Edda Cattani

Figli del Perdono Originale

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Figli del Perdono Originale

(Matteo 18,21-35)

(Alessandro Dehò)

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“Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore se le porta dentro” e se te le porti dentro vuol dire che te le porti dappertutto. E questo è inferno. Il vero inferno, quello da cui non riusciamo più a liberarci perché è in noi, è dentro il modo di guardare il mondo, di giudicarlo, di disprezzarlo. Rancore e ira come segni bestiali di una vita ferita e non riconciliata. Secondo Siracide sono segno del nostro essere peccatori, quando ci portiamo dentro le ossa ira e rancore, quando veniamo mangiati dall’interno da una bestialità che scegliamo di non ridurre noi siamo abitati dal peccato. Il peccato cessa così di essere una regola infranta da un decalogo imposto dal dio del controllo e inizia a mostrarsi per quello che è: il peccato è quando permetto al rancore e all’ira di mangiarmi dall’interno, di svuotarmi gli occhi, di inacidirmi la parola, di giustificare doppiezze, di godere delle tragedie del nemico…

“Ricordati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte”, dirigiti verso la fine dei giorni, spingi fino al limite della morte la tua esistenza terrena e poi guardati alle spalle… cosa è rimasto di una vita consumata dall’odio? Lo vedi l’inferno? E quella scia di dissoluzione, e quella morte con cui hai avvelenato le sorgenti della vita, la vedi? Ne valeva la pena?

Siracide mette ci mette in guardia da noi stessi, dall’inferno che possiamo costruire ogni giorno e dilatare. Un inferno così quotidiano da essere irriconoscibile, perché rancore e ira sono cose orribili se non le giustifichi, se non ci illudiamo che siano risposte legittime a vere o presunte ingiustizie. Siracide non chiede di perdersi nella giustificazione del rancore, lo guarda in faccia, lo teme e lo denuncia. Se hai rancore e ira sei nel peccato, ti sei porti l’inferno dentro ed è meglio per te e per i tuoi fratelli che ne esci, adesso, che sei ancora in tempo, che la vita non è ancora giunta alla fine, che dall’inferno ci si può liberare.

Siracide è uno sguardo di amico sincero e saggio, è parola buona e vera sulle nostre vite che spesso spingiamo al limite della disumanità, Siracide è l’amico che si siede accanto a noi e, senza condannarci, ci avverte di un possibile pericolo, indica la possibilità che la morte ci stia masticando da dentro. Come un tumore, metastasi di svuotamenti interiori.

Serve qualcuno. Serve di sentirsi appartenenti a qualcuno: “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso”. San Paolo nella seconda lettura è come se intuisse un legame tra rancore/ira e solitudine. Non solo perché il rancore scava attorno a noi distanze che si autoalimentano fino a giustificare i nostri isolamenti ma perché è proprio la solitudine a concedere spazi di inferno. Il peccato nasce nel non sentirsi di nessuno, dal non vivere per nessuno. E si comprende l’insistenza di Gesù sul concetto di paternità divina. Il peccato diventa quindi la rottura dei legami e non l’asettica infrazione della regola. Di chi siamo? A chi apparteniamo? Ciò che apre la possibilità di una fuga dall’inferno è il riconoscimento di una relazione affidabile. Il paradiso è la gioia di stare dentro la bellezza di una relazione buona, concretamente buona, ricca di parole, gesti, sorrisi, attenzioni. Ancora una volta il divino è visibile solo nelle trame di una vita buona capace di stringere legami sospesi sugli abissi dell’abbandono.

Ma non basta essere solo figli, essere solo uomini e donne raggiunti da un amore, credo che maturità vera sia diventare costruttori di umanità. E l’umano buono si costruisce diventando padri e madri. Non sostare solo sulla domanda “di chi siamo? A chi apparteniamo?” ma avere il coraggio di assumere lo sguardo divino e iniziare a chiedersi “chi custodisco io? Chi si sente raggiunto nella sua solitudine dalla concretezza della mia vita?”. Figli orfani e spesso risentiti di padri assenti siamo chiamati a non consumarci nell’ira/rancore a causa dei nostri subìti abbandoni, pur riconoscendoci orfani di paternità affidabili a causa di generazioni troppo intente ad ucciderli i padri ora siamo chiamati ad assumerci la responsabilità dei legami. Per chi batte il nostro cuore? Per chi piango, rido, spero, sogno? Per chi sto consumando la vita? Per chi conservo parole non usurate dall’abitudine? Per chi arde il mio cuore? Dall’inferno non si esce se non con un gesto di rivoluzionaria libertà: l’assunzione della fraternità umana. Nostra e dei fratelli. Dall’uccisione del padre a una nuova consapevole paternità.

Scrollarsi di dosso ira e rancore permette una torsione vitale a monte del nostro vivere. Alle origini. La tradizione ci vuole figli del peccato originale, in una lettura semplicistica e superficiale questo è diventato come l’ombra lunga gettata sulle nostre storie. Figli di un peccato nato nel cuore delle relazioni tra uomo e donna, tra fratelli, tra uomo e Dio. E noi ad arrancare in questo peccato più grande di noi, più antico di noi, più eterno di noi. Ma il Vangelo sposta l’attenzione. Pietro avvicina Gesù e chiede un limite, un confine al perdono. Come se cedesse ad una vocazione arcaica: perdonare è splendido, sembra dire, ma la natura dell’uomo, alla fine, chiede un risarcimento. Posso perdonare fino a sette volte ma poi posso tornare a essere uomo? Posso impegnarmi in questa santità del perdono fino a sette volte ma poi posso rientrare nella natura umana, nella logica di un peccato da riparare, nel consueto recinto della giustizia/vendetta?

Gesù racconta una parabola che mi sembra abbia, cuore incandescente, uno sguardo totalmente altro sull’uomo e sul Padre. In Gesù non c’è solo la follia di chi vuole sfondare il limite dell’eroicità del perdono, settanta volte sette, ma in lui si costruisce la narrazione di un Padre che ci precede e che non si impegna a dilatare vendetta al peccato originale ma che dilata misericordia. La nostra origine non è il peccato originale ma il perdono originale, questo dice Gesù. Questo significa che il perdono è atto costitutivo della natura dell’uomo, ed è in perfetta continuità con Siracide, a Pietro Gesù dice che nel momento in cui smetterà di perdonare lui smetterà di essere uomo. L’ira e il rancore, ma anche la soddisfazione perversa di smettere di perdonare il fratello, distrugge la nostra identità. L’essenza di Dio e dell’Uomo è identica, e si chiama misericordia. Uscirne è negarsi, uscirne è consegnarsi alla solitudine e al rancore e all’ira. Uscire dalla misericordia è inferno. Ma noi siamo del Padre e in lui c’è un settanta volte sette di vita, una eternità di vita. Questo l’unico profilo della Speranza.

 

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Un Guerriero di Luce

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PER NON DIMENTICARE

UN GUERRIERO DI LUCE NELL’INFERNO DELL’11 SETTEMBRE

 

WELLES REMY CROWTHER

Nyack 17 Maggio 1977 –  New York 11 Settembre 2001

 

           

 

 

Questa che sto per raccontarvi è la storia di un guerriero di luce, nell’inferno dell’11 settembre 2001. Welles Crowther, mio nipote, un giovane di 24 anni, vittima e martire, come tanti, nella tragedia delle Due Torri di New York.

 

Ma è anche la risposta, che lo spirito dell’umanità vuole dare, grazie ad esseri speciali come Welles, alla domanda impressa, a chiare lettere, nel capolavoro di Gaugain: “Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?

 

Nella vita di ogni giorno Welles era un bravo figliolo, rispettoso dei genitori, Alison e Jefferson e delle due sorelline, Honor e Paige. Era un ragazzo molto riflessivo ma adorava gli scherzi e le battute intelligenti. Curiosissimo di tutto, viaggiava per conoscere le tradizioni dei vari popoli. Quando venne da me, in Toscana, si innamorò talmente della cultura etrusca, che ne sapeva più lui di un etruscologo.Si divertiva un mondo a visitare i paesini dove d’estate si poteva mangiare e brindare per le strade, assieme ai contadini, per la festa della mietitura. Era molto goloso della buona cucina e soprattutto, della pasta fatta in casa con il ragù alla toscana, come mi ha insegnato la mia nonna Concetta!

 

Welles era un bravissimo studente e si laureò con il massimo dei voti e con lode in Economia, all’Università di Boston in Massachussetts. Lì si distinse anche per il suo  talento sportivo. Era un vero fuoriclasse, un leader innato in ogni sport! Per lui competere voleva dire soltanto mettersi alla prova e perdere non era un fallimento ma una possibilità per imparare ed essere migliore. Divenne campione nazionale di Lacrosse e di Hockey sul ghiaccio, portando sulla maglietta sempre lo stesso numero: Il numero 19, il suo  portafortuna!

 

Dopo la laurea seguì il consiglio del padre che era un banchiere e andò a lavorare, come Equity Trader, a Wall Street, per la compagnia O’Neill, al 104mo piano della seconda torre. Era molto bravo in quel lavoro ma l’atmosfera di Wall Street,  improntata al solo profitto, da un nugolo di giovani rampanti tesi a sbranarsi l’un contro l’altro come hot-dogs, in nome del “dio dollaro”, era in totale conflitto con il suo credo e con i suoi valori. Pochi mesi prima della tragedia, espresse il desiderio di lasciare quel lavoro per entrare ufficialmente, come Vigile del Fuoco, nel Corpo delle Guardie Forestali di NY. La sua applicazione fu trovata dai genitori, dopo la sua morte, nel suo appartamentino di  Manhattan.

 

All’Università di Boston è abitudine che gli studenti prima di essere ammessi, scrivano un saggio su se stessi e sulle loro aspirazioni. Nella sua richiesta di ammissione, Welles parlò con entusiasmo dell’esperienza di volontariato che stava facendo, come vigile del fuoco, a Nyack, sua città natale. 

 

Anche in questo aveva seguito l’esempio del padre, che pur facendo ogni giorno il pendolare per il suo lavoro tra New York City e Nyack, era anche un membro dei Vigili del Fuoco e spesso era svegliato in piena notte per correre a spengere gli incendi. Welles, affascinato da tanta dedizione, all’età di 16 anni diventò il più giovane volontario vigile del fuoco, affrontando un severissismo e rigorosissimo training.

 

Altro esempio di coraggio e altruismo lo diede a Welles il suo nonno, Bosley Crowther, il più famoso critico del cinema del New York Times, temuto e conosciuto da tutti come “l’incorruttibile e il grande uomo”. Fu lui a far conoscere il nostro neoralismo in tutto il mondo, dando l’Oscar a De Sica per La Ciociara ed esaltando film come “Ladri di Biciclette”, “Paisà”, “Miracolo a Milano” etc.. Bastava una sua critica perchè un film fosse un successo o un fallimento. Bosley Crowther avrebbe potuto essere l’uomo più ricco di Hollywood ma nessuno poteva comprarlo:non erano questi i suoi valori..tutt’altro!Quando nel 1950 il Senatore McCarthy lanciò la sua odiosa caccia alle streghe rovinando gli artisti, gli intellettuali e gli spiriti liberi d’America..la voce del grande Bosley Crowther si levò, alta e solitaria, a denunciare quei misfatti, a rischio della sua vita e della sua carriera. 

 

Welles concluse il suo saggio all’Università scrivendo che, se un giorno  fosse stato chiamato a donare la sua vita per gli altri, l’avrebbe fatto senza esitazione e con tutto se stesso. Sembrava la sparata di un giovane visionario, ma quando per lui arrivò il momento di mettersi alla prova, dimostrò che la sua profezia altro non era che la ferma volontà di un essere umano dal cuore d’oro. La vita e la morte di Welles ci dimostrano che gli angeli camminano tra noi, ogni giorno, ma non ce ne accorgiamo, fino al momento in cui, qualche tragico evento, li costringe a rivelarsi con atti di eroismo. Il momento di Welles arrivò l’11 Settembre, un giorno come gli altri, trasformato, in un istante, in un diabolico inferno che avrebbe lacerato per sempre la coscienza dell’umanità intera.

 

 

 

 

 

La breve vita di Welles è piena di aneddoti che rivelano la sua simpatia  e generosità. Un ragazzo che giocava nel suo team di hockey sul ghiaccio, stava per essere espulso dal coach per la sua incapacità a fare goal. Welles allora, che era il campione del Team, prese il ragazzo da parte e gli disse:” stammi vicino, apriti al momento del goal, così io ti passerò la palla e tu farai il punto. E così avvenne…Il coach chiese scusa al ragazzo e lo riammise nella squadra di hockey.

 

Fin da piccolo, Welles portava sempre con sè qualche monetina o qualche dollaro spicciolo, per poterli dare ai senza tetto che incontrava per le strade di N. Y. Mentre la gente li insultava e li accusava di appestare e rendere invivibile la città, Welles, che aveva profonda compassione per la sofferenza di questi poveracci, li difendeva e cercava di aiutarli come meglio poteva.

 

Da quando lavorava a Wall Street, Welles aveva preso un appartamentino a Manhattan ma andava dai suoi genitori ogni weekend. L’ultima visita fu prima dell’11 Settembre. Alison, sua madre, aveva notato che per la prima volta suo figlio non era il ragazzo allegro e giocherellone di sempre ma che era invece distante, pensieroso, molto assorto. Prima che tornasse a NY, la mamma gli chiese se andava tutto bene o se ci fosse qualcosa che lo turbava.”Oh no, no mamma” rispose Welles,”Io sto benissimo, ma è che sento che devo fare parte di qualcosa che è più grande di me…e io non so che cosa sia.” Qualsiasi cosa Welles abbia percepito non lo rallegrò, ma non lo rattristò nemmeno. Quella sera, comprese qual’era il suo destino: essere al servizio degli altri, con tutta la sua anima, la sua fede e con umiltà. Quando quel momento arrivò, Welles avrebbe potuto fuggire, come tanti, invece scelse di tornare indietro, più e più volte, portando in salvo tante persone, finchè la seconda torre gli crollò addosso.

 

Quale evidenza potrebbe essere più chiara dell’esistenza dello spirito che ci chiama, ci guida e ci informa?

 

La mattina dell’11 Settembre, puntuale come sempre, Welles era alla sua scrivania al 104mo piano della seconda torre. La prima terrificante notizia l’ebbe dall’altoparlante interno che informava che un aereo si era abbattuto sulla prima torre.  Nessuno sapeva che un altro aereo stava già volando, minaccioso, contro di loro. Tutti quelli che lavoravano nella seconda torre, erano stati invitati a rimanere fermi ai loro posti per essere più sicuri!!!

 

 

 

Dal suo ufficio Welles cercò di intravedere cos’era accaduto e decise di correre subito ad aiutare i vigili del fuoco. Prese di corsa le scale dal 104mo piano perchè gli ascensori erano troppo lenti. Telefonò a casa dal suo cellulare ma nessuno rispose e allora lasciò il messaggio:

“Mamma, papà, non preoccupatevi, qui è successa una terribile disgrazia ma io sto bene, state tranquilli. Ci vediamo stasera!Vi voglio tanto bene!”Sarebbe stato l’ultimo messaggio registrato con la sua voce.

 

Welles raggiunse la Sky Lobby, al 78mo piano, per prendere gli ascensori più veloci, quando il volo N.175, della United Airlines, si schiantò contro la seconda torre, con un’esplosione che in un attimo distrusse tutto, vomitando ferro, fuoco e fiamme ovunque.

L’inferno, con tutto il suo orrore, era diventato realtà.

 

In pochi istanti la tragedia delle 2 Torri fu al centro delle principali notizie internazionali. La Seconda Torre, dov’era Welles, fu la prima a crollare. Gli occhi del mondo intero rimasero sconvolti dall’orrore. Le famiglie delle persone che lavoravano nelle due torri potevano solo pregare, in attesa di conoscere la sorte dei lori cari. Qualcuno riuscì a scappare, altri furono visti, in immagini di terrore, gettarsi nel vuoto dai piani più alti, nel vano tentativo di sfuggire a quell’inferno.

 

Durante le ore e i giorni che seguirono si sarebbe conosciuta la loro sorte. Per molti, le notizie furono di sollievo e per altr strazianti, come per la famiglia e per gli amici di Welles che continuavano ad andare di ospedale in ospedale sperando, contro ogni speranza, di trovarlo tra i feriti o tra coloro che avevano perso la memoria. Purtroppo non fu così.

 

Con il passare dei giorni diventava sempre più certezza il fatto che Welles se ne era andato per sempre. Fu terribile per i genitori e le sorelline dover abbandonare ogni speranza ed entrare in un mondo di indicibile angoscia e sofferenza.. ma non permisero che questa tragedia li distruggesse e decisero, tutti insieme, che una luce doveva nascere dal buio più profondo creando, così,  il Welles Crowther Memorial Fund, per aiutare i giovani con borse di studio e programmi sportivi.

 

Il corpo di Welles non era più stato ritrovato e l’unica cosa in possesso dei genitori era una pesante croce, fatta con il metallo fuso delle due torri, donata loro dai vigili del fuoco in memoria del figlio. Quella croce fu donata a me, da mia cognata Alison, quando il corpo di Welles venne ritrovato, 6 mesi dopo, alla base della seconda torre, sprofondata centinaia di metri sottoterra.

 

 

Welles era l’unico corpo di un civile tra le vittime dei vigili del fuoco ed il suo corpo, miracolosamente intatto, fu ritrovato a Marzo, in un giorno davvero speciale: il 19 Marzo!

Finalmente i genitori poterono dare sepoltura al loro figliolo e un po’ di pace ai loro cuori!

 

Si suppose, allora, che Welles era riuscito a raggiungere la base della seconda Torre per portare il suo aiuto ai Vigili del Fuoco! Ma il 25 maggio successivo, il New York Times pubblicava un lungo articolo di due pagine, molto dettagliato, con notizie ancora sconosciute e rivelate da quelli che sopravvissero alla tragedia.

 

Il padre di Welles preferì non leggere l’articolo..sarebbe stato troppo doloroso per lui rivivere quei momenti, ma Alison, la mamma, lo lesse e fu colpita da un racconto di un gruppo di sopravvissuti della Seconda Torre che si trovavano al 78mo piano, proprio mentre l’aereo si abbatteva sull’edificio.

Una signora cinese, Lyn Young, che ho conosciuto e che continua a farsi trapianti di pelle, raccontò di essere stata avvolta completamente dal fuoco e di aver perso i sensi e qualsiasi orientamento, soffocata dal fumo e dalle fiamme. Quando all’improvviso, ripresasi un po’,vide apparire da tutto quel fumo, un “misterioso giovane con un estintore in mano e con il volto coperto da una bandana rossa”.

 

Fin da ragazzino Welles portava sempre una bandana rossa  emulando il padre, il suo eroe, che ne portava una blu.”Nel taschino della giacca”diceva suo padre”si deve portare un fazzolettino bianco per bellezza e la bandana, nella tasca dietro i pantaloni, per proteggersi dal fumo, oppure”, scherzava il padre,”per soffiarsi il naso”.

I sopravvissuti riferirono che il giovane con la bandana rossa aveva preso in mano la situazione con una incredibile, straordinaria abilità ed enorme esperienza.

 

 Al leggere queste parole, la mamma di Welles alzò gli occhi sul marito e gli disse:”Jeff, abbiamo trovato il nostro Welles!”. La bandana rossa, il training da vigile del fuoco, chi altri poteva essere se non il loro figliolo? Grazie al New York Times, Alison potè contattare le persone salvate dal “misterioso uomo con la bandana rossa”. Mostrò le foto del figlio e tutti confermarono che era proprio lui, il giovane eroe al quale dovevano la loro vita! Finalmente si  potevano mettere insieme gli ultimi istanti vissuti dal nostro Welles!

 

 

 

Welles era riuscito, quindi, a trovare un passaggio tra le fiamme fino allo Sky Lobby, dove si trovavano ormai tanti morti e molti in fin di vita, carbonizzati, mutilati e agonizzanti nel terrore. Trovò un estintore, riuscì a spengere un po’ delle  fiamme e cominciò a chiamare a gran voce i sopravvissuti, “Ho trovato le scale” urlava il giovane con la bandana rossa,”Seguitemi e aiutate chi non lo può fare. Io conosco la via…seguitemi!” Una donna paralizzata dal terrore non risciva a muoversi e Welles se la caricò sulle spalle guidando il folto gruppo al di là del denso fumo, acre e soffocante, fino al corridoio che portava alle scale. Al 61mo piano il  fumo si fece più rarefatto e Welles, affidando loro la persona ch aveva sulle spalle, potè mandare il suo gruppo, da solo, verso l’uscita e la salvezza.  Lui, invece, doveva assolutamente tornare indietro e risalire i 17 piani fino allo Sky Lobby per aiutare tutti gli altri, rimasti intrappolati dal fumo e dal fuoco.

 

Dopo aver portato in salvo anche il secondo gruppo, Welles tornò su per una terza volta e vide che molti ormai stavano agonizzando, imprigionati com’erano dalle lamiere, dal fuoco e dai detriti. Si precipitò allora fino al piano terra, dai  suoi vigili del fuoco, per prendere le “tenaglie della vita” lo strumento che si usa quando la gente resta intrappolata dalle lamiere negli incidenti di macchina ma, prima che potesse ritornare al 78mo piano, la seconda torre gli crollò addosso, implodendo su stessa in 8 secondi e mezzo!

 

E’ chiaro che Welles avrebbe avuto tutte le possibilità per salvarsi ma, se lo avesse fatto, non sarebbe stato fedele a se stesso! Fino a che c’erano persone da aiutare, Welles non pensò un istante alla sua vita. Una giornalista scrisse:”A volte bisogna attraversare l’inferno per trovare un Angelo”ed un’altra: “Non basterebbero 100 vite per arrivare alla compassione umana di Welles Crowther”.

 

Welles vive e cammina con noi ogni giorno, ci protegge, ci dà sempre una mano e con il suo numero 19, continua ad apparire in momenti di grande significato.

Suo padre che, paralizzato dal dolore, per due anni non era più riuscito a parlare, si è tatuato il N.19 sul cuore. Jeff è un vero credente ma molto scettico sul fatto che uno spirito possa continuare a vivere o a mettersi in contatto con noi. Adesso, invece, è convinto!

 

Poco tempo fa, in un meeting all’ultimo piano di un grattacielo di New York, colpito da una gigantografia delle Due Torri che un dirigente aveva dietro la scrivania, Jeff gli chiese il motivo di quella foto. L’uomo rispose che era stata scattata dal suocero morto in quella tragedia e chiese poi a Jeff, se conoscesse anche lui qualche vittima.

Jeff gli raccontò la drammatica storia di suo figlio e, finita la riunione, lasciò l’ufficio per prendere l’ascensore. Era da solo e spinse il bottone per il piano terra ma, inaspettatamente, l’ascensore si femò al 19mo piano! Jeff attese che qualcuno entrasse ma niente..sbirciò allora sul pianerottolo, a destra..a sinistra, ma non c’era nessuno. Rientrato nell’ascensore, le porte si richiusero dolcemente fino all’uscita. Welles, dopo tanti anni, aveva trovato il momento ed il modo giusto per mettersi in contatto con suo padre e fargli sentire la sua presenza e il suo amore.

 

Ecco, è questa, la risposta alla nostra domanda:”Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, come ci evolviamo”?

 

C’è tanto da imparare da una storia come questa di Welles. Fin dall’alba dei tempi, anche i primitivi intuirono che nella razza umana coesistono due nature, una buona ed una cattiva, in perenne conflitto l’una contro l’altra: l’eterna battaglia tra il Bene e il Male. Ci sono gli avidi, i meschini e poi ci sono gli Angeli, come Welles, che vivono per essere al servizio degli altri, perchè è giusto farlo, perchè in questo gesto vive una forza straordinaria, un accumulatore di energia e di potere che può e deve essere offerto allo spirito umano per la sua evoluzione.

 

In poco tempo l’umanità, dalla parola, è arrivata a costruire grandi città, a raggiungere il fondo degli oceani, a camminare sulla luna, ad esplorare galassie. Ora è il tempo di fare un grande passo in avanti a livello spirituale, fino a quando gli esseri umani capiranno che è un dovere aiutarsi l’un l’altro e che è l’unico modo per costruire un mondo senza fame, senza guerre, nè armi letali.

 

 Il futuro dell’umanità dipende da persone di buona volontà come Welles, i cui semi sbocceranno alla rivoluzione dello spirito umano. La speranza per la specie umana dipende da questo. E’ questa la lezione ed è questa l’eredità che Welles Crowther ci ha lasciato.

I genitori ed i nonni gli hanno indicato i sentieri per scalare le montagne, Welles, da solo, ha conquistato la cima.

Sulla lapide, ad Albany, in memoria dei Vigili del Fuoco che hanno dato la vita in servizio, primeggia il nome del Vigile del Fuoco di New York, l’eroe e martire: Welles Crowther!

 

La sua richiesta, per diventare Vigile del Fuoco,  è stata ufficialmente accettata!

 

Carla Romanelli Crowther 

Cattolica, 21 Settembre 2013 – Convegno Internazionale della Speranza

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Eternità: un mistero

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Eternità : un mistero

                                                                          

Un’eterna altalena fatta di ricordi

 

 

 

Una deformazione professionale mi porta sovente a parlare con gli esempi che, da giovane mamma ed insegnante, sapevo trovare con i miei bambini. Ricordo che quando morì tragicamente un papà di una mia piccola alunna, dovendo parlare della “morte” raccontai un aneddoto che mi fece avvicinare a loro, senza sconvolgere quelle piccole menti. Si trattava in verità di un articolo scritto da Luca Goldoni che rispondeva ad una madre che aveva perso il suo bambino: “Facciamo conto di trovarci in cima ad un monte e di vedere, giù nella valle, snodarsi una linea ferroviaria. Lontano a sinistra c’è un treno che avanza e che, poi si ferma improvvisamente perché una frana è caduta sui binari ed ha ostruito la linea. A destra, sempre lontano, c’è la gente che aspetta il treno. Noi che siamo in cima al monte, nell’attimo stesso che il treno si ferma davanti alla frana, sappiamo già quello che ignorano i viaggiatori della stazione di arrivo e che, sapranno solo tempo dopo. Perché tutto questo? Perché noi abbiamo la visione delle alte sfere, perchè guardiamo dall’alto e perché in alto siamo più vicini a Dio” . 

 

Oggi vorrei aggiungere che chi sta in alto non ha il limite della concezione spazio-tempo e del prima-dopo. Per quelli giù a valle la causa e l’effetto sono staccati nel tempo e solo più tardi i viaggiatori in attesa conosceranno la causa (la frana che ha fermato il treno) e risentiranno dell’effetto (il ritardo del treno). Ma noi dobbiamo imparare a guardare dall’alto e a considerare le cose nella dimensione dell’eternità.

 

Ricordo ancora, quando ero bambina, che mi fermavo a pensare a questa parola: eternità… e venivo colta dal panico. Nella mia piccola esperienza tutto era circoscritto ed io sapevo misurare le cose solo con il mio “..e poi? … e poi? … e poi?”  Oggi cerco di pensare all’eternità come coloro che, sulla cima del monte, guardano gli uomini nella vallata, che aspettano il treno e… mi metto nelle mani di Dio.

 

 

 

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Così parlano le mamme su FB

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Vale la pena di riproporle…

Madre della panca

 

Madre della panca
sostieni il nostro peso
ora che si abbandona…

Intreccia le dita

a difesa di questo corpicino,

già reclina il nostro capo

nell’insenatura del tuo braccio…

Per Francesca

La Mamma: Io non ho paura

Con la morte di Francesca, tanto inattesa quanto imprevista (una ragazza che scoppiava di salute) chi più di me sente il peso, la pena di questa vita?  

Ho passato un lungo periodo di difficoltà terribile, oserei dire terrificante, da non augurare neanche al peggior nemico sulla faccia della terra. Il mio mondo è stato messo a soqquadro; la mia vita ancora adesso, assomiglia ad una strada di montagna, con un tornante dopo l’altro. Il dolore è una Realtà Inevitabile! Anche sulla Bibbia sta scritto: “Piangerete come il dolore della perdita del primogenito”; il dolore più grande che un essere umano possa subire.

Il dolore non si attenua, ma siamo noi che ci adeguiamo al dolore… Ci attrezziamo a sopportarlo! Nel mio caso, ascoltando i Richiami di Gesù in Croce. Sì, perché il Suo Calvario si è fuso con il mio e dalla Sua Croce io traggo la Sua forza per andare avanti. Il dolore mi ha fortificata!

Io non ho più paura di niente, meno che meno che della Morte!

Ho una figlia in Paradiso che mi aspetta; ha preparato un posto per me!

In questa tribolazione, c’è la mano del Signore che mi chiede di riposizionarmi in Lui… Accetto la sua Volontà!…

M.G.      

 

Claudia di Eleonora

 

Mi riapproprio del mio passato che è il mio presente e resto in me, piccola, fragile, piena di te, immagine di quello strano noiche ci racconta di sé. Una volta iniziasti a girare, quella volta non volevi più smettere la tua danza… inciampasti, ti aggrappasti a me… continua a farlo, mia essenza, continua a volteggiare veloce e leggera quanto più puoi, continua a cadere serena, io ti reggerò per sempre.

Gigi di Pasqua Gina

…e guarderò sempre più spesso il cielo
la luce disperderà il buio….
forse un giorno riuscirò a trovare un nuovo
equilibrio
un equilibrio tra la lacerazione della perdita
e la speranza…..
troverò la voglia di ricominciare a vivere,
non solo a sopravvivere…..

Ilaria di Maria Grazia

 

 

Ho avuto due figlie meravigliose: Ilaria ed Alessandra. Due figlie che sono state la mia vita ed alle quali ho dedicato ogni mio pensiero dal giorno in cui sono rispettivamente nate. La mia vita era divisa tra loro, i miei progetti divisi tra loro, il mio futuro diviso tra loro.Tutto programmavo pensando a loro due.Fino al 6 Aprile 2009, giorno in cui da qualche parte era segnato che la mia vita doveva cambiare per sempre.
Il 6 Aprile 2009, c’è stato il terremoto a L’Aquila. Ilaria era lì, stava per laurearsi in Ingegenria Edile Architettura. Era lì, doveva consegnare delle tavole e lo doveva fare il martedì’ ed il mercoledì successivo…Aveva lavorato fino alle due , due e mezza della notte, alternando momenti di lavoro a momenti di fuga e di paura, perchè vi erano state delle scosse anche lle 23, 30 e all’1 di notte.
Con lei c’era Paolo, il suo ragazzo e compagno di studi, che non l’aveva lasciata perchè lei aveva paura….io l’ho sentita fin verso le 22, 22 e 30 , poi ero tranquilla…Mi aspettava l’inferno e non lo sapevo. Sono andata a dormire ignara che il mio risveglio sarebbe stato in una realtà diversa e mai più avrei recuperato la serenità di quel momento.
Ilaria è andata via con Paolo. Sono andati via vicini, abbracciati mentre dormivano, stanchi del lavoro della giornata….Ilaria si è portata via una parte di me, una parte della mia vita. Aveva 25 anni, 25 splendidi anni, vissuti come una ragazza bella, intelligente e dolcissima, amata da tutti quelli che l’hanno conosciuta, stimata da tutti quelli che l’hanno conosciuta. Mi è caduto il mondo addosso.
Da quel momento è cambiato tutto, non ho più la stessa visione della vita, non riesco a programmare il mio futuro, nemmeno quello più vicino….Mi manca la mia stellina, mi mancano i suoi sorrisi, gli sguardi d’intesa tra noi, il nostro parlottare….Eravamo molto complici e vicine…
Non so descrivere la fatica di ogni giorno nell’alzarsi ed affrontare la vita sapendo di non averla più vicino….fisicamente intendo….
la voglia di abbracciarla, di sentirla, di baciarla…di coccolarla tra le mie braccia… di non lasciarla andare via…. mai da me…ed in tutto il buio della disperazione, trovare solo la forza per sussurrare “Signore aiutami”
e trovare la forza di parlarle per dirle sempre ed in continuazione ” Ilaria non andare mai via, stammi vicino, stammi vicino, tienimi stretta a te, anche se non ti vedo”.
La immagino bella , tranquilla, ma so che li mi vede soffrire e soffre anche lei con me…. ma io anche se mi sforzo a non soffrire non riesco. Riesco a fingere quello sì, ma non è la stessa cosa.
Fingo e mi faccio forza per l’altra mia figlia Alessandra, che ha diritto ad una vita serena….ma fingere è una cosa, essere è un’altra.
Mi rimane la preghiera, mi rimangono i segni d’amore che Ilaria mi invia e che mi danno tanto conforto, ma non riesco a considerare la vita se non un contatore che gira alla rovescia fino al giorno in cui la rivedrò.Mille baci Ilaria. La tua mamma.

Umberto di Fiorella

 

 

Sono la mamma di Umberto Pasanisi, sino al 16 giugno 2007 la mia vita era retoricamente normale e felice: Un marito, una figlia di 28 anni, un figlio di 21, meravigliosi, sereni. Che cosa avrei potuto volere di piu’???? Il 16 giugno2007, alle 20 circa, non c’era piu’ niente di normale, il vuoto il baratro:Umberto a causa di un incidente stradale, con la moto, era letteralmente volato via. In quel momento di me persona della mia vita, della mia anima rimane ben poco, forse nulla. Mi aggrappo a Carlo, mio marito, a Silvia mia figlia, entrambi rocce di granito e perno portante della mia rinascita. A loro va il mio grazie piu’ grande e piu’ forte, ed è grazie a loro se oggi posso raccontare la mia storia. La telefonata, mi giunse verso le 20 di quel tragico sabato.Qualcuno, con voce sommessa, mi disse che Umberto aveva avuto un grave incidente e che purtroppo non c’era piu’. Per qualche secondo rimasi intontita, poi un dolore gelido mi pervase, accompagnato da lacrime caldissime e urla di strazio.Ero a 900 km di distanza(noi siamo a taranto e lui era a parma) non volevo crederci, non poteva essere vero.Tutto era finito e io con lui.Speravo in un miracolo all’ultimo momento.Pregavo Iddio di farmi arrivare in tempo. Darmi e dargli una possibilità, poterlo stringere e gridargli nell’orecchio che ce la poteva fare.Accarezzarlo e coccolarlo cosi’ come piaceva a lui, fino a fargli riaprire quegli occhi splendidi che aveva e fargli ritornare quel sorriso simpatico che lo distingueva da tutti. Ma questo non mi è stato concesso. Il mio piccolo ormai non c’era piu’. Vivo insieme alla mia famiglia giorni tremendi, quel 16 giugno ha segnato la fine della nostra serenità.C’è ancora incredulità per cio’ che è successo. Dolore e rabbia si alternano. Abbraccio mio marito e mia figlia e insieme piangiamo. Non sappiamo come continuare a vivere nel vuoto incolmabile che Umberto ha lasciato. Ma in ogni caso, la nostra vita non potrà essere piu’ la stessa. Ci era stato strappato un ragazzo dolce e sensibile, dal carattere gioioso, pieno di vitalità e attenzione per gli altri, un ragazzo dai sani principi, con grandi progetti per il futuro. Si, ero cattolica, ma le chiese li’ ed io qui. Allora mi chiedevo:Se è vero che LUI c’è, come poteva togliere un figlio ad una mamma???? Ho cominciato a cercare, cercavo i suoi uomini,i suoi sacerdoti, assetata della mia umana giustizia. Volevo delle risposte a tutti i costi. Ho incontrato solo belle parole:signora si faccia coraggio, bisogna andare avanti eccc. Ma le risposte alla mia angoscia? Nessuna! Poi, un caso, diciamo cosi’,un frate francescano,semplice, molto colto,testardo.

 Ero distaccata,pensavo, il solito prete che vuole giustificare il suo diciamo”superiore”.Passano i giorni, i mesi e il frate a goccia lenta diventa un tramite, tra noi e DIO.E noi su e giu’ su un’altalena: oggi la speranza e subito domani giu’ verso l’angoscia.Qualche mese dopo, decide di celebrare una messa per i giovani defunti…… non sopporto sentir chiamare mio figlio defunto.La sera della messa, quante mamme, quante lacrime, quanto dolore palpabile. E lui? Che dice nell’omelia? Comunicate, parlate dei vostri figli, con i vostri figli, loro sono qui con voi, in mezzo a noi, siete voi che non li vedete.Ma se alimentate la vostra fede, alla fonte, a quel crocefisso lassu’, capirete che il progetto non è vostro, non è nostro.Poteva essere una semplice omelia, ma era un invito a tutti noi ad incontrare e riabbracciare i nostri figli in cielo con gli occhi dell’AMORE DI DIO. LA FEDE. E che fare? Io niente…… Umberto molto……… DIO tutto. Cosi’, in punta di piedi, mi sono riavvicinata a quel DIO con cui ero molto arrabbiata.Sono iniziati i primi messaggi d’amore di Umberto, fino ad arrivare a voi, mamme stupende, di altrettanto ANGELI MERAVIGLIOSI.Grazie di cuore a tutti voi, che mi fate incontrare con il mio cucciolo tutti i giorni.A tutte, ma proprio a tutte, UNA CAREZZA AL CUORE!!!!!!!!!

Elena, Mamma di Alessandro… sono partiti in quattro!

Dolores guarda la figlia ormai Mamma, pensando a Daniele

 ALLA DONNA PIU’ IMPORTANTE DELLA MIA VITA MIA FIGLIA

pubblicata da Dolores

ECCOCI QUI, ERA TANTO CHE NON TI SCRIVEVO.OGGI VOGLIO SCRIVERTI TUTTO CIO’ CHE SEI,SEI DIVENTATA UNA DONNA HAI DUE BIMBI MERAVIGLIOSI ,E SEI UNA MAMMA MERAVIGLIOSA, TI VEDO QUANDO CON MELISSA GLI RACCONTI LE FAVOLE TI HO SENTITA CANTARE UNA NINNA NANNA CON UNA VOCE COSI DOLCE PIENA D’AMORE PER LEI CHE SI STRINGEVA A TE ,TI  ASCOLTAVO E MI COMMUOVEVO FINO ALLE LACRIME.SEI CRESCIUTA ATTRAVERSO IL DOLORE RICORDO CHE VENNE UN PERIODO CHE NON VOLEVI NEANCHE CHE TI ABBRACCIASSI TANTO ERI ARRABBIATA COL MONDO INTERO .TI AVEVANO TOLTO LA PERSONA CHE AMAVI DI PIU’ TUO FRATELLO ORA LUI SARA’ FELICE DA LASSU’ GUARDANDOTI CON LA TUA FAMIGLIA .POI TI E NATO IL SECONDO FIGLIO HAI VOLUTO CHIAMARLO COME LUI DANIELE TI GUARDO QUANDO LO ALLATTI AMORE MIO NON SAI CON CHE  TENEREZZA GUARDI TUO FIGLIO .MI DIRAI E TUTTO NORMALE, MA NON PER ME ,DOPO TUTTO QUELLO CHE ABBIAMO PASSATO E CON TUTTO IL DOLORE CHE CI PORTIAMO APPRESSO SEMPRE .VIVO PER TE ,GRAZIE AMORE MIO TU MI HAI DATO LA FORZA DI ANDARE AVANTI ,GRAZIE PER LA DONNA CHE SEI ,GRAZIE PER LA MAMMA CHE SEI ,SAI DONARE AMORE HA CHI TI CIRCONDA. MIO DIO SEI DIVENTATA GRANDE. TI VEDO SERENA FELICE CON TUO MARITO ,E MI SENTO SERENA .SAI HO DESIDERATO TANTO MORIRE SONO CONTENTA DI AVER RESISTITO A NON FARMI DEL MALE PENSAVO CRI HA BISOGNO DI ME NON POSSO .SEI COSI BELLA MA PER UNA VITA INTERA TI O SEMPRE DETTO CHE LA BELLEZZA VERA E QUELLA CHE SI HA DENTRO, TU NE SEI PIENA ,SEI LA MIA VITA TU E TUO FRATELLO LE COSE PIU’ BELLE CHE GESU’ MI HA DONATO .PICCOLA SEGUI  SEMPRE IL TUO CUORE ,E COME IL TITOLO DI QUEL LIBRO TI DICO VA DOVE TI PORTA IL CUORE SEMPRE …. CON AMORE LA TUA MAMMA

PER DANIELE GLI SCRISSI QUESTA LETTERA QUANDO AVEVA 22 ANNI IL PRIMO NOVEMBRE NE AVREBBE COMPIUTI 39

pubblicata da Dolores il giorno venerdì 29 ottobre 2010 alle ore 18.49
 
 
MI SPOSAI GIOVANE ,E INCOSCIENTE, MI DISSERO CHE ASPETTAVO UN BIMBO… MI SEMBRAVA UN GIOCO NON CI PENSAVO PIU’ DI TANTO. VENNE IL GIORNO CHE NASCESTI QUANTO DOLORE..CAPIVO SOLO QUELLO ,POI SENTII IL TUO PIANTO,CAPII CHE TUTTO QUESTO NON ERA UN GIOCO,PIU’ PIANGEVI E PIU’IO MI SCOGLIEVO IN UN MARE DI TENEREZZA ..IN QUEL MOMENTO DIVENTAI MAMMA TENERAMENTE TI PRESI TRA LE BRACCIA. TI AMAI. TI AMAI DI QUEL AMORE UNICO TOTALE .GRESCEVI BIRICCHINO E BELLO,E IO CRESCEVO CON TE.MI INSEGNASTI A FARE LA MAMMA ,TI INGELOSIVI SE QUALCUNO PER STRADA OSAVA GUARDARE LA TUA MAMMA ORA SEI UN UOMO IL MIO AMORE PER TE E GRESCIUTO ANNO PER ANNO. IO SONO DIVENTATA MA’ NON PIU’ MAMMINA, ANCHE I TUOI ABBRACCI SONO DIVERSI.MA IO CONTINUO E CONTINUERO’ A SENTIRE L’AMORE..CHE CI LEGA.L’AMORECHE MI PORTI, DOLCE, CARO, E UN PO’ RUDE ……A DANIELE CON AMORE MAMMA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniCosì parlano le mamme su FB
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Nostalgia: l’amore che rimane

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Novità Editoriali

Da qualche parte sopra l’arcobaleno

Nostalgia: l’amore che rimane

Maria Pizzolitto Lui

Un’amica, una madre, una testimone…

…e Vera continua…

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.
     (Ivano Fossati)

 

“Non posso fare a meno di immaginare un posto, un luogo, una dimensione oltre la nostra, dove chi ci ha preceduto dimora, nella pace e nella felicità più assoluta. Mi affascina pensare al prosieguo della vita, a quello che noi saremo, a quando nuovamente ci incontreremo, con coloro che abbiamo amato e che ci aspettano, lassù, da qualche parte, sopra l’arcobaleno. Sull’onda di questi pensieri, ha preso forza il desiderio di continuare a raccontarmi. Da quando Vera non è più fra noi, abbiamo imparato a misurare il tempo in riferimento al prima e al dopo la sua dipartita. Uno spartiacque importante che ha determinato un mutamento radicale delle nostre vite. Tanto dolore, ma anche tanto arricchimento, per il percorso intrapreso. Oggi, a distanza di anni, lo posso affermare. Difficile da comprendere per chi non ci è passato.”

 

 

Come si fa a sapere quando una canzone, un’opera, un quadro, una storia, un racconto, sia finito? Non ci sono regole… te lo senti all’improvviso come un pugno dentro lo stomaco.. e volano fino alla fine del corpo, ti fanno contorcere le membra fino quando qualcosa a cui ti sei dedicato con amore e con passione non sia completato.

Ed ecco Vera che continua libera il suo volo e con la Mamma costruiscono insieme il loro capolavoro, qualcosa che è iniziato proprio nel momento in cui Vera è morta. Inutile addolcire la pillola, la verità è questa; ora siamo a metà tra la fine e l’inizio, tra la vita e la morte… in un mare primordiale di emozioni.

Quando l’ineluttabile giunse improvviso ed imprevisto, sembrò spezzare, in maniera dirompente, l’amplesso fatto di parole e di gesti, di sensazioni e di stati d’animo, di silenziose complicità, di amorevolezza infinita.  

Di fronte a questo accadimento, Mamma Maria cercò risposta alla domanda: “Quale sorte è toccata alla figlia che ho generato…  Dov’è andato quel soffio, quell’energia vitale?”  

Ora le “prove per assenza” aiutano ad apprezzare ciò che c’è, che ancora esiste.  Qualsiasi evento sopraggiunga Vera può dire: “Sono qui, sono viva, sono quello che sono, apprezzo ciò che c’è e metto armonia in ciò che vivo.” 

Ecco cara Mamma Maria, tu e Vera insieme, state costruendo qualcosa di geniale.. di unico, state mostrando al mondo cosa significa abbattere le barriere della morte e attraversarle, renderle superflue.

Con Vera stai superando i confini del tempo.. state costruendo qualcosa di unico.. state trasformando l’ordinario in straordinario.
Il tuo sguardo fiducioso verso la vita ci aiuta a scoprire e a creare senso…

Tutte le parole scritte in questo libro, penetrano nella mente inconscia, fanno compagnia e poi affiorano quando ce n’è bisogno.

Grazie, continuate il vostro volo, una perfetta combinazione di alta ingegneria e queste perfette combinazioni ci consentono di PENSARE e RINGRAZIARE.

Cara Vera, tu sei pittore, il mondo acquista i tuoi colori!

 

Edda CattaniNostalgia: l’amore che rimane
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L’eterno fascino del “Dolore”

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L’eterno fascino del “Dolore”

amore

Riflessioni che non si possono omettere sono quelle di come si giunga ad amare per “compassione”. Visto in questa prospettiva l’amore è malato perché recita una parte, è una farsa, un’ambiguità.

“Vorrei spiegare il significato della compassione, che è spesso mal compreso. La vera compassione non si basa sulle nostre proiezioni e aspettative, ma, piuttosto, sui diritti dell’altro: indipendentemente dal fatto che l’altra persona sia un amico intimo o un nemico, nella misura in cui detta persona vuole pace e felicità e vuole evitare la sofferenza, su questa base possiamo sviluppare una genuina preoccupazione per i suoi problemi.

Questa è la vera compassione. Di solito, quando siamo interessati alla sorte di un amico intimo, chiamiamo quest’interesse “compassione”; ma non è compassione, è attaccamento.

Se l’unico legame fra amici intimi è l’attaccamento, allora anche un’inezia può indurre un mutamento delle proiezioni. Non appena le proiezioni cambiano, l’attaccamento scompare, perché quell’attaccamento era basato solo sulle proiezioni e sulle aspettative.

È possibile avere compassione senza attaccamento e, similmente, provare rabbia senza odio. Di conseguenza dobbiamo chiarire le distinzioni fra compassione e attaccamento e fra rabbia e odio.

Tale chiarezza ci è utile nella vita quotidiana e nell’impegno per la pace nel mondo. Ritengo che questi siano i valori spirituali di base per la felicità di tutti gli esseri umani, che siano credenti o meno.” Dalai Lama

libro

Nella storia della letteratura italiana ha un posto di primo piano. E “La cognizione del dolore” di Carlo Emilio Gadda non smette mai di stupire i lettori che ancora non la conoscono.

Pubblicata per la prima volta a puntate sulla rivista “Letteratura” tra il 1938 e il 1941, “La cognizione” gaddiana appare adesso in una nuova, splendida edizione Adelphi (pagg. 381, euro 24). Con una ricca appendice che, oltre alla galleria fotografica, propone anche l’intervista

“Ricordo di mia madre”. Il libro mette a confronto nella villa isolata di Lukones il tormentato don Gonzalo, schiavo del male di vivere, e la malinconica vecchia madre: la Signora. In un minuetto di sentimenti in cui si fondono l’amore, la gelosia, la nevrosi e i sensi di colpa. 

In un minuetto di sentimenti in cui si fondono l’amore, la gelosia, la nevrosi e i sensi di colpa.

 

 

 
 
Edda CattaniL’eterno fascino del “Dolore”
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Santa Madre Teresa

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Madre Teresa di Calcutta è santa

Vogliamo ricordarla così:

La proclamazione di Papa Francesco:

“Non esiste alternativa alla carità”

teresa di calcutta

 

Il Santo Padre ha letto la formula in latino e subito dopo cʼè stato un applauso da parte dei fedeli. Accanto allʼaltare sono state collocate le reliquie della nuova santa.

papa teresa

Il Pontefice ha esortato i fedeli a seguire l’esempio della santa albanese per attuare “quella rivoluzione della tenerezza iniziata da Gesù Cristo con il suo amore di predilezione ai piccoli”. Nell’omelia della messa di canonizzazione, Papa Francesco ha detto: “Non esiste alternativa alla carità: quanti si pongono al servizio dei fratelli, benché non lo sappiano, sono coloro che amano Dio”.

“La vita cristiana tuttavia, non è un semplice aiuto che viene fornito nel momento del bisogno. Se fosse così sarebbe certo un bel sentimento di umana solidarietà che suscita un beneficio immediato, ma sarebbe sterile perché senza radici. L’impegno che il Signore chiede, al contrario, è quello di una vocazione alla carità con la quale ogni discepolo di Cristo mette al suo servizio la propria vita, per crescere ogni giorno nell’amore”.

 

teresa

“Mise i potenti davanti ai loro crimini di povertà” – Madre Teresa “si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato”, ha proseguito il Papa. “Ha fatto sentire la sua voce ai potenti della Terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini, dinanzi ai crimini, della povertà creata da loro stessi. La misericordia è stata per lei il ‘sale’ che dava sapore a ogni sua opera, e la ‘luce’ che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere la loro povertà e la loro sofferenza”.

“E’ la santa di un mondo sfiduciato, avido di tenerezza” – “Oggi – ha detto ancora  – consegno questa emblematica figura di donna e di consacrata a tutto il mondo del volontariato: lei sia il vostro modello di santità”. E ancora: “Questa instancabile operatrice di misericordia ci aiuti a capire sempre più che l’unico nostro criterio di azione è l’amore gratuito, libero da ogni ideologia e da ogni vincolo e riversato verso tutti senza distinzione di lingua, cultura, razza o religione, che porta speranza a umanità sfiduciata”.

“Anche da santa continueremo a chiamarla madre” – “Penso che forse avremo un po’ di difficoltà nel chiamarla santa Teresa, la sua santità è tanto vicina a noi, tanto tenera e feconda che spontaneamente continueremo a dirle ‘madre Teresa’”, ha detto poi il Pontefice, in un inserto a braccio dell’omelia.

Migliaia di fedeli hanno posizionato mazzi di fiori sulla tomba di madre Teresa e hanno intonato canti per celebrare la sua canonizzazione. A Calcutta la cerimonia che si è svolta in Vaticano è stata seguita nella casa della congregazione, meta di un pellegrinaggio continuo sulla tomba dove con i petali sono stati lasciati messaggi dei fedeli.

 

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Camminare, viaggiare, pellegrinare

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Camminare, viaggiare, pellegrinare

(Gabriele Gastaldello)

viaggio-insieme  

Ho ripreso vigore camminando… Quando posso mi concedo una camminata in solitaria tra i campi. Cadenzo l’andatura dei passi con il ritmo dei respiri (tre passi un respiro). Guardo, ascolto, tocco la natura intorno a me. Nella quiete rilassante la mente si riposa. Ho imparato a meditare camminando. Tengo in mente il messaggio del poeta Tagore: viaggiai per vasti mari alti monti e non mi accorsi della goccia di rugiada sulla spiga di grano accanto a casa mia!”.

Lo sguardo ordinario diventa straordinario quando guardi con attenzione.

Diventa consapevole delle gambe che ti trasportano e dei piedi che baciano la terra. Ringrazia i piedi per il servizio che ti fanno continuamente. Camminare è medicina di buona salute! Mediamente fai 15 Km al giorno. Il cammino energico e mirato dà energia ai muscoli, dà ossigeno ai polmoni, dà ritmo al cuore, dà creatività alla mente. Quando sei teso, preoccupato o quando sei annoiato dalla stancante pigrizia casalinga, puoi distenderti ed energizzarti camminando. Non ha importanza arrivare alla meta ma vivere durante il cammino: contempli, racconti, entri in contatto con persone e luoghi che incontri. A volte aspetti secondari diventano principali e viceversa. Camminare si dilata nel viaggiare (“viam agere” = “fare strada”) e nel pellegrinare (“per agros ire”= “andare attraverso campi”).

Il turista si interessa dell’estetica, fotografa, non si lascia coinvolgere.
Il viaggiatore si confronta con le persone, gli eventi, i luoghi che incontra.
Il pellegrino, si lascia coinvolgere dalla spiritualità delle persone e dei luoghi, assorbe le loro energie e si ricarica.
   La strada ti distanzia dalle solite occupazioni, ti educa ad essere aperto accogliente, flessibile e libero. Pace sono i tuoi passi, i tuoi respiri, i tuoi sentimenti, i tuoi sguardi, le illuminazioni, le esperienze di pienezza che la contemplazione ti regala. Puoi viaggiare per conoscere il mondo, ma più ancora più importante è conoscere il mondo intimo.
 

Camminando si apre il cammino, / la strada si fa con l’andare…
Il vero viaggio è interiore / la vera meta non è il viaggio,
ma un nuovo modo di guardare…
” 

Esplori il mondo per esplorare te; sei unico originale irripetibile, sei mistero, cioè una ricchezza così grande che non finirai mai di esplorare. “Per lontano che tu vada non raggiungerai i confini dell’anima, tanto è vasto il suo pensiero” (Eraclito, filosofo greco antico). Cresce l’entusiasmo per i pellegrinaggi eroici… Anche tu con i tuoi amici puoi organizzare mini-pellegrinaggi nei luoghi vicini, per contemplare ed esplorare persone e ambienti. Puoi dare ai piccoli spostamenti quotidiani la qualità del pellegrinaggio; con consapevolezza stai attento alle novità della strada.

 

 

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Fraternità e speranza

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Fraternità e speranza

Dove c’è …

Dove c’è fede, c’è speranza..
Dove c’è speranza, c’è fede;
Dove c’è amore, c’è pace..
Dove c’è pace, c’è amore;
Dove c’è fratellanza, c’è condivisione…
Dove c’è condivisione, c’è fratellanza;
E dove c’è fede, speranza, amore,
pace, fratellanza e condivisione,
c’è prosperità e giustizia per tutti.

Jean-Paul Malfatti –

 

 

Stiamo preparando il convegno di settembre a Cattolica da cui torneremo con il cuore sereno, abbracciandoci così, in totale condivisione dei sentimenti di amore e fraternità. Mi auguro che questo nostro atteggiamento di disponibilità possa continuare e dare calore al nostro cuore e alle nostre famiglie!

Edda CattaniFraternità e speranza
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Buon rientro!

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Buon rientro dalle vacanze cari Amici navigatori!

 

gabbiani

Vi raggiungiamo quando le vacanze sono terminate ed iniziano le scuole. Sappiamo quanti impegni hanno le famiglie in questi giorni ma ci auguriamo che la pausa estiva sia stata di conforto.

Naturalmente abbiamo tutti condiviso tanti eventi drammatici che sono accaduti e ci auguriamo che possa tornare la serenità e la pace, soprattutto per le nuove generazioni che sappiamo quanto bisogno hanno di speranza in un avvenire migliore.

Sono spesso mancati gli aggiornamenti sul sito in quanto è stata molto seguita la pagina FB a nome di ‘Edda Cattani’ che riceve più immediatezza per i molti contatti in tutte le ore della giornata, anche con messaggi privati.

Edda CattaniBuon rientro!
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