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Messaggi dall’India

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MESSAGGI DALL’INDIA

 

 

Alla nostra Associazione di Padova abbiamo ospitato PADRE GABRIELE GASTALDELLO un sacerdote di Vicenza, laureato in filosofia all’Università di Padova e dottorato di ricerca all’Università di Benares (India) sull’umanesimo induista. Questa figura di apostolo e missionario che ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta, ha saputo trasmetterci lo spirito dell’India, una cultura complessa ma di stile alquanto semplice. Il Padre, animatore della ‘Scuola del Villaggio’ che ha un sito www.scuoladelvillaggio.it  ci invia sovente comunicazione e contenuto dei suoi incontri. Ecco qualche pillola di saggezza.

 

Sulla piazza del mondo le culture si incontrano. Noi condividiamo la sapienza di altri popoli e diventiamo sempre più “fratelli universali”. Tutti siamo riscaldati dallo stesso sole, respiriamo la stessa aria, usiamo la stessa acqua e posiamo i piedi sulla stessa terra. Non abbiamo un altro pianeta perché questo non è di nostro gradimento! È bello collaborare per un mondo più umano!

Il neurologo Moreno Toldo che da quattro anni serve un centro di aiuto sanitario a Benares in India condividerà le sue esperienze con le nostre esperienze di dialogo con l’Oriente.

La perla della antica cultura vedica abita in questo messaggio: Il bene che fai è l’affitto che paghi per il posto che occupi sulla terra. Continuamente tu adoperi il sole, l’aria, l’acqua e la terra. Sii consapevole di questi elementi cosmici di cui è fatto il mondo e di cui sei fatto anche tu: considera quanto sole hai sintetizzato, quanta aria hai respirato, quanta acqua hai adoperato, quanti pasti hai mangiato…. Nella rugiada delle piccole cose la mente si illumina e il cuore si appassiona. Perché la rosa fiorisce e non si chiede il perché? I fiori dei campi fioriscono gratuitamente, gli uccelli del cielo cantano gratuitamente. Celebra anche tu la gratuità! Celebra l’alba e il tramonto. Celebra il silenzio e la parola. Celebra il lavoro e il riposo. Celebra la gratuità di ogni giorno e di ogni respiro. Gratuità è la via più bella per apprezzare la vita!

In India i devoti fanno il bagno sacro sul Gange per iniziare il giorno con energia. Da quel gesto significativo (rito) abbiamo ricavato una proposta bella per tutti noi: alla finestra del mattino allunga le braccia in alto, in-spira con abbondanza. Poi allarga le braccia ed e-spira anche l’aria residua chinandoti in avanti. In-spira calma, e-spira sorriso…. Chiama la compagnia di parole significative che proteggono e potenziano la mente (mantra). Offri l’inno della gratuità che abbiamo scritto per te.

Porta messaggi di dialogo con l’Oriente e … “svegliati antico Oriente dentro di me”. (Tagore).

 gratuità

   Ogni mattina al tocco della luce hai un giorno nuovo davanti a te. Non hai diritto di essere vivo: la vita è gratuita. Ogni mattina puoi dire: “Anche oggi adopero il sole, l’aria, l’acqua, la terra”. Pensa quanto sole hai sintetizzato, quanta aria hai respirato, quanta acqua hai usato, quanti pasti hai mangiato fino a questo punto…..

 

  Il grande grembo del mondo rende possibile la tua piccola vita. Il grande tempio del mondo fa da casa al piccolo tempio della tua vita. Ogni mattina puoi dire: “Anche oggi adopero gli occhi che vedono, gli orecchi che odono, il cuore che batte, i polmoni che respirano, la mente che pensa…..”.

 

  Tu sei tutti quelli che hai incontrato lungo il cammino della vita che ti hanno lasciato qualche cosa che ti ha aiutato a vivere. Considera le mille mani che ti hanno fatto arrivare fino a questo punto.

 

  Il bene che fai agli altri è l’affitto per il posto che occupi sulla terra.

  Tu puoi fare esperienza di Dio nella gratuità di ogni giorno e di ogni respiro. Tu vieni dalla grande vita, tu abiti nella grande vita e alla grande vita ritornerai.

  Abituati a bene-dire = dire-bene cioè apprezzare: è uno stile di vita da portarsi appresso sempre.

·         ·        Benedetto Dio per la vasta terra che ci dai in usufrutto.

·         ·        Benedetto Dio per il potere che dai alla terra di produrre pane.

·         ·        Benedetto Dio per il nutrimento che ci dai in ogni tempo.

 

  Gratuità è l’atteggiamento migliore per apprezzare la vita che è un dono da donare: l’amore dono fa fiorire la vita.

 

  Alla finestra del mattino dici: “Ti offro le azioni della giornata, fa che siano belle!”.

  Alla finestra della sera volgi le palme al cielo e dici: “Ti adoro mio Dio, ti ringrazio del giorno che finisce, del bene compiuto, dei volti incontrati, delle parole belle ascoltate e donate, della salute, del lavoro, del cibo, del riposo…..”.

 

  Su tutto ciò che la coscienza ti rimprovera chiama queste parole: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito fermo, non cacciarmi lontano dal tuo volto, non mi togliere il tuo spirito di santità” (Salmo 50).

 

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 Dio grande e misericordioso, visita la nostra casa (fermati a guardare i volti e a recitare i nomi di chi prega con te), allontana le insidie del male, manda i tuoi angeli a custodirci nella pace, la tua benedizione sia sempre con noi.

 

Dio ci benedica e ci protegga.

Dio faccia splendere il suo volto su di noi.

Dio ci doni serenità e pace per mezzo dello Spirito Santo.

 

mandala_sabbia_10

Mandala (dal sanscrito maṇḍala (मण्डल), letteralmente: «essenza» (maṇḍa) + «possedere» o «contenere» (la); tradotto anche come «cerchio-circonferenza» o «ciclo», entrambi i significati derivanti dal termine tibetano (dkyil khor) è un termine simbolico associato alla cultura veda ed in particolar modo alla raccolta di inni o libri chiamata Rig Veda. La parola è utilizzata, anche, per indicare un diagramma circolare costituito, di base, dall’associazione di diverse figure geometriche, le più usate delle quali sono il punto, il triangolo, il cerchio ed il quadrato. Il disegno riveste un significato spirituale e rituale sia nel Buddhismo che nell’Hinduismo. 

 

Edda CattaniMessaggi dall’India
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Alda Merini : Ognissanti

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Festa di Ognissanti:

la scomparsa di una grande donna

LA SEMPLICITA’-VENTO

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili,
di finire alla mercé di chi ci sta di fronte.
Non ci esponiamo mai.
Perché ci manca la forza di essere uomini,
quella che ci fa accettare i nostri limiti,
che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.

Alda Merini 

In un pomeriggio che prelude alla primavera (è il 4 marzo 2008), nella sua casa milanese sui Navigli, la poetessa Alda Merini, scomparsa l’anno scorso nella solennità di Tutti i Santi, rivela al suo intervistatore Antonio Prudenzano: «Ieri ho scritto una poesia sulla Sindone, pur non avendola mai vista dal vivo. Ho usato la fantasia. Mi sono lasciata trasportare dalle sensazioni. La poesia è una g…razia ricevuta, un dono di Dio… Pensi a San Francesco, di cui di recente ho scritto [Una voce per Francesco, Frassinelli, Milano 2007, cfr. FVS, febbraio 2008, NdA]. Era un uomo gioioso, in pace con la vita e con Dio. Ed era un grandissimo poeta.» È stata, quella sulla Sindone, una delle sue ultime poesie, conferma Giuliano Grittini, amico e fotografo personale della poetessa, che le fu vicino negli ultimi attimi di vita: «Soffriva, – confida al giornalista Fabrizio Tassi – ma era sempre pronta a scherzare anche col medico che la seguiva. Le ho fatto anche delle foto in ospedale. Mi ha dettato delle poesie. Una delle ultime era sulla Sindone: me l’ha dettata una notte in cui non riusciva a dormire.» Il tema della Croce, l’enigma di Gesù, il suo volto sfigurato, l’orrore di quelle piaghe sparse sul corpo, dei dolorosi segni impressi nelle sue carni dal legno del patibolo, sono ora raccolti in florilegio nella raccolta postuma pubblicata lo scorso dicembre da Einaudi, quale testamento poetico della Merini, a cura di Ambrogio Borsani, di cui la poetessa era ancora riuscita a correggere le bozze benché già malata, e che teneva molto a vedere stampata, ma purtroppo non ha più fatto in tempo. Il titolo è Il carnevale della croce: titolo stupefacente e visionario, di grande potenza e violenza espressiva, che riprende il commento di Luca Bragaja (in Nel cerchio di pensiero, 2003), il quale, dando un giudizio complessivo sull’intera opera poetica della Merini, la definisce «”carnevale della crocifissione”, culmine della corporeità violata e simbolo denso del misticismo cristiano.» Un commento che la Merini stessa, probabilmente, aveva ispirato, rimuginando con evidente assiduità la pregnanza di quell’espressione nel suo immenso valore universale e nella dirompente potenza immaginifica, tanto da renderne conto successivamente nel 2007 con perfetta lucidità ed estremo e totale disincanto, per il Calvario in primis (nei suoi versi insieme «diamante» e «teatro magnifico della derisione») e per tutti i Golgota della terra: «Il Golgota è il luogo del Cranio, il centro del mondo. Ma è anche il carnevale della Croce. Perché, mentre portavano a morire atrocemente i poveri condannati, i carnefici si divertivano. Ecco quello che non distingue l’uomo dalla bestia: la tortura, l’essere carnefice dell’altro. E gli uomini sanno farlo con sapienza. Cristo viene issato, viene preso in giro. Però tutto questo l’aveva già previsto. Anche la Madonna. Ma l’amore accetta tutto.» (Così in un’intervista a Roberto Beretta). Sì, è vero: l’amore accetta tutto, come lo ha accettato la poetessa dei Navigli nella sua travagliata e turbolenta esistenza, in particolar modo nella ultradecennale permanenza in manicomio, dove era approdata con lo strazio del distacco appena dopo la nascita dell’amata Barbara, l’ultima delle sue figlie: «Ho conosciuto Gerico, / ho avuto anch’io la mia Palestina, / le mura del manicomio / erano le mura di Gerico / e una pozza di acqua infettata / ci ha battezzati tutti. / Lì dentro eravamo ebrei / e i Farisei erano in alto / e c’era anche il Messia / confuso dentro la folla: / un pazzo che urlava al Cielo / tutto il suo amore in Dio…» (da La Terra Santa, raccolta del 1984 considerata il suo capolavoro, la sua consacrazione poetica, scritta in appena otto giorni mentre il marito stava morendo di cancro). Proprio negli abissi di quell’inferno, infatti, Alda Merini si riavvicina a Dio (da ragazza, lei dice, avrebbe voluto farsi suora, ma suo padre non volle), i suoi occhi brancolanti nelle tenebre rivedono la luce, conosce la risurrezione attraverso la sua sofferenza e quella di chi la circonda. Ma il dolore (è ancora lei a dirlo), purtroppo non si stempera col tempo: lavora nel profondo e corrode; non si fa più lieve e non abitua, ma rende più sensibili e riluttanti al patire: al proprio patire e all’altrui. Ed ecco come la sua pena si scioglie in pagine amate e commoventi, fino alla delicata e confidenziale trasparenza di versi d’amore e senza vergogna come questi: «Gesù, / forse è per paura delle tue immonde spine / ch’io non ti credo, / per quel dorso chino sotto la croce / ch’io non voglio imitarti. / Forse, come fece San Pietro, / io ti rinnego per paura del pianto. / Però io ti percorro ad ogni ora / e sono lì in un angolo di strada / e aspetto che tu passi. / E ho un fazzoletto, amore, / che nessuno ha mai toccato, / per tergerti la faccia.» Siamo nel 2001 quando Alda Merini pubblica questa poesia in Corpo d’amore. Un incontro con Gesù (ora in Il carnevale della croce, p. 32), che sgorga dall’intimo come flusso di coscienza ed è capace di scavare nelle profondità dell’io e di risalirvi in un’esplosione di stupore: «In ogni parte, / malgrado tu fossi interamente ignudo…, / io ti ho visto salire le colline della mia origine / e non so / da vera innamorata qual sono / come tu faccia a conoscermi / e chi ti abbia messo dentro di me. » È lo stupore dell’innamorata del Cantico dei cantici, che scopre di essere amata da quella “Presenza onnipresente” che la insegue e la trova «in ogni parte», in ogni luogo, nei recessi del suo cuore e nelle tenebre della sua mente; è lo stupore mistico di fronte alla presenza di un Dio «ignudo», umile, disarmato, che «ha espresso il suo amore per l’uomo col pianto » e la conosce ancor prima di farsi conoscere, è l’atteggiamento nuovo sul quale si fonda e si consolida il suo amore per il Cristo incarnato, sofferente e crocifisso, quel Cristo che in un primo tempo si fa fatica umanamente ad accettare, così esposto alla sua debolezza, ed è più facile rinnegare come Pietro, nonostante la fede e i suoi migliori propositi, per paura di doverlo imitare. Ma poi, ad un certo punto, si arriva a riconoscerne la forza: la forza del dono di sé, dell’amore totale. Per questo, se l’amore è il sentimento che sempre prevale in Alda Merini, e diciamolo: in tutte le sue declinazioni, in forma di eros come di agape («al di là di ogni immondizia / e sutura, c’è la grande speranza / che il tempo redima i folli / e l’amore spazzi via ogni cosa», così in una delle sue ultime poesie d’amore contenute nel Carnevale della croce), negli ultimi tempi, di conversione in conversione, esso assume la forma più alta, raggiunge il livello dei mistici, manifestandosi nella contemplazione del mistero della passione e della morte di Gesù Cristo, «uomo dei dolori che ben conosce il patire», non più con il raccapriccio iniziale, ma con tutta la tenerezza dell’innamorata, con tutta l’acuta sensibilità e la pietas della donna, che – novella Veronica – sulla via del Calvario gli deterge il viso dal sangue e dal sudore. E, ai piedi della croce, si getta ad abbracciarlo con lo strazio della madre: di quella Madre, «che si legò ai piedi del figlio / per essere trascinata con lui sulla croce / e ne venne sciolta / perché continuasse a vivere nel suo dolore» (da Poema della croce, ora nel volumetto einaudiano a p. 55). Tale è ormai, sul finire della vita, il radicamento della Merini in Gesù, che mentre nei suoi versi fa risuonare la voce di lui nell’esclamazione: «Io non sono morto, non morirò mai», gli fa eco con la sua voce in questo inno di risurrezione: «Se mi inchiodano sopra una croce, non fanno che inchiodare le ali di una farfalla finalmente libera.» Funerali di stato (il 4 novembre 2009) nel Duomo di Milano per Alda Merini, dove lei tante volte era andata a dire e cantare i suoi versi con Giovanni Nuti. Al termine della santa messa presieduta da mons. Brambilla, vicario episcopale, lo stesso Nuti, il cantautore toscano legato dal 1994 da un sodalizio umano e artistico molto forte con la poetessa in odore di Nobel, ha voluto offrile col canto una sua poesia, forse la prediletta: Il legno. Sì, quel legno della croce che, Cristo esclama per voce di Alda, «come una falce / falcerà tutti i reprobi della terra. / Il legno come cosa giusta. / Io, figlio di un falegname, / ho scelto il legno per morire, / ma dal legno si alzerà la mia gloria.» Rosa Dimichino in “Francesco il Volto Secolare”, febbraio 2010. In un pomeriggio che prelude alla primavera (è il 4 marzo 2008), nella sua casa milanese sui Navigli, la poetessa Alda Merini, scomparsa l’anno scorso nella solennità di Tutti i Santi, rivela al suo intervistatore Antonio Prudenzano: «Ieri ho scritto una poesia sulla Sindone, pur non avendola mai vista dal vivo. Ho usato la fantasia. Mi sono lasciata trasportare dalle sensazioni. La poesia è una g…razia ricevuta, un dono di Dio… Pensi a San Francesco, di cui di recente ho scritto [Una voce per Francesco, Frassinelli, Milano 2007, cfr. FVS, febbraio 2008, NdA]. Era un uomo gioioso, in pace con la vita e con Dio. Ed era un grandissimo poeta.»

È stata, quella sulla Sindone, una delle sue ultime poesie, conferma Giuliano Grittini, amico e fotografo personale della poetessa, che le fu vicino negli ultimi attimi di vita: «Soffriva, – confida al giornalista Fabrizio Tassi – ma era sempre pronta a scherzare anche col medico che la seguiva. Le ho fatto anche delle foto in ospedale. Mi ha dettato delle poesie. Una delle ultime era sulla Sindone: me l’ha dettata una notte in cui non riusciva a dormire.»

Il tema della Croce, l’enigma di Gesù, il suo volto sfigurato, l’orrore di quelle piaghe sparse sul corpo, dei dolorosi segni impressi nelle sue carni dal legno del patibolo, sono ora raccolti in florilegio nella raccolta postuma pubblicata lo scorso dicembre da Einaudi, quale testamento poetico della Merini, a cura di Ambrogio Borsani, di cui la poetessa era ancora riuscita a correggere le bozze benché già malata, e che teneva molto a vedere stampata, ma purtroppo non ha più fatto in tempo.

Il titolo è Il carnevale della croce: titolo stupefacente e visionario, di grande potenza e violenza espressiva, che riprende il commento di Luca Bragaja (in Nel cerchio di pensiero, 2003), il quale, dando un giudizio complessivo sull’intera opera poetica della Merini, la definisce «”carnevale della crocifissione”, culmine della corporeità violata e simbolo denso del misticismo cristiano.»

Un commento che la Merini stessa, probabilmente, aveva ispirato, rimuginando con evidente assiduità la pregnanza di quell’espressione nel suo immenso valore universale e nella dirompente potenza immaginifica, tanto da renderne conto successivamente nel 2007 con perfetta lucidità ed estremo e totale disincanto, per il Calvario in primis (nei suoi versi insieme «diamante» e «teatro magnifico della derisione») e per tutti i Golgota della terra: «Il Golgota è il luogo del Cranio, il centro del mondo. Ma è anche il carnevale della Croce. Perché, mentre portavano a morire atrocemente i poveri condannati, i carnefici si divertivano. Ecco quello che non distingue l’uomo dalla bestia: la tortura, l’essere carnefice dell’altro. E gli uomini sanno farlo con sapienza. Cristo viene issato, viene preso in giro. Però tutto questo l’aveva già previsto. Anche la Madonna. Ma l’amore accetta tutto.» (Così in un’intervista a Roberto Beretta).

Sì, è vero: l’amore accetta tutto, come lo ha accettato la poetessa dei Navigli nella sua travagliata e turbolenta esistenza, in particolar modo nella ultradecennale permanenza in manicomio, dove era approdata con lo strazio del distacco appena dopo la nascita dell’amata Barbara, l’ultima delle sue figlie: «Ho conosciuto Gerico, / ho avuto anch’io la mia Palestina, / le mura del manicomio / erano le mura di Gerico / e una pozza di acqua infettata / ci ha battezzati tutti. / Lì dentro eravamo ebrei / e i Farisei erano in alto / e c’era anche il Messia / confuso dentro la folla: / un pazzo che urlava al Cielo / tutto il suo amore in Dio…» (da La Terra Santa, raccolta del 1984 considerata il suo capolavoro, la sua consacrazione poetica, scritta in appena otto giorni mentre il marito stava morendo di cancro).

Proprio negli abissi di quell’inferno, infatti, Alda Merini si riavvicina a Dio (da ragazza, lei dice, avrebbe voluto farsi suora, ma suo padre non volle), i suoi occhi brancolanti nelle tenebre rivedono la luce, conosce la risurrezione attraverso la sua sofferenza e quella di chi la circonda. Ma il dolore (è ancora lei a dirlo), purtroppo non si stempera col tempo: lavora nel profondo e corrode; non si fa più lieve e non abitua, ma rende più sensibili e riluttanti al patire: al proprio patire e all’altrui.

Ed ecco come la sua pena si scioglie in pagine amate e commoventi, fino alla delicata e confidenziale trasparenza di versi d’amore e senza vergogna come questi: «Gesù, / forse è per paura delle tue immonde spine / ch’io non ti credo, / per quel dorso chino sotto la croce / ch’io non voglio imitarti. / Forse, come fece San Pietro, / io ti rinnego per paura del pianto. / Però io ti percorro ad ogni ora / e sono lì in un angolo di strada / e aspetto che tu passi. / E ho un fazzoletto, amore, / che nessuno ha mai toccato, / per tergerti la faccia.»

Siamo nel 2001 quando Alda Merini pubblica questa poesia in Corpo d’amore. Un incontro con Gesù (ora in Il carnevale della croce, p. 32), che sgorga dall’intimo come flusso di coscienza ed è capace di scavare nelle profondità dell’io e di risalirvi in un’esplosione di stupore: «In ogni parte, / malgrado tu fossi interamente ignudo…, / io ti ho visto salire le colline della mia origine / e non so / da vera innamorata qual sono / come tu faccia a conoscermi / e chi ti abbia messo dentro di me. »

È lo stupore dell’innamorata del Cantico dei cantici, che scopre di essere amata da quella “Presenza onnipresente” che la insegue e la trova «in ogni parte», in ogni luogo, nei recessi del suo cuore e nelle tenebre della sua mente; è lo stupore mistico di fronte alla presenza di un Dio «ignudo», umile, disarmato, che «ha espresso il suo amore per l’uomo col pianto » e la conosce ancor prima di farsi conoscere, è l’atteggiamento nuovo sul quale si fonda e si consolida il suo amore per il Cristo incarnato, sofferente e crocifisso, quel Cristo che in un primo tempo si fa fatica umanamente ad accettare, così esposto alla sua debolezza, ed è più facile rinnegare come Pietro, nonostante la fede e i suoi migliori propositi, per paura di doverlo imitare. Ma poi, ad un certo punto, si arriva a riconoscerne la forza: la forza del dono di sé, dell’amore totale.

Per questo, se l’amore è il sentimento che sempre prevale in Alda Merini, e diciamolo: in tutte le sue declinazioni, in forma di eros come di agape («al di là di ogni immondizia / e sutura, c’è la grande speranza / che il tempo redima i folli / e l’amore spazzi via ogni cosa», così in una delle sue ultime poesie d’amore contenute nel Carnevale della croce), negli ultimi tempi, di conversione in conversione, esso assume la forma più alta, raggiunge il livello dei mistici, manifestandosi nella contemplazione del mistero della passione e della morte di Gesù Cristo, «uomo dei dolori che ben conosce il patire», non più con il raccapriccio iniziale, ma con tutta la tenerezza dell’innamorata, con tutta l’acuta sensibilità e la pietas della donna, che – novella Veronica – sulla via del Calvario gli deterge il viso dal sangue e dal sudore. E, ai piedi della croce, si getta ad abbracciarlo con lo strazio della madre: di quella Madre, «che si legò ai piedi del figlio / per essere trascinata con lui sulla croce / e ne venne sciolta / perché continuasse a vivere nel suo dolore» (da Poema della croce, ora nel volumetto einaudiano a p. 55).

Tale è ormai, sul finire della vita, il radicamento della Merini in Gesù, che mentre nei suoi versi fa risuonare la voce di lui nell’esclamazione: «Io non sono morto, non morirò mai», gli fa eco con la sua voce in questo inno di risurrezione: «Se mi inchiodano sopra una croce, non fanno che inchiodare le ali di una farfalla finalmente libera.»

Funerali di stato (il 4 novembre 2009) nel Duomo di Milano per Alda Merini, dove lei tante volte era andata a dire e cantare i suoi versi con Giovanni Nuti. Al termine della santa messa presieduta da mons. Brambilla, vicario episcopale, lo stesso Nuti, il cantautore toscano legato dal 1994 da un sodalizio umano e artistico molto forte con la poetessa in odore di Nobel, ha voluto offrile col canto una sua poesia, forse la prediletta: Il legno. Sì, quel legno della croce che, Cristo esclama per voce di Alda, «come una falce / falcerà tutti i reprobi della terra. / Il legno come cosa giusta. / Io, figlio di un falegname, / ho scelto il legno per morire, / ma dal legno si alzerà la mia gloria.»

Rosa Dimichino in “Francesco il Volto Secolare”, febbraio 2010.

Edda CattaniAlda Merini : Ognissanti
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Nati per vivere

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NATI PER VIVERE

Si avvicina la ricorrenza della commemorazione dei defunti che, in questo mese  rivede la  consuetudine di andare al Cimitero e in tale occasione abbellire le tombe. In molti modi le comunità parrocchiali esprimono questo senso della speranza cristiana, ma anche la tradizione popolare porta a rappresentare usanze gradevoli in cui sono coinvolti vecchi e bambini. Il mio quotidiano pellegrinaggio al “santuario” si è trasformato in una commovente visione che ha richiamato alla memoria una poesia della mia infanzia di Ugo Betti  “Schiarita di Novembre” che così recita:

Schiarita di Novembre
al tuo breve sereno
già il camposanto di fioretti è pieno.

Sembra infatti che, ogni anno, pur in condizione di maltempo, compaia, in questa circostanza, un tenue raggio di sole a voler dare conforto e luce ai tanti visitatori .

In questi giorni non può mancare una riflessione sui grandi temi che riguardano i misteri principali dell’esistenza: la vita e la morte. 

L’atteggiamento della Chiesa, non può che essere in favore della vita e non rinuncerà mai a fare questo, né a pregare per chi è in difficoltà né, infine, al suo impegno culturale e pubblico, affinché l’uomo capisca di essere soggetto e non soltanto oggetto.

Leggo anche che Hugo Claus più volte candidato al premio Nobel per la letteratura, nel 2000 vincitore del premio Nonino è morto a 78 anni in un ospedale di Anversa, nel giorno e l’ora in cui aveva deciso. Il più grande scrittore fiammingo, romanziere, drammaturgo e poeta, Hugo Claus, voleva andarsene con fierezza e dignità, prima che la malattia, l’Alzheimer, lo consumasse, gli impedisse di scrivere, dipingere, lo rendesse estraneo a se stesso e agli altri. E così è stato. Se n’è andato per eutanasia, ha comunicato la sua casa editrice, perché il Belgio è uno dei tre paesi europei, con Lussemburgo e Olanda, dove la “buona morte” – dal 2002 – è legale.

Mentre mi accingevo a scrivere il titolo di questo breve saggio, ho pensato come queste  vicende possano dar rilievo ad una iniziativa contrastante, quella dell’ Associazione “Nati per vivere”. L’Associazione si è costituita nel 1996 per iniziativa di un gruppo di genitori di bambini nati prematuri e di alcuni medici ed infermieri operanti nel reparto di Neonatalogia dell’Ospedale Civile di Brescia con lo scopo di migliorare la cura e l’assistenza dei neonati a rischio e di fornire un’assistenza di carattere psicologico e materiale ai genitori attraverso un’opera di volontariato. “Nati Per Vivere” è un progetto concreto, fondato sullo scambio etico-professionale e psicologico tra medici e familiari dei neonati.

Cosa non si fa quando nasce un bambino? E’ vivo in me il ricordo del momento in cui sono venuti alla luce i miei piccoli nipoti , leggermente in anticipo sulla data prevista e quanto si è temuto per la loro crescita.

Inoltre  mi trovo a riflettere sulle condizioni psicologiche di tanti parenti come me che hanno seguito i loro cari in una struttura, luogo in cui gli ospiti, a volte non anziani, vivono il calvario della perdita progressiva delle funzioni dell’autonomia e della memoria.

Queste storie, la mia storia dolorosa, sono l’immagine della nostra vita crocifissa con Cristo,  oggi come ogni giorno, spalanca anche noi alla piena comunione con Dio Padre; il suo onore, la sua gloria in noi, danno peso, consistenza, senso e pienezza alla nostra vita.

Tutto quello che cerchiamo, che ogni uomo spasmodicamente cerca tra lifting, sport, investimenti, studio, affetti e sforzi e compromessi, è il desiderio più profondo del nostro cuore che ci è donato sulla nostra sofferenza, il luogo che invece disprezziamo e fuggiamo. Con Cristo sulla Croce la nostra vita è ritrovata, conservata, realizzata. Dove si perde si ritrova, è questo il segreto della felicità.

Andiamo avanti dunque e non dimentichiamo che la vita è un dono, una grande opportunità che ci è offerta affinché , in ogni momento si dia il meglio in ogni circostanza… me lo hanno insegnato i miei nipotini che, ieri sera, guardando un  cartone animato, ripetevano con le parole di un personaggio saggio:

“ IERI E’ PASSATO, DOMANI E’  UN  MISTERO, MA L’OGGI  E’ UN DONO… PER QUESTO SI CHIAMA  PRESENTE !”


Edda CattaniNati per vivere
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Un Grande Uomo divenuto Papa

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Un Grande Uomo divenuto Papa

SANTO GIOVANNI PAOLO II°

Papa Francesco ricorda Giovanni Paolo II, coraggioso testimone della fede

22/10/2016
Durante l’udienza giubilare il Papa ha ricordato che oggi ricorre la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II. Salutando i pellegrini polacchi ha detto:

“Cari sorelle e fratelli, esattamente trentotto anni fa, quasi a quest’ora, in questa Piazza risuonavano le parole rivolte agli uomini di tutto il mondo: Non abbiate paura! (…) Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo. Queste parole le ha pronunciate all’inizio del suo pontificato, Giovanni Paolo II, Papa di profonda spiritualità, plasmata dalla millenaria eredità della storia e della cultura polacca trasmessa nello spirito di fede, di generazione in generazione. Quest’eredità era per Lui fonte di speranza, di potenza e di coraggio, con cui esortava il mondo ad aprire largamente le porte a Cristo.

Quest’invito si è trasformato in un’incessante proclamazione del Vangelo della misericordia per il mondo e per l’uomo, la cui continuazione è quest’Anno Giubilare. Oggi desidero augurarvi, che il Signore vi dia la grazia della perseveranza in questa fede, questa speranza e quest’amore che avete ricevuto dai vostri avi e che conservate con cura. Nelle vostre menti e nei vostri cuori risuoni sempre l’appello del vostro grande Connazionale a risvegliare in voi la fantasia della misericordia, affinché possiate portare la testimonianza dell’amore di Dio a tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Infine, salutando i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli, ha invitato a seguire l’esempio di San Giovanni Paolo II:

“La sua coerente testimonianza di fede sia un insegnamento per voi, cari giovani, ad affrontare le sfide della vita; alla luce del suo insegnamento, cari ammalati, abbracciate con speranza la croce della malattia; invocate la sua celeste intercessione, cari sposi novelli, perché nella vostra nuova famiglia non manchi mai l’amore”.

 Giovanni Paolo II°

Giovanni Paolo II° dalla scomparsa agli altari

Sono passati vari anni da quel triste giorno. Era il 2 aprile 2005 quando il cuore di Papa Giovanni Paolo II smise di battere.

Sotto l’occhio attento dei media di tutto il mondo, il Pontefice si spense alle 21.37 nel Palazzo Apostolico della Città del Vaticano, in conseguenza di uno shock settico e di un collasso cardiocircolatorio. Ad accompagnare uno dei pontefici più longevi della storia della Chiesa sono stati i canti e le preghiere dei 70 mila fedeli presenti in piazza San Pietro.

Da quella sera e fino all’8 aprile, quando hanno avuto luogo le Esequie del defunto Pontefice, Giovanni Paolo II è stato pianto da una folla di più di 3 milioni di pellegrini, moltissimi cattolici nel mondo, e anche molti non cattolici, confluiti a Roma per rendere omaggio alla salma del Papa, attendendo in fila anche fino a 24 ore per poter accedere alla Basilica di San Pietro nella Città del Vaticano. In Polonia, i cattolici si riunirono nella chiesa di Wadowice, la città natale del pontefice. La televisione di Stato cancellò tutte le commedie dal palinsesto a partire dal 1º aprile 2005 e cominciò a trasmettere le celebrazioni liturgiche e speciali sul Papa. Molti leader mondiali hanno espresso le loro condoglianze:

Karol Wojtyla aveva 84 anni, era nato a Wadowice il 18 maggio 1920. Il suo pontificato, cominciato il 16 ottobre 1978, è durato quasi 27 anni. Sin dal principio del suo pontificato intraprese  una vigorosa azione politica e diplomatica contro il comunismo e l’oppressione politica, ed è considerato uno degli artefici del crollo dei sistemi del socialismo reale, già controllati dall’ex Unione Sovietica. Combatté la Teologia della Liberazione, intervenendo ripetutamente in occasioni di avvicinamenti di alcuni esponenti del clero verso soggetti politici dell’area marxista. Stigmatizzò inoltre il capitalismo sfrenato e il consumismo, considerati antitetici alla ricerca della giustizia sociale, causa d’ingiustificata sperequazione fra i popoli e lesivi della dignità dell’uomo. Nel campo della morale, si oppose fermamente all’aborto e all’eutanasia, e confermò l’approccio tradizionale della Chiesa sulla sessualità umana, sul celibato dei preti, sul sacerdozio femminile.

I suoi 104 viaggi in tutto il mondo videro la partecipazione di enormi folle (tra le più grandi mai riunite per eventi a carattere religioso).

E ancora, Karol Wojtyla è stato sempre, sin da quando era un giovane prete, un punto di riferimento per le nuove generazioni. Proclamato Papa, ha  immediatamente stabilito un rapporto speciale con i giovani. Con i ragazzi ha sempre scherzato, parlato a braccio, costruendo una nuova immagine di Pontefice romano, lontana da quella ieratica di molti dei suoi predecessori.

Era un Papa, un padre, un uomo umile che si faceva amare come nessuno mai. Negli occhi di tutti rimane il ricordo della sua ultima apparizione, quella del 30 marzo 2005,  con quella benedizione muta, quel tentativo estremo di strappare una tregua alla malattia, per trovare una parola e salutare chi lo attendeva in attesa in Piazza San Pietro.

Quel triste 2 aprile, Papa Giovanni Paolo II ha lasciato un vuoto immenso, un vuoto che nessuno riusciva ad accettare. Erano tutti lì in Piazza, in casa e in ogni altra parte del mondo a piangere un uomo di una bontà infinita e che rimarrà tale per sempre. E oggi, in  ricordo della sua morte anche gli utenti di Facebook hanno deciso di ricordarlo con frasi, immagini, post in suo onore.

La mia Scuola intitolata al Beato Karol Wojtyla

Questo quadro con l’immnagine di KAROL WOJTYLA  è stata posta nell’atrio della mia Scuola il giorno della intitolazione

Ecco le immagini della cerimonia avvenuta il 13 maggio 2006:

 

Il Parroco, io come Dirigente Scolastico e il Sindaco

Non mi fu facile ottenere l’intitolazione a pochi anni dalla morte del grande Papa per il quale ho sempre nutrito un profondo amore, ma oggi sono felice, con tutta la popolazione scolastica di avere fatto questa scelta. Inserisco il documento inviatomi dall’attuale Pontefice a conferma di quanto avvenuto.

 

Edda CattaniUn Grande Uomo divenuto Papa
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La sofferenza salva

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DALL’ALBUM DEI RICORDI

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 ed ora, amato mio, posso ricordare ed annunciare che questo mi hai lasciato!

Accettare il dolore

“Tu sei venuto a piangere, perché ciò che ti mancava era il pianto”

 Riflettiamo:

“Portare i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2). La legge di Cristo è una legge del “portare”. Portare vuol dire sopportare, soffrire insieme. Il fratello è un peso per il cristiano. Solo se è un peso, l’altro è veramente un fratello e non un oggetto da dominare. Il peso degli uomini per Dio stesso è stato così grave che egli ha dovuto piegarsi sotto questo peso e lasciarsi crocifiggere. Nel portare gli uomini Dio ha mantenuto la comunione con loro. È la legge di Cristo che si è compiuta sulla croce. E i cristiani partecipano a questa legge. Essi devono sopportare il fratello; ma quello che è più importante, essi sono anche in grado di portare il fratello, sotto la legge che è compiuta in Cristo.
La Scrittura parla spesso di “portare”. Essa esprime con queste parole tutta l’opera di Cristo: “Erano le nostre malattie che egli portava; erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato”
(Is 53,4) (10).

AIUTIAMOCI A SPERARE!

Una storiella che si narra nella vita di Abba Bishoi, un monaco copto del IV-V secolo (morì nel 417 d.C.), dice che, poiché egli fruiva di frequenti visioni di Cristo, alcuni monaci gli chiesero di guidarli a incontrare Cristo. Avendo egli ricevuto un messaggio dal Signore, disse ai monaci di recarsi in un certo posto nel deserto, dove avrebbero trovato Cristo ad attenderli. Lungo il cammino essi videro, ai lati della strada, un uomo anziano, malato e sfinito, che chiedeva loro di portarlo perché non ce la faceva più a camminare. Ma essi, desiderosi di incontrare Cristo, ignorarono le suppliche dell’anziano. In coda al loro gruppo giunse Bishoi che, quando vide l’anziano malato, se lo caricò sulle spalle portandolo lungo la strada. Giunto là dove i monaci attendevano Cristo, sentì il peso dell’uomo farsi più leggero, poté rialzare la schiena e constatare che l’anziano era scomparso. Allora rivelò: Cristo era seduto lungo la strada, e aspettava qualcuno che lo aiutasse. Nella loro fretta di vedere Cristo, gli altri monaci si erano dimenticati di essere cristiani. Lui, portando di peso l’anziano malato, aveva portato Cristo stesso.

 

Portare il malato, portare il fratello

Insegnare ai bambini cosa significhi il rispetto per gli anziani e gli ammalati è educarli all’amore per il prossimo.

È frequente, nei vangeli, l’annotazione che dei malati “vengono portati” a Gesù. Se essi hanno una certa autonomia di movimento, se riescono a camminare dovendo tutt’al più essere sostenuti, essi sono semplicemente “accompagnati”, “condotti”, “guidati” fino a Gesù. È così che gli vengono presentati “malati oppressi da varie malattie e sofferenze” (Mt 4,24) e “molti indemoniati” (Mt 8,16). In alcuni casi si può esitare circa il significato esatto del verbo utilizzato, potendo questo designare sia l’atto di “condurre”, “accompagnare”, sia quello di “portare”: dipende dal livello di autonomia del malato in questione. Questo vale per il verbo phérein (letteralmente “portare”) usato in Marco 1,32 (tutti i malati e gli indemoniati), in 7,32 (una persona sorda e muta), in 8,22 (un cieco), in 9,17. 19-20 (un giovane che ha uno spirito muto). Ma in alcuni casi è assolutamente certo che il malato viene portato, essendo egli steso su un giaciglio, su una barella. In Marco 6,55 si annota che, giunto Gesù a Genesaret, gli abitanti della zona “cominciarono a portargli malati sulle barelle”. Interessante è soprattutto il brano di Marco 2, 1-12 (con i paralleli in Matteo 9, 1-8 e Luca 5,17-26). Dice il testo di Marco:

Essendo entrato di nuovo a Cafarnao, alcuni giorni dopo, si seppe che era in casa. E si radunarono molti, così che non c’era più posto neppure davanti alla porta; ed egli annunziava loro la Parola. E vennero, portando a lui un paralitico, sorretto da quattro persone. E non potendolo presentare a lui a causa della folla, scoperchiarono la terrazza dalla parte dove era [Gesù] e, fatta un’apertura, calarono la barella dove giaceva il paralitico. E Gesù vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figlio ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mc 2,1-5).

… e ancora un invito alla pace e … alla speranza

Albero dall’ombra lieve…

Di P. David Maria Turoldo


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Albero ramato di voti e speranze come non altro,
pianta dell’uomo che sogna olio fluente,
olio da versare sopra le ferite, olio
che consácri sempre un messia: olivo,
non del tuo legno son fatte le croci!
Albero di Cristo: “Anche gli olivi piangevano
quella Notte, e le pietre erano più pallide
e immobili, l’aria tremava tra ramo
e ramo: e Lui, tutto un sudore di sangue
– la bocca senza voce – mentre abbracciava la terra”.
Ma gli stessi olivi lo vedranno salire in alto
e sparire nel sole: gli stessi olivi
dai quali i fanciulli avevan strappato i rami
per corrergli incontro: una selva di rami
e di voci a cantargli d’allora l’osanna e alleluia.
Olivo, albero essenziale, dall’ombra lieve come
una carezza; e pure ossuto, e nodoso, e carico
di ferite, uguale alla vita: immagine
di ciò che più amiamo! Sempre un tuo ramo
trovi la colomba in volo dopo i diluvi! E siano
i figli virgulti d’olivo intorno a ogni
mensa; e perfino la cenere fatta
di sue foglie d’argento plachi
le tempeste; come le stesse
del mercoledì delle ceneri mettano
in fuga anche la nostra morte.
E papa Giovanni, il padre del mondo, torni
col suo ramo d’olivo in mano

Edda CattaniLa sofferenza salva
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Mente sana in corpo sano

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MENTE SANA IN CORPO SANO

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Impegnati a nutrire la mente con pensieri che danno luce, energia ed armonia; esempio:

Vivi il presente con consapevolezza e gratitudine.

Apprezza ciò che c’è metti armonia in ciò che vivi.

Tu sei ciò che pensi, dal pensiero torbido viene l’azione torbida che crea sofferenza e ti seguirà come le ruote del carro seguono gli zoccoli del bue. Dal pensiero limpido viene l’azione limpida che ti seguirà come l’ombra inseparabile”. (Dhammapada – IV Sec. A.C.)

Mente e Corpo sono due amici che si aiutano a vicenda… se sai come fare.

Quando la mente è sofferente, mettila a riposare. Sfiata lo stress dei pensieri pesanti col respiro vigoroso. Evita la pigrizia stagnante con attività fisiche muscolari: lavoro manuale, cammino, attività artistiche, canto…

Quando il corpo è sofferente chiedi aiuto alla mente: essa è medico, medicina e terapia.

I pensieri sani aiutano la salute del corpo. Il pensiero muove energia, crea realtà, dispone i neuroni del cervello e conduce alle azioni corrispondenti… I pensieri ti modellano!

Il pensiero di stare bene produce benessere, l’effetto placebo è confermato dai neuroscienziati. I farmaci aiutano il corpo, ma non possono insegnarti a vivere meglio.

C’è bisogno di luce che orienti e volontà che dia coraggio a esistere e amore per la vita.

La realtà è quello che è, l’interpretazione dipende da te: la vita è per te ciò che immagini che sia. Dove una persona si dà risposte di malessere un’altra può trasforma le ferite in perle. Esplora pratiche che danno luce, energia e serenità al tuo stile di vita; esempio:

1) coltiva l’arte meditativa per pulire la mente e arredarla con pensieri positivi.

La meditazione pacificante e la scrittura biografica aiutano a chiarirti, a prenderti cura e a farti compagnia. Coltiva il quaderno dei pensieri importanti: nel silenzio meditativo puoi consultare l’intimità della coscienza, il buon consigliere interiore.

2) frequenta il gruppo degli amici sicuri e perseveranti, il confronto e il dialogo ti migliora.

3) apriti al volontariato, per aprirti alla solidarietà sociale e all’amicizia civile.

Qualcuno dice: Sono libero di pensare quello che voglio, nessuno può frugare nel mio cervello e spiare quel che penso…

Invece… guarda bene i tuoi pensieri… diventeranno le tue parole… diventeranno le tue abitudini…diventeranno il tuo destino”. (Gandhi)

RACCONTA PENSIERI CHE TI DANNO SALUTE FISICA, PSICHICA E SPIRITUALE esempio:

  1. Il tuo cuore è contento quando accogli ogni persona come messaggio per te: ogni uomo è una stella e ogni stella ha il suo splendore…
  2. Il passato se n’è andato, il futuro non è ancora arrivato, vivi la fioritura del presente più armoniosamente che puoi, è il tesoro a tua disposizione. Qui, ora tocca la vita che scorre dentro e attorno a te.

 

Da “La scuola del villaggio” D.G. Gastaldello

Edda CattaniMente sana in corpo sano
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Questo amore

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Vi dono, per questa domenica, una delle poesie d’amore più belle di tutti i tempi.

Questo Amore

di Jacques Prevert

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Questo amore
Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
E cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore così vero
Questo amore così bello
Così felice
Così gaio
E così beffardo
Tremante di paura come un bambino
al buio
E così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore
della notte
Questo amore che impauriva gli altri
Che li faceva parlare
Che li faceva impallidire
Questo amore spiato
Perché noi lo spiavamo
Perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Perché noi l’abbiamo perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Questo amore tutto intero
Ancora così vivo
E tutto soleggiato
E’ tuo
E’ mio
E’ stato quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
E che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda e viva come l’estate
Noi possiamo tutti e due
Andare e ritornare
Noi possiamo dimenticare
E quindi riaddormentarci
Risvegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognare la morte
Svegliarci sorridere e ridere
E ringiovanire
Il nostro amore è là
Testardo come un asino
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria
Sciocco come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
E ci parla senza dir nulla
E io tremante l’ascolto
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti coloro che
si amano
E che si sono amati
Sì io gli grido
Per te per me e per tutti
gli altri
Che non conosco
Fermati là
Là dove sei
Là dove sei stato altre volte
Fermati
Non muoverti
Non andartene
Noi che siamo amati
Noi ti abbiamo dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci diventare gelidi
Anche se molto lontano sempre
E non importa dove
Dacci un segno di vita
Molto più tardi ai margini di un bosco
Nella foresta della memoria
Alzati subito
Tendici la mano
E salvaci.

 

Edda CattaniQuesto amore
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Parole che nutrono

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Parole che nutrono

(dalla Scuola del Villaggio di P. G.Gastaldello)
 

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Sii consapevole delle parole che rivolgi a te… l’inconscio ti ascolta!

Le parole dette o pensate: muovono energia, costruiscono realtà, dispongono i neuroni del cervello e conducono alle azioni corrispondenti… sono profezie che si auto-avverano. Questo messaggio viene dai neuroscienziati.

Se tu dici “sono sfortunato, stressato, depresso, non ce la faccio…” stai auto-limitandoti. Se dici “ho fiducia, speranza, apprezzo ciò che c’è, ce la farò…” regali energia positiva a te. Cambiando parole puoi cambiare stile di vita. Le parole che dici ti modellano. La realtà è quello che è, l’interpretazione dipende da te. Chi è positivo, consciamente o inconsciamente farà in modo che ciò accada; chi è negativo, inaridisce, incupisce, incattivisce, stressa e inquina l’ambiente. Perciò diventa consapevole e responsabile delle parole che partono da te o arrivano a te. Il timoniere decide la rotta!

Accogli le parole spiacevoli con distacco, non identificarti con emozioni di rabbia-risentimento, gelosia-invidia. Nella rabbia sii come morto. Puoi pensare: “Tu mi colpisci, ma io non esisto”. Con calma valuta ciò che accade e tieni quello che è giusto. Volgi l’ostilità in opportunità.

Accogli le parole belle con entusiasmo:

  1. Loda in pubblico, rimprovera in privato;
  2. Fa’ tre domande prima di un giudizio;
  3. Fa’ tre lodi prima di un rimprovero;
  4. Crea cielo dove altri possano volare.

La mente non conosce il negativo: se ti domando “come stai?” e tu rispondi “non c’è male”, “non mi lamento”, “non c’è problema”… la mente lavora con le parole ‘male’, ‘lamento’, ‘problema’. Invece posso dire “sto bene”, “sono sereno”, “ti incontro con gioia”, “dimmi una parola bella”. Quando usi parole di fiducia, speranza, apprezzamento, fai un regalo a te e un favore agli altri.

Puoi sostituire parole di comando con parole di invito. Esempio: proporre e non imporre, convincere e non vincere, analizzare e non giudicare.

IMPARA A MEMORIA: il silenzio dà valore alle parole; la calma dà valore ai gesti, il sorriso dà valore alla sincerità, quando guardi negli occhi ottieni fiducia.

Edda CattaniParole che nutrono
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Il silenzio e la parola

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Il silenzio e la parola

SIGNORE TU DAI LUCE ALLA MIA LAMPADA!

“Mio Dio, rischiari la mia tenebra.” Esiste un tempo in cui si vorrebbe solo fare il vuoto interiore per ascoltare la voce di Dio. Ci sono luoghi preposti in cui ci si può ritirare e fare silenzio per ascoltare quanto il Padre e la Sua Parola hanno da dirci. Questa bellissima, direi straordinaria esperienza mi è stata comunicata da un’amica di FB  che ringrazio per la cortese condivisione. Dopo un lutto traumatico non solo i convegni della speranza aiutano… ma questi momenti di intensa riflessione per l’anima!

Nella solitudine e nella semplicità operosa
il Signore ci conceda
di rinnovare le forze
e attingere luce per il cammino.

Il Signore rallegri quelli che amiamo
e quelli che non sappiamo amare,
doni lo Spirito santo a quanti si raccomandano alle nostre preghiere.

Pax! State allegri!
I fratelli e le sorelle di Bose

La nostra amica mi scrive: “ …Monastero di Bose… non so se ne hai sentito parlare..ci sono arrivata perché cercavo un monastero che praticasse l’accoglienza per ritirarmi qualche giorno dopo che e’ morto il mio papà ( questo a dicembre…) poi la vita mi ha portato altrove… fino a che non ho scoperto per caso questo monastero che è vicino a Biella…silenzio assoluto… Il silenzio vero… è nelle colline …c’é una passeggiata fino a una chiesa romanica che hanno restaurato loro.  Ti accolgono… ma ti accolgono davvero col cuore … se vuoi segui i loro ritmi di preghiera se no, no…Molto, molto toccante…difficile la solitudine e il silenzio per certi versi, ma lì ho registrato e hanno detto cose che non sempre ho capito… penso.

Tutti gli strumenti che noi stessi ci siamo creati ci invitano alla dimensione così profonda del silenzio, che è il rapporto essenziale con la parola, come il deserto è un termine di rapporto essenziale con la società, la socialità; per cui abbiamo il ritiro nel deserto, l’esperienza del deserto, il raccoglimento nel silenzio: sono parti essenziali dell’esperienza religiosa, fin dalle origini, oltre che esempio tratto dalla vita di Cristo stesso.

 

Stamattina alle 6 in un salmo questa frase “Dio tu accendi la mia lampada”…Enzo Bianchi ha tradotto insieme ad altri dall’ebraico i salmi e la versione che c’è nel solo testo di preghiera : e’ questa!

È stato faticoso in certi momenti …più di quanto pensassi …la solitudine e lo stare da sola con Dio;  ma dopo che ho saputo che mio papa’ era vivo per me e’ cambiato tutto…sono in cammino e sentivo di avere bisogno anche di questo e intendo tornare…

in questi giorni ho letto tutto quello che potevo saltando da una cosa all’altra…dice cose molto molto interessanti che incontrano il mio modo di sentire e il modo in cui cerco Dio…

«Quale tremendo debito d’amore,
di rispetto, di compassione
verso ciascuno dei nostri fratelli.
Signore Gesù,
Tu porti con noi questo fardello,
altrimenti si verrebbe meno,
e Tu sei il compagno di chi spera
e di chi dispera»

una monaca d’occidente

Lì mi hanno detto cose che non ho capito e altre che ho capito dopo (… i nostri amici dell’oltre) …ad esempio una sera “il Vangelo di Luca” …solo questo …e io ho pensato..ok? e cosa ci faccio con questa frase? e’ lunghissimo il vangelo di Luca…l’ho aperto ma cosa potevo leggere…ecco il mattino dopo c’era il vangelo di Luca durante la preghiera delle 6…

Registrando io dico ” ci sto provando mio Signore con tutte le mie forze ma tu leggi nel mio cuore e sai che sono piena di dubbi, aiutami a trovare la strada” risposta ( prima delle parole che non arrivo a cogliere bene) poi mi dice “la strada è in me”…

Gesù amava ritirarsi in disparte, sul monte o nel deserto. Ma tornava presto in mezzo agli uomini, commosso dalla folla che attendeva il suo ritorno. Dio è ovunque noi siamo, non dobbiamo cercarlo altrove, non dobbiamo evadere…

Ho chiesto di dirmi le parole che sapevamo… silenzio…in questi casi spesso non spiegano…hanno parlato …sta a te capire… allora ho riascoltato con calma e capivo distintamente… “david ti aspetta qua…”

Il giorno dopo uno dei salmi era di David ( il re) moltissimo Salmi del Salterio sono “di David.” Mi sono fatta anche un’altra idea ma forse questa e’ una mia interpretazione… resta lo stupore del testo. Loro sanno, sanno prima o comunque sanno.

Non so con quanto anticipo scelgano i testi in monastero…

Fare ritiro significa sostare, chiudere un attimo gli occhi non per dimenticare ma, al contrario, per ritrovarsi, per radunare le forze, per far ordine nei pensieri, per calmare l’angoscia. Ma non è un semplice esercizio di autodisciplina. Fare ritiro è come prepararsi a un appuntamento: si resta in disparte solo per essere più sicuri di incontrare il volto di Dio…

 

Se mi è concessa, ho provato invidia per te amica mia, per questa opportunità di fare questo silenzio che mi manca e che posso a mala pena percepire e anche con una certa vertigine. In questi giorni avevo pensato di raggiungere Montefano per un week-end al Centro Studi biblici di Padre Alberto Maggi, ma le condizioni climatiche e la mia precarietà fisica l’hanno fatta da padrone… Ho però potuto rallentare il ritmo del mio vivere, trovandomi in assoluta inattività. Ho compreso che fra le mie “mura protette” lontana dall’inquietudine quotidiana, posso fare “silenzio” perché è silenzio la presenza del Cristo che si manifesta quando siamo disposti a riceverlo, tra i momenti in cui ognuno di noi si concentra sul proprio destino, sulla propria natura e sensibilità, sul proprio compito.

 

Questo silenzio è anche, secondo me, un’esigenza imponente che va preservata come il diritto divino dell’ineffabile; c’è qualcosa in questo mio stare che non si può descrivere, che non si può dire con parole e che però fa parte ancora di più di quel linguaggio più vasto che lo stesso P.Alberto, nei suoi incontri del giovedì, ci invita a cogliere perché il Vangelo appunto non è solo verbale. Questa condizione è splendida, questa potenza che il silenzio ci comunica vuole quasi garantirci che c’è questo incomunicabile, qualcosa che non può essere sacrificato dalle consuete parole del vocabolario degli uomini, ma che comunque si manifesta nell’economia delle parole stesse, come tempo interno delle parole che invece si possono pronunciare.

 

Dio mio, se è vero che tu sei dappertutto
come mai io sono così spesso altrove?

Se vai in capo al mondo, trovi le tracce di Dio
se scendi nel tuo profondo, trovi Dio stesso.

 

 

Questo inesprimibile è ciò che ha avvertito la nostra amica e che ha sperato, nel silenzio, di cogliere e, forse, c’è riuscita… questo stesso è espresso nel Vangelo, quando Gesù, a volte, non risponde ai suoi, discepoli o comuni ascoltatori, che si alza qualche volta anche tra l’uno e l’altro dei discepoli e vi è pure qualche passo in cui rimane il non detto che occorre però saper cogliere.

 

“fatica inestinguibile
lottare contro i rovi in campo aperto:
ma se tu pianti alberi
questi crescendo
vinceranno i rovi

io non penso che basti
tutta la nostra fatica
a far nascere una rosa”

Domenico Ciardi, monaco di Bose

E infine…

[…]il muro di silenzio che si innalza tra coloro che soffrono e coloro che non

soffrono e che separa, al di là di ogni sentimento di pietà; l’impotenza di ogni

consolazione, la vanità delle parole che pretendono di apportare sollievo e che

il sofferente amorevolmente tollera o con irritazione rifiuta. Il dolore crea

questi intransitabili confini: essi si formano subito ed inevitabilmente in

proporzione alla densità di dolore: in una parola, la sofferenza accerchia e

divide. (S. Natoli)

 

Grazie Signore per questi giorni di silenzio che mi hai donato!

 

Signore accendi la mia lampada! 

 

Edda CattaniIl silenzio e la parola
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Amicizia, amore e dolore

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E dopo Cattolica… riflettiamo…

Da “ IL PROFETA”

 Quanti di noi hanno avuto in mano una copia di questo libro? Sicuramente molti e molti, nel corso degli anni, saranno tornati a rivedere queste pagine, scritte così “meravigliosamente bene” da sentirsele addosso, proprio come fossero destinate a noi. Guardando questa copertina che è identica alla prima copia che ebbi fra le mani, mi tornano spontanee le speranze con cui avevo letto le riflessioni sull’amore, il matrimonio, i figli… Ecco, dei “Figli” ne ho fatto una copia e l’ho messa in cornice, nel mio studio, quando mi venne a mancare Andrea, per ricordare che “… i Figli, sono frecce scagliate nell’universo…”! E’ passato il tempo ed ho visto tante, troppe frecce, una miriade di strali “scagliati” nell’infinito che hanno lasciato al seguito lacrime e sofferenze inenarrabili.

Oggi vorrei riflettere su altre tre pagine, raccontando la mia esperienza:

Avere accanto persone sincere, comprensive, capaci di accettarti così come sei, che ti guidano in questo lungo viaggio che è l’esistenza umana, è un tesoro inestimabile, di cui difficilmente si può fare a meno. In questo periodo c’è chi è arrivato nella mia panchina solitaria in un angolo del mondo ed ha cercato di darmi una mano con il rischio di essere travolto dal mio immane dolore. Mi è stata di grande aiuto la solidarietà che ho trovato nelle centinaia di madri, sorelle, amiche… che in facebook si sono unite in una comune ricerca. NAMASTE’ A TUTTE LORO!

Emanuela Fedeli si fa portavoce di Herta Diemoz ed ho promesso che avrei postato questa struggente richiesta:

Sono la mamma di André 14 anni, che ha donato nella notte tra il 19 e 20 luglio i suoi organi: fegato (diviso a metà x la prima volta a Pescara) ha salvato 2 vite ,il cuore è andato al Gemelli di Roma ad una ragazza mi dissero di pari età.i reni e le cornee. chiunque abbia notizie ,grazie e spero che tutti i ragazzi stiano bene,anche tu bimba di 9 anni che hai parte del fegato di André…batti cuoricino..mamma ti è vicina con il pensiero. Anno 2010

L’AMORE

Quando amate non dovreste dire: “Dio è nel mio cuore” ma, semmai, “sono nel cuore di Dio”.

E non crediate di guidare il corso dell’amore,

poiché l’amore, se vi trova degni, guiderà lui il vostro corso.

L’amore non desidera che il proprio compimento.

Ma se amate e quindi avete desideri, i vostri desideri siano questi:

Sciogliersi e farsi simili a un ruscello che scorra e canti alla notte la sua melodia.

Conoscere il martirio della troppa tenerezza.

Esser feriti dal vostro proprio intendere l’amore,

E sanguinare di buon grado, gioiosamente.

Svegliarsi all’alba con un cuore alato e dire grazie a un nuovo giorno d’amore;

Riposare nell’ora meridiana e meditare sull’estasi amorosa;

Tornare a casa con gratitudine la sera;

E addormentarsi con una preghiera per chi amate nel cuore, e un canto di lode sulle labbra.

 

L’amore è il nostro naturale completamento e noi madri, spose, amiche, sorelle ne conosciamo tutti gli aspetti. Quanto amore ho trovato a Casa Madre Teresa dove si cerca un “Ti voglio bene”!… è amore anche il ricevere con un colpo di tosse, il vomito del proprio caro in faccia, perché non riesce più a deglutire… è sempre amore mantenere un sorriso incoraggiante sulle labbra ed asciugare una lacrima dietro l’uscio per non farsi scorgere… è amore dire: “Ti aspetto, perché tu ritornerai a casa!” e sapere che non stai mentendo perché la “casa del Padre d’amore” è ormai vicina.

 

LA GIOIA E IL DOLORE

 

Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore

Ed egli rispose:

La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera.

E quello stesso pozzo che fa scaturire il vostro riso fu più volte colmato dalle lacrime vostre.

Come potrebb’essere altrimenti?

Più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere.

La coppa in cui versate il vostro vino non è la stessa coppa cotta nel forno del vasaio?

E il liuto che addolcisce il vostro spirito non è lo stesso legno intagliato dal coltello?

Quando siete felici, se scruterete il vostro cuore, troverete che è ciò che vi ha fatto soffrire a darvi ora la gioia,

E quando siete afflitti, guardate ancora nel cuore, e scoprirete che state piangendo solo per ciò che vi ha reso felici.

. . . . .

Alcuni di voi dicono, “La gioia è più grande del dolore” e altri dicono, No, il dolore è più grande”.

Ma io dico a voi che sono inseparabili.

Essi giungono insieme, e quando l’una siede a tavola con voi, ricordate che l’altro dorme nel vostro letto.

In realtà, oscillate tra il dolore e la gioia come i piatti d’una bilancia.

Solo se vuoti, state fermi e in equilibrio.

E quando il tesoriere vi alzerà per pesare il suo oro e il suo argento, 

allora la gioia o il dolore dovranno per forza sollevarsi o cadere.

 

Il Profeta

Siamo impastati di “gioia e dolore” non solo per i ricordi che ci sommergono, ma per la nostra fragilità di cui ormai siamo consapevoli. Quando la bufera ci ha travolto ci siamo rialzati traballando e siamo andati alla ricerca di quella spiaggia assolata, di quella barchetta solitaria per piangere rannicchiati nel suo guscio. Un raggio di sole ci ha avvolto donandoci il suo calore e abbiamo guardato avanti, sempre avanti perché la Luce ci aspetta ancora e domani sarà un giorno migliore. Questa fede ci accompagni… NAMASTE’!

   Riflessione

 

“io ci sono sempre e sono qui per crescere con te!”

 

Quando giungono le tue riflessioni ai piedi di questo albero della vita, cambiano le stagioni e noi andiamo “oltre il tempo”. Un tuo pensiero, una poesia,  una preghiera e la tua testimonianza, sono le nostre “riflessioni” che giungono al cuore di un  amico e possono diventare stimolo, speranza, conforto, sostegno…

 

la gioia è comunque un’espansione… ed espandendoti incontri l’altro

il dolore è una contrazione…dentro ci sei solo tu

…chi si chiede il motivo della gioia? sei felice e ti metti ad interrogarti sul motivo? mi sa che non lo fa nessuno

…però se sei triste lo fai! ora…ci verrà facile condividere la gioia ma sarà mai possibile condividere un dolore?

io dico di sì!…a volte a un essere chiuso nel proprio dolore che ritiene l’UNICO grande dolore… ho visto che spesso gli è di conforto sapere che non c’è nulla di strano o unico in quello che prova…e che è capitato anche a te …

ed è il tempo dell’amicizia … l’amico che ti capisce condivide con te TUTTO …

Seduti su una panchina ad ascoltarci

 

Credo che la vera gioia sia qualcosa di difficilissimo da praticare. Pochi esseri umani ne sono davvero capaci. La maggior parte delle persone costruisce intorno alla gioia recinti tanto alti e tanto stretti, da sentire poi l’oppressione di condividere con la loro felicità uno spazio così angusto. Altri si spostano in continuazione cercandola e la perdono per strada per il troppo cercarla. Altri ancora la flagellano di dubbi e preoccupazione, finché tutta sanguinante non si riduce a qualcosa di deforme e perverso.

Io sono felice facilmente, almeno altrettanto facilmente quanto posso essere triste o angosciata. Ma non mi sento all’altezza della gioia con qualcuno. Quella da sola viene e va, e non devo renderne conto ad altri che a me. Al limite, non rovino niente e nemmeno devo comunicarla, cosa che faccio male.

Il dolore è il sottofondo delle cose. Quella cosa che ti fa arrabbiare così tanto da farti decidere di essere felice a tutti i costi, cosa che implica l’essere in uno stato di guerra perenne CON TE STESSO, perché TI SENTI SOLO E DEBOLE. Ed armarsi contro il dolore è uno dei migliori modi per essere certi che tornerà, e in fretta. Il dolore è una cosa che arriva per caso e di colpo, ma che non ti abbandona prima di averti segnato a dovere. Non si è gli stessi dopo che è passato. Alcuni dicono che dal dolore si impara, e ne ricavano lezioni positive. Io non sono all’altezza nemmeno di queste filosofie. Il dolore è una sicurezza a cui ti puoi affezionare e quanto più accadrà tanto più sarai distante da tutti. Infine, il dolore è qualcosa che gli altri sentono, come un cattivo odore e li porta ad allontanarsi, a meno che non abbiano motivi per starti vicino. E questo tipo di motivi è sempre perverso e tremendo.

 

GRAZIE!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniAmicizia, amore e dolore
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