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La mia terra è musica

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La mia terra è musica

 

Quasi un amore immerso in una dimensione che tutto avvolge, con gli elementi rappresentanti (i covoni d’oro del grano, la vampa ardente dell’estate) che diventano simboli dell’amore stesso, amore che trova la sua massima esaltazione in quella ragazza piena di gioia e “dai capelli disfatti”.

 

La mia terra è musica che io sento quando non sento più nulla.

La mia terra è un colore dove l’immergermi è la mia felicità.

La mia terra è musica che un bambino ha nascosto un tempo in una conchiglia.

La mia terra è una conchiglia. Vi abita un’ostrica il cui destino è un mestiere.

La mia terra è musica. Tu l’ascolti quando la sento il mare viene.

La mia terra è un numero. Dieci coltelli impietosi nel mio cuore consenziente.

La mia terra è musica. Dio in persona non impedirà al mio cadavere di ascoltarla.

La mia terra è un nome. Il solo luogo che amo perché ti adoro.

La mia terra è musica. Questo suono a nessun altro simile lo voglio perpetuare.

La mia terra è un nome che mi impedisce di morire. Il tuo, oh rosa del mio sangue.

 

(Mon pays est une musique, 1986)

da : “Isole di poesia. Antologia di poeti capoverdiani” a cura di Roberto Francavilla e Maria R. Turano. Argo, Lecce 1999.

 

Traduzione: Roberto Francavilla e Maria R. Turano

 



Edda CattaniLa mia terra è musica
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Quando inizia il giorno

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Quando inizia il giorno

Non è la stessa cosa iniziare la giornata di corsa perché è tardi, o iniziarla con calma pregando e mettendo tutto nelle mani del Signore. E’ impensabile affrontare tutti i problemi della vita relegando all’ultimo posto Dio. Anche il tempo è nelle sue mani e mettere Dio al primo posto, significa conquistare il tempo.

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Ma come, quando e perché pregare? Mi sono spesso posta questa domanda e a chi l’ho rivolta mi ha risposto che la vita si sfascia giorno dopo giorno… rimane solo l’adorazione e la lode.

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E’ vero questo? Dove sta la mia adorazione? Quanto prego il Signore durante la giornata? Gli riserbo uno spazio, un tempo speciale? In tutta sincerità posso dire che nella mia vita non ci sono più programmi … Ho sognato di avere questo tempo, di ritagliarlo dagli impegni, anche nel momento presente, mentre sto scrivendo potrei fermarmi e dire:  “Signore voglio pregarti, voglio dirti che ti amo”.

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Ma il non farlo è forse venire meno a questo amore? Avrei potuto sabato scorso lasciare sola la madre che piangeva in associazione e ritornare a casa recitando il rosario? Eppure, mentre l’abbracciavo Dio era presente, vivo come non mai. Lo sentivo palpitante, tenero come solo un Padre può essere verso questa creatura che simile alla pecorella tenta di condividere un sentiero percorribile. Dio c’è anche quando non mi fermo per dichiarargli il mio amore … Lui non è come noi umani che vogliamo sentircelo dire … Lui sa, Lui vede, Lui comprende … grazie a Dio!!!

 

 

Edda CattaniQuando inizia il giorno
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La mia preghiera nel tempo

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LA MIA PREGHIERA NEL TEMPO

 

Ho pensato più volte a quanto gradita a Dio o quanto importante fosse la preghiera nella mia vita di ogni giorno. Pregare significa trovare il tempo per farlo. Il tempo è sempre quell’entità astratta eppur così concreta con cui fare i conti. E’ uno degli elementi che oggi non basta mai!

 

Sempre tante cose da fare … forse troppe, troppi oneri, sempre di corsa, sempre maggiori richieste! Una giornata finisce e già una ricomincia … il riposo non é sufficiente e i “conti” non tornano. Alle volte mi dico che la mia giornata dovrebbe essere di trentasei ore, ma forse, nell’organizzarmi non basterebbero nemmeno quelle. La suora che mi ha seguito fin da bambina mi ripeteva: “Ringrazia Dio che tu abbia tanto da fare … Verrà il tempo che anche tu ti ritroverai a “non potere fare”. Saggia testimonianza … Mentore ha percorso tante scale, tutte in salita … ma quando si è fermato non c’era più il tempo …

 

Mi hanno sempre affascinato le parole dell’abate Quoist che trovai nella mia antologia scolastica:

 

Sono uscito, Signore, fuori tutti andavano venivano camminavano correvano.

Correvano le bici, le macchine, i camion, la strada, la città, tutti…

Arrivederci…scusi…non ho tempo.

Non posso attendere, ripasserò…non ho tempo.

Termino questa lettera perché non ho tempo.

Avrei voluto aiutarti…ma non ho tempo.

Non posso accettare perché non ho tempo.

Non posso riflettere, leggere non ho tempo .

Vorrei pregare, ma non ho tempo.

Tu comprendi, Signore, vero?… non abbiamo tempo…

 

Riposo sul cuscino e tengo vicino il crocefisso … E’ un reperto importante, di quelli che sogliono tenere appesi alla corona i francescani. Lo lasciò ad un convegno un religioso che era venuto a spiegarci la vita di Sant’Antonio … Lo dimenticò sotto il tavolo e Mentore mi disse di tenerlo, che era un “segno”. Ora il corpo del Cristo di ferro si va staccando dal legno, ma lo rimetterò in sesto (ci sono tanti collanti che servono allo scopo) e terrò questo simbolo di un percorso lungo, di una strada difficile e tortuosa …

 

Il mattino presto ho da una parte sul cassettone una copia del “La preghiera dell’abbandono” di P.Charles de Faucould:

 

Padre mio,

Io mi abbandono a te:

fa’ di me ciò che ti piace!

Qualunque cosa tu faccia di me,

ti ringrazio.

Sono pronto a tutto,

accetto tutto,

purché la tua volontà si compia in me

e in tutte le tue creature.

Non desidero niente altro, mio Dio.

Rimetto la mia anima

nelle tue mani,

te la dono, mio Dio,

con tutto l’amore del mio cuore,

perché ti amo.

Ed è per me un’esigenza d’amore

il donarmi,

il rimettermi nelle tue mani

senza misura,

con una confidenza infinita,

poiché tu sei il Padre mio.

 

Edda CattaniLa mia preghiera nel tempo
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Sta arrivando l’estate!

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Stanotte, alla finestra, ho sentito l’odore dell’estate e, in un attimo, mi sono ricordata del mare, del sole, dell’allegria e della freschezza tipiche di questa stagione!

Mi piace sentire l’odore delle emozioni….

Questi rossi papaveri mi ricordano i campi sterminati della mia Romagna; il rosso rappresenta il sangue del cuore e il verde la speranza che lo alimenta.

” AI  PREAT  LA  BIELE  STELE”

Ai preat la biele stele,  duc’ i sants del paradis. che il Signor fermi la uère, che il mio ben torni al pais…”

“Ho pregato le stelle ed i santi del paradiso perché il Signore fermi la guerra e perché il mio amato bene torni a casa”.  

Con queste parole inizia una dolcissima canzone friulana della tradizione del canto popolare; una vera e propria poesia, accompagnata da una melodia lieve e trepidante, ricca di sfumature melanconiche ma che non inducono alla tristezza, trasmettendo, invece, un senso di pace e serena tranquillità nell’accettare le vicende della vita. La preghiera è affidata alle stelle, perché la portino, là, dove c’è l’amor mio.

Qualche sera fa mi sono trovata a cantare sommessamente in macchina, al ritorno dal mio quotidiano peregrinare dalla Casa “Madre Teresa di Calcutta” dove il mio amato sposo trascorre le giornate, nella  speranza di poterlo vedere con qualche attimo di serenità. Il mio volto si è rigato di lacrime e, nella mia solitaria commozione, mi è tornata alla mente un reminiscenza del mio passato di adolescente. Ero in collegio, con tante mie coetanee ed era una calda serata di maggio. Un gruppetto di noi guardava con malinconia la finestra all’ultimo piano dove una giovane suora, nostra maestra di musica, affetta da un male incurabile, stava concludendo la sua breve esistenza circondata dalle consorelle. All’improvviso, una di noi intonò a bassa voce un canto: “Ai preat la biele stele…” che avevamo imparato insieme e, dopo qualche istante, vedemmo schiudersi le imposte della stanza che lasciarono filtrare la fioca luce di una lampada. Quale commozione nei nostri cuori e quale ringraziamento a Dio per averci permesso di accompagnare gli ultimi istanti di una creatura sofferente, verso la “buona morte”, un momento di enorme valore psicologico, emotivo, spirituale, un momento di passaggio.  Abbiamo capito, in quella circostanza che il rapporto con la morte dipende da quello con il dolore, con se stessi, con i cari e con la propria concezione del divino.

In questi giorni, in cui riaffiorano i ricordi in un’altalena di sentimenti diversi che vorrebbero annullare il tempo, sovrastarlo, riviverlo solo con esperienze positive, mi viene da pensare con la malattia che ha colpito Mentore, alla “morte” ormai alla soglia della nostra vita… basta un attimo…
La cosa più incredibile in questo mondo, a prescindere dalle credenze personali, è che sebbene tutti noi abbiamo visto morire, nel corso della nostra esistenza, i nostri Cari, a volte con un dolore atroce, come quando si perde un figlio,  moltissime altre persone, non pensano spesso che un giorno la stessa cosa accadrà a tutti, senza alcuna distinzione di età, di sesso, di ceto sociale… In fondo anch’io, quando mi sveglio al mattino e mi guardo nello specchio, per un attimo penso di avere i capelli biondi. Ovviamente non è vero, sono quasi tutti bianchi e se ci rifletto con attenzione, ho una coscienza sempre maggiore della morte che si avvicina. Ed allora ci si accorge che vorremmo per noi e per coloro che ci restano, ancora tanto, tanto da vivere e quanto sia difficile allontanarsi da questo pensiero.  

Ricordo ancora una cara amica, sempre una suora che mi aveva educata, che andai a trovare poco prima che mancasse, a novantaquattro anni. Rammento di lei questa espressione: “Vedi Edda, io sono stata la sposa di Cristo per tutto questo tempo… pensa che sono entrata in convento a quattordici anni! Eppure, quando penso a quel momento, a quel passetto che dovrò fare… mi sento sgomenta. Non è facile perciò per tutti pensare alla nostra fine, anche se a volte, a parole ce l’auguriamo, ma quando riflettiamo sul fatto che tutto cambia, tutto scorre, riusciamo a vedere le cose con maggior distacco, e possiamo persino pensare che sia accettabile abbandonare la vita. Per me la riflessione sulla morte e il contatto quotidiano con lei sono stati importantissimi per accettare questo concetto. Pertanto spero che, come me, consideriate il nostro tempo non solo come una cosa utile per aiutare chi soffre e sta morendo, ma anche come una lezione che in futuro potrà essere utilizzata da noi stessi e dagli altri. Parlo di questo tenendo alta l’impronta della mia sofferenza e della morte affinché gli altri si rendano conto della sua esistenza: ma il messaggio di fondo è l’importanza della vita.

Avere cura delle persone che stanno per morire non consiste soltanto nel sedersi accanto al loro letto, la cura del tempo della morte, è un processo di crescita e di trasformazione, la morte è qualcosa di più. E’ qualcosa che riguarda le relazioni: con noi stessi, con coloro che amiamo, con l’immagine che abbiamo di Dio, o di quello che Dio rappresenta per noi. Ma per comprendere a fondo queste relazioni dobbiamo oltrepassare il concetto classico di morte.

Qualche giorno fa, ho visto alla televisione, l’intervista ad una tassista che trasporta i bambini malati di tumore, dall’ospedale a casa, quando sono in terapia. Questa persona ha trasformato il dolore per la perdita del suo compagno in un gioioso peregrinare a fianco dei suoi piccoli malati ed ha trasformato se stessa ed il suo taxi in personaggi da fiaba: pupazzi, fiori, folletti, libri, fiocchi, colori… Lei ripeteva: “Per addormentare il dolore, non bisogna mai sottovalutare l’importanza della presenza umana.”
Credo che dovremmo fare tutto il possibile per creare dei luoghi piacevoli e accoglienti dove le persone possano prepararsi a morire con dignità, rispetto per sé stessi e i propri cari
. Abbiamo inventato dei luoghi meravigliosi come i musei, in cui sono racchiusi i capolavori dell’arte creata dagli uomini, le opere che hanno ispirato e ispirano la nostra vita. E’ arrivato il momento di creare dei luoghi simili per chi sta morendo. La cosa più triste è che la nostra cultura sta perdendo questa opportunità perché non ci permette di sperimentare questa cosa.

La sofferenza e l’avvicinarsi della morte hanno molto da insegnarci, perché aiutano a capire cosa è importante della nostra vita. In un modo o nell’altro ci mettono di fronte a due domande fondamentali: quanto ho amato? E ho amato bene? Tutto il resto è un di più. Ma se queste sono le due vere domande che ci poniamo al termine della vita, perché dobbiamo aspettare la fine per farcele? I luoghi della sofferenza e della morte vedono persone che hanno molto da insegnarci.

In conclusione, non si tratta soltanto di occuparci delle persone che stanno per morire. Ma di imparare da loro come vivere degnamente la nostra vita. Non ha senso attendere la fine per apprendere le lezioni che la vita ha pensato di impartirci. Non tutti, al momento della morte, hanno la forza fisica e la stabilità emotiva per affrontare questa cosa. Ecco perché la pratica Zen insegna: non aspettare!

Edda Cattani


Edda CattaniSta arrivando l’estate!
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Gli animali hanno un’anima?

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Ricevo da comuni amici la partecipazione per la perdita dei loro amici animali… Ripropongo allora queste storie vere… e anche qualcosa di più

 

Gli animali hanno un’anima?

Era il 25 settembre 1989. Lo ricordo benissimo perché ero tornata a casa dal lavoro molto provata. Oltre alla stanchezza per i numerosi impegni, un mio collaboratore era stato ricoverato con una sindrome che lasciava poco ben sperare e la cosa mi aveva lasciato confusa ed addolorata.

Loro, Andrea e Vanessa, erano in camera con un batuffolo di pelo rosso in mano che, a stento, riuscivano a trattenere. Ridevano i miei ragazzi cercando di nasconderlo fra le coperte del letto. “Un gatto in casa? Non ne abbiamo avuto abbastanza dell’altro? Non se ne parla nemmeno. Portatelo via subito!”

Ricordavo di avere cambiato da poco tende e tappezzeria dopo che era scomparso e finito non so dove un altro esemplare della specie che, un mattino, dopo essere stato la notte in giardino, non aveva fatto ritorno.

Tutto sommato mi ero affezionata a quella presenza, come al cricetino Tino, agli uccellini, alle tartarughe, al pesce rosso e, poiché uno alla volta se ne erano andati tutti, lasciando in me, dal momento che ero costretta ad accudirli, una naturale amarezza,  avevo giurato a me stessa: “Mai più bestie in casa mia!”

Invece non c’era stato nulla da fare. Andrea diceva che “quel pallottolino” gli si era attaccato ai calzoni mentre passava da una strada dove era abbandonato e che era stato proprio lui a sceglierlo.

Così dovetti abituarmi al nuovo giro: tende da rifare, poltrone sdrucite, tappeti e moquette da ripiegare. A dire il vero ci provai a trovargli un padrone, ma Andrea, appena lo seppe, se l’andò a riprendere trattando anche male la persona che si era offerta di tenerlo.

Lo chiamavano Pub Music, i miei ragazzi, o meglio Pelo Rosso, Mix e tante altre cose, giocando con lui che sembrava veramente aver trovato il suo ambiente ideale. A dire il vero sapeva comportarsi bene: non sporcava in casa, era regale e rispettoso ad un tempo, ma quando vedeva Andrea impazziva. Facevano corse, si arrotolavano sul pavimento, saltavano di qua e di là.

La sera Mix scendeva in giardino e risaliva il mattino. Quando mi affacciavo alla finestra e tiravo su la tapparella lo vedevo sotto, con gli occhioni verdi spalancati: “meo, meo, meo…”, scendevo le scale e lo portavo su. Ormai mi ero rassegnata a quell’intruso, come avevo fatto le altre volte. Era un compito mio. In questo mi aiutava anche Elena che faceva colazione con lui sulle ginocchia, dandogli qualche pezzetto di plumcake; così Mix divenne il gioco di tutti.

Ogni sera, al cancello aspettava i suoi padroni: prima arrivava Elena dal lavoro e saliva le scale con lei, poi tornava sotto con Andrea e con lui andava in fondo al viottolo, dove c’erano i ragazzi della “compagnia” e si strusciava sulle gambe di tutti. Era divenuto il boss dei paraggi, ormai: un bel gattone rosso “da pubblicità”. Tutti conoscevano il gatto di Andrea e lui sapeva farsi rispettare ed accarezzare da coloro di cui si fidava.

Poi Elena andò via di casa e Mix l’aspettò invano. Una sera, dopo diverso tempo, la vide arrivare e le corse incontro con tanta gioia che si incespicava dappertutto e addirittura, mentre la seguiva, per l’emozione, se la fece addosso. Lei rideva e anch’io a dire il vero, ero commossa nel vedere la capacità di ricordare e di sentire di una bestiola che, in fondo, era pur sempre un animale “senz’anima”…

Andrea però era ancora in famiglia ed ogni sera, verso le undici, come un orologio, il gatto rosso si appostava sul cancello di casa e lo aspettava. Freddo, pioggia o neve non lo smuovevano; al suo arrivo, veniva di sopra con lui e andavano a letto insieme. Dormiva ai suoi piedi o intorno al suo collo.

Era commovente vederli abbracciati. Non posso dimenticare quei quadretti “da poster”: un ragazzone bruno con un peluche rosso fiamma intorno al viso, attorcigliato come una ciambella.

Poi Andrea partì per il servizio militare e furono lunghi mesi di attesa: ogni sera ad aspettarlo al cancello, finché un pomeriggio, mentre faceva la siesta sull’erba del prato, lo vide sopraggiungere dal viottolo, in fondo. Arrivava dalla stazione il mio Andrea, in congedo per la sua prima licenza. Chi si accorse del suo arrivo fu proprio lui, il gatto Mix o Pelo Rosso che, in quattro balzi, gli fu accanto e gli saltò addosso. Andrea rideva e lo accarezzava, così pure erano commossi gli altri ragazzi della compagnia, accorsi dal circondario, per aver saputo della sua venuta.

Andrea era partito con le scarpe da tennis, la maglietta e i calzoni di jeans ed era tornato in divisa, ma Mix lo sentiva ugualmente come il suo, solo padrone ed amico e, in quel rapporto univoco, c’erano tutti i loro giochi, le loro intese, i loro complotti, il loro scambiarsi affettuosità esclusive.

Così continuò la storia finché Andrea fu assegnato al corpo della scuola Trasporti e Materiali di Padova ed essendo stato nominato ufficiale capo della Regione Nord Est, poteva tornare a casa a dormire tutte le sere.

Dalle undici a mezzanotte, una palla di pelo rosso stanziava vicino al cancello di casa, ogni sera, attendendo l’arrivo dell’amico; con lui saliva e con lui scendeva il mattino alle cinque quando Andrea si recava in caserma per l’alzabandiera.

Ma una sera, era il 5 dicembre 1991, Andrea non tornò a casa e Mix lo attese invano. Lo attese a non finire, incurante del tempo e dell’avanzare degli anni, ogni sera, alla stessa ora.

I primi tempi, io, sempre di corsa e affannata per il mio dolore, non avevo altro luogo dove dare sfogo al mio pianto irrefrenabile che recarmi giù in garage e chiudermi dentro la macchina di Andrea, rimasta parcheggiata, per piangere liberamente, accarezzando le sue cose.

Una sera a cui seguirono tante altre sere, mi accorsi che fuori dal garage venivano tre, quattro, cinque gattini al seguito di Mix e mi guardavano silenziosi.

Così presi ad andare di sotto portando loro qualcosa da mangiare; ogni giorno, per tutti questi anni, la stessa cerimonia. Quelli del condominio cominciarono a vedermi un po’ come “la mamma dei gatti”, o meglio, a compatirmi per non avere più nessuno da accudire, se non quattro gatti randagi.

Mix sapeva bene quale fosse la sua casa, ma difficilmente saliva le scale. Viveva di sotto ormai, nel suo regno di gatti senza padrone e primeggiava su tutti. A volte lo sentivo giù, nell’ingresso lamentarsi: “ meo, meo, meo…” tre volte, mentre saliva e allora gli aprivo la porta e lui si accomodava sulla sedia della cucina dove rimaneva fino al mattino.

Non andò più in camera, non salì più su in mansarda, luogo dei giochi e delle  capriole. Elena ci regalò un persiano bianco e quindi Pelo Rosso e Pelo bianco non amarono frequentarsi: uno stava sotto, in giardino, ed uno sopra.

Sono passati otto anni quasi, da quella notte del ‘91 e mai Mix ha cessato di attendere. Poi, per lui ci sono stati un rincrudirsi di episodi che, data la condizione in cui ha vissuto, sempre di sotto in giardino, l’hanno fatto ammalare e così si è sfinito un po’ alla volta.

Ha subito tre interventi e l’ho curato con ogni tipo di medicinali, cambiando anche medico, ma un giorno dello scorso settembre, prima di partire per il 13° Convegno del Movimento della Speranza, ho capito che non c’era più nulla da fare.

L’ho messo nella gabbia, mentre lui mi guardava con i suoi occhioni verdi e tristi, povera palla spelacchiata, ormai tutto ossa, senza un lamento e l’ho lasciato dal veterinario: “Faccia lei dottore, quello che crede, ma non mi chieda cosa deve fare. Mi telefoni fra qualche giorno se riuscirà a guarirlo, altrimenti non dica nulla. Mi farò viva io.”

Passarono i giorni, ritornai da Cattolica e non ebbi il coraggio di telefonare. Capivo quel silenzio, ma speravo. Poi, sabato, 25 settembre, mentre eravamo alla Messa, alla riunione mensile della nostra ACSSS, durante la comunione, alle cinque e mezza, sentii distintamente quell’inconfondibile “meo, meo, meo..” nell’ingresso dell’istituto… Gatti non ce n’erano in quel luogo e capii che qualcosa doveva essere avvenuto.

Tornammo nel salone e mentre facevamo una registrazione, distintamente, si ripeté il miagolio… Non c’erano dubbi: un gatto, il mio Pelo Rosso, il gatto Mix di Andrea mi era accanto e non potendo esserci da vivo, voleva pur dire che in qualche modo mi aveva raggiunto.

L’avevo chiesto ad Andrea: “Aiutalo, prendilo con te… sono otto anni che ti aspetta ogni sera… E’ l’ultima cosa vivente che mi resta di te, figlio mio, ma non posso vederlo soffrire così!”

Il lunedì successivo ho telefonato al medico: “Signora, sabato scorso mi sono deciso. Non c’era più niente da fare ormai. Soffriva e null’altro. Ho fatto in modo che si addormentasse per sempre, senza soffrire”.

“L’ho saputo dottore, l’ho saputo. Alle cinque e mezza, vero?”

Ho sognato il gatto Mix che faceva salti da un divano all’altro con il suo padrone ed una grande pace è subentrata allo sconforto. Mi è caro pensare ad una palla di pelo rosso che si rotola fra le nuvole, in braccio al mio Andrea, finalmente uniti, lassù, in Paradiso.

                                                               Edda Cattani

 

Ed ora vi aggiorno su “Martino” l’ultimo arrivato in casa mia proprio il giorno di San Martino … un po’ di allegria… tante capriole, fusa, rincorse che mi facevano sorridere… Piccolo Martino, gatto rosso come un suo precedente inquilino di cui trovate la storia più sotto… ha fatto un volo troppo alto… ed ha battuto il nasino … anche lui … piccolo birichino farà le fusa con Mix, Max in braccio ad Andrea…

Ed ora la storia di “Un cavallo da corsa in un mondo senza piste”

A tutti capita di essere per lo meno una volta nella vita, cavalli da corsa in un mondo senza piste. Che vuol dire che ci sentiamo dei puro sangue in un luogo che non ci contempla. Cerchiamo le piste, vorremmo le piste, ma non ci sono, per lo meno per noi. E allora non ci resta che adattarsi al pascolo. 

I più fortunati trovano la prateria, un’unica immensa distesa dove dispiegare la propria corsa e dunque la propria libertà. Infinito e cielo. 

Ho pensato a questo sentendo di Vale, il cavallo di HELGA che se n’è andata dopo aver donato l’ultima passeggata alla sua grande amica:

 

Questa è una leggenda indiana…
THE RAINBOW BRIDGE
(il ponte dell’arcobaleno)



Questa del ponte dell’arcobaleno è un antica leggenda che si tramanda dalle tribù degli indiani d’america ed è dedicata a tutte quelle persone che soffrono per la morte di un loro caro amico e tutti gli animali che sulla terra hanno amato gli uomini. Davanti all’entrata del Paradiso c’è un luogo chiamato Ponte dell’arcobaleno per i bellissimi colori da cui è formato. Quando muore una bestiola che è stata particolarmente cara e speciale a qualcuno, questa bestiola va sul ponte dell’arcobaleno. Questo è un posto meraviglioso ci sono prati, grandi alberi, e colline verdi dove l’erba è sempre fresca e profumata per tutti i nostri amici tanto speciali e là corrono e giocano tutti insieme. C’è tanto cibo (il loro preferito) ruscelli con acqua fresca con la quale dissetarsi e il sole che splende, tutto a volontà e i nostri amici sono al caldo e stanno bene. Tutti i piccoli che erano ammalati e vecchi sono tornati ad essere in salute, giovani e pieni delle loro forze. Quelli che erano feriti e mutilati sono tornati ad essere nuovamente integri e forti, così come li ricordiamo nei nostri sogni di giorni e tempi passati. Gli animali sono felici e contenti, tranne che per una piccola cosa: ad ognuno di loro manca qualcuno di speciale, molto amato, che si sono lasciati alle spalle, indietro, lontano verso l’orizzonte. Corrono e giocano insieme, ma verrà il giorno in cui uno di loro si fermerà improvvisamente e guarderà lontano. Tutti i suoi sensi saranno all’erta, i suoi occhi splendenti, luminosi e lucidi saranno attenti, il suo corpo palpiterà e tremerà dall’emozione, per l’eccitazione e impazienza. Improvvisamente si staccherà dal gruppo, inizierà a correre sull’erba verde, le sue zampe sembreranno volare sempre più veloci sul prato. Ti ha visto e ti riconosciuto. E quando finalmente vi raggiungete, incontrerete e sarete insieme vi stringerete in un abbraccio gioioso, unico, per non separarvi mai più. Baci felici pioveranno dal tuo viso, le tue mani accarezzeranno nuovamente la testina tanto amata e potrai finalmente fissare ancora i suoi fiduciosi occhietti, stati lontani tanto tempo dalla tua vita ma mai lontani ed assenti dal tuo cuore. Allora insieme attraverserete il ponte dell’arcobaleno…

Gli animali hanno un’anima?

Dopo l’uscita dell’articolo sul libro che sottopongo alla vostra attenzione, in cui il giornalista pubblicò la storia del mio gattino Mix, ho visto soprattutto da parte dei giovani un grande interesse per questo argomento. Ho pensato perciò di pubblicare gli articoli con le mie storie personali ed altri che mi sono giunte. Ringrazio i coordinatori di:

http://it.unitedcats.com/forum/312/fl/2051/t/45008  che si sono premurati di pubblicare il mio articolo facendone gradevoli commenti. Propongo quindi, oltre alle mie,  nuove storie appena giunte ed invito, chi voglia, di inviarne altre a  edda.cattani@alice.it

 

 

 

Anche gli Animali Vanno in Paradiso

Storie di cani e di gatti oltre la vita

Questo libro aiuterà ad amare gli animali di più e con maggiore generosità, proprio come loro amano noi. Le testimonianze e le storie che raccoglie, scritte da famosi medium, da mistici e teologi ma anche da persone comuni, saranno di sicuro conforto per chi ha perso il proprio fedele compagno a quattro zampe. Questo libro aiuterà a ritrovare l’amico cane o gatto, a continuare ad amarlo, a parlargli, perché la vita sulla Terra non è che un passaggio che ci prepara alla vera vita.

ANCHE GLI ANIMALI HANNO UN’ANIMA 

(espressioni di esponenti della Chiesa)

 

Padre Luigi Lorenzetti, teologo ,di Famiglia cristiana, spalanca le porte del Paradiso agli animali : “Hanno ricevuto un soffio vitale da Dio , scrive e sono attesi anch’essi dalla vita eterna”.

Paolo VI disse : “Un giorno rivedremo i nostri animali nell’eternità di Cristo”, e rivolto ai Medici Veterinari: “Vi esprimiamo il nostro compiacimento per la cura che prestate agli animali, anch’essi creature di Dio, che nella loro muta sofferenza sono un segno dell’universale stigma del peccato e dell’universale attesa della redenzione finale, secondo le misteriose parole dell’apostolo Paolo.”

Gaspare Gherardini , canonico di Santo Spirito di Roma , nella metà del Settecento affermò:
“Scopersi nella macchina degli animali un fine savissimo, un fine degnissimo della Divinità”

Papa Giovanni Paolo II nel 1990 si espresse in tali termini: “La Genesi ci mostra Dio che soffia sull’uomo il suo alito di vita. C’è dunque un soffio, uno spirito che assomiglia al soffio e allo spirito di Dio.   Gli animali non ne sono privi.”
Non sono solo animali , cioè non è solo un cane, un gatto, una tartaruga o un criceto etc.: Fanno parte del valore affettivo dell’uomo, a sua volta questo strano animale che non si arrende all’idea che tutto finisca, e che aspira all’immortalità per sé e per tutti i suoi cari.

 

Da http://www.amicianimali.it/paradiso/index.html

 

 

 Gli animali hanno un’anima? La storia del gatto Mix

 

Anche le piccole cose non andranno perdute. La storia di Max 

 

 

Anche le piccole cose non andranno perdute!

 

 

In questi mesi di grande calura estiva può far piacere occuparci di piccole cose che pur circondano la nostra vita e diventano importanti nei nostri affetti. Vorrei parlare dei piccoli animali, dei quali ebbi già modo di scrivere tempo fa in occasione della pubblicazione del testo “Gli animali hanno un’anima” ediz. Mediterranee.

Ebbene, in questo ultimo periodo segnato dalla sofferenza e da grandi prove che hanno mutato il volto della mia famiglia, mi sono trovata anche ad affrontare la scomparsa di Max, fedele amico della mia esistenza da oltre quindici anni.

Era un gatto bianco dal lungo pelo folto, un siamese simile a quello reclamizzato dalla Gourmet, che faceva parte del nostro contesto da quando Andrea se n’era andato. Era entrato come un dono all’interno della casa,acquistato a Milano da Elena che l’aveva notato in un cestino dentro una vetrina. Ogni sabato, venendo a casa nostra, lo portava con sé; Mentore lo prendeva con delicatezza in braccio e lo cullava come un bambino, chiamandolo: “…piccino, piccino…”.

Elena aveva capito che nella nostra solitudine quel piccolo animale avrebbe portato un po’ di calore ed un sabato finse di dimenticarlo; così Max rimase da noi. Abitavamo allora in un appartamento con mansarda e lui si divertiva a saltare dal terrazzino sul tetto per rincorrere gli uccellini. Una sera addentò un pipistrello e lo depose in camera, fra le urla di Alessandra e la meraviglia di quel piccolo essere che pensava di dimostrarle il suo affetto con quel dono prezioso.

Così Max visse i suoi anni migliori, guardando il mondo dall’alto e tentando qualche volo spericolato: una volta dal terzo piano si buttò sull’albero sottostante e non pago dell’esperienza, continuò a camminare sul davanzale guardando il giardino. Poi cambiammo casa e venimmo in questa villetta dove Max conobbe la vita vista da sotto. Potè correre nel prato, arrampicarsi sugli alberi, ma soprattutto rincorrere i gatti del vicinato che si permettevano di affacciarsi al nostro cancello. Dispotico ed esclusivista di temperamento, non tollerava nessuna intromissione nella sua proprietà, ma con noi, soprattutto con Mentore, era di una dolcezza infinita. Quando si guardavano sembravano dipendenti l’uno dall’altro e vivevano in una sorta di simbiosi che commuoveva. Era Max che aveva colmato i silenzi delle lunghe mie assenze dovute al lavoro ed era Max che accorreva sentendo il motore della macchina, al mio ritorno. Si mostrò incuriosito quando a casa nostra cominciarono a venire i piccoli Simone, Tommaso e Giulio i quali lo guardavano con altrettanto stupore e lo rincorrevano cercando di afferrarlo per la coda. Quante gare di velocità… e infine un nascondiglio sicuro, al riparo dai monelli!

E venne il tempo in cui Simone si ammalò mentre io correvo impegnata con Tommaso ormai ospite fisso a casa nostra, dove tutti cambiammo umore ed abitudini. Mentore proseguiva nel suo silenzio e nella sua amnesia, ma all’ora stabilita, non mancava di preparargli la ciotola. Io non mi accorsi che entrambi erano molto ammalati, che Max ormai beveva solo acqua e rimaneva a dormire troppo a lungo.

Quando Simone tornò dall’ospedale e anche Tommaso raggiunse la famiglia, capii che Max non era più lo stesso e decisi di portarlo in clinica. Mi dissero di lasciarlo lì perché c’erano vari esami da fare e dopo qualche giorno la diagnosi fu drastica: non vi era più funzionalità renale e poco ci sarebbe stato per farlo sopravvivere. Feci di tutto per salvarlo: lo portai a casa con iniezioni, pappe di ogni genere, cure omeopatiche… Max ormai era a pezzi, senza forze, né equilibrio. Mentore lo guardava silenzioso senza nulla chiedere. Una sera mi appoggiò la testina su una spalla e fece un lungo lamento quasi a chiedermi di lasciarlo andare. Scesi a pian terreno e gli feci una lunga toeletta: doveva essere bello per il grande salto! Poi lo fotografai con il cellulare, più e più volte; guardando le foto notai subito che intorno a lui si era formata un’aura prima verde, poi rosa, poi luminosissima. Tutto era compiuto e Max era atteso, piccola creatura, dolce ricordo della mia famiglia al completo, del mio tempo migliore. Il mattino successivo lo portai dal veterinario: “Le lascio un pezzo del mio cuore, tenga pure la cassetta, non mi serve più… “ e Max mi guardò a lungo, riconoscente per aver compreso la sua sofferenza… ma quanto strazio. Mi vergogno a dire che piansi lasciando quel piccolo battutolo peloso, ormai tutto pelo e ossa che mi guardava con i suoi incantevoli occhi tristi. Il pomeriggio pensavo: ”Dove sei piccolo Max? Forse mi starai guardando da una nuvoletta!”. In quel momento giunse un MMS da una mia amica sul cellulare: senza nulla sapere aveva scattato una immagine del cielo; era una nuvola soffice e in alto c’era la testina di Max.

Non bastò questo segno… il giorno successivo scattai una foto in giardino e sull’albero di susine, di fianco, dove si metteva Max c’era lui accovacciato.

Il mio piccolo Max, fedele amico delle pareti domestiche che hanno visto tanti mutamenti e trasformazioni, a volte gioiose, a volte dirompenti mi raggiunge ogni sera e, all’ora della pappa sento spostare la ciotola o fregare la zampina sulla poltrona e sulla mia testa. Ci sono momenti in cui mi giro sicura di vederlo perché lo sento correre, fermarsi, saltare sui mobili;  sento il suo tenue, delicato miagolio, il suo richiamo. Mentore non mi ha detto, né chiesto nulla; ora che il suo caro amico non c’è più ha rari motivi di interesse e di compagnia… solo una sera l’ho sentito mormorare: “Andrea sta bene, è in cielo che gioca con i suoi gattini”.

la testina di Max

sulla nuvoletta

ecco Max a destra

come ogni giorno

seduto sul ramo

dell’albero

il mio caro Max con me l’ultima sera insieme

      Jazz e la sua famiglia. La storia del cane Jazz

 

Jazz e la sua famiglia

 

 Vi presento jazz ,un bracco ungherese che per 11 anni ha rallegrato la nostra vita con sguardi dolci con cui ci comunicava il suo star bene insieme a noi. Anche i nostri tre gatti erano suoi amici ed era felicissimo di poter giocare con loro. Seguiva attentamente i nostri discorsi e i nostri atteggiamenti e ci faceva capire se li condivideva oppure no. Il 18 novembre scorso cominciò a manifestare inappetenza e portato dal veterinario, gli venne diagnosticato un linfoma maligno dei più devastanti, pochi mesi di sopravvivenza…. Ma il giorno 11 dicembre le sue condizioni precipitarono senza scampo e con il cuore a pezzi dovemmo percorrere quella strada che si chiama “eutanasia” (terribile esperienza). Poco tempo per renderci conto che tutto era finito, il sollievo di non vederlo più soffrire ma un immenso vuoto dentro di noi. Anche gli animali hanno un’anima e saperlo vivo in una dimensione parallela alla nostra anche se invisibile, ci dà un po’ di sollievo. Sappiamo che ogni volta che penseremo a lui c’è…… senza più sofferenze ma con grande amore; siamo stretti per sempre in un legame energetico, un filo che non viene tagliato neppure dalla morte. Ci rende sereni immaginarlo  correre e saltare nel nostro giardino che tanto amava e sicuramente continuerà a farlo insieme a noi…

                                                                               la famiglia di jazz     aldo enza helga

Gentilissima sig. Edda, ho trascritto questo breve sunto della vita di jazz, se le fa piacere farlo conoscere. La ringrazio molto della sua dolcezza e gentilezza, se per caso ha 10 min di tempo provi con il registratore e se dovesse manifestarsi e comunicarle qualcosa ci piacerebbe avere questa meravigliosa testimonianza. Ho letto il libro di Kate Solisti “Parola di cane” che con telepatia parla con loro e ne riceve le risposte perché tutti gli esseri sono partecipi della coscienza divina.

un abbraccio Enza

 

… e ci puoi credere…

“   Bu…bau…si spezza il filo per strada, ma non moriamo…. “

 

                                                                                     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                              

 

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniGli animali hanno un’anima?
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Il mese del raccolto

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Il mese del raccolto

giugno

È il mese del raccolto, del pane da condividere, dell’amore da dare e da ricevere. Mi piace farlo vivere con questa bella lirica d’autore.

Passammo ne la notte profumata,
per l’alta via tra taciti giardini,
tu su l’omero mio leve poggiata
la bella testa da i capelli fini,
io su le labbra tue volto a succhiare,
come dal fresco calice d’un fiore,
coi lunghi baci il pieno oblio dei mali.
Ma non udisti tu de i vegetali
in torno a noi, per l’aria tutta aulente,
il fremito d’amore,
le stelle non vedesti palpitare
allor piú intensamente,
e l’indistinte voci, onde ai mortali
nei momenti propizî al dolce inganno,
la Terra parla, pietosa madre,
e a sempre amar consiglia,
tu non sentisti, o innamorata figlia.

Ben io l’intesi, e ne diceano: Vanno
con passo lento i secoli nel nulla,
e si portan con loro
le umane genti (noverarle è in vano):
Amate, amate, amate,
né mai, tranne l’amore, altro tesoro
su me grama cercate.
In un attimo vano,
se in un bacio d’amore lo chiudete,
intera accoglierete
e vivrete la vita
dei secoli, dei secoli infinita.


(“Intermezzo lieto”, Luigi Pirandello)

 

Edda CattaniIl mese del raccolto
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Mente amica

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Mente amica

 

Nessun uomo è un’isola. Insieme siamo interconnessi e interdipendenti. Siamo quello che siamo per merito di ciò che siamo insieme nelle collaborazioni quotidiane (Ubuntu).

La vita è una scuola continua, stai imparando dalle occasioni e dalle provocazioni.
Il cervello è plastico, i pensieri modellano la mente, quando apprendi qualcosa di nuovo o fai nuove esperienze il cervello cresce.
Continua a far palestra con la mente costruendo bozze, schemi, collegamenti, formule brevi per aiutarla a ricordare.

La scrittura può aiutarti a chiarire pensieri ed emozioni e a guardarti dentro con sincerità.
Scrivere può aiutarti a comprendere te stesso e a guarirti.

La mente è la tua migliore amica se sai come governarla.

Scrivo per chiarirmi, per farmi compagnia, per abitare con i miei pensieri e allargare la consapevolezza delle mie risorse. Scrivo per trovare i fili conduttori nel labirinto intricato delle esperienze. A volte sono visitato da pensieri che illuminano, parlano, toccano… li accolgo con diligenza, li deposito sulla carta per poterli ri-trovare e perfezionare. Trasformo pensieri improvvisi in scritture spontanee. Scrivo a me con benevolenza, contemplo ciò che scrivo per comunicare bene con me e con gli altri. In questo modo riesco a stabilire un contatto più intimo con ciò che realmente sento e penso“.

La pratica della lettura-scrittura collettiva di testi è una variante del racconto auto-biografico, che raccoglie la creatività dei partecipanti e rafforza relazioni significative.

Nell’era di internet c’è il pericolo di perdere la scrittura personale-manuale, tra varie tastiere. C’è il pericolo che il cervello diventi macchina e il cuore sia inaridito dall’intelligenza artificiale. Per prevenire tutto ciò, è bene dare importanza alla scrittura bio-grafica: scrivi per pensare, scrivendo vengono pensieri che svelano te a te, attivano la capacità contemplativa e fanno crescere la comunione con la gente e con l’ambiente.

(da La Scuola del Villaggio)

 

Edda CattaniMente amica
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Non c’è amore senza rispetto

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Non c’è amore senza rispetto

Non c’è amore senza rispetto. E il rispetto nasce sempre e solo quando si ha la consapevolezza del proprio valore e della propria dignità. Quel valore e quella dignità che ogni essere umano possiede, e che non dipendono affatto da quello che si fa o non si fa, si dice o non si dice, si è o non si è. Il rispetto è ciò che è dovuto ad ogni persona in quanto persona. Rispetto di sé prima ancora che rispetto dell’altro. Anche se le due cose, in fondo, vanno sempre insieme. Come si fa d’altronde a rispettare un’altra persona quando non ci si rispetta da soli, o a rispettarsi quando non si è rispettati? Come si fa ad amare quando non ci si ama?
Tutto comincia molto presto. Quando si è piccoli e indifesi, e non si può fare altro che essere se stessi, semplicemente se stessi e nient’altro. Tutto nasce da lì. Da quell’amore che dovrebbe essere senza «perché» e senza «ma». Quell’amore incondizionato che è poi la base della fiducia in se stessi e dell’amore per gli altri. Perché ci si sente riconosciuti per quello che si è, e allora si può anche correre il rischio di aprirsi agli altri e di andare incontro al futuro certi che, prima o poi, si incontrerà colui o colei con cui si sarà di nuovo liberi di essere se stessi.
Ma di rispetto, oggi, ce n’è ben poco. Fin dall’inizio. Quando si è ancora piccoli e indifesi. Anche se si capisce già che non basta essere se stessi per essere accolti. Con tutte quelle aspettative che ci cadono sulle spalle. Con tutta quell’ansia di perfezione e di dovere che ci costringe a crescere in fretta. Perché niente viene da sé. E anche il rispetto ce lo si deve guadagnare. «Quando sarai grande capirai». «Quando sarai grande mi ringrazierai». Frasi buttate lì come un’evidenza. Anche se di evidente non hanno niente. A parte la minaccia recondita di sentirsi diseredati da chi avrebbe invece il dovere di amarci nonostante tutto.
«Ti rispetto se tu mi rispetti», dicono oggi tanti giovani. Abbandonati troppo presto a loro stessi. In un mondo che forse insegna a battersi per ottenere qualcosa, ma che non insegna mai la gratuità dell’amore e del rispetto. Ecco perché l’amore sembra un’incognita e si confonde con la passione. Non riconosce e non accetta. Fino a contraddirsi. Sciogliendosi come neve al sole nel momento in cui cadono le maschere e la verità appare nuda.
Ma non è certo questo l’amore di cui parlo ormai da tante settimane. E che quando arriva non passa mai. Nonostante le storie d’amore possano anche terminare. Perché lo si porta dentro di sé come un pezzo di identità. Ricordandoci che ne vale sempre la pena, che non importa se abbiamo sbagliato, che siamo importanti e preziosi e unici…
Quest’amore che copre sempre tutto, nonostante sia pieno di fratture, è oggi molto raro. Forse perché siamo tutti troppo concentrati sull’immagine che diamo di noi stessi. Forse perché siamo un po’ tutti alla ricerca disperata di un senso e di una direzione. E ci accontentiamo di lottare per meritare rispetto, invece di capire che il rispetto è già in noi, e che basterebbe accoglierlo e riconoscerlo per poi amarci e amare.
E invece no. Giuriamo e spergiuriamo, proclamiamo grandi verità e poi ci contraddiciamo, ci vantiamo di essere coerenti e poi crolliamo sotto il peso dell’impostura. Come se per amare e lasciarsi amare dovessimo per forza contemplarci in uno specchio e innamorarci anche noi della nostra immagine. Sempre più narcisi e sempre meno sicuri di noi stessi. Sempre più egoisti e sempre meno tolleranti. 

Edda CattaniNon c’è amore senza rispetto
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Corpo mente coscienza

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CORPO MENTE E COSCIENZA


Alla rete www.scuoladelvillaggio.it proponiamo questa argomento di ricerca.
Ciò che ci fa fratelli universali è il bisogno di dare significato all’esistenza ed evitare la sofferenza di una vita senza senso.
Al di là delle appartenenze sociali, politiche e religiose, c’è l’impegno ad apprezzare la vita; il vuoto esistenziale può creare drammi.
La vita è per te ciò che immagini che sia. Non sei disturbato dalla realtà ma dall’interpretazione, dal commento che fai. “Da che parte guardi il mondo tutto dipende” … (Jarabe De Palo)

 

Dove conduci il pensiero, là porti energia.

 

Puoi anticipare con il pensiero ciò che vuoi ottenere con il comportamento.
Chi ha motivi per vivere è anche biologicamente più vitale. Ti giova dare precedenza agli aspetti favorevoli: apprezza volti, sorprese, momenti di felicità seminati lungo il cammino del giorno. Vivi il presente puro, pieno e gratuito: adesso che stai bene, ti accorgi che stai bene? Adesso che sei sereno, ti accorgi che sei sereno? Adesso che hai… ti accorgi di quello che hai?
Le “prove per assenza” aiutano ad apprezzare ciò che c’è.  Qualsiasi evento sopraggiunga puoi dire: Sono qui, sono vivo, sono quello che sono, apprezzo ciò che c’è e metto armonia in ciò che vivo.” Queste parole penetrano nella mente inconscia, ti fanno compagnia e poi affiorano quando ne hai bisogno.
Lo sguardo fiducioso verso la vita ti aiuta a scoprire e a creare senso…

 Tu sei pittore, il mondo acquista i tuoi colori!


L’arte meditativa educa il carattere a vuotare la mente dal traffico dei pensieri e poi arredarla con pensieri amici che la possano guidare;

 

distingui bene le due fasi: vuotare e arredare.

 

C’è un equilibrio importante tra autonomia e compagnia; tra abitare con te e abitare con la gente. Confrontandoti e dialogando, ti conosci meglio e scopri le tue specialità. Il gruppo degli amici sicuri ti protegge e ti promuove.

Un altro equilibrio da rispettare è quello tra azione e contemplazione: se sei troppo teorico, equilìbrati con la manualità, e se sei troppo estroverso nel fare, equilìbrati nell’interiorità del contemplare. Ricorda l’equilibrio del pendolo.

 

AUGURIO: tieni questo foglio nel taschino, espandi la ricerca con dialoghi e interviste. Noi ti possiamo aiutare.

 

 

Edda CattaniCorpo mente coscienza
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Dimensione donna

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Dimensione donna

Ci sono donne che hanno occhi di terra e acqua,
che attraversano le stagioni e il tempo
dipingendo il mondo con le loro sensazioni e percezioni.
Sono consapevoli, introspettive, mature,
generose e determinate.
Donne che attraversano il dolore
per giungere alla luce.
Sanno superare le giornate di vento e di pioggia,
di nebbia dell’anima,
hanno la forza di rinascere ogni volta
che la vita le delude.
Donne che vibrano di magia e di mistero,
che conoscono il principio e la fine delle cose,
che sanno dare luce alle anime che incontrano,
alimentare la nostra vita con alchemici incanti.
Perché l’Amore ce l’hanno nell’anima,
lo creano, lo respirano e lo donano.

(Agostino Degas)

La donna e’ un’anfora..un calice che accoglie, un contenitore, il mare, la vita! La donna, o meglio il femminile, rappresenta il mutevole, il mercurio degli alchimisti, instabile, ma questa sua instabilita’, contraria alla fissita’ del maschile, produce il movimento necessario alla vita!
La donna e’ la sensibilita’, il suo regno e’ il mondo dei sensi, dell’emozione !
E’ l’intuizione che si contrappone alla ragione.
La donna e’ l’orizzonte, ma anche la morbidezza!
L’utero femminile..rappresenta in modo mirabile, l’importanza del femminile nel concepimento della vita stessa: nel suo dentro, cresce e si nutre la vita stessa…
La donna come dicevo, rappresenta l’instabilita’ che tanto fa paura, e per questo e’ stata condannata spesso dalla societa’: ma questa instabilita’, e’ cio’ che permette al mondo di evolvere..perche’ senza instabilita’, rimarremmo ancorati alle nostre certezze, senza possibilita’ di alcun tipo di evoluzione!
Mi piace comunque , unire il femminile al maschile: l’uomo, la sua concretezza, la sua razionalita’, la sua precisione, completa il quadro dell’evoluzione..non vi e’ l’uno, senza l’altro! Quando prevale l’uno, il mondo avanza, ma nello stesso tempo, rimane piegato dalla sofferenza di questa mancanza di equilibrio!
La donna e’ l’Aishah…l’Anima.
E aggiungo che quando nasciamo, nasciamo tutti femminili..siamo femminile, poiche’ la Materia, di cui e’ fatto il nostro corpo, appartiene al Regno del femminile! Lo Spirito feconda la terra..e quindi in realta’, dove c’e’ Materia, femminile, c’e’ nel contempo Spirito maschile.
Ancora..la spada nella roccia, rappresenta lo Spirito, il maschile, ancorato alla Materia femminile..e solo Artu’, l’Animo puro, riesce a far partorire dalla terra roccia, il suo Spirito, liberandolo! 

 

Edda CattaniDimensione donna
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