storie personali ed altri che mi sono giunte. Ringrazio i coordinatori di:

http://it.unitedcats.com/forum/312/fl/2051/t/45008  che si sono premurati di pubblicare il mio articolo facendone gradevoli commenti. Propongo quindi, oltre alle mie,  nuove storie appena giunte ed invito, chi voglia, di inviarne altre a  edda.cattani@alice.it

 

 

Anche gli Animali Vanno in Paradiso

Storie di cani e di gatti oltre la vita

Questo libro aiuterà ad amare gli animali di più e con maggiore generosità, proprio come loro amano noi. Le testimonianze e le storie che raccoglie, scritte da famosi medium, da mistici e teologi ma anche da persone comuni, saranno di sicuro conforto per chi ha perso il proprio fedele compagno a quattro zampe. Questo libro aiuterà a ritrovare l’amico cane o gatto, a continuare ad amarlo, a parlargli, perché la vita sulla Terra non è che un passaggio che ci prepara alla vera vita.

 ANCHE GLI ANIMALI HANNO UN’ANIMA 

(espressioni di esponenti della Chiesa)

 

Padre Luigi Lorenzetti, teologo ,di Famiglia cristiana, spalanca le porte del Paradiso agli animali : “Hanno ricevuto un soffio vitale da Dio , scrive e sono attesi anch’essi dalla vita eterna”.

Paolo VI disse : “Un giorno rivedremo i nostri animali nell’eternità di Cristo”, e rivolto ai Medici Veterinari: “Vi esprimiamo il nostro compiacimento per la cura che prestate agli animali, anch’essi creature di Dio, che nella loro muta sofferenza sono un segno dell’universale stigma del peccato e dell’universale attesa della redenzione finale, secondo le misteriose parole dell’apostolo Paolo.”

Gaspare Gherardini , canonico di Santo Spirito di Roma , nella metà del Settecento affermò:
“Scopersi nella macchina degli animali un fine savissimo, un fine degnissimo della Divinità”

Papa Giovanni Paolo II nel 1990 si espresse in tali termini: “La Genesi ci mostra Dio che soffia sull’uomo il suo alito di vita. C’è dunque un soffio, uno spirito che assomiglia al soffio e allo spirito di Dio.   Gli animali non ne sono privi.”
Non sono solo animali , cioè non è solo un cane, un gatto, una tartaruga o un criceto etc.: Fanno parte del valore affettivo dell’uomo, a sua volta questo strano animale che non si arrende all’idea che tutto finisca, e che aspira all’immortalità per sé e per tutti i suoi cari.

 

Da http://www.amicianimali.it/paradiso/index.html

 Gli animali hanno un’anima? La storia del gatto Mix

Anche le piccole cose non andranno perdute. La storia di Max 

 

 

Anche le piccole cose non andranno perdute!

 

 

In questi mesi di grande calura estiva può far piacere occuparci di piccole cose che pur circondano la nostra vita e diventano importanti nei nostri affetti. Vorrei parlare dei piccoli animali, dei quali ebbi già modo di scrivere tempo fa in occasione della pubblicazione del testo “Gli animali hanno un’anima” ediz. Mediterranee.

Ebbene, in questo ultimo periodo segnato dalla sofferenza e da grandi prove che hanno mutato il volto della mia famiglia, mi sono trovata anche ad affrontare la scomparsa di Max, fedele amico della mia esistenza da oltre quindici anni.

Era un gatto bianco dal lungo pelo folto, un siamese simile a quello reclamizzato dalla Gourmet, che faceva parte del nostro contesto da quando Andrea se n’era andato. Era entrato come un dono all’interno della casa,acquistato a Milano da Elena che l’aveva notato in un cestino dentro una vetrina. Ogni sabato, venendo a casa nostra, lo portava con sé; Mentore lo prendeva con delicatezza in braccio e lo cullava come un bambino, chiamandolo: “…piccino, piccino…”.

Elena aveva capito che nella nostra solitudine quel piccolo animale avrebbe portato un po’ di calore ed un sabato finse di dimenticarlo; così Max rimase da noi. Abitavamo allora in un appartamento con mansarda e lui si divertiva a saltare dal terrazzino sul tetto per rincorrere gli uccellini. Una sera addentò un pipistrello e lo depose in camera, fra le urla di Alessandra e la meraviglia di quel piccolo essere che pensava di dimostrarle il suo affetto con quel dono prezioso.

Così Max visse i suoi anni migliori, guardando il mondo dall’alto e tentando qualche volo spericolato: una volta dal terzo piano si buttò sull’albero sottostante e non pago dell’esperienza, continuò a camminare sul davanzale guardando il giardino. Poi cambiammo casa e venimmo in questa villetta dove Max conobbe la vita vista da sotto. Potè correre nel prato, arrampicarsi sugli alberi, ma soprattutto rincorrere i gatti del vicinato che si permettevano di affacciarsi al nostro cancello. Dispotico ed esclusivista di temperamento, non tollerava nessuna intromissione nella sua proprietà, ma con noi, soprattutto con Mentore, era di una dolcezza infinita. Quando si guardavano sembravano dipendenti l’uno dall’altro e vivevano in una sorta di simbiosi che commuoveva. Era Max che aveva colmato i silenzi delle lunghe mie assenze dovute al lavoro ed era Max che accorreva sentendo il motore della macchina, al mio ritorno. Si mostrò incuriosito quando a casa nostra cominciarono a venire i piccoli Simone, Tommaso e Giulio i quali lo guardavano con altrettanto stupore e lo rincorrevano cercando di afferrarlo per la coda. Quante gare di velocità… e infine un nascondiglio sicuro, al riparo dai monelli!

E venne il tempo in cui Simone si ammalò mentre io correvo impegnata con Tommaso ormai ospite fisso a casa nostra, dove tutti cambiammo umore ed abitudini. Mentore proseguiva nel suo silenzio e nella sua amnesia, ma all’ora stabilita, non mancava di preparargli la ciotola. Io non mi accorsi che entrambi erano molto ammalati, che Max ormai beveva solo acqua e rimaneva a dormire troppo a lungo.

Quando Simone tornò dall’ospedale e anche Tommaso raggiunse la famiglia, capii che Max non era più lo stesso e decisi di portarlo in clinica. Mi dissero di lasciarlo lì perché c’erano vari esami da fare e dopo qualche giorno la diagnosi fu drastica: non vi era più funzionalità renale e poco ci sarebbe stato per farlo sopravvivere. Feci di tutto per salvarlo: lo portai a casa con iniezioni, pappe di ogni genere, cure omeopatiche… Max ormai era a pezzi, senza forze, né equilibrio. Mentore lo guardava silenzioso senza nulla chiedere. Una sera mi appoggiò la testina su una spalla e fece un lungo lamento quasi a chiedermi di lasciarlo andare. Scesi a pian terreno e gli feci una lunga toeletta: doveva essere bello per il grande salto! Poi lo fotografai con il cellulare, più e più volte; guardando le foto notai subito che intorno a lui si era formata un’aura prima verde, poi rosa, poi luminosissima. Tutto era compiuto e Max era atteso, piccola creatura, dolce ricordo della mia famiglia al completo, del mio tempo migliore. Il mattino successivo lo portai dal veterinario: “Le lascio un pezzo del mio cuore, tenga pure la cassetta, non mi serve più… “ e Max mi guardò a lungo, riconoscente per aver compreso la sua sofferenza… ma quanto strazio. Mi vergogno a dire che piansi lasciando quel piccolo battutolo peloso, ormai tutto pelo e ossa che mi guardava con i suoi incantevoli occhi tristi. Il pomeriggio pensavo: ”Dove sei piccolo Max? Forse mi starai guardando da una nuvoletta!”. In quel momento giunse un MMS da una mia amica sul cellulare: senza nulla sapere aveva scattato una immagine del cielo; era una nuvola soffice e in alto c’era la testina di Max.

Non bastò questo segno… il giorno successivo scattai una foto in giardino e sull’albero di susine, di fianco, dove si metteva Max c’era lui accovacciato.

Il mio piccolo Max, fedele amico delle pareti domestiche che hanno visto tanti mutamenti e trasformazioni, a volte gioiose, a volte dirompenti mi raggiunge ogni sera e, all’ora della pappa sento spostare la ciotola o fregare la zampina sulla poltrona e sulla mia testa. Ci sono momenti in cui mi giro sicura di vederlo perché lo sento correre, fermarsi, saltare sui mobili;  sento il suo tenue, delicato miagolio, il suo richiamo. Mentore non mi ha detto, né chiesto nulla; ora che il suo caro amico non c’è più ha rari motivi di interesse e di compagnia… solo una sera l’ho sentito mormorare: “Andrea sta bene, è in cielo che gioca con i suoi gattini”.

la testina di Max

sulla nuvoletta

ecco Max a destra

come ogni giorno

seduto sul ramo

dell’albero

il mio caro Max con me l’ultima sera insieme

      Jazz e la sua famiglia. La storia del cane Jazz

 

Jazz e la sua famiglia

 

 Vi presento jazz ,un bracco ungherese che per 11 anni ha rallegrato la nostra vita con sguardi dolci con cui ci comunicava il suo star bene insieme a noi. Anche i nostri tre gatti erano suoi amici ed era felicissimo di poter giocare con loro. Seguiva attentamente i nostri discorsi e i nostri atteggiamenti e ci faceva capire se li condivideva oppure no. Il 18 novembre scorso cominciò a manifestare inappetenza e portato dal veterinario, gli venne diagnosticato un linfoma maligno dei più devastanti, pochi mesi di sopravvivenza…. Ma il giorno 11 dicembre le sue condizioni precipitarono senza scampo e con il cuore a pezzi dovemmo percorrere quella strada che si chiama “eutanasia” (terribile esperienza). Poco tempo per renderci conto che tutto era finito, il sollievo di non vederlo più soffrire ma un immenso vuoto dentro di noi. Anche gli animali hanno un’anima e saperlo vivo in una dimensione parallela alla nostra anche se invisibile, ci dà un po’ di sollievo. Sappiamo che ogni volta che penseremo a lui c’è…… senza più sofferenze ma con grande amore; siamo stretti per sempre in un legame energetico, un filo che non viene tagliato neppure dalla morte. Ci rende sereni immaginarlo  correre e saltare nel nostro giardino che tanto amava e sicuramente continuerà a farlo insieme a noi…

                                                                               la famiglia di jazz     aldo enza helga

Gentilissima sig. Edda, ho trascritto questo breve sunto della vita di jazz, se le fa piacere farlo conoscere. La ringrazio molto della sua dolcezza e gentilezza, se per caso ha 10 min di tempo provi con il registratore e se dovesse manifestarsi e comunicarle qualcosa ci piacerebbe avere questa meravigliosa testimonianza. Ho letto il libro di Kate Solisti “Parola di cane” che con telepatia parla con loro e ne riceve le risposte perché tutti gli esseri sono partecipi della coscienza divina.

un abbraccio Enza

 

… e ci puoi credere…

“   Bu…bau…si spezza il filo per strada, ma non moriamo…. “

 

                                                                                     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                              

 

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniGli animali hanno un’anima?
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Il “pane” spezzato

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“ Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”

La domenica successiva alla Solennità della SS. Trinità si celebra la festa del Corpo e del Sangue del Signore. Prima della riforma liturgica era nota come festa del Corpus Domini (distinta dalla festa del Sanguis Christi celebrata in luglio). La festa del Corpus Domini trova le sue origini nella ambiente fervoroso della Gallia belgica – che San Francesco chiamava “amica Corporis Domini”. Solitamente in giugno, si tiene a Bolsena la festa del Corpus Domini a ricordo del miracolo eucaristico avvenuto nel 1263. Un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il corporale (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina in Bolsena. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell’Eucaristia.

 “ Per la vita del mondo”: questa parola evangelica deve pulsare dentro di noi, come pulsava nel cuore di Gesù.

Chi si nutre del pane eucaristico diviene presenza discreta, è un credente, che si ricorda di fare del bene, cioè di dare tutto, ma nello stile di Gesù lasciandosi plasmare da Lui. E’ capace anche di silenzio, di ascolto; di quel silenzio che rende possibile l’ascolto e l’accoglienza delle parole di chi ci vive accanto, delle parole della fragilità e della debolezza, della malattia di chi ci vive accanto, della sofferenza e della morte, ma anche le parole dal significato alto.

E’ un credente capace di gratuità, la cui gioia non sta tanto nell’affermazione di sé ma nel portare “ vita” al mondo, nel testimoniare Gesù,  vita per l’uomo.

Chi si nutre del pane eucaristico è messo in grado di volere il bene dell’altro e di promuoverlo, sapendo che questo “pane” verrà a lui di ritorno…

 Dal mio percorso di vita…

Anch’io ho spezzato quotidianamente un pane al capezzale del mio sposo affetto da un male incurabile, cercando per lui  “amore incondizionato e perfetto”, “tenendolo curato oltre ogni sforzo perché non perdesse in dignità”

Nella mia ricerca di conferme mi viene inviato questo scritto:

…Ecco, voglio dirti semplicemente questo: il pane che hai spezzato per il tuo compagno, ritorna a te in questo tempo.

Ascolta cosa scrive Erri De Luca: “Valencia è una città spagnola sul Mare Mediterraneo. Una volta aveva un fiume che l’attraversava, il Guadalaviar, ma ora il suo corso è stato deviato. E’ l’unica città del mondo, che io sappia, che si sia sbarazzata di un fiume. Ci sono stato l’anno scorso in ferie, invitato da un editore che aveva tradotto un mio libro nella bella lingua del posto, la catalana. Ho percorso la città a piedi, la sola unità di misura che possiedo per conoscere i posti altrui. Ho visto mercatini puliti e lotterie, mura romane e lavori in corso, ma cercavo il fiume che non c’era più. Infine l’ho trovato, il letto vuoto, i ponti su di lui come se ci fosse ancora.

Al posto di una corrente che già sente il mare vicino, hanno piantato palme e costruito un lungo stagno con pesci rossi. Dall’alto del ponte vedevo quel parco sotto di me, dubitando del senno dei cittadini di Valencia. Presso la riva dello stagno un uomo anziano con un cane forse ancora più anziano passeggiava. Lo vidi avvicinarsi al bordo dell’acqua e cavare dalla sacca delle pagnotte vecchie. Pezzo a pezzo le gettò ai pesci. Restai a guardarlo, affascinato dalla monotonia dei suoi gesti. Non durò poco. Solo alla fine della provvista capii che stavo guardando il verso uno del capitolo undici di Kohèlet. “Manda il tuo pane sul volto delle acque.” Un uomo anziano nell’autunno del ’93 in una città spagnola eseguiva alla lettera l’invito, dando al verso il suo unico verso.

Compiva quel gesto di offerta tra sé e i pesci da molto tempo, ma quel giorno lo compiva anche per un muratore italiano pieno di Bibbia. Lo compiva perché potessi capire: potevo ben azzardarmi a cambiare la traduzione di un verso sacro, potevo pure avere ragione di farlo e di leggere: “in molti giorni lo ritroverai”, anziché “dopo”, purchè ricordassi che chi aveva letto quel verso altrimenti era stato ugualmente felice della sua lettura e di certo aveva offerto più pane di me. Così un uomo di una città remota, accompagnato da un cane e vicino a un fiume prosciugato, era un verso dell’Antico Testamento, lontano molte mattine, che tornava dopo molti giorni.

Per un gioco delle correnti il pane spezzato si allontanava dal lanciatore in direzione della sponda opposta, verso il mare, seguendo un fiume che non c’era più, secondo il suo verso”.

 “ G r a z i e !!!”

 

Edda CattaniIl “pane” spezzato
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