Edda Cattani

La notte di San Giovanni

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                 La notte di San Giovanni

Continuiamo a pubblicare le note dedicate a Lene Farinato, dal suo Papà. E’ un diario senza fine, che so farà piacere a tanti navigatori… A Lene e a Mario dedico questa struggente canzone d’amore…

la notte di San Giovanni

pubblicata da Lene Farinato 

e lo sento questo bene che le voglio, cosi la notte di san Giovanni mi ha salutato.. però dopo quella notte cosa mi è successo?

mi sono perso, inc…ato, allontanato da lei o forse avvicinato, non so, e spero di non averle fatto troppo male semmai lo abbia fatto, perché gli voglio un bene pazzesco, ma penso che se continuo cosi, vivo come in una bolla di sapone, intrappolato tra i suoi ricordi, la malinconia ed il bisogno di sentirla.. e non è giusto, non lo è per lei non lo è per me.. e mi dispiace dubitare della nostra stessa anima.. ma penso che sia giunto il momento di capire più profondamente cosa siamo… non voglio più sforzarmi di cercarla tra i riflessi anche se ho paura di non rivederla più e allora piango come un cretino se solo ci penso, eppure nonostante la mia paura oggi non ho fatto fotografie, ma se è vero che la nostra anima esiste e che lei mi vuole bene, un segnale diverso arriverà, e non so quando né come e questo mi rattrista.. mi fa vacillare, mi fa paura… paura di perderla.. io non voglio diventare uno stupido senza anima e senza cuore che pensa che il mondo finisca dove finiscono i miei piedi.. ma non voglio neanche galleggiare in questo limbo.. forse è giusto cosi, forse è importante per me quanto per lei che riusciamo ad amarci in maniera diversa. forse sarà più bello o forse no.. ed ho tanta paura di avere paura di perderla ancora.. ma il sentimento che ci lega deve essere in qualche modo fortificato, definito e non da un segnale esterno ma da qualcosa che cresca in me… dal mio cuore.. dalla mia anima… ho bisogno di lei come acqua e so che non posso averla tra le mie braccia fisicamente.. ma non voglio sperare di ritrovarla tra uno sfarfallio del vento sull’acqua, su di un’onda o attraverso un gioco di ombre… voglio lei per quello che è ed ho tanta strada ancora da fare… ma devo sforzarmi di capire che anche questo periodo può e deve cambiare… perché ti voglio bene davvero patatina.. il tuo papà ti vuole cosi tanto bene da capire che è giunto il momento di crescere, per te, per tua sorella per tua madre per me per chiunque chieda come va?.. si arriva in fondo al pozzo e lentamente si risale.. e come quando apro le vele della barca.. ho tanta voglia di veleggiare ma ho anche tanta paura che il vento sia troppo forte, però poi ci si fa forza e sia va.. e magari capiterà che mentre cammino per le strade del mondo mi riabbraccerai come solo tu sai fare… o magari dovrò aspettare ancora a lungo.. e mentre ti penso e mentre la paura mi avvolge la solitudine si fa sentire.. mi viene in mente quella splendida canzone che non sono mai riuscito a cantarti… e dice: sono seduto qui al porto guardando il mio tempo scorrere via tra le onde… ho lasciato la mia casa per una nuova destinazione e sembrasse che non ci fosse nulla che lasciassi e nulla adesso sta arrivando.. allora mi fermo sulla sponda del porto, a guardare la mia vita persa nel tempo… io posso fare ciò che la gente mi dice di fare ma sembra che nulla cambierà anche se faccio ciò che dicono.. allora mi fermo a guardare le barche perso nel tempo perché questa solitudine pare non voglia abbandonarmi….  un giorno ti prometto che te la canterò ad alta voce e tutta per te 🙂 con tanto amore il tuo piccolo piccolo papà

Edda CattaniLa notte di San Giovanni
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La preghiera del cuore

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Ho trovato tra le altre questa nota dal titolo  “La Preghiera del cuore” scritta da Padre Gasparino Movim. Contempl. Mission. “P. De Foucauld”- Cuneo … Provo a vederne qualche stralcio:

“La Preghiera del cuore”

Sai che cos’è? Vuoi sperimen­tarla?

Chi la scopre, sperimenta una strada di preghiera che trasforma la vita.

Anzitutto…

Prima di tutto riconosci che la preghiera è dono e che hai sempre bisogno di imparare a pregare.

Ti sei già posto con realismo il problema?

Quando preghi se sei sincero, ti accorgi che è più il tempo che passi nelle distrazioni, del tempo che stai con il Signore.

Se sei sincero, capirai che la tua preghiera è parolaia, e non ti mette a contatto con Dio…”

Beh… per quanto riguarda quest’ultima affermazione, personalmente posso dire di non avere mai usato tante parole per pregare tenendo presente: “Quando pregate, dite: ‘Padre nostro…’”(Mt 6,9-13).

Mi torna sempre il riferimento al tempo della mia vita in collegio, quando nel momento della meditazione mattutina mi fermavo alla prima parola “padre” e rimanevo estatica a pensare la bellezza, la grandezza, l’amore infinito di un Dio che permette che noi lo chiamiamo “padre”… e ci dà la sua preghiera come preghiera personale… Infatti Gesù premette all’insegnamento del Padre nostro questo:… il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6).

Lui vede nel segreto e “mi ricompenserà”…. Io non chiedo ricompense, non ho nulla da chiedere che Lui non abbia già provveduto a darmi, ma gli presento me stessa: “Mi riconosci Padre, sono colei che tante volte non si rivolge a te nella preghiera comunitaria ma che ti presenta, ancor prima di se stessa tutti coloro che sono entrati dalla mia porta, nel mio cuore… tutti i miei fratelli… Lo vedi Signore…. Non sono sola in questa casa vuota: il mio cuore contiene i miei fratelli e il mondo, e dico al plurale: “Padre nostro… dacci… rimetti a noi… non ci indurre… liberaci…”.

Continua Padre Gasparino: “Non pensare a niente di senti­mentale, la preghiera del cuore è un cammino spirituale serio, ma che ti aprirà le porte della vita spirituale profonda, se tu avrai l’umiltà e il desiderio concreto di imparare…

La preghiera del cuore si potreb­be anche chiamare: preghiera di silenzio o preghiera contemplativa.”

Perdonami Signore quando mi vedi correre, se non ti so pregare se ti chiamo “Padre”… e qui mi fermo… Questa preghiera è profonda e semplice come Dio stesso, come il vangelo che essa sintetizza in poche righe. Chiamare il Padre è sentirlo “in spirito e verità” (Gv 4,23-24) significa entrare nella profondità e nell’immensità dell’amore di Dio, nella conversione totale a Lui, nel movimento filiale di obbedienza spontanea e amorosa.

Pregare per tutti coloro che mi sono vicini è fare ciò che ci ha indicato Papa Francesco in questi giorni santi dopo la sua elezione: sono i più poveri, i miseri, i diseredati, i disabili … sono i miei bambini, il mio Simone, tutte le piccole creature del mondo … e anche oltre … tutti i Ragazzi del Cielo, i miei Ragazzi, Andrea … e la piccola Dalia … tutti uniti nella preghiera in una sola vita … Perché tutto è VITA!!!

La preghiera del cuore è preghiera semplice, è un po’ tornar bambini con piccoli, garbati simboli.

Vediamo la Preghiera che Papa Francesco scrisse una quindicina di anni fa quando era vescovo di Buenos Aires

Una preghiera per ogni dito della mano

  1. Il pollice è il dito a te più vicino. Comincia quindi col pregare per coloro che ti sono più vicini. Sono le persone di cui ci ricordiamo più facilmente. Pregare per i nostri cari è “un dolce obbligo”.
  2. Il dito successivo è l’indice. Prega per coloro che insegnano, educano e curano. Questa categoria comprende maestri, professori, medici e sacerdoti. Hanno bisogno di sostegno e saggezza per indicare agli altri la giusta direzione. Ricordali sempre nelle tue preghiere.
  3. Il dito successivo è il più alto. Ci ricorda i nostri governanti. Prega per il presidente, i parlamentari, gli imprenditori e i dirigenti. Sono le persone che gestiscono il destino della nostra patria e guidano l’opinione pubblica… Hanno bisogno della guida di Dio.
  4. Il quarto dito è l’anulare. Lascerà molti sorpresi, ma è questo il nostro dito più debole, come può confermare qualsiasi insegnante di pianoforte. È lì per ricordarci di pregare per i più deboli, per chi ha sfide da affrontare, per i malati. Hanno bisogno delle tue preghiere di giorno e di notte. Le preghiere per loro non saranno mai troppe. Ed è li per invitarci a pregare anche per le coppie sposate.
  5. E per ultimo arriva il nostro dito mignolo, il più piccolo di tutti, come piccoli dobbiamo sentirci noi di fronte a Dio e al prossimo. Come dice la Bibbia, “gli ultimi saranno i primi”. Il dito mignolo ti ricorda di pregare per te stesso… Dopo che avrai pregato per tutti gli altri, sarà allora che potrai capire meglio quali sono le tue necessità guardandole dalla giusta prospettiva.

…e a me basta Padre tutto ciò che hai già dal tuo “tempo” eterno… disposto per me!

“La preghiera del cuore non deve mai trascurare la preghiera di ascol­to. E’ la Parola di Dio la linfa vitale della preghiera cristiana. La pre­ghiera del cuore è il momento cul­minante dell’ascolto. Ogni giorno collega il Vangelo della Liturgia del giorno alla tua vita concreta. Da quel Vangelo tro­va la preghiera del cuore rivolto al Padre, o al Figlio, o allo Spirito Santo, presenti in te”.

Edda CattaniLa preghiera del cuore
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La mia terra è musica

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La mia terra è musica

 

Quasi un amore immerso in una dimensione che tutto avvolge, con gli elementi rappresentanti (i covoni d’oro del grano, la vampa ardente dell’estate) che diventano simboli dell’amore stesso, amore che trova la sua massima esaltazione in quella ragazza piena di gioia e “dai capelli disfatti”.

 

La mia terra è musica che io sento quando non sento più nulla.

La mia terra è un colore dove l’immergermi è la mia felicità.

La mia terra è musica che un bambino ha nascosto un tempo in una conchiglia.

La mia terra è una conchiglia. Vi abita un’ostrica il cui destino è un mestiere.

La mia terra è musica. Tu l’ascolti quando la sento il mare viene.

La mia terra è un numero. Dieci coltelli impietosi nel mio cuore consenziente.

La mia terra è musica. Dio in persona non impedirà al mio cadavere di ascoltarla.

La mia terra è un nome. Il solo luogo che amo perché ti adoro.

La mia terra è musica. Questo suono a nessun altro simile lo voglio perpetuare.

La mia terra è un nome che mi impedisce di morire. Il tuo, oh rosa del mio sangue.

 

(Mon pays est une musique, 1986)

da : “Isole di poesia. Antologia di poeti capoverdiani” a cura di Roberto Francavilla e Maria R. Turano. Argo, Lecce 1999.

 

Traduzione: Roberto Francavilla e Maria R. Turano

 



Edda CattaniLa mia terra è musica
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Il “Corpus Domini”

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Nel riproporre un articolo già pubblicato in occasione di questa grande festa dello “spezzare il pane”…

“ Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”

Il ritorno alle “origini”

…”Ecco io sono con voi fino alla fine dei tempi!”…desidero condividere l’emozione provata quando partecipai alla processione nel quartiere di questa cittadina ove abito, in fila con i miei nipotini vestiti con la tunica della Prima Comunione, mentre spargevano petali di rose precedendo il sacerdote con l’ostensorio di Gesù Eucarestia! Ho ricordato il mio abito bianco, la coroncina in testa e le tante persone che cantavano il “TANTUM ERGO SACRAMENTUM”. Si dice che l’innocenza porti provvidenza e proprio della “Provvidenza di Dio che ha ‘sì gran braccia …”  abbiamo bisogno in questi momenti disseminati di tristi vicende. A quel tempo, si usciva dalla guerra mondiale ed eravamo pieni di speranza … oggi forse, questa che è venuta a mancare. In una società in cui sono caduti i valori, in cui poco si prega, in cui prevale l’egoismo e la disperazione non trova sollievo, il candore dei piccoli innocenti può essere un segno di rinnovamento.

…quanta gioia questi bimbi…

A mezzogiorno il Santo Padre, nell’impartire la benedizione dell’Angelus in Piazza San Pietro, ha ricordato Gesù Eucarestia. Preghiamo quelle particole vere del “panino di Gesù” come lo chiamano i miei bambini, affinché ci portino a risollevarci, con determinazione, con la “forza” quale virtù di salvezza, come “olio benedetto” sulla nostra fronte ricevuto dallo Spirito Santo d’Amore! …e AUGURI a tutti … Buon “Corpus Domini”!

La domenica successiva alla Solennità della SS. Trinità si celebra la festa del Corpo e del Sangue del Signore. Prima della riforma liturgica era nota come festa del Corpus Domini (distinta dalla festa del Sanguis Christi celebrata in luglio). La festa del Corpus Domini trova le sue origini nella ambiente fervoroso della Gallia belgica – che San Francesco chiamava “amica Corporis Domini”. Solitamente in giugno, si tiene a Bolsena la festa del Corpus Domini a ricordo del miracolo eucaristico avvenuto nel 1263. Un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il corporale (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina in Bolsena. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell’Eucaristia.

 “ Per la vita del mondo”: questa parola evangelica deve pulsare dentro di noi, come pulsava nel cuore di Gesù.

Chi si nutre del pane eucaristico diviene presenza discreta, è un credente, che si ricorda di fare del bene, cioè di dare tutto, ma nello stile di Gesù lasciandosi plasmare da Lui. E’ capace anche di silenzio, di ascolto; di quel silenzio che rende possibile l’ascolto e l’accoglienza delle parole di chi ci vive accanto, delle parole della fragilità e della debolezza, della malattia di chi ci vive accanto, della sofferenza e della morte, ma anche le parole dal significato alto.

E’ un credente capace di gratuità, la cui gioia non sta tanto nell’affermazione di sé ma nel portare “ vita” al mondo, nel testimoniare Gesù,  vita per l’uomo.

Chi si nutre del pane eucaristico è messo in grado di volere il bene dell’altro e di promuoverlo, sapendo che questo “pane” verrà a lui di ritorno…

 Dal mio percorso di vita…

Anch’io ho spezzato quotidianamente un pane al capezzale del mio sposo affetto da un male incurabile, cercando per lui  “amore incondizionato e perfetto”, “tenendolo curato oltre ogni sforzo perché non perdesse in dignità”

Nella mia ricerca di conferme mi viene inviato questo scritto:

…Ecco, voglio dirti semplicemente questo: il pane che hai spezzato per il tuo compagno, ritorna a te in questo tempo.

Ascolta cosa scrive Erri De Luca: “Valencia è una città spagnola sul Mare Mediterraneo. Una volta aveva un fiume che l’attraversava, il Guadalaviar, ma ora il suo corso è stato deviato. E’ l’unica città del mondo, che io sappia, che si sia sbarazzata di un fiume. Ci sono stato l’anno scorso in ferie, invitato da un editore che aveva tradotto un mio libro nella bella lingua del posto, la catalana. Ho percorso la città a piedi, la sola unità di misura che possiedo per conoscere i posti altrui. Ho visto mercatini puliti e lotterie, mura romane e lavori in corso, ma cercavo il fiume che non c’era più. Infine l’ho trovato, il letto vuoto, i ponti su di lui come se ci fosse ancora.

Al posto di una corrente che già sente il mare vicino, hanno piantato palme e costruito un lungo stagno con pesci rossi. Dall’alto del ponte vedevo quel parco sotto di me, dubitando del senno dei cittadini di Valencia. Presso la riva dello stagno un uomo anziano con un cane forse ancora più anziano passeggiava. Lo vidi avvicinarsi al bordo dell’acqua e cavare dalla sacca delle pagnotte vecchie. Pezzo a pezzo le gettò ai pesci. Restai a guardarlo, affascinato dalla monotonia dei suoi gesti. Non durò poco. Solo alla fine della provvista capii che stavo guardando il verso uno del capitolo undici di Kohèlet. “Manda il tuo pane sul volto delle acque.” Un uomo anziano nell’autunno del ’93 in una città spagnola eseguiva alla lettera l’invito, dando al verso il suo unico verso.

Compiva quel gesto di offerta tra sé e i pesci da molto tempo, ma quel giorno lo compiva anche per un muratore italiano pieno di Bibbia. Lo compiva perché potessi capire: potevo ben azzardarmi a cambiare la traduzione di un verso sacro, potevo pure avere ragione di farlo e di leggere: “in molti giorni lo ritroverai”, anziché “dopo”, purchè ricordassi che chi aveva letto quel verso altrimenti era stato ugualmente felice della sua lettura e di certo aveva offerto più pane di me. Così un uomo di una città remota, accompagnato da un cane e vicino a un fiume prosciugato, era un verso dell’Antico Testamento, lontano molte mattine, che tornava dopo molti giorni.

Per un gioco delle correnti il pane spezzato si allontanava dal lanciatore in direzione della sponda opposta, verso il mare, seguendo un fiume che non c’era più, secondo il suo verso”.

 “ G r a z i e !!!”

 

Edda CattaniIl “Corpus Domini”
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La luna del raccolto

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La luna del raccolto

(dalla cultura degli Indiani d’America)

 

Meravigliose notti che si spegnevano all’ alba e gli uomini si svegliavano sotto i brividi della guazza, caduta nella notte sull’aia dove essi avevano dormito. Un nuovo giorno; una nuova parentesi di vita che si donava, espressa così magnificamente dalla natura, offerta all’uomo per goderne, per arricchire la sua coscienza, disponendolo per ciò ad accettare la vita nel bene e nel male, secondo i suoi precetti, dai quali discende la tranquillità della nostra esistenza.” 

Già l’ora che bisogna mietere
a mani nude ed insanguinate
per strappare via spine dall’anima,
edere dai ricordi,
tuberose di profumate illusioni,
a schiena curva sotto il peso del Tempo
con i sudori salati ed amari come il fiele,
lacrime che fanno di vetro smerigliato
gli stanchi occhi che ormai fanno fatica
a credere.
Su questa Terra avara,
girata e rigirata,
fecondata dal Dolore e dalle fatiche
d’un vivere a volte disumano,
concimata da lotte e speranze
ho buttato nei solchi del destino
un pugnetto di giorni e talenti
perché la mia piccola pianta di UOMO
potesse crescere e vivere.
Ho colto a piene mani spighe acerbe
della mia povera ed ubriacante giovinezza
che dava lo sballo,
ho riparato dal sole, dal vento, dal gelo
i teneri germogli dei figli,
lottato contro la disgregazione e la distruzione
di templi e Leggi,
Questo ho raccolto
il mannello ha pochi ed avari steli
sarà poco per Te
ma tanto per la mia povera carne:
Perdonami!

 

 

La Luna del Grano sorge sopra i campi maturi, mentre si celebra il momento del raccolto, è la Luna che vede il sacrificio del Dio Sole ( Lugh per i celti, Osiride per gli egiziani, Tammuz per i babilonesi), la Luna che si prepara per essere sepolcro del suo sposo.
Antico è il culto del grano e del mais, basti pensare che fu proprio la coltivazione di questi cereali che diede vita ai primi villaggi, prima di allora l’umanità viveva di caccia e di raccolta di erbe selvatiche, non esisteva una comunità ma ognuno vivere separato tentando di sopravvivere alle stagioni, alle belve e agli ostacoli del quotidiano.
Proprio grazie alla scoperta che il grano potesse esser coltivato iniziano a nascere i primi villaggi, intorno alle piccole piantagioni, l’uomo non ha più bisogno di vivere come un nomade, ora può costruirsi una capanna o una tenda e tenere al sicuro la propria famiglia, ora il campo di mais o grano gli assicurerà il cibo, il nutrimento e il sostentamento per i mesi che verranno.
Dunque, le nostre città, hanno origine dal grano, tutti noi siamo figli del grano.
La Luna del Grano è anche la Luna che accompagna i festeggiamenti del raccolto, da sempre, ogni popolo antico ha festeggiato questo periodo come momento di grande importanza per la comunità, un raccolto abbondante significava “sopravvivere” all’inverno che da lì a qualche mese sarebbe arrivato, un raccolto misero metteva in pericolo la vita di tutti.
Capiamo bene dunque come in ogni cultura proprio in questo periodo nasce una festa del raccolto, lughnasadh per i celti, che festeggiava il sacrificio del Dio Sole ( Lugh) durante la mietitura per assicurare il cibo e quindi la sopravvivenza dell’intera comunità; In Egitto, Osiride patrono della resurrezione, veniva considerato anche protettore della vegetazione, delle statuette di argilla che lo rappresentavano venivano sepolte nel periodo della semina per stimolare magicamente il raccolto.
Il Dio veniva spesso raffigurato steso orizzontalmente dal quale sorgevano ventotto spighe rappresentanti i ventotto giorni del mese lunare.
Un testo antico riporta: “che io viva o muoia, io sono Osiride, io penetro in te e riappaio attraverso la tua persona; in te deperisco e in te cresco…. Gli dei vivono in me perché io vivo e cresco nel grano che li sostenta”, per gli Indiani D’America questo era il periodo del Poskita, in cui si celebrava un tempo di pace.
Anche se in quel momento era in atto una battaglia i capi militari inviavano una lettera al nemico e i guerrieri si ritiravano per quattro giorni nelle capanne di sudorazione dove si depuravano da tutte le energie che la guerra aveva deposto sul loro corpo e sulla loro anima e poi iniziavano le celebrazioni del Poskita, era per i Nativi Americani una delle celebrazioni più importanti del calendario; si accendeva un fuoco nuovo, puro che simboleggiava il vincolo del popolo con gli antenati e con il mondo superiore, il fuoco nuovo diveniva una potente personificazione del sacro ed esso aveva il potere di riconsacrare le cose, le relazioni e l’intera comunità. Questa celebrazione che aveva il potere di portare la pace ( qualsiasi fosse la situazione che il popolo in quel momento stesse vivendo) veniva dedicata al mais, secondi i miti sacri dei Creek, il mais fu donato al popolo da una donna, dea della terra.
Numerose sono le dee del mais e del grano, questa Madre primigenia che distribuisce il nutrimento ai suoi figli direttamente dal suo corpo ha un’origine molto antica ( Coatlicue, Dea Madre dei Cereali e della Terra che troviamo in Messico, sempre venerata dagli aztechi è la “zea mays” Chicomecoatl fino ad arrivare alla dea frigia Cibele, la greca Demetra che fu poi portata a Roma con il nome di Cerere) il mito del grano e della spiga viene bene raffigurato nel rituale che si compie per lughnasadh, l’ultimo covone del raccolto viene lasciato macerare sul campo, esso è chiamato Madre del Grano, poiché è il principio del prossimo raccolto e la fine di quello appena avvenuto.
Il ciclo Vita-Morte-Vita ben rappresentato dal processo di semina, maturazione, mietitura e macerazione del grano ci riporta al significato e all’energia della Luna del Grano, in essa danzano le antenate così come riposano i semi della nuova stirpe, è il grembo primordiale di vita e di morte, colei che germoglia ma che nello stesso tempo compie l’atto sacro della mietitura ( spesso la morte viene raffigurata con la falce della mietitura fra le mani, ricordando proprio questo atto della raccolta del grano), tutto nella vita ha il suo corso, niente rimane ciò che è, ogni cosa deve trasformarsi e la morte così come ci racconta la Luna del Grano è il nostro passaggio da frutto maturo a nutrimento, è il sacrificio ( render sacro) che da senso alla vita, senza la morte rimarremmo per sempre meravigliose spighe mature senza nessuna utilità per la vita.
La Luna del Grano appare come un’enorme spirale di spighe mature, percorriamola cantando, fino al centro per onorare il seme che ci ha reso frutto, per onorare i grembi che ci hanno partorito e poi torniamo indietro dal centro danzando verso più ampi cerchi e orizzonti lì dove ci aspetta il raccolto augurandoci di esser con la nostra vita nutrimento prezioso per i semi futuri della nostra stirpe.

“ Vieni Anima danzante, raccogli le spighe e racconta il loro canto, il canto antico del seme che si fece cibo.
Vieni Anima affamata, il corpo della Dea ha il profumo del primo pane offerto al Dio Sole.
Vieni Anima a cercare nel campo le orme di chi ha seminato prima di te.
Accendi il fuoco per onorare
Accendi il fuoco per purificare
Accendi il fuoco per cuocere
Vieni Anima e danza cantando le arcaiche parole della Luna del Grano, Colei che nutre la Vita donando la Morte. “

fonti :
Oscure Madri Splendenti – Luciana Percovich
Culture e Religioni degli indiani d’america – L.E. Sullivan


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Il Family Day

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Si rinnova anche quest’anno!

Un piacere riproporre una bella circostanza e un bel ricordo.

Il VII° Incontro Mondiale delle Famiglie si tenne nel 2012, sul tema “La Famiglia, il lavoro e la festa”.

 

Ognuno ha un suo “modo” di sentirsi “famiglia”; io ho fatto festa con Andrea, nell’unica possibilità che mi è data, andando in cappella e portandogli un fiore, a nome di tutte le famiglie in difficoltà… che in questo momento… ahimè … sono tante. Gli ho fatto il nome delle persone care, accarezzando la nuda lapide dove è stato posato il suo capo ed ho rivolto una preghiera a Dio Padre d’amore, perché protegga tutte le creature nella prova… In quel momento, alla porta della cappella, si è affacciato saltellando un piccolo passerotto cinguettante… cosa insolita per quel luogo e in quel particolare istante… e l’ho inteso come una conferma di essere stata ascoltata.

 

Mi attendeva la Santa Messa che si celebrava in una chiesa vicina e dove ho trovato che era in corso la cerimonia del battesimo di due piccole creature. Questo evento rende le comunità sempre molto partecipi e si sente risuonare: “ Cristo è presente… è ovunque… ove scorre il Giordano”.

 

Ma l’emozione più grande l’ho vissuta all’uscita della chiesa: una giovane madre era in attesa con il bimbo addormentato in braccio… Maria di Nazareth e il piccolo Gesù!

Edda CattaniIl Family Day
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Il “pane” spezzato

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“ Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”

La domenica successiva alla Solennità della SS. Trinità si celebra la festa del Corpo e del Sangue del Signore. Prima della riforma liturgica era nota come festa del Corpus Domini (distinta dalla festa del Sanguis Christi celebrata in luglio). La festa del Corpus Domini trova le sue origini nella ambiente fervoroso della Gallia belgica – che San Francesco chiamava “amica Corporis Domini”. Solitamente in giugno, si tiene a Bolsena la festa del Corpus Domini a ricordo del miracolo eucaristico avvenuto nel 1263. Un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il corporale (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina in Bolsena. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell’Eucaristia.

 “ Per la vita del mondo”: questa parola evangelica deve pulsare dentro di noi, come pulsava nel cuore di Gesù.

Chi si nutre del pane eucaristico diviene presenza discreta, è un credente, che si ricorda di fare del bene, cioè di dare tutto, ma nello stile di Gesù lasciandosi plasmare da Lui. E’ capace anche di silenzio, di ascolto; di quel silenzio che rende possibile l’ascolto e l’accoglienza delle parole di chi ci vive accanto, delle parole della fragilità e della debolezza, della malattia di chi ci vive accanto, della sofferenza e della morte, ma anche le parole dal significato alto.

E’ un credente capace di gratuità, la cui gioia non sta tanto nell’affermazione di sé ma nel portare “ vita” al mondo, nel testimoniare Gesù,  vita per l’uomo.

Chi si nutre del pane eucaristico è messo in grado di volere il bene dell’altro e di promuoverlo, sapendo che questo “pane” verrà a lui di ritorno…

 Dal mio percorso di vita…

Anch’io ho spezzato quotidianamente un pane al capezzale del mio sposo affetto da un male incurabile, cercando per lui  “amore incondizionato e perfetto”, “tenendolo curato oltre ogni sforzo perché non perdesse in dignità”

Nella mia ricerca di conferme mi viene inviato questo scritto:

…Ecco, voglio dirti semplicemente questo: il pane che hai spezzato per il tuo compagno, ritorna a te in questo tempo.

Ascolta cosa scrive Erri De Luca: “Valencia è una città spagnola sul Mare Mediterraneo. Una volta aveva un fiume che l’attraversava, il Guadalaviar, ma ora il suo corso è stato deviato. E’ l’unica città del mondo, che io sappia, che si sia sbarazzata di un fiume. Ci sono stato l’anno scorso in ferie, invitato da un editore che aveva tradotto un mio libro nella bella lingua del posto, la catalana. Ho percorso la città a piedi, la sola unità di misura che possiedo per conoscere i posti altrui. Ho visto mercatini puliti e lotterie, mura romane e lavori in corso, ma cercavo il fiume che non c’era più. Infine l’ho trovato, il letto vuoto, i ponti su di lui come se ci fosse ancora.

Al posto di una corrente che già sente il mare vicino, hanno piantato palme e costruito un lungo stagno con pesci rossi. Dall’alto del ponte vedevo quel parco sotto di me, dubitando del senno dei cittadini di Valencia. Presso la riva dello stagno un uomo anziano con un cane forse ancora più anziano passeggiava. Lo vidi avvicinarsi al bordo dell’acqua e cavare dalla sacca delle pagnotte vecchie. Pezzo a pezzo le gettò ai pesci. Restai a guardarlo, affascinato dalla monotonia dei suoi gesti. Non durò poco. Solo alla fine della provvista capii che stavo guardando il verso uno del capitolo undici di Kohèlet. “Manda il tuo pane sul volto delle acque.” Un uomo anziano nell’autunno del ’93 in una città spagnola eseguiva alla lettera l’invito, dando al verso il suo unico verso.

Compiva quel gesto di offerta tra sé e i pesci da molto tempo, ma quel giorno lo compiva anche per un muratore italiano pieno di Bibbia. Lo compiva perché potessi capire: potevo ben azzardarmi a cambiare la traduzione di un verso sacro, potevo pure avere ragione di farlo e di leggere: “in molti giorni lo ritroverai”, anziché “dopo”, purchè ricordassi che chi aveva letto quel verso altrimenti era stato ugualmente felice della sua lettura e di certo aveva offerto più pane di me. Così un uomo di una città remota, accompagnato da un cane e vicino a un fiume prosciugato, era un verso dell’Antico Testamento, lontano molte mattine, che tornava dopo molti giorni.

Per un gioco delle correnti il pane spezzato si allontanava dal lanciatore in direzione della sponda opposta, verso il mare, seguendo un fiume che non c’era più, secondo il suo verso”.

 “ G r a z i e !!!”

 

Edda CattaniIl “pane” spezzato
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13 Giugno: S.Antonio a Padova

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RICORDI DEGLI ANNI NON IN COVID.

Oggi festa grande qui a Padova -SANT’ANTONIO – Una visita per voi tutti davanti all’arca del Santo e una visita alla cappella della Madonna Mora.

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Storia: L’attuale cappella della Madonna Mora era in origine una chiesetta indipendente, S. Maria Mater Domini, risalente al XII sec., la quale – dopo che vi fu sepolto sant’Antonio nel 1231 (e vi restò fino al 1263) – fu inglobata nell’attuale basilica. La statua della Madonna Mora si trova sull’altare dal 1396.

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«La Vergine col bambino è una delle tante Madonne che in tutto il mondo sono popolarmente definite “more”, sempre per via dell’annerimento dovuto ai ceri», ha spiegato lo storico dell’arte Leopoldo Saracini del Collegio di Presidenza della Veneranda Arca del Santo. «Il sacello trecentesco oggi rimesso a nuovo, si trova sopra i resti della chiesa di Maria Mater Domini dove Sant’Antonio aveva espressamente chiesto di venir sepolto e che nel 1231 accolse le sue spoglie, lì rimaste per 32 anni prima di finire nell’arca dell’attigua cappella, meta quotidiana di pellegrini di tutto il mondo».

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DISCORSO DEL VESCOVO CIPOLLA AI FEDELI

UN “DUPLICE SEGNO”. Il vescovo ha poi annunciato: “Domenica 18 giugno, celebrando la Solennità del Corpo e Sangue del Signore (Corpus Domini), la Chiesa di Padova porrà un duplice segno. Il primo segno è la riapertura della chiesa del Corpus Domini in via Santa Lucia, danneggiata alcuni anni fa dal terremoto, dove riprenderà l’Adorazione perpetua […]. Il secondo segno riguarda le Cucine Economiche Popolari, istituzione simbolo della carità e del ‘pane’ donato nella nostra città. Esse diventeranno un vero e proprio ‘Cantiere di Carità e Giustizia’, con l’istituzione di una Fondazione canonica”.

Edda Cattani13 Giugno: S.Antonio a Padova
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Lasciare al profumo

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Lasciare al profumo di essere profumo

ptofumo
(Luca 7,36-8,3)
XI Tempo Ordinario C

Gesù e la peccatrice

 

Tra le mani un piccolo vasetto di profumo. Magari lei non l’avrebbero lasciata entrare ma il profumo, quello, nessuno può fermarlo. Del suo corpo avrebbero potuto fare quello che volevano, ormai era abituata la gioco maschile del potere che crede di possedere quello che riesce a comprare, ma il profumo di quel vasetto sarebbe passato. Bastava rompere il vaso. E lei avrebbe pianto di gioia, ne era sicura, perché lei si sentiva come quel pugno di terracotta, un profumo trattenuto, aspettava da una vita intera qualcuno capace di infrangere quella scorza dentro cui si sentiva costretta. Soffocata dal giudizio benpensante dovuto a quel mestiere che molti sfruttano e che tutti condannano. Lei, la prostituta, avrebbe voluto urlare che si sentiva come quel piccolo vaso, che si sentiva in grado di profumarla la vita, che aspettava solo qualcuno in grado di rompere le pareti, qualcuno che non avesse paura del suo profumo. Lei, quel giorno, non voleva altro che farsi respirare da Gesù. Non chiedeva altro, rompere le costrizioni della forma per lasciar libera l’essenza. Il fariseo non può capire, la religione, sempre alla ricerca di forme rigide e sicure non può capire, solo Gesù comprende. E la lascia fare. Lascia al profumo di essere profumo. Amare è frantumare la corazza, è abbassare le difese, è lasciare che il profumo si liberi nell’aria, gratuitamente e indistintamente. È non avere paura di perdersi. Perché amare è, in fondo, perdersi. Per l’altro. Amare è rompere le costrizioni della forma rigida e precostituita di un vaso per esprimere l’essenza, per lasciarsi respirare, per assumere la forma di chi si ama. 

La donna poi si mette ai piedi di Gesù. E vede subito, sono piedi bellissimi, sono i piedi di un Dio, sono i piedi di chi ha imparato a camminare le strade della terra senza smarrire il Cielo. Sono i piedi di un Dio che ha scelto di mostrare strade nuove e lei comprende, in un istante, quello che cercava da una vita, quello che mancava a ciò che lei chiamava amore: amare significa camminare. Camminare incontro, comminare accanto, amare significa inventare sentieri nuovi, amare significa che sulla strada della vita non siamo soli. L’amore passa per i piedi. Il fariseo, seduto, non può capire che l’amore non è un concetto ma un percorso, l’amore è un cammino. Non puoi definirlo l’amore, solo seguirlo con umiltà e fiducia nelle sue evoluzioni. L’amore è un cammino, un cambiamento, una danza a due. L’amore passa attraverso i piedi. Dovremmo ricordacene, come Chiesa, di non definire mai l’amore stando seduti al tavolo del fariseo, che non dovremmo mai porre delle condizioni per definire cosa significhi amare ma crearle le condizioni, creare le condizioni perché ognuno possa rimettersi in cammino, qualunque sia il suo passato, qualunque siano i suoi errori, dovremmo guardare i piedi delle persone che incontriamo e vedere strade nuove, percorsi sempre possibili. Da subito. Dovremmo guardare i nostri piedi e chiederci se stiamo camminando. La donna del Vangelo ama, e proprio perché ama può tornare a essere donna libera, e nessun peccato preclude dal pranzo con Gesù, la comunione con Lui è decisa solo dall’Amore.

Poi piange quella donna. Piange di nostalgia, piange come bambina che scopre improvvisamente ciò che ha cercato da sempre senza trovarlo mai. In tanti avevano usato di lei, nessuno le aveva regalato un orizzonte. Amare è questione di piedi in cammino e di lacrime versate per qualcuno. Chi ci chiede di rimanere fermi, di non rischiare, di mantenere la posizione, di accontentarci, semplicemente non ci ama. Chi non raccoglie il nostro dolore, chi non si commuove, chi non piange mai, non ama. E non crede. Il fariseo è seduto a tavola, immobile. La donna piange a ricordare che la verità dell’amore passa sempre da un cuore sensibile. La donna è sensuale, il cuore sensibile… la pagina di oggi ricorda in modo evidente che l’amore non è mai senza un corpo. Dovremmo ricordacene. Di non parlare mai dell’amore se non abbiamo in petto un cuore capace di commuoversi e mani che sanno accarezzare. La donna accarezza, piange e bacia: è viva. Senza vergogna lascia cantare il suo corpo con l’unica grammatica che conosce, quella dell’eros. E Gesù la lascia fare. La lascia essere. Perché fermare l’amore? Perché ostinarsi a ridurre l’amore a un concetto?
Il fariseo in quella liturgia vede solo una peccatrice. Gesù in quella liturgia vede una donna che ama. E questa differenza è abissale. Certo che anche Gesù vede l’errore ma non è questo quello che conta, quello che conta, nella vita, è se ami davvero qualcuno. 

Dovremmo urlarlo dalla mattina alla sera, dovremmo avere il coraggio di liberarci dei nostri sofismi ipocriti, dovremmo solo lasciare libero il vangelo di essere vangelo, buona notizia, dovremmo disincagliare l’amore dalle paludi della paura, dovremmo rompere quelle corazze strette che pretendono di spacciare per Vangelo abitudini culturali. Dovremmo avere il coraggio di chiedere scusa per quando trasformiamo il Vangelo in una morale bigotta e triste. Della vita importa solo quanto abbiamo saputo amare, questo ripete ad ogni istante l’uomo di Nazareth. Mi commuove pensare a questo Dio che, nel giorno Ultimo, non avrà tenuto la triste contabilità dei nostri errori e tradimenti ma ci ringrazierà per tutte le lacrime che abbiamo versato per amore. Certamente avremo accumulato anche errori, perché nell’amore si fa male e ci si fa male, ma la domanda finale di Dio, lo sguardo ultimo sulla vita non riguarderà la “purezza” ma l’amore. Non ci verranno rinfacciati i peccati ma ci sarà chiesto motivo della nostra vita trattenuta e sterile. Peccato mortale è non amare.

Simone non riesce a capire. E Gesù prova con una parabola. Un creditore aveva due debitori… parabola volgare, non puoi spiegare l’amore con il denaro. Solo chi si prostituisce mette prezzo all’amore. Ma Simone comprende solo la grammatica del denaro. E mentre scorre questa parabola non capisci più chi abbia prostituito davvero l’amore: le parti si invertono. Gesù prova a spiegare a Simone cosa significhi amare usando i gesti della prostituta. Usando un corpo. Narra di baci e carezze, narra di lacrime e di profumo…e nella narrazione di Gesù non c’è traccia di ambiguità. I gesti sono gli stessi e noi ci scopriamo a guardarli con gli occhi di Gesù, e scopriamo che ambiguo è il pensiero di Simone, il peccato abita nei suoi occhi. Non sappiamo come si sia conclusa la storia. Non sappiamo della donna e nemmeno di Simone, rimane tutto in sospensione, rimangono però dei gesti d’amore riportati al loro Senso profondo. Rimangono le nostre mani, i nostri occhi, le lacrime che potremmo versare, rimane un corpo, il nostro che può tornare a narrare l’amore. Rimane un corpo, il nostro, che se ricomincia a narrare l’amore può contribuire a portare profumo nuovo nel mondo. Rimane un corpo, il nostro, che amando può tornare a narrare Dio.

(A.Dehò)

Edda CattaniLasciare al profumo
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Non gettare la spugna!

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In questo periodo  di grande sofferenza fisica, nella mia condizione di solitudine fisica e morale, mi sento di riproporre questo testo:

 

spugna

 L’autore è anche fondatore dell’organizzazione internazionale Teen Challenge,  a New York, che aiuta i drogati, i delinquenti e gli emarginati.

Wilkerson è un uomo che ha vissuto a stretto contatto con la sofferenza e che ha sentito una profonda spinta a scrivere questo libro per aiutare tutti coloro che soffrono a non gettare la spugna, cioè a non arrendersi, a non gettare via la propria fede, a non rinunciare alla speranza di vedere ancora Dio all’opera.

 
 
Quante Madri mi scrivono disperate dopo lutti inenarrabili… storie comuni che non trovano risposta!
 
 
QUANDO SI SOFFRE

 

In un modo o nell’altro, tutti soffriamo. Tutti siamo nella stessa barca, anche la folla che se ne va ridendo spensieratamente soffre. Le persone cercano di nascondere la loro sofferenza bevendo e scherzando, ma non passa.
Chi soffre? I genitori di un figliolo o di una figliola prodiga. Milioni di genitori sono stati profondamente feriti da figli che hanno rigettato i loro consigli amorevoli ed ora sono nel dolore per gli inganni e la delinquenza di questi figli un tempo teneri e buoni.

 

Le vittime di famiglie smembrate soffrono. Soffre la moglie abbandonata dal marito per un’altra donna; soffre il marito che ha perso l’amore di sua moglie; soffrono i figli che hanno perso il loro senso di sicurezza.
Altri soffrono per malattie: cancro, problemi di cuore e una miriade di altri malanni. Sentirsi dire da un dottore: “Lei ha un cancro e può morire” deve essere terrificante, eppure fra quanti leggono queste righe molti hanno sperimentato questo dolore e questa agonia.

 

Gli innamorati si lasciano calpestando quello che una volta era un bellissimo rapporto e ciò che rimane è il cuore spezzato, ferito.
E che dire dei disoccupati? Degli scoraggiati davanti al crollo dei loro progetti? E i segregati? I prigionieri? Gli omosessuali? Gli alcolizzati?
È vero! In un modo o nell’altro stiamo tutti soffrendo; ogni individuo sulla terra porta il proprio fardello di dolore e di sofferenza.

 

Non esiste una cura fisica


Quando sei colpito in profondità, nessuna persona al mondo può toglierti le intime paure e le angosce più profonde. Il migliore degli amici non può comprendere interamente la battaglia che stai passando o le ferite che ti sono state inflitte.
Solo Dio può chiudere l’accesso alle ondate di depressione e ai sensi di solitudine e fallimento che ti vengono addosso. Solo la fede nell’amore di Dio può trarre in salvo una mente che soffre. I cuori offesi e spezzati che soffrono in silenzio possono essere guariti solo dall’opera soprannaturale dello Spirito Santo, fuori della quale nessun altro intervento funziona realmente.

 

Dio deve intervenire e prendere in mano la situazione. Egli deve intercettare le nostre vite al punto di rottura, deve stendere le sue braccia amorevoli e portare quel corpo e quella mente sofferente sotto la sua cura e protezione. Dio deve farsi avanti come un Padre premuroso e dimostrare che egli è là per volgere le cose al bene. Egli deve dissolvere le nubi tempestose, cacciare via la disperazione e la tristezza, asciugare le lacrime e rimpiazzare l’afflizione con la pace della mente.


Perché proprio io, Signore?


Ciò che fa più male è sapere che il tuo amore per Dio è forte, e ciò nonostante non riesci a capire che cosa sta cercando di fare nella tua vita. Se tu fossi freddo nei confronti del suo amore allora capiresti perché le preghiere non sono state esaudite. Se tu ti stessi allontanando da Dio, probabilmente capiresti il perché delle prove e delle gravi afflizioni che ti sono ripetutamente venute addosso. Se tu fossi un peccatore incallito che ha disprezzato le cose di Dio, potresti arrivare a credere di avere meritato la grossa batosta. Ma tu non ti stai allontanando, non lo stai rigettando assolutamente; anzi, brami di fare la sua perfetta volontà e desideri ardentemente compiacerlo servendolo con tutto te stesso. Ecco perché la tua sofferenza è così debilitante; ti fa sentire come se ci fosse qualcosa di gravemente sbagliato in te e così metti in dubbio la profondità della tua spiritualità e, a volte, perfino la tua salute.

 

Una voce interiore, proveniente chissà da dove, sussurra: “Forse, in un modo o nell’altro, ho dei difetti. Forse sono stato ferito così profondamente perché Dio non può trovare molto di buono in me. Devo proprio essere fuori dalla sua volontà; egli deve disciplinarmi per rendermi obbediente”.


Gli amici fanno il possibile

 

Un cuore abbattuto o spezzato produce il dolore più atroce che l’uomo possa provare. La maggioranza delle altre sofferenze umane sono solo fisiche, ma un cuore ferito deve sopportare un dolore che è sia fisico sia spirituale.
Gli amici e coloro che amano possono aiutare a lenire il dolore fisico di un cuore a pezzi. Quando ci fanno compagnia ridendo, amandoci e interessandosi a noi, il dolore fisico viene alleviato e c’è un provvisorio sollievo. Ma scende la notte e con essa giunge il terrore dell’angoscia spirituale. La sofferenza è sempre maggiore di notte. La solitudine cala come una nube quando il sole scompare. Il dolore esplode quando sei completamente solo e pensi a come affrontare le voci e le paure che ripetutamente si affacciano.

 

I tuoi amici, che non comprendono pienamente che cosa stai passando, ti offrono molteplici soluzioni superficiali. Si mostrano impazienti con te. In queste occasioni sono generalmente allegri e senza preoccupazioni, e non riescono a capire perché non ti riprendi. Insinuano che ti lasci andare all’autocommiserazione, ti ricordano che il mondo è pieno di cuori afflitti, di sofferenti che, pure, sono sopravvissuti. Più spesso vogliono fare una di quelle preghiere-panacea che immediatamente risolvono tutto. Ti dicono di “lasciare agire la tua fede, rivendicare una promessa, dichiarare la guarigione e lasciarti dietro la disperazione”.

 

Tutto ciò è giusto e buono, ma è una predica che di solito viene da parte di cristiani che non hanno mai provato molte sofferenze nella propria vita. Sono come le balie di Giobbe, che conoscevano tutte le risposte, ma non potevano alleviare il suo dolore. Giobbe disse loro: “Siete tutti quanti dei medici da nulla” (Giobbe 13:4). Grazie a Dio per gli amici ben intenzionati, ma se essi potessero sperimentare la tua angoscia, anche solo per un’ora, il loro tono sarebbe ben diverso. Mettili al tuo posto, anche solo una volta, affinché provino ciò che senti tu e sperimentino l’intima sofferenza che ti porti dietro, allora ti diranno: “Ma come fai a resistere? Io non riuscirei a sopportare quello che stai passando tu!”


Il tempo non risolve niente

 

C’è poi la solita vecchia frase fatta: “Il tempo guarisce tutte le ferite”. Ti dicono di resistere, di forzare un sorriso e di attendere che il tempo sintetizzi il tuo dolore. Ma io sospetto che tutte le massime e i proverbi riguardanti la solitudine siano stati coniati da gente felice, senza grossi problemi. Suona bene, ma non è vero: il tempo non guarisce un bel niente, solo Dio guarisce!
Quando sei nella sofferenza il tempo non fa che aumentare il dolore. Trascorrono i giorni e le settimane, e l’angoscia è sempre lì. La sofferenza non se ne vuole andare, anche se lo dice il calendario. Il tempo potrebbe relegare il dolore in un angolo recondito della mente, ma un minimo ricordo può riportarlo a galla.

 

Ad essere sinceri, sapere che altri credenti hanno sofferto prima di te lungo la storia, non aiuta né te né loro. Ti puoi identificare con personaggi della Bibbia che hanno superato il dolore di terribili prove; ma sapere che altri son passati per dure battaglie non basta a calmare la ferita che brucia nel tuo petto.
Quando leggi come sono usciti vittoriosi dalle loro battaglie, e tu ancora no, questo non fa che aumentare la tua pena. Ti fa sentire come se essi ricevessero le risposte alle loro preghiere perché sono molto vicini a Dio. Ti fa sentire indegno del Signore perché il tuo problema ancora si trascina, malgrado tutti i tuoi sforzi spirituali.


Un duplice problema


Raramente si viene feriti solo una volta. Molti di quelli che stanno male possono mostrare anche altre ferite. Dolore si aggiunge a dolore. Un cuore spezzato di solito è tenero, fragile. Viene facilmente ferito perché non è protetto da una corazza resistente. La tenerezza, da chi ha un cuore ben corazzato, è considerata erroneamente vulnerabilità. La calma è giudicata una debolezza. Il fatto di dedicarsi totalmente a un altro è frainteso come l’essere diventati troppo forti. E il cuore che non si vergogna di ammettere il proprio bisogno d’amore è mal giudicato, quasi che fosse troppo tendente alla sessualità.

Ne consegue, quindi, che un cuore sensibile che cerca amore e comprensione è spesso il più facilmente intaccabile. I cuori aperti e fiduciosi sono di solito quelli più frequentemente feriti.

Il mondo è pieno di uomini e donne che hanno respinto l’amore offerto loro da un cuore gentile e dolce nei loro confronti. I cuori forti, corazzati, che non hanno bisogno di nessuno, i cuori che danno pochissimo, quelli che richiedono che l’amore sia loro costantemente manifestato, quelli che fanno sempre calcoli, quelli che manovrano e servono sé stessi, quelli che hanno paura di rischiare, sono cuori che raramente vengono infranti. Non vengono feriti perché non c’è niente da ferire; sono troppo orgogliosi ed egocentrici per permettere a qualcuno di farli soffrire in alcun modo. Vanno in giro ferendo altri cuori e calpestando le fragili anime che li avvicinano e questo semplicemente perché sono così induriti e ottusi di cuore da pensare che tutti dovrebbero essere come loro. I cuori indurti non amano le lacrime; odiano prendere impegni. Si sentono senza parole se chiedete loro di condividere qualcosa che venga dal cuore.


Chi ferisce un cuore non la passa liscia


Una parte del dolore che un cuore afflitto deve patire viene dal pensiero che l’offensore, colui che l’ha ferito, non ne avrà alcuna pena. Il cuore dice: “Io sono stato colpito e ferito, eppure sono quello che ne paga lo scotto. Il colpevole se la cava senza danno, mentre dovrebbe pagare per ciò che ha fatto”. Ecco il problema delle croci: di solito è la persona sbagliata che viene crocifissa. Ma Dio tiene in serbo i libri e, il giorno del Giudizio, tali libri saranno soppesati. Ma anche in questa vita coloro che affliggono e quelli che feriscono pagano un caro prezzo. Indipendentemente da come tentino di giustificare le loro azioni lesive, essi non riusciranno a sottrarsi alle grida di coloro che hanno ferito. Come il sangue di Abele che gridava dalla terra, le grida di un cuore straziato possono penetrare la barriera del tempo e dello spazio e terrorizzare il più duro dei cuori. Le ferite sono spesso causate da menzogne senza fondamento e ogni bugiardo alla fine deve essere condotto dinanzi alla giustizia.

 

Esiste un balsamo per un cuore spezzato? C’è possibilità di guarigione per le ferite profonde, interiori? Si possono rimettere assieme i pezzi e rendere il cuore ancor più saldo? Può la persona che ha conosciuto un tale tremendo dolore e una tale sofferenza risollevarsi dalle ceneri della depressione e trovare un nuovo e più vigoroso sistema di vita? Sì! Assolutamente sì! E se così non fosse la Parola di Dio sarebbe una beffa e Dio stesso sarebbe un bugiardo: e ciò non è possibile!
Permettimi di darti alcuni suggerimenti su come affrontare la tua sofferenza.


Non cercare di esaminare come e perché sei stato ferito. Ciò che ti è capitato è un guaio molto comune fra gli uomini. La tua situazione non è per niente unica: è la condizione tipica della natura umana.
Che tu abbia ragione o torto non significa assolutamente nulla a questo punto. Ciò che importa è la tua buona volontà di camminare in Dio e di avere piena fiducia nella sua azione misteriosa nella tua vita. La Bibbia dice:


“…non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1 Pietro 4:12-13).


Dio non ti ha promesso una vita senza sofferenze: egli ti ha promesso una via d’uscita. Ti ha promesso l’aiuto per sopportare il dolore e la forza per riuscire a rialzarti quando la debolezza ti fa inciampare.
Molto probabilmente tu hai fatto ciò che dovevi fare. Ti sei mosso nella volontà di Dio, seguendo con sincerità l’impulso del tuo cuore. Ci sei finito dentro con un cuore ben disposto, pronto a donarti. Sei stato spinto dall’amore. Non hai abortito dopo un po’ la volontà di Dio; qualcun altro l’ha fatto. Se ciò non fosse vero non saresti proprio tu a stare così male. Sei ferito perché hai cercato di essere sincero.

Non riesci a capire perché le cose ti si siano rivoltate contro, quando sembrava che Dio le stesse guidando. Il tuo cuore si domanda: “Perché Dio ha permesso che mi succedesse, se sapeva che sarebbe finita male? Ma la risposta è evidente. Giuda, per esempio, fu chiamato dal Signore e destinato a diventare un uomo di Dio. Fu scelto direttamente dal Salvatore e avrebbe potuto essere potentemente usato da Dio, ma Giuda respinse il piano di Dio, spezzò il cuore di Gesù. Ciò che era partito come un meraviglioso, perfetto piano di Dio finì in un disastro, poiché Giuda scelse invece di seguire la sua strada. Orgoglio e irrigidimento hanno fatto naufragare il piano di Dio che era in corso.

 

Dunque, metti da parte i tuoi sensi di colpa; piantala di autocondannarti; smettila di ricercare che cosa hai fatto di male. È ciò che pensi in questo momento che ha importanza davanti a Dio. Non hai fatto un errore, molto più probabilmente, hai semplicemente fatto troppo. Devi dire come Paolo: “Se io vi amo tanto, devo essere da voi amato di meno?” (2 Corinzi 12:15).
Ricorda che Dio sa esattamente quanto puoi sopportare e non permetterà che tu raggiunga il punto di rottura. Il nostro caro Padre ha detto:


“Nessuna tentazione vi ha colti che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare” (1 Corinzi 10:13).

Il peggiore tipo di bestemmia è pensare che sia Dio l’autore del tuo dolore e della tua sofferenza, che sia il Padre Celeste a castigarti, che Dio ritenga tu abbia bisogno di un’altra o più afflizioni prima di essere pronto a ricevere le sue benedizioni. Non è così!

 

È vero che il Signore corregge colui che egli ama, ma questa correzione dura solo per un tempo e non è intesa a farci star male. Non è Dio l’autore della confusione presente nella tua vita, né lo sei tu. È l’insufficienza umana il nemico che semina zizzania nel tuo campo, è l’inganno ricevuto da qualcuno, vicino a te, che ha perso la fede in Dio. Il nemico cerca di farci del male tramite altri esseri umani, proprio come cercava di fare male a Giobbe mediante la moglie incredula.
Il tuo Padre celeste veglia su di te con uno sguardo attento. Ogni mossa è seguita, ogni lacrima è conservata. Egli si immedesima in te in ogni tuo dolore, sente ogni colpo. Egli sa quando sei stato esposto sufficientemente alla molestia del nemico; perciò interviene e dice: “Basta così!” Quando il dolore e la sofferenza non ti portano più ad avvicinarti al Signore e, al contrario, la tua vita spirituale comincia a venir meno, allora Dio interviene. Non permetterà, ad uno dei suoi figli che confidano in lui, di finire a terra a causa di troppo dolore e angoscia nel loro animo. Quando la sofferenza comincia ad agire a tuo discapito, quando essa comincia a frenare la tua crescita, Dio deve operare e tirarti fuori per un po’ dalla battaglia. Non permetterà mai che tu ti consumi in lacrime, non lascerà che il dolore ti faccia perdere la ragione. Egli promette di giungere, giusto in tempo, per asciugare le tue lacrime e darti gioia.

La Parola di Dio afferma: “…il pianto può durare per una notte, ma la mattina viene il giubilo” (Salmo 30:5, traduzione letterale dalla versione inglese KJV).


Quando il tuo dolore è massimo, vai a pregare nella tua cameretta e sfoga in lacrime tutta la tua amarezza. Gesù pianse, Pietro pianse amaramente! Pietro si portò dietro il dolore per avere rinnegato il Figlio di Dio stesso. Egli camminò solo, sui monti, piangendo di dolore e quelle lacrime amare operarono un dolce miracolo in lui: se ne tornò indietro, per attaccare il regno di satana.
Una donna che ha dovuto subire una mastectomia ha scritto un libro intitolato Prima piangi. Quanto è vero! Ho parlato recentemente a un amico che da poco era stato informato di avere un cancro all’ultimo stadio. “La prima cosa da fare”, diceva “è piangere finché non ti restano più lacrime, poi comincia ad accostarti maggiormente a Gesù, finché senti che le sue braccia ti stanno saldamente sostenendo”.

 

Gesù non ignora mai un cuore implorante. Sta scritto: “Tu, Dio non disprezzi un cuore abbattuto e umiliato” (Salmo 51:17). In nessun caso il Signore ti dirà: “Controllati! Rimettiti in piedi e inghiotta la pillola! Stringi i denti ed asciugati le lacrime”. No! Gesù conserva ogni singola lacrima nel suo contenitore eterno.
Stai soffrendo? Molto? Allora vai a farti un bel pianto! E continua a piangere finché hai lacrime da versare. Ma stai attento che quelle lacrime scaturiscono solo dal dolore e non da incredulità o da autocompassione.


Convinciti che sopravviverai, ne uscirai fuori; vivo o morto, tu appartieni al Signore. Saresti sorpreso nel costatare quanto puoi riuscire a sopportare, con l’aiuto di Dio. Felicità non è vivere senza dolori o sofferenze, assolutamente! La vera felicità è imparare a gioire nel Signore, qualsiasi cosa sia successa nel passato.
Ti puoi sentire respinto o abbandonato. La tua fede può essere debole. Puoi sentirti d’essere andato al tappeto. Il dolore, le lacrime, i mali e la sensazione di vuoto a volte possono soffocarti, ma Dio è ancora saldo sul suo trono. Egli è ancora Dio!

Non puoi farcela da solo. Non puoi frenare il dolore e la sofferenza. Ma il nostro benedetto Signore ti verrà incontro, ti raccoglierà con la sua mano amorevole e ti solleverà per farti nuovamente sedere nei “luoghi celesti”. Ti libererà dalla paura di morire e manifesterà il suo infinito amore per te.
Guarda in alto! Rassicurati nel Signore. Quando il buio ti circonda e non vedi alcuna via d’uscita per il tuo problema, abbandonati nelle braccia di Gesù e abbi semplicemente fiducia in lui. Deve fare tutto lui! Egli però vuole la tua fede, la tua fiducia. Vuole che tu proclami a voce alta: “Gesù mi ama! Egli è con me! Non mi abbandonerà! Sta risolvendo tutto, proprio adesso! Non sarò abbattuto! Non sarò sconfitto! Non sarò una vittima di satana! Non perderò la testa, né mi smarrirò! Dio è dalla mia parte! Io lo amo ed egli mi ama!”


La linea di partenza è la fede, e la fede si basa su questo assoluto: “Nessuna arma fabbricata contro di te riuscirà…” (Isaia 54:17).

tratto da: “Non Gettare la Spugna” di David Wilkerson

 

 

Edda CattaniNon gettare la spugna!
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