Medianità Carismi Mistica

Il sogno paranormale

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            Il sogno: uno degli enigmi dell’uomo

 Dott. E. Marabini

 

Tra le tante cose che pur accadendo quotidianamente, rimangono da svelare vi è il sogno. Cioè quello strano evento che dalla nostra nascita ci accompagna per tutta la vita e che da migliaia di anni è stato oggetto di osservazione, di riflessione e di conoscenza da parte di uomini saggi, di profeti, di filosofi, di medici , di poeti, di scienziati e, non da ultimo, da parte del cosiddetto uomo della strada.
Il sogno, fenomeno indiscutibilmente biologico oltre che psichico, nella sua consuetudinaria ordinarietà rimane un evento “straordinario” e, nonostante l’ampiezza della conoscenza scientifica dei nostri giorni, mantiene ancora inalterata la sua enigmaticità.
Perché fenomeno straordinario ? Perché tramite esso esperienziamo un mondo strano, fantastico, effimero che, nella sua apparente irrazionalità, è comunque ricco di contenuti e di impensate possibilità espressive e cognitive.
Fenomeno enigmatico perché l’analisi di quelle sfuggevoli, impalpabili realtà che ci accompagnano nel sonno, conduce la ragione a doversi rapportare con situazioni oggettive e soggettive che paiono trascendere la stessa meccanicità dello psicosoma che le manifesta e il cui significato, molto spesso, acquista una valenza esistenziale.

Prima di entrare nell’analisi delle caratteristiche psicologiche del sogno è opportuno soffermare l’attenzione – anche se fugacemente – sul complesso problema del sonno, dato che generalmente il sogno si realizza durante quel particolare stato comportamentale.

Come è noto, l’uomo adulto presenta fisiologicamente nelle 24 ore del giorno uno stato di veglia della durata media di 15 – 18 ore e rimanenti 9 – 6 ore di sonno.
Ad una superficiale considerazione questi due condizioni (veglia e sonno) sembrano significare una netta divisione ed una chiara contrapposizione comportamentale. Genericamente si potrebbe dire che la veglia è sinonimo di attività mentre nel sonno tutto è silenzio e riposo.
Ma se invece le cose si considerano un poco più analiticamente si deve constatare che non è affatto così e che tra lo stato di veglia e quello di sonno esistono, in primo luogo, differenti gradi di transizione a cui corrispondono differenti situazioni neurofisiologiche e psicologiche e, in secondo luogo, tutto l’organismo presenta uno stato di intensa attività.
É così che dallo scivolare nel sonno (la fase di addormentamento) si passa al sonno NON-REM, indi al sonno REM e con alterne fasi l’individuo riemerge poi allo stato di veglia.
Orbene, tutti questi momenti anche se possiedono una stabilità relativa, sono comunque periodi specifici e ripetitivi del sonno normale. Corrispondono cioè a condizioni psicosomatiche in cui gli organi manifestano differenti fenomeni funzionali. Dalle modificazioni del comportamento muscolare, alle modificazioni del metabolismo e dell’attività bioelettrica del cervello, dalla attivazione di processi neuro-endocrini, alle modificazioni neurovegetative (c’è chi parla di una vera “burrasca vegetativa”) si innestano differenti espressioni oniriche testimonianti una mutata attività coscienziale.
Dunque, da un punto di vista fisiologico si può dire che, dal momento che l’organismo varca la soglia del sonno e la soglia del mondo onirico, entra in uno stato di accentuata esaltazione funzionale di tutti gli organi mentre esperimenta a livello di attività mentale un’esperienza impensabilmente complessa e singolare.
Un chiarimento di questa attività psichica si è reso possibile con lo studio del comportamento bioelettrico cerebrale. Con l’avvento della elettroencefalografia, fra le tante conoscenze – utili sia a livello fisiologico che clinico diagnostico – si sono potute definire le cosiddette fasi REM e NON-REM del sonno che poco fa ho ricordato.
Sperimentalmente si è assodato che la fase di sonno REM è connessa con i sogni. Il risveglio durante registrazione dei parametri elettroencefalografici ha dimostrato che circa nell’83,3% dei casi il soggetto riferisce di avere avuto un sogno che lo stimolo risvegliante aveva interrotto. Il ricordo del sogno, se il risveglio avviene subito dopo la fine della fase REM, appare più vivo, ricco di particolari e di contenuti visivi. (MANCIA M.)
Un’altra prova indiretta che mostra lo stretto rapporto tra sonno-REM e sogno è l’osservazione che la valutazione soggettiva della durata del sogno da parte del soggetto in esperimento corrisponde alla durata reale del periodo di sonno REM registrato col poligrafo.
Tutto ciò non esclude la possibilità che vi siano dei sogni cosiddetti “istantanei” (cioè, brevi e rapidi), ma, almeno a livello sperimentale, ciò corrisponde all’eccezione.
Durante un sonno notturno regolare sogno e fase REM compaiono 4 – 6 volte per notte e per la durata di 20 – 30 minuti a periodi abbastanza regolari intervallati dal sonno NON-REM.
Tutti i soggetti sperimentati sognano, anche quelli che affermano di non avere mai sognato, per cui se si vuole generalizzare questa evidenza, si può dire che tutti sognano.
L’attività mentale, in fase ipnagogica (fase che corrisponde ai momenti di scivolamento nel sonno), consiste in sensazioni di tipo visivo, allucinatorio, a volte con esperienze auditive e cinestesiche e con la comparsa di un’attività mentale che, di per sé, corrisponde ad una trasformazione dei contenuti percettivi provenienti dal mondo esterno. In fase NON-REM, invece, i contenuti mentali sono senza allucinazioni, ma sono la continuazione delle esperienze vissute da svegli. Ed è in quella fase che spesso si nota una “ricreazioni di eventi recenti e pensieri non distorti” (Mancia M.) o simbolizzati, come invece accade nel sonno REM.
Altro dato emerso da recenti studi sperimentali si è provato che i racconti offerti dai soggetti svegliati durante la fase di addormentamento (dunque nei primi momenti del sonno) presentano caratteristiche simili a quelle esperienze oniriche che compaiono nella fase REM, tanto è vero che vi sono dei sogni in fase di addormentamento che è pressoché impossibile distinguere dai sogni REM. (M. Bosinelli, 1991)
Per cui, nel concludere queste brevi notizie si può dire che “gli equivalenti psicologici di queste fasi sono rappresentati dall’attività mentale con contenuti che in fase NON-REM sono più vicini alla realtà e privi di attività percettiva, mentre in fase-REM si trasformano in contenuti più propriamente onirici ricchi di attività allucinatoria”. (Mancia M.)

È cosa nota, anche se non sempre viene consapevolizzata, che l’uomo trascorre nel sonno circa un terzo della propria vita, il che, tradotto in termini numerici, considerando la vita media di 75 anni, significa che l’uomo dorme per ben 25 anni. E poiché la psicofisiologia ci dice che quando il soggetto dorme di un sonno fisiologico quasi sempre sogna, è indiscutibile che per gran parte della nostra vita mentale la coscienza vive un tipo di realtà che può essere di connotazione decisamente diversa da quella che noi esperienziamo nello stato di veglia.
Normalmente si tende a privilegiare come realtà tutte le informazioni che ci provengono dal mondo sensoriale e si considera perciò l’attività onirica come una realtà effimera ed illusoria. Indubbiamente ciò e vero se consideriamo l’uomo in modo oggettivo e da un punto di vista antropologico e sociale. In tal caso l’esperienza onirica è l’espressione di un distacco dal mondo esterno e corrisponde alla caduta della psiche in un mondo allucinato, fantastico e irreale.
Ma se è vero che ogni attività di un sistema biologico è finalistica (teleonomica) e se è vero che l’uomo dorme per ben 25 anni e sogna per un tempo altrettanto lungo, allora bisogna riconoscere che non solo il sonno, ma anche il sogno, per l’organismo che lo esperimenta, è un momento della massima importanza vitale, anche se per molti versi il suo scopo è nascosto da un mare di nebbia.
D’altra parte la sperimentazione scientifica ha dimostrato che senza sonno e con la privazione forzata del sogno REM l’individuo entra in una condizione patologica. Presenta stati di ansia e di aggressività, tremori muscolari, difficoltà di concentrazione, disartria, manifestazioni allucinatorie e idee paranoidi, incapacità di organizzare un discorso, perdita della memoria immediata, ecc., ecc.) E queste sono manifestazioni tangibili ed oggettive dello psicosoma.
Dunque, sonno e attività mentale onirica sono condizioni fondamentali per il mantenimento di un equilibrio vitale.
Ma, per quello che concerne il vissuto coscienziale, l’organismo che cosa realizza col sogno?
Se ci avviciniamo a questo problema seguendo una concettualità fenomenologica, se per un verso constatiamo che l’evento onirico e molti dei suoi contenuti sono strettamente legati alla fisiologia della struttura organica del soggetto dormiente, per un altro verso ci troviamo di fronte a contenuti coscienziali che trascendono non solo l’organicità corporea, ma anche il patrimonio mnemonico-esperienziale della psiche di quel particolare soggetto.
Ora, anche questo, indubbiamente, deve avere un senso. Se, in un’ottica generale, si volesse sintetizzare il significato del sogno in quanto attività mentale, mi pare di potere sostenere che pur nella sua fittizia evanescenza allucinatoria, in moltissime occasioni assume una chiara connotazione di dialogo interiore. Si configura, cioè, come uno strumento più profondo e più diretto di comunicazione nei confronti sia dello stesso soggetto, fruitore del proprio sogno, che nei confronti degli altri individui.
Per fare questo, l’inconscio del soggetto opera secondo modalità sue proprie in cui il simbolismo o la metafora come linguaggio preverbale e primitivo, meglio esprimono ciò che il soggetto “sente” ma che non riesce a comunicarsi e a comunicare tramite la parola “parlata”.
Questa visione concettuale è quanto mai evidente nel setting analitico, quando coll’instaurarsi del transfert e, successivamente, del controtransfert si assiste all’attuazione di un dialogo prelogico tra l’inconscio del paziente e quello dell’analista, con caratteristiche molto personalizzate.
Ora questa constatazione è molto importante per l’implicita visione dell’instaurarsi di un rapporto subconscio (fenomeno di “interazione psi”) tra il paziente, inteso nel suo racconto onirico e l’analista, a sua volta inteso secondo la sua concezione dottrinale. In modo chiaro D. Nobili (1991) a questo proposito scrive:
“Tutti conosciamo l’influenza dell’orientamento teorico e dello stile comunicativo dello psicoanalista sopra i sogni dei suoi pazienti: essi utilizzano il linguaggio e il simbolismo dei loro analisti, per cui sembra quasi che uno sogni “junghiano”, un altro “freudiano” o “kleiniano”. Ma perché scandalizzarcene? – continua Nobili – Se ci trovassimo in un paese straniero (e tale è per entrambi, paziente ed analista, il mondo interno) troveremmo naturale tradurre ciò che vogliamo comunicare nella lingua che il nostro interlocutore si mostra in grado di intendere. E poiché differisce molto da un analista all’altro, anche all’interno della stessa corrente di pensiero, l’importanza attribuita ai sogni rispetto al resto del materiale, e quindi la loro utilizzazione pratica, differirà anche, nei pazienti, la tendenza a esprimersi attraverso la comunicazione onirica”.

È noto che numerose sono le teorie formulate a spiegazione del sogno.
In un tempo antico vi erano le teorie mitiche, secondo le quali i sogni, veri o non veri che fossero, erano ispirati dagli dei, o dai demoni, mentre, come sostenevano Aristotele, o Ippocrate e altri filosofi greci, la causa del sogno era da ricercarsi nell’intervento di forze naturali proprie dell’anima (psichè). Simili idee si ritrovano in un gruppo di teorie moderne, le quali, appunto, identificano queste possibilità all’attività dello stesso organismo.
Sono le teorie del gruppo meccanicistico, secondo cui le immagini oniriche sono la necessaria conseguenza di stimolazioni di varia entità e provenienza che agiscono sullo psicosoma durante il sonno ed alle quali non è da riconoscere scopo alcuno.
Maggior credito invece hanno le teorie del gruppo finalistico o teleologico, secondo le quali il sogno è promosso da cause aventi una determinata finalità, la cui rappresentazione, guida e dirige il fenomeno.
E sono di questo gruppo, ad esempio, le teorie, più seguite in campo psicologico, postulanti una causalità inconscia: impulsi libidici rimossi o repressi (Freud), situazioni affettive legate al complesso d’inferiorità (Adler), espressioni simboliche di esperienze personali o collettive, innate o acquisite (Jung). (Castelli G. D. 1960)
Sempre secondo un’ottica fenomenologica, in questo inquadramento, bisogna poi considerare anche la possibilità di una attività onirica di tipo creativo (Assagioli).
Vi è infatti, una ricca casistica ricorrente nei secoli che suggerisce l’ipotesi dell’esistenza di un’attività subconscia prelogica che, in modo inopinato, si dimostra capace di risolvere problemi che tramite un’attività razionale non avevano trovato soluzione.
Un caso paradigmatico di un sogno di tipo psicopompico è quello occorso al Prof. Lamberton dell’Università di Pennsylvania.
“…pur avendo meditato a lungo sopra un teorema di geometria, dovette rinunziare a risolverlo. Più non vi pensava da circa una settimana, quando la soluzione gli apparve improvvisa in sogno, sotto forma di un diagramma corredato con formule dimostrative. L’immagine allucinatoria, nettamente proiettata sulla parete, vi rimase per qualche tempo dopo il risveglio, dando al sognatore la possibilità di balzare dal letto e di ricopiare la figura”. (Stevens W. O., 1953)

Così pure, un altro sogno ispiratore, in questo caso con una rara componente ipnopompica allucinatoria auditiva, è il sogno fatto dal grande musicista Giuseppe Tartini.
“…trovandosi una notte in Assisi, si desta dal sonno e si mette febbrilmente a comporre una sonata in sol minore per violino e cembalo. Poc’anzi, a capo del letto sul quale dormiva, il diavolo, improvvisatosi violinista, si era spontaneamente a lui rivelato eseguendo una sonata di prodigiosa bellezza. Egli tenta di trascrivere quanto più gli riesce di ricordare: alcuni brani, qualche frammento e, soprattutto, la “cadenza” dell’ultimo tempo, il famoso “trillo”, fulgido capolavoro di composizione musicale che l’Autore tuttavia dichiara “enormemente inferiore” (Mazzucchelli) a quanto ebbe l’avventura di udire nel sogno”. (Castelli G. D., 1960)
Naturalmente, eventi di questo tipo si rintracciano nella storia di uomini di pensiero di tutti i tempi. Potrei citare Galeno il quale in sogno ebbe il suggerimento di realizzare un certo tipo di intervento per un suo paziente, analogamente a quanto occorse al chirurgo Von Esmarck, inventore del metodo ischemizzante, o al chimico Von Kekulè, che scoprì in sogno la soluzione dell’anello benzolico, ecc.

Ma, a questo punto, è doveroso sottolineare che il discorso analitico e interpretativo del sogno si impatta anche con contenuti particolarmente conturbanti, di per sé disturbanti o addirittura contrastanti la razionalità della scienza.
Alludo ai cosiddetti “sogni telepatici”. Non credo esistano psicologi o psicoanalisti attenti nel loro lavoro che non possano riferire di avere constatato, durante l’analisi dei sogni dei loro pazienti, un simile accadimento.
Già Freud aveva puntualizzato questa possibilità. In sintesi, in più occasioni, ha scritto:

  1. La telepatia è favorita dallo stato di sonno.
  2. Anche se il messaggio telepatico giunge al ricevente nello stesso momento in cui si svolge l’evento esterno, può essere percepito dalla coscienza solo nella notte successiva, durante il sonno.
  3. Vi sono due tipi di sogni telepatici: nel primo, il messaggio telepatico può essere considerato alla stregua di un residuo diurno il quale, secondo lo schema classico, “concorre” alla formazione del sogno. In questi casi il messaggio telepatico (…) non può dunque cambiare nulla nel processo di formazione del sogno”. Nel secondo tipo, invece, il sogno è la produzione non deformata di un evento esterno trasmesso telepaticamente, rispetto al quale la psiche mantiene un atteggiamento “ricettivo e passivo”. Per questo tipo di sogni Freud ritiene corretta la distinzione di “esperienza telepatica verificatasi durante il sonno”.
  4. Sembra essere facile la trasmissione di desideri inconsci o di ricordi laddove questi siano particolarmente “intensi” o dotati di una forte “tonalità affettiva”….”. (M. Bolko e A. Merini, 1991)

Come si vede, dunque, anche Freud, analizzando attentamente i sogni dei suoi pazienti, aveva constatato la presenza di quella che oggi definiamo “percezione extrasensoriale” o, meglio ancora, “interazione psi”. Ed anche R. Assagioli, parlando del significato dei sogni, definisce tale evenienza in modo esplicito, inquadrandoli nel suo schema, come “sogni parapsicologici”.

Un caso significativo di questo tipo di fenomenologia, è, ad esempio, il sogno fatto da C. G. Jung.
Racconto particolarmente importante nell’ambito della letteratura non solo psicologica, specie se si considera che Jung, durante la sua vita, frequentemente ha vissuto esperienze di chiara impronta paranormale.
Così racconta:
“Il rapporto tra medico e paziente – specie quando si verifichi un caso di transfert, o una più o meno inconscia identificazione tra il medico e il paziente – può occasionalmente determinare fenomeni di natura parapsicologica. È una cosa che mi è capitata spesso. Un caso del genere, che mi colpì particolarmente, fu quello di un paziente che avevo curato guarendolo da uno stato di depressione psicogena. Ritornò a casa e si sposò. Sua moglie però non mi piacque, la prima volta che la vidi provai un sentimento di disagio. Notai che per lei io, a causa dell’influenza che avevo sul marito, che mi era riconoscente, costituivo una spina nel cuore. Capita assai spesso che donne le quali non amano realmente il marito siano gelose e distruggano le sue amicizie. Vogliono che il marito appartenga a loro interamente, proprio perché non gli appartengono….”.
“L’atteggiamento della moglie costituiva per il marito un terribile fardello, che egli era incapace di sostenere: sotto il suo peso, dopo un anno di matrimonio, ricadde in uno stato di depressione. In previsione di questa eventualità, mi ero messo d’accordo con lui; mi avrebbe dovuto subito avvertire non appena avesse notato un cedimento nel suo stato d’animo…”.
“In quel periodo dovetti tenere una conferenza a B. Ritornai in albergo verso la mezzanotte – per un po’ dopo la conferenza, mi ero trattenuto con alcuni amici – e andai subito a letto. Ma rimasi sveglio a lungo. Circa verso le due – dovevo appena essermi addormentato – mi sveglio di soprassalto, con l’impressione che qualcuno fosse entrato nella stanza, e la porta fosse stata aperta precipitosamente. Immediatamente accesi la luce, ma non c’era niente. Pensai che qualcuno avesse sbagliato porta, e guardai nel corridoio: ma anche lì c’era un silenzio di tomba. “Strano” pensai “eppure qualcuno è entrato nella stanza!” Allora cercai di ricordare esattamente che cosa fosse accaduto, e mi sovvenni che mi ero svegliato con la sensazione di un dolore sordo, come se qualcosa mi avesse colpito prima alla fronte poi alla nuca.
“Il giorno seguente ebbi un telegramma che mi annunciava il suicidio del mio paziente. Si era sparato. In seguito seppi che la pallottola era rimasta conficcata nella parete posteriore del cranio”. (A. Jaffè, 1978)

Sulla possibilità di simili interferenze tra psichismi, che si realizzano durante il sogno, come voi sapete, vi è una ricca letteratura scientifica di Autori italiani e stranieri.
Ciò che mi piace sottolineare è il dato secondo cui tutto concorre a stabilire che anche tramite il sogno la nostra mente – meglio, la nostra coscienza – è capace di varcare i confini della stessa corporeità tramite la quale si manifesta.

Ma ritorniamo al sogno e vediamo ora in sintesi quali aspetti acquista il suo contenuto manifesto. In primo luogo nel contesto del sogno domina la perdita dei parametri sequenziali temporo-spaziali della realtà oggettiva.
Persone e luoghi subiscono contaminazioni e metamorfosi, mentre il vissuto emotivo affettivo sottostà ad una pseudo-logicità legata, a volte, all’azione di filtro della censura, mentre la coerenza e la sequenzialità logica del racconto onirico si organizza secondo processi dinamici molto bene puntualizzati da Freud e che vengono descritti come condensazione, sostituzione, drammatizzazione. (Penati G., 1974)
Infine, esistono processi in funzione dei quali gli elementi cognitivi, affettivi, emotivi, istintuali vengono sollecitati da condizioni psico-organiche endogene ed esogene e vengono variamente combinati in funzione di una loro valenza psicologica profonda sì da creare la drammatizzazione del racconto onirico.
É così che l’esperienza onirica acquista quei caratteri particolari che tutti conosciamo, densi di contenuti soggettivi, propri di questo o quel soggetto.
Ma, come dianzi ho ricordato, l’esperienza dimostra che in certe particolari e imprevedibili occasioni, i contenuti del sogno non sono frutto della fantasia o dell’immaginazione del soggetto, ma sono realtà psico-cognitive estranee al suo psichismo. Racconti onirici, perciò, che non sono riconducibili al suo vissuto (al vissuto ontologico), e non sono rapportabili all’emergenza di immagini archetipiche provenienti dall’inconscio collettivo, ma che invece sono riconducibili a un effetto di tipo paranormale, per l’attivazione della “funzione psi”. In altri termini vi sono sogni che paiono dimostrare una capacità cognitiva extrasensoriale e irrazionale della mente.

La letteratura parapsicologica a questo proposito, come ben sapete, è quanto mai ricca di esperienze di questo genere, e non c’è che l’imbarazzo della scelta.
E come vi sono sogni che realizzano fenomeni di chiaroveggenza pura, così vi sono racconti che si riferiscono a eventi di tipo paranormale proscopico (i cosiddetti sogni premonitori), con la drammatizzazione della causa della morte evidente e non simbolizzata.
G. Piccinici e G. M. Rinaldi (1990) nella loro recente inchiesta citano il seguente racconto onirico fatto da una donna di 33 anni.
“Sognai che un mio amico aveva un incidente in macchina. Nel sogno vedevo la sua macchina, che conoscevo bene, vedevo uno scontro con un’altra macchina e sentivo il rumore dello schianto. Non vedevo il mio amico chiaramente, era solo un’ombra, però sapevo che era lui, e udivo la sua voce che si lamentava e chiedeva aiuto. Nel sogno lui moriva.
“Al mattino raccontai il sogno a mio marito. Era un sabato. Per tutto il sabato e la domenica piangevo senza motivo, tanto che mio marito si chiedeva se ero impazzita. Non sapevo dare una spiegazione alla mia angoscia, perché non la associavo al sogno.
“Quel sabato a mezzogiorno e mezza, il mio amico moriva in un incidente mentre era in viaggio in Ungheria: si era scontrato con un’altra macchina. Lo venni a sapere la sera della domenica dalla televisione, e allora dissi a mio marito: “Hai visto che non sono una visionaria?”.

Vi sono altri casi in cui, invece il sogno non illustra in modo realistico i fatti che accadranno, ma contiene soltanto una allusione più o meno indiretta e simbolica di un evento futuro.
Alludo a quella casistica spontanea in cui il sogno pare informare il soggetto che sarà protagonista di un accadimento grave che egli dovrà esperienziare, ma che per questa specifica informazione egli si salverà. Casistica che la letteratura parapsicologica riunisce nel capitolo delle “premonizioni tutelari”.
Un caso paradigmatico è quello riferito da G. Dario Castelli (1960), accaduto nel 1957. “Una donna sogna di essere svegliata da una voce che la chiama sulla strada. Si alza e corre alla finestra: dinanzi alla casa si è formato un carro funebre. Il cocchiere ha l’occhio sinistro coperto da una benda nera. Scende di serpa, punta l’indice verso la donna e le chiede: – Siete pronta? – La donna, gelata dallo spavento, fa segno di no e indietreggia nel vano della finestra. – Sta bene – risponde calmo il cocchiere e si allontana nella nebbia.
“Qualche settimana dopo, la donna si trova all’ottavo piano di un grande magazzino, aspettando l’ascensore per tornare al pianterreno. L’ascensore arriva. La porta si spalanca: appare un “groom”. Ha l’occhio sinistro coperto da una benda nera. La donna, paralizzata da un assurdo terrore, resta ferma vicino alla ringhiera. – Siete pronta? – domanda l’uomo. La donna fa cenno di no. L’uomo richiude la porta dell’ascensore, stracarico, che scende verso il pianterreno. Qualcosa si spezza; la grande scatola e tutto il contenuto vanno a fracassarsi contro il suolo…”.

Infine ritengo utile citare un caso da me stesso controllato perché può illustrare la dinamica onirica simbolica.
Caso che nella sua apparente elementarità, dimostra come nel soggetto, durante una situazione del genere, molto spesso si instaura uno stato di ansiosa attesa vigile, accompagnato da uno squilibrio neuro-vegetativo. Stato disturbante il suo equilibrio psicosomatico che scomparirà nel momento in cui l’informazione onirica troverà la sua realizzazione nella realtà dei fatti.
Il caso è il seguente. Il sogno mi fu riferito dalla Sig. M. D., la quale aveva già dimostrato in precedenti occasioni di poter vivere in modo simbolico, durante il sogno, eventi futuri.

Sogno n. 7. Il seguente sogno è stato fatto nella notte del 13-14 giugno 1955, tra le ore 3 e le ore 5 del mattino. È stato riferito al Dott. Marabini alle ore 11,30 del giorno 14 giugno 1955, presente la Sig.na R. S., infermiera.
“Dopo alcune scene di sogni in cui ero angustiata, mi sento far male ad un dente … molto male …e tanto ho tirato colle mie dita che me lo sono tolto.
“Ha cominciato ad uscire sangue dalla ferita.
“Subito ho cercato di medicarla, ma il sangue sgorgava sempre abbondante, e l’arcata mandibolare mi doleva.
“con tutto ciò, le mie mani non si sporcarono di sangue”. “Mi sono svegliata depressa e con una forte cefalea. Ancora adesso (sono le 11,30 del 14-6-55) mi sento tutta agitata internamente. Ho la necessità di stare sveglia, poiché sono convinta che se mi addormento, di nuovo sogno questi fatti.
Appena terminato il racconto, si cercò di analizzare brevemente il sogno mediante il metodo associazionistico. Ne risultò quanto segue: Male ad un dente. (Associazione). – Il male ai denti per me è associato a dispiaceri familiari. Dente che è tolto. (Associazione). – Ogni qual volta mi sono sognata un “dente tolto”, nella famiglia vi è sempre stato un lutto. “Lei” si è tolto un dente colle sue mani. (Associazioni). – Non saprei a cosa associarlo. Certamente è la prima volta che mi capita; negli altri sogni analoghi, i denti mi sono sempre stati tolti. Sangue che sgorga dalla ferita. (Associazione) – Il sangue che sgorgava era mio. Perciò ho paura che si riferisca a qualche persona del mio sangue. Le mani non si sporcano di sangue. (Associazione). – Per me quando le mani mi si sporcano di sangue, vuol dire “guadagno”. (Faccio notare che la Sig.ra M. D. è di professione ostetrica) Pertanto, qui sento una conferma delle sensazioni precedenti. Non si tratta di guadagno.
Fu allora richiesto al soggetto di esprimere una sua interpretazione del sogno. Così rispose: “Ho la convinzione che questo sogno si riferisca ad un lutto della mia famiglia (nel senso di parenti). Alla mattina da sveglia, ho pensato alla nipotina (figlia del fratello) che da domenica ho saputo gravemente indisposta. Soffre dalla nascita di epilessia e nella giornata di domenica ha avuto tre accessi”.
I fatti che seguirono. – Il giorno 29 giugno, alle ore 10, incontriamo la Sig.ra M. D., la quale, in seguito alle nostre richieste di essere tenuti al corrente di tutti i fatti che fossero capitati in quei giorni, ci riferisce quanto segue:
“Il giorno 25 giugno, rientrando a casa da Castelfranco, mio cugino G. C. perdeva il controllo della motocicletta e cadeva riportando la frattura di un braccio. Ora è ricoverato all’ospedale con prognosi favorevole”.
Chiesi allora alla Sig.ra M. D.: “Crede che il sogno del 14 giugno si possa mettere in relazione con questo avvenimento?”.
Ella rispose: “No. questo fatto non ha niente a che fare col sogno. Nel sogno io “mi sono tolta un dente”, e questo per me è sempre stato sinonimo di ‘morte”.
Nel pomeriggio del giorno 29 giugno, la Sig.ra M. D., alle ore 16, mi telefonava dicendomi che alle ore 14 era stata avvertita telefonicamente da Castenaso della morte del cugino Sig. M. A.
Per quanto riguarda questo avvenimento si sono potuti raccogliere i seguenti dati: il giorno 28 giugno 1955, nelle prime ore del mattino il Sig. M. G. di Marano, cugino della Sig.ra M. D. (dal lato paterno), di anni 50, si era suicidato impiccandosi. (E. Marabini, 1956).

Con questo breve excursus sul sogno, dopo avere preso in considerazione le sue modalità realizzative, e la varietà dei suoi contenuti, abbiamo conosciuto che la fenomenologia onirica può avere un’origine sia dalla attività della struttura organica, che da stimolazioni provenienti dall’ambiente esterno. Ed egualmente può essere sollecitata da residui psicoemotivi diurni ed anche da una rielaborazione di contenuti rimossi.
Infine abbiamo constatato che a livello contenutistico tutte queste allucinazioni, per quanto effimere esse siano, frequentemente dimostrano di possedere i caratteri di un dialogo, di un messaggio finemente articolato.
É a questo punto, allora, che mi pare giustificato chiedere: quale realtà nasconde la vita del sogno?
Quale nucleo, o quale matrice organizza questi eventi?
Indubbiamente la fenomenologia onirica trova il suo veicolo di emergenza nello psicosoma, ma l’elemento centrale, dinamicamente inconscio che dirige, informa, osserva, trasforma, elabora e simbolizza messaggi e progetti è la coscienza, cioè l’Io.
E quando constatiamo, nella drammatizzazione del sogno, l’intrusione di particolari e straordinari contenuti veridici, che la loro analisi dimostra essere estranei alla stessa struttura psicosomatica dell’individuo che li manifesta – alludo alle informazioni paranormali – è sempre in azione la coscienza.
Se a livello di discorso psicologico, questa realtà coscienziale (o Io), ha assunto un significato operativo clinico e terapeutico, è doveroso ricordare che troviamo ora importanti conferme della validità di tale concetto negli attuali indirizzi delle Neuroscienze.
Infatti, le conoscenze che emergono da questi studi, cominciano ad offrire impensate e lusinghiere conferme riguardanti le molteplici proprietà dell’istanza coscienziale, non ultimo che la coscienza, per usare le parole di Roger Sperry (come ho ricordato in altre occasioni) pur essendo collegata con la materia cerebrale non è ad essa riducibile.
Il che, in altri termini, è come dire che la coscienza è indipendente dalla struttura tramite la quale si manifesta.

Dunque, tutto questo ancora una volta ci riconferma perché la coscienza, questa misteriosa istanza dell’essere, si dimostra capace di operare negli infiniti spazi dell’inconscio personale e collettivo e, in particolari circostanze e senza che il soggetto ne sia direttamente consapevole, può spaziare nell’intramondano sino ad immergersi in un differente dominio di realtà realizzando così un rapporto non solo con il resto dell’Universo, ma a volte anche col dominio del trascendente.

Bibliografia
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  3. BOLKO M. e MERINI A. (1991) – Sogno e telepatia. Continuità e discontinuità della ricerca psicoanalitica. in: Sogni: figli d’un cervello ozioso. Bollati Boringhieri, 1991, 129.
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  7. MARABINI E. (1956) – Sogno paragnosico. Parapsic. di Minerva Medica, A. XLVII, n. 48, 1956, 3.
  8. NOBILI D. (1991) – Il dialogo analitico: il sogno come strumento di comunicazione. in: Sogni: figli d’un cervello ozioso. Bollati Boringhieri, 1991, 91.
  9. PENATI G. (1974) – Sonno e psichiatria. La Med. Intern., A. LXXXII, Luglio 1974, 61.
  10. PICCININI G. e RINALDI G. M. (1990) – I fantasmi dei morenti. Editrice il Cardo, 1990.
  11. SPERRY R. (1983) – Science and Moral Priority. Oxford, 1983.
  12. STEVENS W. O. (1953) – Il mistero dei sogni. Bompiani, 1953.
Edda CattaniIl sogno paranormale
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Miracoli e guarigioni

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Miracoli e guarigioni

A seguito di ripetuti interventi reputo interessante proporre:

Parlare di guarigioni, di preghiere di guarigione, di guarigioni miracolose ci porta ad affrontare una tematica legata principalmente alla Fede. Tempo fa abbiamo trattato l’argomento “Medianità e Carismi” , ed è stato postato un Pdf “Miracoli” che vi invito a rivedere in quanto abbiamo considerato anche l’aspetto delle scienze umane e della parapsicologia. Oggi per parlarne compiutamente, vogliamo portare la nostra attenzione su una figura rappresentativa nel mondo ecclesiatico che ha dedicato la propria vita all’opera di guarigione, segno di amore per la vita eterna .

P. Emiliano Tardif, padre spirituale del Rinnovamento Carismatico Cattolico Servi di Cristo Vivo e fondatore delle comunità omonime, è mancato l’8 giugno 1999 ma anche se “É ormai assorbito dall’immensità di Dio, nella sua sconfinata bellezza…” egli continua la sua instancabile intercessione per tutti i bisognosi e gli ammalati per i quali ha sempre mostrato una grande compassione.

Un Santo non muore! Dai Santi, e prima da Cristo, deriva la vita che non muore. Morì Gesù e dal suo sepolcro fiorì il cristianesimo.

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.” (Gv 12,24). Quanto vera è questa parola se pensiamo ai grandi Santi come S. Benedetto, S. Francesco, P. Pio…, quanti frutti dopo la loro morte!

Che splendido sacerdozio! Quale fecondità nel suo ministero; così come S. Paolo, anche padre Emiliano si è fatto strumento nelle mani del Signore per partorire alla fede migliaia di figli di Dio.

Di certo il SIgnore nel riceverlo presso il suo trono gli avrà detto: “Bene servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco ti darò autorità su molto, prendi parte alla gioia del tuo Signore” (Mt 25,21). Del resto anche qui sulla terra egli è vissuto, con la semplicità di un fanciullo, nella gioia dei salvati ed in essa ha trascinato il gregge che di volta in volta, in ogni angolo della terra, il Padre gli affidava.

Durante il convegno naz. del RnS a Rimini, Padre Emiliano Tardif ha confidato il suo itinerario spirituale e l’esperienza straordinaria dei doni ricevuti dal SIgnore.

(fonte:Padre Emiliano Tardif “Cristo Gesù è vivo”

Edizioni Dehoniane Roma pag. 73-81)

Non tutte le guarigioni sono miracoli del Signore. Ci sono delle guarigioni, ottenute con la preghiera, che non devono essere catalogate come miracoli. Parliamo di miracolo quando si tratta di una guarigione che nessuna scienza medica potrebbe operare e che Dio invece realizza. Nei casi in cui il Signore accelera un processo di guarigione, che si sarebbe potuto ottenere con un’operazione, col riposo o altro mezzo, diciamo semplicemente « guarigione ». Per questo non tutte le guarigioni ottenute con la preghiera si possono dire miracolose. A Lourdes, fra tutte le guarigioni ottenute durante un secolo, molto poche sono state dichiarate miracolose, come lo indica la statistica seguente:

« Da Caterina Latapie, guarita nel marzo 1858, fino a Sergio Perrin, guarito nel 1978, solo sessantaquattro guarigioni furono riconosciute ufficialmente come miracolose dalla Chiesa. Ma non si deve dimenticare che solo nell’anno 1972 sono stati annotati negli archivi ben cinquemilaquattrocentotrentadue casi di guarigione »’.

Una guarigione miracolosa fu quella di Anita Siu de Sheffer. Qui il Signore fece ciò che la scienza medica non avrebbe potuto fare. In occasione di un’incidente automobilistico, avvenuto dieci anni prima a Santiago del Cile, una lesione cerebrale le aveva fatto perdere completamente il gusto e l’odorato. Appartenendo a un ceto sociale elevato, fu curata nei migliori ospedali degli Stati Uniti con speranza di ricuperare la salute. Dopo esami e terapie, i medici le dissero dell’impossibilità di un’intervento perché le fibre di trasmissione di queste funzioni sono più sottili di un capello. Testualmente le avevano detto che « solo un miracolo » le poteva far ricuperare i due sensi. Ella aveva perso la speranza di poter gustare i sapori e di sentire profumi e fiori.

Durante la Messa di guarigione per i malati a Panama, il Signore ci diede diverse parole di conoscenza di ciò che stava compiendo nell’assemblea. Una di esse diceva così.

« C’è qui una signora che soffre d’una malattia molto seria. Sarà guarita nel corso della notte e domani stesso ci darà testimonianza della sua totale guarigione ».

Il giorno seguente. Anita si rese conto che aveva riacquistato il suo odorato. Si svegliò col soave odore di rose che stavano presso la finestra e l’aroma del caffè della cucina. Saltò dal letto e raccontò l’avvenimento meraviglioso a suo marito. Fece colazione con le lacrime agli occhi e si rese subito conto che per la prima volta dopo l’incidente potava gustare gli alimenti. Quello che non poteva fare nessun medico di questo mondo, l’aveva fatto il Signore Gesù, padrone dell’impossibile!

Poi, piangendo di gioia, disse a tutta l’assemblea:

« Io ho due bambini, ma non avevo mai potuto sentire il loro odore. Voi mamme, voi, lo sapete cosa significhi sentir l’odore del proprio bambino. Ebbene, questa mattina, io mi sono avvicinata a loro, li ho abbracciati e ho cominciato a sentire dolcemente il loro odore ».

Un’altra bellissima testimonianza di guarigione miracolosa fu resa dalla persona stessa guarita, in una sua lettera del 25 agosto 1981.

« Soffrivo di artrite reumatoide che cominciò nell’ottobre scorso, con forti dolori ai malleoli, alle ginocchia e ai polsi e una stanchezza generale. È una malattia che non si deve confondere con l’artrite o il reumatismo, mali di persone di una certa età, senza gravi conseguenze. L’artrite reumatoide non si sa da dove proviene e come si possa curare. Attacca le articolazioni producendo un dolore terribile e l’organismo s’irrigidisce; il corpo si va indurendo, deformando e, generalmente, si finisce su una sedie a rotelle. Non pensando a niente di grave, ricorsi al medico il quale mi fece fare delle analisi, che diedero come risultato « artrite positiva », artritest era la causa del mio male.

La dottoressa che mi aveva fatto le analisi mi raccomandò di andare negli Stati Uniti per un trattamento. Nel centro artritico dove fui curata, rimasi impressionata alla vista delle persone che si trovavano nelle diverse fasi della malattia. Il dott. Alfonso Portuondo, uno specialista, confermò la diagnosi e mi disse che questa malattia era incurabile. L’unica cosa che si poteva fare era di renderla stazionaria, con sali d’oro. Questo rimedio comporta delle conseguenze negative che non tardarono a farsi sentire: ebbi gonfiori per tutto il corpo persi i capelli e le unghie dei piedi. Mi diminuirono le piastrine e i globuli bianchi. In quel tempo quando il medicamento mi stava recando danni venne in Paraguay il p. Emiliano Tardif. Lo ascoltai la prima volta nella chiesa di sant’Alfonso. Al momento della guarigione, sentii che il mio cuore esplodeva; batteva così forte che ne sentivo i palpiti. La seconda volta fu nella chiesa di Coronel Oviedo.

Di nuovo, al momento della preghiera di guarigione, sentii un tremito per tutto il corpo. Il padre disse che in quel momento due donne affette da artrite stavano guarendo e le invitò a inginocchiarsi. In verità io non ebbi il coraggio di farlo, perché non ero convinta che si trattasse di me e non credevo a questo tipo di guarigioni, forse per mancanza di fede.

Andai ad una terza messa. Allora i miei dolori erano spariti e non prendevo più medicine. Lo costatò mia madre e sr. Margherita Prince il giorno della partenza del p. Emiliano; e di nuovo all’aeroporto, assieme al p. Andrea Car, fece una preghiera di guarigione su di me. Terminando mi disse: « Non dire più: — ho l’artrite —, ma: — l’avevo —, perché sei guarita ». I dolori sparirono e non presi più medicine (prima ero arrivata a prendere dodici ascriptin al giorno e a subire iniezioni settimanali di sali di oro). Rifeci le analisi e costatai che ero realmente guarita. Il dott. Nicola Breuer, molto credente, che si occupava di me ad Asunciòn, mi disse: « Bisogna ammettere che oltre la scienza, esiste Qualcuno più in alto a cui niente è impossibile ».

Come mi hanno spiegato i medici, la persona che soffre di questa malattia, anche nell’ipotesi della sua guarigione non perde mai l’artritest: è come un marchio che le rimane per tutta la vita. È come il malato che ha avuto un infarto: gli resta la cicatrice nel cuore. Tuttavia, confrontando le analisi che mi hanno fatto, si può vedere che sono guarita e che sono sparite le tracce dell’artritest. La sola spiegazione che si può dare di tutto questo è che si tratti d’un miracolo di Dio ».

Maria Teresa Galeano de Baez

Quelli che pensano che le guarigioni sono qualcosa di superficiale e di accidentale nel ministero di Gesù, si sbagliano completamente. Quelli che credono che oggi non c’è più bisogno di guarigioni e che l’essenziale sia di annunziare il vangelo, dimenticano il metodo pastorale di Gesù. Noi progettiamo e tentiamo mille metodi per attrarre gente che viene sempre di meno in chiesa. Organizziamo feste, concerti, convivenze, ecc. e i risultati sono sempre molto poveri. Gesù, invece, guariva i malati e la gente accorreva in massa. Erano tanti che qualche volta si doveva far passare i paralitici per il tetto della casa di Pietro, perché non era possibile introdursi in mezzo alla folla. Oggi capita la stessa cosa. Quando Gesù guarisce i malati, si riuniscono moltitudini che non riescono a stare nemmeno negli stadi e allora annunziamo loro il regno di Dio. Le conseguenze sono assai più grandi che non le semplici guarigioni fisiche.

Che i segni della potenza di Dio non siano solo uno spettacolo ma aiutino efficacemente il rinnovamento della vita di fede, lo dice espressamente l’arcivescovo di Tahiti al mio superiore provinciale in una lettera cui trascriviamo integralmente la prima parte.

Papeete, 30 novembre 1982

Reverendissimo Padre,

ero assente mentre il p. Tardif ha predicato in mezzo a noi, dal 21 ottobre al 14 novembre. Tuttavia al mio ritorno ho potuto costatare il cambiamento dovuto alla sua predicazione.

1. Il numero dei partecipanti alla domenica è aumentato considerevolmente.

2. Si è instaurato un certo clima ecumenico.

3. Ovunque nasce o rinasce la vita spirituale.

4. Si sono avute grandi conversioni e le confessioni sono diventate molto frequenti.

5. Il clero, i religiosi e le religiose hanno apprezzato molto la predicazione del p. Tardif.

6. Un gran numero di coppie illegittime, si preparano per il matrimonio oltre che a un rinnovamento della vita familiare.

La diocesi non aveva mai sperimentato un tale slancio di fede. Abbiamo celebrato due sinodi, fatto una visita pastorale, ritiri predicati da eccellenti sacerdoti in questi ultimi quindici anni, abbiamo avuto delle grandi manifestazioni religiose, ma mai con risultati vasti e profondi paragonabili a questo.

+ Michel Coopenrath arcivescovo di Papeete

Basta un solo esempio, tra mille, di ciò che avvenne a Tahiti. Durante la messa per i malati, un cieco cominciò a piangere e alla fine cominciò a vedere. Incontrandosi con Gesù, luce del mondo, riebbe la luce dei suoi occhi. Questa guarigione impressionò molto Gabilou, celebre cantante del Pacifico che aveva ottenuto il secondo premio in eurovisione; egli si iscrisse per il secondo ritiro, durante il quale si pentì, si confessò e si comunicò. Durante la messa di chiusura, fece questa testimonianza:« Ci sono state qui molte guarigioni, ma la più grande è la mia, perché il Signore mi ha guarito spiritualmente. Erano sedici anni che stavo lontano dalla vita cristiana e dai sacramenti; ma durante questo ritiro Gesù mi ha incontrato ed ora non voglio più vivere né cantare se non per lui ».

Ripetè la sua testimonianza alla televisione e in seguito nello stadio dinanzi a ventimila persone. Oggi evangelizza con canti carismatici, interpellando i giovani. Gesù è il Signore anche di artisti e cantanti.

Le guarigioni hanno uno scopo molto chiaro di cui dobbiamo tener conto. L’arcivescovo di Brazzaville l’ha scritto in maniera molto bella in una lettera a tutte le comunità della sua diocesi:

Brazzaville, 7 ottobre, 1983

Siamo stati molto contenti della predicazione del p. Tardif che ha ripreso il tema del centenario dell’evangelizzazione del Congo: il rinnovamento della fede. Le sue prediche furono accompagnate spesso da guarigioni spirituali, morali e fisiche.

Lo spettacolo più straordinario era di vedere, durante la preghiera, i malati guarire, i paralitici camminare, i muti parlare … era un rivivere i tempi della chiesa primitiva con Gesù. Ma che nessuno dimentichi lo scopo di questi segni miracolosi di Gesù: sono una testimonianza per risvegliare la fede di chi non crede e per fortificare quella dei credenti.

Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. In verità vi dico: molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono! (Mt 13,16-17).

Il p. Tardif ci ha predicato un vangelo di verità e non di menzogna. Aver visto questi segni e non credere, ecco quello che Gesù chiama « peccato contro lo Spirito Santo », perché si rifiuta di riconoscere la verità … e ciò è molto grave.

La predicazione accompagnata dal potere di guarigione, che noi abbiamo vissuto, lascerà una traccia profonda di cui le generazioni congolesi parleranno per molto tempo, come si parla ancora delle opere e delle parole di Gesù Cristo.

+ Mons. Barthélémy Batantu arcivescovo di Brazzaville

Credo che i testi biblici e anche le testimonianze dei santi siano molti nella vita della Chiesa, per cui non è affatto necessario giustificare o non è possibile contrastare le guarigioni. Ma la questione di fondo è un’altra: credo io che Dio mi può guarire? Ho fede nel potere di guarigione di Gesù che può passare attraverso la mia persona per guarirne altre?

Qualche volta temiamo le meraviglie di Dio per la semplice ragione che non le comprendiamo.

Il vescovo di Sangmelino nel Cameroun mi aveva invitato ad un ritiro sacerdotale. Vi chiamò tutti i suoi sacerdoti; ma uno di loro disse:

« Io non ci voglio andare, perché là non si parlerà che di miracoli e sempre di miracoli ».

Il vescovo gli rispose:

« Vai, non aver paura. Il tema del ritiro non è la guarigione, ma la preghiera ».

Il sacerdote ci andò, ma più per l’esortazione del vescovo che per propria convinzione. Così cominciò il ritiro, ma al terzo giorno si alzò davanti a tutti e disse:

« Soffrivo di un’artrite deformante alle mani che mi impediva persino di allacciarmi le scarpe. Di più debbo dire che non volevo partecipare a questo ritiro temendo che non si parlasse d’altro che di miracoli. Ma durante la messa di ieri, ho sentito come un grande caldo nelle mie mani. Voglio rendere gloria a Dio, perché sono perfettamente guarito. Posso muovere le mani … ».

Io aggiunsi ridendo:

« Non volevi sentir parlare di miracoli e ora sei tu che non cessi di proclamare le meraviglie del Signore ».

Tutti ridevano e lodavano Dio, mentre lui muoveva e mostrava le mani.

La nostra disposizione dovrebbe essere quella di un pieno abbandono nelle mani del Padre amoroso: egli ha un piano meraviglioso su di noi.

 

 

 

 PREGHIERA PER LA GUARIGIONE INTERIORE (p. TARDIF)

Padre di bontà, padre di amore, ti benedico ti lodo e ti ringrazio perché per amore ci hai dato
Gesù. Grazie Padre, perché alla luce del tuo Spirito comprendiamo che Lui è la luce, la verità,
il Buon Pastore, che è venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza. Oggi, Padre,
mi voglio presentare davanti a te come tuo figlio. Tu mi conosci per nome. Volgi i tuoi occhi di
Padre amoroso sulla mia vita. Tu conosci il mio cuore e le ferite della mia vita. Tu conosci
tutto quello che avrei voluto fare e che non ho fatto; quello che ho compiuto io e il male che
mi hanno fatto gli altri. Tu conosci i miei limiti, i miei errori e il mio peccato.
Conosci i traumi e i complessi della mia vita. Oggi, Padre, ti chiedo, per l’amore verso il tuo
figlio Gesù Cristo, di effondere sopra di me il tuo Santo Spirito, perché il calore del tuo
amore salvifico penetri nel più intimo del mio cuore. Tu che sani i cuori affranti e fasci le
ferite, guarisci qui ed ora la mia anima, la mia mente, la mia memoria e tutto il mio spirito.
Entra in me, Signore Gesù, come entrasti in quella casa, dove stavano i tuoi discepoli pieni
di paura. Tu apparisti in mezzo a loro e dicesti: “Pace a voi”. Entra nel mio cuore e donami
la pace; riempimi d’amore. Noi sappiamo che l’amore scaccia il timore. Passa nella mia vita
e guarisci il mio cuore. Sappiamo, Signore Gesù, che tu lo fai sempre, quando te lo chiediamo;
ed io lo sto chiedendo con Maria, nostra Madre, che era alle nozze di Cana quando non c’era
più vino e tu rispondesti al suo desiderio cambiando l’acqua in vino. Cambia il mio cuore e
dammi un cuore generoso un cuore affabile, pieno di bontà, un cuore nuovo. Fa spuntare in me
i frutti della tua presenza. Donami i frutti del tuo Spirito che sono amore, pace e gioia.
Che scenda su di me lo spirito delle beatitudini, perché possa gustare e cercare Dio ogni giorno,
vivendo senza complessi e senza traumi insieme agli altri, alla mia famiglia, ai miei fratelli.
Ti rendo grazie, o Padre, per quello che oggi stai compiendo nella mia vita. Ti ringrazio con
tutto il cuore, perché mi guarisci, perché mi liberi, perché spezzi le mie catene e mi doni la
libertà. Grazie, Signore Gesù, perché sono tempio del tuo Spirito e questo tempio non si può
distruggere, perché è la casa di Dio. Ti ringrazio, Spirito Santo, per la fede, per l’amore che
hai messo nel mio cuore. Come sei grande, Signore, Dio Trino ed Uno! Che Tu sia benedetto e
lodato, o Signore! AMEN.

PREGHIERA PER LA GUARIGIONE FISICA (p. TARDIF)

Signore Gesù, credo che sei vivo e risorto. Credo che sei presente realmente nel Santissimo
Sacramento dell’altare e in ciascuno di noi che crediamo in te. Ti lodo e ti adoro.
Ti rendo grazie, Signore, per essere venuto da me, come Pane vivo disceso dal cielo.
Tu sei la pienezza della vita, tu sei la risurrezione e la vita, tu Signore, sei la salute
dei malati. Oggi ti voglio presentare tutti i miei mali, perché tu sei uguale ieri,
oggi e sempre e tu stesso mi raggiungi dove mi trovo. Tu sei l’eterno presente e mi conosci.
Ora, Signore, ti chiedo d’aver compassione di me. Visitami per il tuo vangelo,
affinché tutti riconoscano che tu sei vivo, nella tua Chiesa, oggi; e che si rinnovi la mia
fede e la mia anima. Abbi compassione delle sofferenze del mio corpo, del mio cuore e della
mia anima. Abbi compassione di me, Signore, benedicimi e fa che possa riacquistare la salute.
Che cresca la mia fede e che mi apra alle meraviglie del tuo amore, perché sia anche testimone
della tua potenza e della tua compassione. Te lo chiedo, Gesù, per il potere delle tue sante
piaghe per la tua santa Croce e per il tuo Preziosissimo Sangue. Guariscimi, Signore!
Guariscimi nel corpo, guariscimi nel cuore, guariscimi nell’anima. Dammi la vita, la vita
in abbondanza. Te lo chiedo per l’intercessione di Maria Santissima, tua Madre, la vergine
dei dolori, che era presente, in piedi, presso la tua croce; che fu la prima a contemplare
le tue sante piaghe, e che ci hai dato per Madre. Tu ci hai rivelato d’aver preso su di te
i nostri dolori e per le tue sante piaghe siamo stati guariti. Oggi, Signore, ti presento con
fede tutti i miei mali e ti chiedo di guarirmi completamente. Ti chiedo, per la gloria del
Padre del cielo, di guarire anche i mali della mia famiglia e i miei amici.
Fa che crescano nella fede, nella speranza e che riacquistino la salute per la gloria
del tuo nome. Perché il tuo regno continui ad estendersi sempre più nei cuori attraverso
i segni e i prodigi del tuo amore. Tutto questo, Gesù, te lo chiedo perché sei Gesù.
Tu sei il Buon Pastore e noi siamo le pecorelle del tuo gregge. Sono così sicuro del tuo amore,
che prima ancora di conoscere il risultato della mia preghiera, ti dico con fede:
grazie, Gesù, per tutto quello che farai per me e per ciascuno di loro.
Grazie per i malati che stai guarendo ora, grazie per quelli che stai visitando con la
tua Misericordia.


Edda CattaniMiracoli e guarigioni
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Medianità e Transcomunicazione

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Siamo lieti di proporvi un documento eccezionale, che va letto e studiato con attenzione. Il Dr. Felice Masi è uno dei più esperti studiosi nel campo della registrazione delle voci, della TR, e di tutti i fenomeni di medianità.

Personalmente sono lieta di poter confermare che tutto ciò che mio marito ed io abbiamo sperimentato ed ottenuto lo dobbiamo alla sua ricerca e ai suoi insegnamenti. (E.C.)

Il Dr.Felice Masi cura un sito dove propone gran parte del suo vasto materiale di ricerca : http://www.ricercapsichica.it

FENOMENI MEDIANICI E

TRANSCOMUNICAZIONE STRUMENTALE A CONFRONTO

 di

Felice Masi

(Estratto da La Ricerca psichica, anno 1° n. 1, maggio 1994)

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Marcello Bacci a Cattolica con le metafoniste di FB

Negli ultimi cinquanta anni si sono molto sviluppati, come nuovo modo di comunicazione con l’Altra Dimensione, i fenomeni cosiddetti della transcomunicazione strumentale (TCS) a fronte di quelli tradizionali medianici (FM), che tuttavia conservano ancora tutta la loro importanza. Prescindiamo da quella parte dei fenomeni medianici, sia di percezione extrasensoriale (ESP) che psicocinetici (PK), che provengono sicuramente dalla mente del vivente. La caratteristica essenziale che contraddistingue sia la residua parte dei fenomeni medianici (quelli spiritici, FMS) che quelli nuovi della TCS appare essere le seguente: costituiscono entrambi delle modalità con cui, a prima apparenza, si entra in contatto con individualità che affermano di essere state già persone viventi sulla terra come noi, che sono passate attraverso la crisi di morte e che ora esistono in un’altra dimensione esistenziale (quella del post mortem). Attraverso entrambe queste due categorie fenomeniche, tali individualità si manifestano a noi e ci inviano dei messaggi. Precisiamo subito, nell’affrontare questo spinoso argomento, che qui non si vuole entrare nella annosa e dibattuta problematica spiritica e della realtà di tali contatti oltremondani ed effettiva provenienza di questi fenomeni e messaggi da persone defunte o da altri esseri o Spiriti disincarnati o non umani. Prendiamo questi fenomeni così come si presentano e intendiamo esaminarli e capirli sotto l’aspetto teorico della differenza che intercorre tra le due categorie fenomeniche suddette della TCS e delle FMS. Essi infatti – a parte quella loro comunanza, come provenienza e finalità apparenti – sono diversissimi tra loro ed è dunque della massima importanza metterli a confronto tra loro per vederne il rispettivo fondamento, modo di funzionamento e come si producono.

·        Nei FMS la comunicazione tra “loro” ( i sé dicenti morti) e noi viventi avviene per il tramite di un medium, cioè attraverso le capacità telepatiche di una persona dotata di tali capacità. Questa, trovandosi in quel particolare stato modificato di coscienza che è chiamato “trance”, recepisce nella mente le comunicazioni e i messaggi telepatici inviati dall’altra dimensione e da quelle individualità e li riporta gli altri presenti, dopo averli tradotti in linguaggio per loro comprensibile (parole, scrittura).

Il colloquio avviene dunque attraverso un contatto diretto tra la mente del presunto defunto e quella del medium, che entrano in sintonia o risonanza (psicobiorisonanza) tra loro e così possono comunicarsi pensieri, sensazioni, emozioni, sentimenti; quelli del primo si travasano nella mente dell’altro (del medium). Si tratta dunque di un contatto e di un colloquio diretto tra mente e mente e il fenomeno è un fenomeno ESP (fenomeno di percezione extrasensoriale).

Nella TCS invece il fenomeno avviene non attraverso un medium ma attraverso un apparecchio elettronico, che può essere il più diverso: un registratore sonoro (magnetofono), un radioregistratore, una radio, un televisore, un computer, un telefono e così via. Abbiamo così, in rapporto ai vari apparecchi, i diversi tipi di fenomeni TCS: la psicofonia, le voci dirette alla radio, la psicovisione, i messaggi al computer, le telefonate dall’aldilà ecc.

Nella TCS il fenomeno non è ESP ma è PK, psicocinetico, cioè vi è una azione diretta (anche qui si tratta di una risonanza) della mente (del defunto) sulla materia fisica. Questa azione-risonanza consiste in un influenzamento esercitato dal disincarnato col pensiero sul campo elettromagnetico. Tale campo  è quello prodotto da uno dei suddetti apparecchi elettronici o formatosi ed esistente attorno ad esso (“onde elettromagnetiche”). L’azione svolta su di esso consiste nel modificarne la modulazione. Vediamo meglio come tutto ciò avviene.Sappiamo tutti come funziona una trasmissione radio, televisiva o anche telefonica, digitale di computer e simili. Il sistema è composto da un apparecchio trasmittente e da un apparecchio ricevente. Il primo è situato a monte e trasmette voce, parole, immagini, comandi, dopo averli trasformati in onde elettromagnetiche modulate, o meglio in una modulazione del campo elettromagnetico. L’apparecchio ricevente è situato a valle e compie l’operazione esattamente opposta: riceve le onde modulate e le ritrasforma in parole immagini, voce e altri segnali comprensibili (umanamente percepibili). La voce.(onde sonore dell’aria) e le immagini (assorbimento di onde luminose da un corpo opaco) non possono andare oltre una certa distanza. Per comunicare con luoghi lontani (fuori della loro portata) bisogna far uso di un mezzo che superi qualunque distanza. Questo mezzo è il campo elettromagnetico; l’apparecchio trasmittente trasforma (“modula”) la voce, l’immagine ecc. in una determinata modulazione di tale campo; questa specifica modulazione (“onda portante” o “portante elettromagnetica”) incorpora dunque in sé, porta con sé il segnale di quella voce, immagine ecc. Al punto di arrivo l’apparecchio ricevente riceve la modulazione e compie l’operazione inversa: demodula il segnale ricevuto e lo ritrasforma in voce che possa essere sentita e capita, in immagine che possa essere vista, ecc.. Ogni data modulazione corrisponde a una specifica voce o parola, a una specifica immagine o figura, ecc. (“codificazione”). Attraverso questa modulazione e sotto forma di questa modulazione (“così codificate”) le voci, le immagini, i comandi percorrono lo spazio e la distanza fino alla stazione ricevente. E’ chiaro che, in questo modo e attraverso queste codificazioni (modulazione e demodulazione specifiche)  l’apparecchio ricevente fa sentire e vedere le stesse parole e le stesse immagini che vi erano in partenza; ovvero in informatica e con l’elaborazione informatica, il computer e la sua stampante danno il risultato informatico che si voleva ottenere attraverso il comando digitato. Fin qui tutto chiaro, si ricevono le stesse cose, gli stessi messaggi che erano stati trasmessi, ma proprio perché questo era lo scopo della trasmissione (normale) a distanza e di tutta quella complessa operazione di trasformazione/modulazione e ritrasformazione/demodulazione, codificazione e decodificazione. Ora però immaginiamo che un misterioso “agente X” strada facendo, ovvero vicino alla trasmittente ovvero, più verosimilmente, vicino all’apparecchio ricevente faccia la birichinata di cambiare la modulazione (della portante) e di codificarvi un testo diverso. E’ chiaro che l’apparecchio ricevente, facendo come sempre il suo onesto e neutro lavoro di demodulazione, farà udire o farà vedere o darà risultati informatici non più conformi a quelli che erano stati trasmessi ma conformi al cambiamento introdotto, conformi alla nuova codificazione. Si udirà così (oh meraviglia!) una voce diversa, si vedrà così un’immagine diversa da quelle trasmesse, si leggerà un testo diverso da quello digitato.

 

Le figure qui unite danno una rappresentazione più immediata e comprensibile di tutto quello e della tante parole

che sono state dette.

 

Nella prima figura (trasmissione radio normale) la donna speaker dice, davanti al microfono della radio trasmittente, “cari amici, buongiorno” e a queste parole corrisponde una data, specifica modulazione (determinate onde) del campo elettromagnetico, che va, sempre uguale, fino all’altoparlante della radioricevente. Questo ritrasforma (demodula) le onde in voce e poiché le onde (la modulazione, la codificazione) sono rimaste le stesse che erano in partenza, l’altoparlante emette, e l’uomo che ascolta sente, le stesse parole “cari amici buon giorno”.

Ammettiamo invece  come nella figura 2 – che, strada facendo, “qualcuno”, un misterioso agente X modifiche la modulazione e gli dia, ad esempio, quella delle parole “sono sempre vivo”. E’ chiaro che l’apparecchio ricevente, ricevendo questa nuova modulazione (invece di quella iniziale inviata) e facendo sempre, come detto, il suo onesto lavoro di trasformare le onde ricevute in voce, farà udire, da esso si sentiranno uscire (oh meraviglia!) queste nuove, misteriose parole “sono sempre vivo”.

Accade, insomma, come se io, intercettassi una lettera diretta dal sig. A al sig. B e cambiassi il foglio dentro la busta con un altro. E’ evidente che il sig. B, aprendo la lettera, leggerà quello che gli ho scritto io e non quello che gli aveva scritto l’amico A; e, non sapendo nulla dell’intercettazione fatta, si meraviglierà moltissimo di quello che legge – che non corrisponde a quello che si aspettava da A – e non capirà e si chiederà come ciò sia possibile e come possa essere avvenuto.

 

Nella figura 3 è invece rappresentato – per mostrarne la diversità – un FMS: le persone sono raccolte attorno al tavolo; la donna medium (M) riceve mentalmente (per ESP, per telepatia) dall’agente X il messaggio “Sono sempre vivo”; così ricevutolo, lo esprime e lo porta a conoscenza degli altri presenti con la sua voce e con le stesse parole. 

Dunque, per i fenomeni della medianità non occorre un apparecchio elettronico ma è necessario, ed è sufficiente, un medium (la mente di un medium) cioè una persona con capacità di andare nello stato modificato di coscienza della trance. I fenomeni medianici sono fenomeni “da mente a mente in modo diretto”; sono fenomeni ESP, di percezione extrasensoriale. Nei fenomeni della TCS, invece, occorre assolutamente un apparecchio elettronico (perché bisogna agire sulla modulazione del campo elettromagnetico che arriva ad esso o che gli esiste attorno) e non occorrono capacità medianiche. O meglio, ne bastano pochissime. Il fenomeno. infatti, è un po’ più complesso (figura 4). La pratica ha mostrato che le voci psicofoniche si sentono sempre meglio e se ne sentono sempre di più quanto più si ascolta; e che altrettanto avviene per le immagini nella psicovisione, si vedono sempre meglio e se ne vedono anche altre quanto più si fissa l’immagine. Inoltre voci e immagini ambigue, poco chiare, incomplete si precisano in voci e immagini formate e complete, aventi un senso. Interviene dunque, accanto al fattore principale PK di modifica della modulazione del campo (delle onde) elettromagnetiche, anche un fattore di percezione mentale ESP. Come detto, nella TCS bastano poche forze medianiche, di livello minimo; per questo tale fenomenologia riesce pressoché a tutti e non occorre un vero medium. Questo perché si tratta di agire (di spostare, di muovere) non a livello macroscopico e su corpi pesanti, come è nella telecinesi normale (nei fenomeni psicocinetici medianici) ma soltanto sul campo elettromagnetico, cioè a livello subatomico e quantico.
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Nella figura 5, infine, abbiamo la schematizzazione di un fenomeno TCS di psicovisione. In alto abbiamo, a sinistra, la trasmittente (spenta, non trasmette) e a destra il televisore (ricevente) composto di tubo catodico e schermo fosforescente.

Al centro la trasmittente è in fase trasmissione. Da essa escono le onde elettromagnetiche modulate che, ricevute dal tubo catodico, sono trasformate da questo nel fascetto elettronico che eccita la fosforescenza dello schermo e da’ le immagini. Immagini normali come alla trasmissione (un uomo e una donna) perché l’onda elettromagnetica non è stata modificata.

In basso un agente X ha modificato la modulazione dell’onda (o nel campo tra trasmittente e ricevente o nel fascetto elettronico). Perciò il fascetto elettronico sarà modificato (rispetto alla trasmissione effettiva), ecciterà in modo diverso la fosforescenza dello schermo e così su questo, accanto all’uomo e alla donna normali, compare una figura “extra” (come si dice), la donna più alta che nella trasmissione normale non c’era.


Sulla base di questo modello e di queste spiegazioni possiamo darci anche una spiegazione delle cosiddette “telefonate dall’aldilà”, studiate soprattutto da alcuni psicologi e parapsicologi americani, come Scott Rogo e Raymond Bayless.

Vediamo prima cosa sono queste misteriose telefonate. Accade (è realmente accaduto e i casi sono stati riferiti e studiati) che squilla il telefono, andiamo a rispondere e, dall’altra parte sentiamo una voce, un interlocutore che si qualifica o che riconosciamo come una persona morta. Oppure accade che noi telefoniamo a qualcuno e ci risponde invece non la persona chiamata ma una persona che sappiamo che è morta. Ci si domanda se è un fenomeno medianico o una transcomunicazione strumentale.

Per la verità può trattarsi, di volta in volta, dell’un caso o dell’altro. Il punto di partenza è che, appartenendo la TCS alla categoria dei fenomeni psicocinetici, per aversi un fatto di TCS occorre che vi sia un effetto PK.

Nelle telefonate, la componente fisica è la corrente elettrica (gli impulsi elettrici) che corrono lungo il filo telefonico, dal microfono dell’apparecchio che chiama (e dove si trova la persona che parla) fino alla cornetta dell’apparecchio che riceve (dove si trova chi ascolta). Perché la telefonata dell’aldilà sia un fatto di TCS occorre che vi sia (che sia stata fatta) una effettiva azione su tali impulsi elettrici (ovvero sul campo elettromagnetico della cornetta o delle trasmissioni satellitari)) intesa a cambiarne, come si è visto, la modulazione. Cioè per aversi TCS devono essere stati modificati tali impulsi elettrici che trasportano la telefonata e che corrono lungo i cavi e fili telefonici. Ciò potrebbe essere accertato facendo il grafico (attraverso una rappresentazione grafica) di tali impulsi e dei relativi fonogrammi. In tal caso, tutti coloro che sentono la telefonata, la sentirebbero nel senso “dell’aldilà” e, se venisse registrata, ad esempio con una segreteria telefonica, si registrerebbe sempre in tale senso. Se invece non vi è una tale modificazione della modulazione degli impulsi elettrici né essa risulta dal loro grafico – se non vi è stata, cioè, una azione PK perturbatrice della telefonata normale – allora, se sento che dalla cornetta mi parla la voce non di un vivente (che ho chiamato o che mi ha chiamato) ma quella di un disincarnato, ciò vuol dire che si tratta di una allucinazione telepatica, cioè di un fatto ESP, di un fenomeno medianico. Attenzione però! Allucinazione non vuol dire illusione. L’allucinazione, al contrario dell’illusione, ha una sua realtà. Ha una realtà soggettiva, una realtà mentale per chi la sente. Ciò vuol dire che, percepito mentalmente, è stata ricevuto effettivamente il messaggio di un disincarnato, un messaggio dall’aldilà – ma è stato ricevuto per telepatia, per ESP. Comunicazione (diretta) da mente a mente e influenzamento (diretto) della mente (per ESP) ovvero azione (PK) su un apparecchio e su un campo elettromagnetico: questa è la discriminante fra le due categorie fenomeniche, pur provenienti da una medesima fonte e dimensione, che passa tra i fenomeni medianici (spiritici) e quelli della transcomunicazione strumentale.

Bibliografia

 V.  Colaciuri – E. Foresti, E.A.P. Voci paranormali al registratore, Gala­tea ed., Catania, 1973.

Autori Vari, Voci dall’invisibile, Armenia, Milano 1978.

H.  Schaefer, Voci da un altro mondo, MEB, Padova 1992.

D.  Scott Rogo – R. Bayless, Phone Calls from the Dead, Prentice Hall, USA 1979.

V.  Nestler, La telepatia, Mediterranee, Roma 1974.

W. Carington, Telepatia: Fatti, Teoria, Deduzioni, Astrolabio, Roma 1948.

J.B. Rhine, I poteri dello Spirito, Astrolabio, Roma, 1975.

Summary

 Mediumistic phenomena and trans-communication

The article compares classical mediumistic phenomena — where a contact with the dead is presumed — and the new phenomena of “trans-communication”. In the former, communication occurs through telepathy by the medium: in an altered state of consciousness, the trance, he/her is able to receive telepathic mes­sages from other dimensions and to transiate them in everyday language. In the lattcr there is a direct (psychokinetic) influence by a non-material agency on an electromagnetic device, with a field probably modulatcd by that transmitter. A receiving device, as a tape-recorder, radio or television, picks up in fact a messa­ge from a foreign agency, rather than that naturally transmitted on the frequen­cy. Mediumistic phenomena, also, require a medium; trans-communication requires an electronic device, that can vary in accordance to the customer’s uses. No me­diumistic skill is needed. By addressing these remarks to the so-calied “phone calls from the dead” phenomenon (studied some years ago by Scott Rogo and Raymond Bayless), we can retain that a physical occurreuce takes piace, with a real telephone call. The trans-communicating phenomenon seems to modify the modulation of the electric pulses through which the communication does proceed. Sometimes, ho­wever, things are not so. If the modulation doesn’t occur, then the “voice” heard is of hallucinatory type. This wouid be a not trans-communication, but a mediu­mistic phenomenon: the phone “voice” is indeed created through a mental im­pression, telepathically perceived.

 

Edda CattaniMedianità e Transcomunicazione
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Il “caso” dell’aldilà

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Il "caso" dell'aldilà

Cari amici, parlare del paranormale per chi, come noi, hanno avuto molteplici esperienze e stanno percorrendo un cammino di ricerca, attraverso lo studio della sperimentazione scientifica, mai disgiunta da quanto la Fede ci conferma, non è cosa semplice. Ho pensato perciò di fare cosa gradita proponendo la traduzione dall'inglese di alcune pagine di:

IL LIBRO di Victor Zammit 

Un Avvocato Presenta il Caso dell'Aldilà

Prove Oggettive Inconfutabili

   

Victor Zammit  è un ricercatore australiano del paranormale, laureato in Giurisprudenza. È un ex-avvocato della Corte Suprema del Nuovo Galles del Sud.

Zammit è autore del libro distribuito gratuitamente "Un Avvocato presenta il caso dell'aldilà. Prove oggettive inconfutabili". Il suo sito presenta una lunga analisi di fatti, eventi, testimonianze e fenomeni che vengono addotti come prove dell'esistenza della vita oltre la morte, in 22 diverse aree del paranormale, inclusa la medianità, le esperienze ai confini della morte, la metafonia, le materializzazioni di spiriti ed i poltergeist.

La sfida da un milione di dollari

Dal 2001 Victor e i suoi sponsor offrono un premio di un milione di dollari a chiunque riesca a confutare le prove, a sue dire, empiriche da lui raccolte sull'esistenza della vita oltre la morte. La confutazione deve avvenire dando ragioni tecnicamente valide. Il successo della sfida sarebbe deciso da una commissione di esperti, terza e indipendente. Ad oggi, 2008, nessuno ha tentato di incassare il premio.

 

"Non ho detto che era possibile, ho proprio detto che è successo!"

Sir William Crookes

Con mia sorpresa, pochissime persone sono consapevoli dell'enorme balzo in avanti che è stato compiuto nella comunicazione con l'Aldilà grazie all'utilizzo della tecnologia. Sebbene in tema di Metafonia o EVP ci siano libri altamente attendibili provenienti da fonti inappuntabili, i mass media non ne fanno mai menzione. E tuttavia queste importantissime scoperte rivelano una comunicazione oggettiva tra coloro che vivono fisicamente in questo mondo e coloro che sono morti e vivono adesso in una dimensione diversa. (…)

4. La Transcomunicazione Strumentale (ITC)

"Per la prima volta in 8000 anni di storia, si può finalmente dire con certezza che la nostra mente, la nostra memoria, la nostra personalità e la nostra anima sopravvivono alla morte fisica."

George Meek

Questo capitolo è dedicato a delle informazioni che trascendono la "soglia di esitazione". Sospendete per un attimo le vostre attuali convinzioni e non rifiutate le informazioni solo perché non siete cresciuti con esse. La comunicazione tecnologica con l'Aldilà è una realtà. Non è un fenomeno molto conosciuto, ma si stanno facendo rapidi progressi in tutto il mondo – e nessuno può fermarli – che i cinici lo accettino o no. Più o meno a partire dal 1980, i ricercatori del paranormale hanno sostenuto che si erano avuti contatti con i morti, sia pur non troppo chiari, via radio, mediante telefono, con la televisione, tramite segreterie telefoniche, fax e computer. (…)

 

16. Le Esperienze Extracorporee (OBE)

"La più grande illusione è che l'uomo possiede delle limitazioni."

Robert A. Monroe

L'esperienza extracorporea o OBE (acronimo del termine inglese Out of Body Experience) si verifica quando il duplicato invisibile del corpo di una persona, a volte chiamato corpo astrale o eterico, è in grado di uscire dal corpo fisico in piena coscienza. La maggior parte delle persone non ha alcun controllo sull'esperienza extracorporea – essa si verifica e basta. Per sperimentare una OBE non occorre necessariamente essere ammalati o in punto di morte. Coloro i quali hanno avuto un'esperienza extracorporea solitamente accettano l'idea di sopravvivere alla morte fisica. Essi sanno che il motivo per cui ritornano nel loro corpo fisico è che il duplicato invisibile è ancora legato ad esso per mezzo di un filo argentato. Quando il filo argentato viene reciso irrimediabilmente, il corpo invisibile (all'occhio fisico) continua a vivere nell'Aldilà.(…)

18. La scienza e le esperienze di premorte (NDE)

"Sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che le NDE si verificano in tutte le culture e si sono verificate in ogni epoca storica … le NDE riguardano sia i giovani che gli anziani, la gente di ogni ceto sociale, coloro che nella vita hanno sviluppato una dimensione spirituale e coloro che non professano alcuna fede … ci sono parecchi esempi di persone che hanno sperimentato una NDE in un momento in cui non sapevano nemmeno che esistesse un fenomeno di questo genere."

Dott. Peter Fenwick

L'esperienza di premorte o NDE (acronimo del termine inglese Near Death Experience) costituisce un'argomentazione potente a favore dell'esistenza di una vita dopo la morte. Grazie al progresso registrato nell'ambito delle tecniche di rianimazione, sempre più persone vengono riportate indietro dal limite della morte clinica. E molte riferiscono un'esperienza profondamente significativa durante la quale hanno l'impressione di essere vivi e in pieno possesso delle proprie facoltà al di fuori del proprio corpo. Per molti un'esperienza di premorte è un'esperienza intensamente emotiva e spirituale. (…)

 

 

19. La scienza e le apparizioni

"Come gli antichi Greci avevo ideato uno psicomanteo, presso il quale le persone si potevano recare per consultare gli spiriti dei trapassati. Era chiaro che, mediante un'adeguata preparazione, le persone potevano vedere le apparizioni dei propri cari defunti … anziché dire a un terapista come si sentivano dopo avere perso il coniuge o il figlio, essi potevano parlare direttamente al proprio caro."

Raymond Moody

Vedere e parlare con un'apparizione – la forma di una persona non presente fisicamente – è conforme alla tesi secondo la quale tutti sopravviviamo alla morte fisica. Le prove oggettive delle apparizioni si ottengono attraverso lo studio di casi verificatisi spontaneamente e di apparizioni indotte in laboratorio. (…)

20. Le visioni sul letto di morte

"Una nuova idea viene prima condannata come ridicola e quindi rifiutata perché banale, finché, poi, diventa ciò che tutti sanno".

William James

Fin dal secolo scorso, sono stati pubblicati dei libri che illustrano in dettaglio le osservazioni fatte da medici e infermieri sui pazienti moribondi.

Sebbene le visioni sul letto di morte siano menzionate nella letteratura e nella cultura popolare di ogni epoca, raramente sono state riportate nella letteratura scientifica fino alla fine della fine del 1920, quando furono studiate da Sir William Barrett, Professore di Fisica alRoyal College of Science di Dublino. (…)

 

26. Dichiarazioni conclusive

"Fra breve daremo una spiegazione scientifica a ogni fenomeno metafisico conosciuto."

Una promessa fatta dagli scettici nel 1900 – più di 100 anni fa. Stiamo ancora aspettando.

Superata la fatidica soglia dell'anno 2000, gli scettici dalla mentalità chiusa:

• non sono riusciti a confutare scientificamente la tesi dell'esistenza di un solo fenomeno metafisico, (…)

 

Edda CattaniIl “caso” dell’aldilà
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La scrittura automatica

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La scrittura automatica

La scrittura automatica viene comunemente definita come la capacità di chi scrive parole, frasi, messaggi senza che la propria volontà influisca sul braccio. Il soggetto, appoggiando la penna sul foglio attende che la mano si muova e, in stato di veglia o di trance, inizia a scrivere senza avere di solito consapevolezza di ciò che sta scrivendo. Volendo fare una ricostruzione storica dell’argomento bisogna risalire alla seconda metà del secolo scorso, nell’ambiente dello spiritismo e più precisamente ad Allan Kardec, considerato il padre dello spiritismo francese, il quale nel 1861, nelle sue pubblicazioni, ufficializza l’uso della scrittura automatica come il mezzo più semplice e più completo per poter stabilire delle relazioni con gli spiriti. In seguito tale pratica, dopo gli studi sull’inconscio e le varie teorie psicanalitiche che la presentano come forma di dissociazione della personalità, desta minor interesse al mondo parapsicologico; perde cioè quell’alone di mistero che l’aveva circondata precedentementee, non costituendo più un fenomeno paranormale in senso stretto, sembra passare in secondo piano rispetto ad altri fenomeni le cui cause rimangono ancora misteriose.
Tuttavia negli ultimi anni, nel clima della nuova religiosità, si riaccende notevolmente l’attenzione per la scrittura automatica, che si inserisce in una nuova o meglio più ampliata prospettiva rispetto a quella ottocentesca.La nuova religiosità presenta spesso un intreccio di tecniche psicologiche, fusioni di varie spiritualità supportate da presunte spiegazioni scientifiche. Messaggi dall’aldilà, insegnamenti di ogni tipo da entità, affollano intere librerie con notevole successo.
Secondo il pensiero New Age, infatti, chiunque più o meno può, mediante l’uso di tecniche tra le quali si ripresenta più vigorosa che mai la scrittura automatica, diventare canale (channeler) e comunicare con Dio, il Cristo, gli angeli, fate, gnorni, elfi, spiriti della natura, spiriti di defunti, entità multipersonali, extraterrestri, non escluso l’inconscio collettivo.

La questione terminologica
La scrittura automatica si presenta come un fenomeno alquanto complesso che si presta a svariate interpretazioni.
Secondo la spiegazione fornita da Ugo Dettore (1986, p. 875), l’autorevole studioso di parapsicologia, è un “fenomeno considerato tanto dalla psichiatria quanto dalla psicologia e dalla parapsicologia, per il quale un soggetto, in stato di sonnambulismo, di ipnosi, di trance. o anche in stato di veglia, scrive più o meno inconsciamente dando comunicazioni di vario genere. In realtà non sempre si può parlare di vero e proprio automatismo, perché lo scritto molte volte presenta una coerenza e una creatività che presuppongono un’attività pensante , in se consapevole di quello che scrive anche se distaccata dalla coscienza normale. […] Il fenomeno, in sé. potrebbe non essere di carattere paranormale. Gli psicologi lo considerano una manifestazione dell’Io inconscio e se ne valgono spesso per le loro analisi del profondo: come nel sogno, durante la scrittura automatica affiorano motivi rimossi, che il soggetto ha respinto nella zona inconscia per la paura di affrontarli e l’incapacità di affrontarli. Assume però carattere paranormale quando nelle comunicazioni scritte appaiono evidenti manifestazioni di telepatia, chiaroveggenza nello spazio e nel tempo, xenoglassia. personificazione: così come il sogno non è in sé un fenomeno paranormale ma può divenirlo quando appaiono in esso tali manifestazioni”.
La scrittura automatica si presenta dunque come una realtà articolata
da una molteplicità di elementi, quelli psicologici, parapsicologici ecc.,
che interagiscono tra loro diversamente in ogni soggetto.
La diversità delle origini del fenomeno ha spesso indotto gli studiosi a dissertazioni terminologiche.
Secondo il Sudre, per esempio, la definizione scrittura automatica è“alquanto inesatta, se si considera che deriva da una coscienza a volte più ricca e più coerente della coscienza normale. Anche nel senso in cui l’ha usato Janet, distinguendo tra l’attività creatrice dello spirito e l’attività conservatrice, il nome di automatismo è inaccettabile per una attività che, una volta spezzatasi la personalità, è essenzialmente creativa in un campo di coscienza più o meno ristretto. Scrittura inconsciente sarà un’espressione molto più giusta” (Sudre, 1966). Tale espressione, però, non è stata adottata nè in psicologia nè in parapsicologia.
Nel 1934 Gino Trespoli, nel libro Spiritismo moderno, definisce il fenomeno psicografia, cioè scrittura psichica; il termine viene usato oggi anche per indicare il “fenomeno per il quale un sensitivo riesce ad influenzare la materia fotosensibile di una lastra fotografica, riuscendo ad impressionarla con una immagine di una scena pensata” (Conti, 1989).

Nel 1940 Salvatore Occhipinti conia il termine telescrittura (scrittura a distanza), e vuole indicare specificatamente le comunicazioni ottenute, attraverso la tavoletta o il bicchierino capovolto, fatto scorrere su di un piano dove vengono poste le lettere dell’alfabeto. Successivamente questo temine viene usato anche per la scrittura automatica.

I coniugi Verrico, in seguito, adottano il termine psicoscrittura per in la pratica della scrittura automatica, riprendendo a modello le teorie di Sudre.

Spesso nello spiritismo viene usata anche l’espressione scrittura medianica, o scrittura spiritica, con la quale si intende il prodotto di una comunicazione con l’aldilà o un’altra dimensione.
Recentemente la nota sensitiva Laura Casu ha proposto nel suo libro Il Maestro Interiore di chiamare questo fenomeno comunicazione alternativa: “dobbiamo considerare il termine scrittura automatica in parte improprio, perché pur mantenendo le caratteristiche dell’ automatism o psicologico per quanto riguarda il gesto dello scrivere, si differenzia totalmente da altri automatismi per lo svolgersi successivo del fenomeno, che sembra comprendere, appunto, la sfera psichica, come per gli altri automatismi, ma in maniera autonoma e dissociata, inoltre intellettivamente creativa in modo proprio. Volendo ipotizzare un termine più consono direi Comunicazione Alternativa” (Casu, 1995, p. 43).

 

2. Ipotesi di classificazione

Nonostante la vastità e la complessità ditale argomento’ è possibile avanzare delle ipotesi di classificazione in base ai modi scriventi, alla messaggistica (messaggi provenienti da defunti, spiriti guida, energie di luce o messaggi di tipo letterario, filosofico) e all’ interpretazione stessa del fenomeno. La prima classificazione ad esempio suddivide la scrittura automatica in diretta o indiretta.
Nella scrittura indiretta è il medium che scrive, in genere senza aver consapevolezza di ciò che sta scrivendo; in quella diretta, detta anche pneumatografia, il medium rimane inattivo, in stato di trance o meno, mentre la penna scrive da sola sudi un foglio di carta.

Tra le ipotesi interpretative del fenomeno, tre sono le principali correnti che emergono:

– -interpretazione spiritica;
– interpretazione parapsicologica;
– interpretazione psicologica, psicanalitica.
Secondo l’interpretazione spiritica, innumerevoli sono le prove che dimostrerebbero l’esistenza di una intelligenza completamente indipendente da colui che scrive. Allan Kadec, il caposcuola dello spiritismo europeo, nel Libro dei Medium, tratta in maniera approfondita il problema della scrittura automatica, cercando di fornire una guida a tale fenomeno.

 
CONSIDERAZIONI GRAFOLOGICHE

 

1) Non esiste un modello fisso di scrittura automatica, però,dalle esperienze descritte da alcuni celebri automatismi del secolo scorso, da indagini svolte in campo medico, dalle scritture presentate in questo studio, alcune modalità grafiche sembrano ripetersi costantemente.
2) Nella maggior parte dei casi, la scrittura automatica, presenta un percorso di variazioni grafiche che va dai primi tentativi, o dalle prime parole che si interrano dal tracciato grafico, alla compilazione di messaggi completi. Si può dunque parlare di diversi livelli di scrittura automatica o di vari gradi di automatismo. E’ possibile idealmente dividere la scrittura automatica in tre fasi o livelli: fase iniziale,fase centrale, fase di maturazione.
3) Le scritture in esame non si trovano tutte allo stesso livello

 

Fase iniziale: Nella fase iniziale solitamente vengono tracciati dei segni simili agli scarabocchi del bambino. Spesso si descrivono anche delle forme circolari, a spirale, circonvoluzioni, movimenti ondulatori che si sviluppano per l’intero rigo, tornando a capo in un unico movimento.
Si può presentare anche un tracciato formato da una serie di puntini continui, o di aste che procedono a zig zag in direzione orizzontale. In seguito cominciano a delinearsi le prime lettere, se pure in modo molto deformato: in particolare si evidenziano le aste verticali, come la t, la p, la d e poi anche la I e la g. In questa fase le lettere a, in, e, i, o, u, s, si confondono tra loro, per l’eccessiva dilatazione del gesto e contorsione del tracciato, provocando spesso una lettura delle prime parole più interpretativa che oggettiva.
Il ritmo grafico, in questa fase, non è necessariamente veloce. Si riscontrano anche grafie lente, in cui le prime parole vengono tracciate in modo rigidamente calligrafico con lunghe asteggiate sproporzionate rispetto al corpo centrale della scrittura.
Seconda e terza fase. Tra la seconda e la terza fase si possono collocare le scritture in esame. Infatti il medium ha superato la fase della formazione delle prime parole, per passare alla formulazione di frasi, periodi, messaggi di intere pagine. Le lettere presentano una loro struttura anche se spesso in un contesto grafico confuso.
Nell’ esaminare le principali variazioni grafiche che caratterizzano le scritture automatiche rispetto alle corrispondenti scritture abituali, si terrà conto anche dei fattori esterni e cioè delle modalità strumentali ed esecutive con cui viene eseguito lo scritto.
Di solito nella fase iniziale viene usato un pennarello, o una penna ad inchiostro liquido, o una matita, per facilitare lo scorrimento dello strumento scrittorio sulla carta. In un secondo momento, quando si è “acquisita una certa pratica della scrittura”, alcuni utilizzano indifferentemente anche la penna a sfera.
La penna può essere tenuta in modi diversi: o normalmente tra pollice ed indice appoggiando la mano sul piano di appoggio, o con una presa molto lunga, afferrandola cioè nella parte superiore. Quest’ultima posizione è accompagnata spesso dal gomito sollevato per permettere un movimento più ampio ma nello stesso tempo meno coordinato.
La penna (o meglio il pennarello) in casi più rari è appoggiata sul palmo della mano che è tenuto in posizione verticale rispetto al foglio, e procede durante la scrittura in direzione verticale.
La scrittura automatica può essere vergata da sinistra verso destra, o viceversa, o come accennato dall’alto verso il basso.
Nella scrittura automatica può essere utilizzata, indipendentemente dalla mano abituale, sia la destra che la sinistra e in casi molto rari tutte e due simultaneamente.
Da quanto detto ne consegue che il modo con cui si tiene la penna influisce sulla qualità della grafia. causando variazioni della distribuzione pressoria lungo i singoli tratti grafici e sui livelli di velocità del movimento (Bravo, 1998).

 
Si aggiunge che una presa della penna molto lunga comporta una variazione dell’angolo di incidenza della punta scrivente sulla superficie della carta (Saudek, 1925).
Inoltre la posizione del gomito sollevata causa un assorbimento di energia a livello di spalla. di braccio e di avambraccio che condiziona l’energia liberata.
Esaminando le principali costanti grafiche che emergono dalle scritture automatiche in esame, si evidenzieranno per prime le componenti dinamiche che caratterizzano il movimento formativo della scrittura, quali la velocità, l’energia e l’ampiezza.
In riferimento alle suddette componenti si rilevano le seguenti caratteristiche (cfr. figure, 1, 2 e3): 1) Ritmo grafomotorio estremamente veloce caratterizzato da impulsi incontrollati che alterano vistosamente l’armonia delle proporzioni. 2) Pressione fortemente fluidificata nella distribuzione. 3) Ampiezze grafiche contenenti forme esageratamente ampie e sproporzlonate
In particolare l’energia pressoria essendo attivatrice del movimento scrittorio nelle componenti di ampiezza e velocità subisce poi gli effetti di dette componenti.
 
Nelle scritture automatiche, pertanto, la pressione segue l’eccessiva velocità esecutiva, canalizzandosi senza chiaro scuri, uniformemente, ma non in modo piatto, lungo il tracciato.
Una scrittura non automatica, “normale”, per quanto possa avere elementi di accelerazione, non li avrebbe in modo uniforme, ma solo in alcuni punti. La scrittura infatti presenterebbe una velocità non isocrona, con settoriale accelerazione, con elementi grafici che segnalerebbero anche una sbrigatività intensa, ma che poi ritornerebbe ad una normalità.
Nella scrittura automatica, invece, il ritmo rimane costantemente alterato. L’eccessiva velocità conseguentemente sbilancia le altre componenti dinamiche della scrittura rompendone l’equilibrio armonico. Da ciò la pressione si diluisce lungo il tracciato con forte scorrevolezza.
 

Altre caratteristiche grafiche ricorrenti costantemente nelle grafie automatiche, sono:

l)Occupazione totale dello spazio.

2)Continuità del tracciato grafico tra lettere, tra parole e tra righi, con passaggio rapido dalla fine di un rigo all’inizio dell’altro.

3)Forte dilatazione dei tratti letterali, con presenza di contorsioni, grovigli, fino a punti di confusione tra parole e righe.

4)Punti di stentatezza del tracciato costituiti da scosse (deviazioni repentine a zig zag) ed inceppamenti.

5)Assenza quasi totale del largo tra parole, o indistinto dal largo tra lettere.

6)Andamento ascendente del rigo.

7)Assenza generale di: puntini delle i, tagli delle t, accenti ed interpunzione.

8)Forme letterali simili al modello scolastico o calligrafico. Ad esempio le m e le n tracciate a ghirlanda nella scrittura abituale diventano ad arco nella scrittura automatica.

Il messaggio generalmente ha un senso logico, di mediocre leggibilità Si intende precisare che le suddette caratteristiche grafiche si riscontrano costantemente nella fase che a scopo orientativo abbiamo definito centrale.
Può far seguito, una terza fase, detta di maturazione. Attualmente molti medium, dicono di essere passati, dopo un certo tempo di pratica della scrittura automatica, ad un livello superiore. Il messaggio cioè viene quali percepito interiormente e poi scritto, con la partecipazione della propria volontà. La scrittura, fanno notare, è uguale a quella abituale.
La terza fase, potrebbe essere definita come il passaggio dalla scrittura automatica alla scrittura ispirata, ma aggiungiamo, di derivazione automatica.
Man mano che aumenta la coscienza di ciò che si scrive, inevitabilmente la grafia tende a modificarsi nelle caratteristiche seguenti:
riduzione della velocità esecutiva;
maggiore differenziazione pressoria;
maggiore equilibrio delle ampiezze verticali ed orizzontali;
maggiore spazio tra parole;
maggiore discontinuità del tracciato (attacchi e stacchi);
– maggiore personalizzazione scrittoria;
inserimento di puntini delle i, tagli delle t, accenti, interpunzione;
A volte in una stessa scrittura automatica possono presentarsi caratteristiche grafiche che comprendono più fasi. Ci sono infatti casi di interazione tra i vari livelli non facilmente classificabili, mentre altri casi rimangono inspiegabili.
Uno dei problemi principali che hanno animato il dibattito tra spiritisti e animisti è sicuramente quello dell’identità spiritica, cioè l’identificazione della personalità comunicante con quella che tale personalità afferma di essere.
In merito alla scrittura medianica ci sono casi in cui i messaggi ti riproducono, secondo quanto testimoniano le fonti bibliografiche, esattamente la scrittura della persona evocata, costituendo una pro favore della teoria spiritica.

 

Del seguente caso non si hanno informazioni specifiche. Si sa solo la signora Marchetti di 52 anni, è una nota medium che da molti pratica la scrittura automatica. Molte entità sarebbero in comunicazione con lei, ma in particolare sostiene che, quando riceve i messaggi da parte di padre Pio, la scrittura automatica diventa identica a quella del frate.
Nella scrittura della medium (figura 4) si riscontrano i seguenti segni grafologici:
Intozzata 1° e 2°modo. Calibro medio piccolo. Forte pendenza. Slanciata primo tipo. Aste rette. Prevalente Attaccata. Omogeneità dei parametri grafici.
La scrittura di padre Pio da Pietralcina (figura 5) si caratterizzaper i segni Intozzata 1° e 2°modo, Calibro medio piccolo, Pendente,aste concave a destra e rette, prevalente Attaccata.
La scrittura automatica della signora Marchetti (figura 6) presenta i seguenti segni: Veloce. Calibro piccolo. Forte pendenza. Stiramenti orizzontali dei tratti grafici. Abbassamento delle altezze delle minuscole maggiori. Incompletezza delle forme e precipitosità del gesto.
La scrittura automatica presenta sostanzialmente tutte le caratteristiche grafodinarniche della mano della medium: l’occupazione dello spazio è piuttosto invadente e invasiva come de tano in particolare i segni Pendente in alto grado, Attaccata ugualmente in alto grado, Largo tra lettere e Profusa. Le righe risultano ben distanziate sia nella scrittura spontanea sia in quella automatica, e non danno luogo a incroci o sovrapposizioni di tracciati. Anche il gesto di collegamento tra paragrafi non si sovrappone praticamente mai a lettere o parole già scritte.
l’andamento sul rigo è caratterizzato da discreta tenuta e da una particolare leggera concavità. Corrispondente risulta anche la caratteristica caduta finale di qualche rigo che viene chiamata “a coda di volpe”.

4. Alcune considerazioni peritali sul caso Marchetti

la leggibilità, nonostante la discreta personalizzazione del modello scolastico, è notevole anche se contestuale.
– la cura grafica presenta qualche aspetto di compitezza anche se questa viene attenuata dalla debole spontaneità esecutiva.
– la pressione grafica è caratterizzata da un notevole grado di filiformità e ciò, grafologicamente, unito all’ alto grado di Pendente, costituisce un indice significativo di forte sensibilità e verosimilmente di sensitività.
– l’esecuzione delle singole lettere omologhe, sia dal punto di vista dell’ideazione del movimento che del risultato formale, è pienamente coincidente tanto che è superfluo elencarle singolarmente. Solo a titolo di esempio si fanno notare:
– la lettera “G” con il caratteristico riccio iniziale (cfr. “Gente” nella scrittura spontanea e “Gesù” in quella automatica);
– la lettera “f”’ con il risvolto angoloso alla base e con la frequente formazione di un triangolo nella parte bassa della lettera;
– la lettera “b” eseguita secondo il modello scolastico e collegata con la lettera successiva.
La scrittura di Padre Pio, rispetto alla scrittura automatica della medium, manifesta, tra le altre, le seguenti divergenze:
– il ritmo risulta più contenuto e accurato;
– le aste superiori sono molto sviluppate e creano un certo squilibrio rispetto al Calibro e allo sviluppo della zona inferiore;
– la tenuta del rigo è più lineare e rigida;
– la pressione, pur manifestando momenti e aspetti di filiformità (occorrerebbe esaminare l’originale per poterne stabilire meglio la qualità), presenta elementi di non omogeneità e tratti meno netti (forse però dovuti allo strumento scrittorio utilizzato);
Per quanto riguarda l’esecuzione di singole lettere, si segnalano le differenze relative:
– alle lettere “D” e “S ” più accurate e calligrafiche;
– alla lettera “b” che nella parte finale si richiude su se stessa piuttosto che proiettarsi verso destra;
– alla lettera “f " che segue il modello calligrafico;
– alla lettera “v ” staccata dalla successiva;
L’accentuazione della pendenza e il Calibro medio piccolo rendono simili le tre scritture. Si osserva infatti che tra la grafia di padre Pio e quella abituale della medium esistono già delle siniilarità casuali dovute appunto al Calibro, alla pendenza, alla prevalente Attaccata e allo stiramento dei tratti in linea orizzontale.
Rispetto a quella automatica, pertanto, la grafia abituale della medium è molto più simile a quella di padre Pio. Le similarità presenti riguardano però solo l’aspetto formale delle grafie.
Si rilevano invece differenze grafodinamiche notevoli che evidenziano come le due scritture provengano da due mani diverse.

 

Scritture A grafia della medium B grafia automatica medium C grafia autografa di padre pio

 

5. Conclusioni
Dallo studio delle scritture automatiche in esame, con il metodo grafologico si è cercato di dare un contributo alla comprensione di un fenomeno che, nonostante gli studi e le sperimentazioni condotte in passato rimane ancora, almeno in parte, avvolto nel mistero.
In particolare dallo studio svolto è emerso che non esiste un modello fisso di scrittura automatica, ma che tuttavia alcune caratteristiche grafiche, sembrano ripetersi costantemente, quali l’estrema velocità esecutoria, la pressione fortemente fluidificata nella esecuzione del tracciato, le ampiezze grafiche esageratamente sviluppate, una continuità di tracciato tra lettere, parole e righe.
Tali caratteristiche segnalano un’ alterazione delle componenti grafo-motorie rispetto alla grafia normale. Ne consegue un insegnamento di estrema prudenza che il grafologo deve tenere nell’ affrontare casi di scrittura automatica.
Molto interessanti sono i risvolti di natura peritale nei casi di analisi di grafie eseguite da medium, evocando persone defunte delle quali sono riprodotte le grafie.
Si è riscontrato che in questo ambito il grafologo potrebbe incontrare non poche insidie, come nel caso Marchetti, in cui la scrittura della medium presenta alcune analogie con quella autografa evocata.
Nonostante le evidenti e in alcuni casi suggestive similarità delle scritture esaminate, si è riscontrata tuttavia una diversa natura grafomotoria. Da ciò si deduce che, ai fini identjficatori, non è sufficiente una riproduzione fedele delle forme, se sono diverse le movenze di fondo che strutturano e qualificano una gestualità grafica.
Sotto questo punto di vista, il metodo grafologico, se applicato correttamente può fornire un notevole aiuto per uscire dalle insidie derivanti dall’uso eventuale di scritture medianiche, specialmente quando sono utilizzate all’insaputa del grafologo-perito.

 

Tesi di Carlo Bastarelli ( grafologo consulente diplomato presso la Scuola diretta a fini speciali di studi grafologici dell’Università di Urbino)

 
 
 

 

Edda CattaniLa scrittura automatica
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Dallo spiritismo alla “ricerca psichica”

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Dallo Spiritismo alla Ricerca Psichica e alla Parapsicologia

 


La seconda metà dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento sono caratterizzati dalla grande Medianità che si esprime attraverso Medium di eccezionali capacità. Verso gli anni Trenta di questo secolo il panorama cambia totalmente e l'attenzione si sposta a quei fenomeni che costituiscono la base moderna della parapsicologia e sono attribuibili esclusivamente all'uomo. Si continuano a studiare i medium, ma viene data la preferenza a fenomeni suscettibili di sperimentazione in laboratorio e di valutazione statistica: nasce la parapsicologia quantitativa. Essa consiste nello studiare sperimentalmente casi molto semplici, ripetuti migliaia di volte in varie condizioni, anche con soggetti dotati di scarsissima sensitività.
Nell'ultimo decennio del secolo scorso, inoltre, l'applicazione dell'Ipnotismo nella cura degli isterici portò, grazie agli studi di Sigmund Freud e di Josef Breuer, alla nascita di una nuova scienza, la Psicoanalisi. Questa ben presto, oltre ad una valenza terapeutica si sviluppò come tecnica di interpretazione dei contenuti della psiche. Man mano essa si allargò a una concezione generale della realtà e dei rapporti tra psiche e corpo. Contemporaneamente, però, aumentarono le difficoltà teoriche e pratiche, e anche le divergenze tra i seguaci della stessa dottrina psicoanalitica. Si arrivò, così, alla separazione tra Carl Gustav Jung e il suo maestro Sigmund Freud, considerato il padre della Psicologia del profondo. Nel tempo la Psicoanalisi ha portato alla nascita di diverse ramificazioni rispetto alla teoria originale, costituendo però, una base per lo studio dell'interiorità dell'uomo.
Alla Duke University di Durham nella Carolina del Nord (università privata come tante altre negli USA) fu fondata nel 1927 una facoltà di Psicologia, la cui direzione fu offerta al professor William Mac Dougall. Questi, insieme ad altri psicologi (come William James e Gardner Murphy) si interessava di Ricerca Psichica. Mac Dougall una volta nominato alla Duke University si fece raggiungere da una giovane coppia che aveva conosciuto alla Harward University di Boston. Si trattava di Joseph Banks Rhine e sua moglie Louise. Grazie a J.B. Rhine nasce la Parapsicologia moderna di cui egli è unanimemente considerato il fondatore. Da questo momento lo studio della fenomenologia paranormale approda nelle università, che nel 1933 Willem Tenhaeff nell'Università di Utrecht è il primo libero docente di Parapsicologia in una cattedra universitaria. Con gli esperimenti sui fenomeni di Telepatia, Chiaroveggenza e Precognizione da parte di Rhine (che li unificò sotto il termine ESP, Percezione Extra-Sensoriale) si parla di una parapsicologia quantitativa, tuttavia non viene abbandonata quella qualitativa ogni qualvolta si presentino Sensitivi eccezionali. Questo è il caso di Gerard Croiset, in Olanda, preso in esame da Willem Tenhaeff per le sue doti di Chiaroveggenza e Precognizione e di Gustavo A. Rol in Italia, per la sua Sensitività ad Effetti Fisici.
Mentre la ricerca proseguiva nei laboratori – dove venivano analizzati soprattutto i fenomeni della Telepatia, della Chiaroveggenza, della Precognizione e della Psicocinesi – i Fenomeni Medianici continuavano a presentarsi.


Ricerca Psichica

 

http://www.ricercapsichica.it

Definizione


Il termine Ricerca Psichica è la traduzione dell'espress
ione inglese Psychical Research adottata ufficialmente nel 1882 dai ricercatori inglesi della S.P.R. per indicare lo studio dei Fenomeni Paranormali. ma non era, però, l'unico a definire tale studio. Nel 1905 Richet indicò lo studio "di tutti i fenomeni meccanici o psichici che sembravano dovuti a forze intelligenti sconosciute o a fattori intelligenti latenti nell' inconscio umano" con il termine Metapsichica, che venne utilizzato, poi, in Francia e in Italia. Alla fine del 1800, invece, il medico tedesco M. Dessoir aveva creato il termine Parapsicologia, che venne preferibilmente usato in Germania e nei paesi germanici. Al Congresso Internazionale di Parapsicologia tenuto a Utrecht nel 1953 venne proposto che lo studio dei fenomeni paranormali venisse universalmente conosciuto con il nome Parapsicologia.
Tuttavia, nonostante la differenza etimologica i termini Ricerca Psichica e Parapsicologia vengono utilizzati indifferentemente. La medianità ad alto livello intellettivo
La seconda metà dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento sono caratterizzati dalla grande Medianità che si esprime attraverso Medium di eccezionali capacità. Verso gli anni Trenta di questo secolo il panorama cambia totalmente e l'attenzione si sposta a quei fenomeni che costituiscono la base moderna della parapsicologia e sono attribuibili esclusivamente all'uomo. Si continuano a studiare i medium, ma viene data la preferenza a fenomeni suscettibili di sperimentazione in laboratorio e di valutazione statistica: nasce la parapsicologia quantitativa. Essa consiste nello studiare sperimentalmente casi molto semplici, ripetuti migliaia di volte in varie condizioni, anche con soggetti dotati di scarsissima sensitività.
Mentre la ricerca proseguiva nei laboratori – dove venivano analizzati soprattutto i fenomeni della Telepatia, della Chiaroveggenza, della Precognizione e della Psicocinesi – i Fenomeni Medianici continuavano a presentarsi. Negli anni Venti e Trenta l'entità Symbole aveva dettato importanti Comunicazioni alla medium francese Jeanne Laval, mentre in Italia una voce aveva trasmesso al sensitivo Pietro Ubaldi una serie di messaggi in cui venivano trattati i rapporti che intercorrono tra spirito e materia. Fu dal secondo dopoguerra che si ebbe una svolta nella Medianità intellettiva. In Italia negli anni 1945-1946 cominciano a svilupparsi le medianità di due sensitivi eccezionali: Roberto Setti, a Firenze, e Corrado Piancastelli, a Napoli. Attraverso essi si è avuta una ricchissima produzione di Comunicazioni Medianiche ad alto livello intellettivo. Il gruppo formatosi attorno a Roberto Setti, denominatosi Cerchio Firenze 77, ha raccolto e pubblicato in volumi la ricca produzione di messaggi ottenuti in quarant'anni di medianità, mentre quello riunito attorno a Corrado Piancastelli, facente capo al Centro Italiano di Parapsicologia (CIP) raccoglie e pubblica le comunicazioni nella rivista bimestrale CDA (Comunicazioni dell'Entità A). Nel 1963, invece, attraverso una scrittrice americana, Jane Roberts, una entità cominciò ad inviare Comunicazioni non meno valide.


LA MEDIANITA’

 


La medianità è appunto la facoltà specifica dei medium, ovvero di quei sensitivi che fungono da mezzi, da tramite tra il mondo della realtà più visibile e banale e la realtà più profonda, misteriosa e nascosta. Come dicevo nella sezione dedicata alla parapsicologia i medium sembrano intervenire direttamente con la personalità dei defunti, con l'anima del nostro passato, con la storia e le vicende della nostra umanità. Tutto questo è per noi abbastanza normale e la nostra capacità viene naturalmente crescendo man mano che leggiamo, interpretiamo e divulghiamo i pensieri dell'umanità, soprattutto passata e defunta, attaverso i nostri sogni, i nostri scritti ed il nostro linguaggio.

Così come nell'antichità i vari eroi si recavano in viaggio nell'oltretomba per carpire i segreti dei grandi del passato, così anche noi come Enea, Dante o altri visitiamo sempre il mondo dei morti e come negli antichi presagi portati dai sogni le profezie e le precognizioni che ne ricaviamo non sono mai troppo buone, anzi sono in genere sempre presagi di morte, di catastrofe e di malattia. Ma è proprio per questo che il medium deve intervenire, per cercare di modificare l'evolversi e lo sviluppo degli eventi negativi, trasformandoli attraverso la propria sensibilità e la propria conoscenza in eventi positivi o almeno di gran lunga meno dannosi. Ora qui non voglio dilungarmi troppo su queste tematiche piuttosto complesse, ma vi basti sapere che noi siamo la morte in vita e la vita in morte. Noi siamo come i veri maghi, i veri poeti, i veri folli, noi non siamo altro che medium.
MORIRE, DORMIRE; DORMIRE, FORSE SOGNARE!
Dunque non abbiamo nulla a che vedere con lo spiritismo, con fenomeni psico-biodinamici o spiritoidi, ma ci occupiamo solo della morte e della vita da un punto di vista estremamente scientifico, filosofico, letterario e poetico. La nostra insomma non è altro che una ricerca psichica e intellettuale di natura filosofica all'interno dei meandri del caos e dell'assurdo dell'esistenza umana ed il nostro scopo principale è quello di sconfiggere la paura della morte, anche perché chi impara a non temere la morte impara a non servire, a non essere schiavo e diventa una persona libera, un'entità che può servire a qualcosa senza per questo dover supinamente servire la stupidità del potere organizzato. Per questo noi abbiamo sempre approfondito le tematiche della morte e del dolore per poter così meglio capire i nostri desideri, i nostri sogni e scoprire finalmente la felicità, la serenità, l'amore e perché no, forse anche la morte.

Apprendere a morire infatti significa imparare a vivere e poi in fondo come diceva Freud …………..
La nostra più acerrima lotta dunque non è con l'al di là, entità culturale e spazio temporale di cui siamo in intima correlazione oggettiva, ma è contro la stupida banalità dell'al di quà, dove si concentrano infatti tutte le malefiche negatività delle più vanitose, mostruose e avide forze dell'autorità e della stupidità. Mitigate dunque le vostre paure e ricercate la vostra strada, approfondite la vostra conoscenza e sviluppate la vostra umanità, uccidete il vostro egoismo e liberate la vostra comunicatività, solo così potrete sperare di migliorare la vostra serenità terrena ed ultraterrena! Per iniziare dunque ad approfondire la vostra capacità medianica vi metto a disposizione una vasta scelta di aforismi sulla morte e sul'arte di morire, il tutto ovviamente sperando di darvi delle buone idee per vivere meglio.

Sensitivo

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Un individuo che sa raggiungere i livelli superiori. La capacità di ricevere le impressioni, vibrazioni, che sono oltre quelle di solito percepite dai cinque sensi.
Molti potrebbero arguire che tutti sono sensitivi in gradi distinti, ma il termine tende ad assumere un valore maggiore per coloro che in effetti si vi rapportano per processare le influenze dei livelli superiori. Come nel caso di tutte le capacità psichiche, alcuni possiedono determinati doni, mentre altri devono focalizzarsi maggiormente sul loro sviluppo. Il sensitivo non deve per forza essere un medium, a meno che lui/lei sia abbastanza sensibile da controllare un'entità disincarnata.
In termini spirituali per sensitivo si intende l'anima. Quello che è meramente psichico non eguaglia lo spirituale, dato che in questo contesto ci si riferisce al termine "percezione-extrasensoriale" che può non avere alcuna relazione con la natura spirituale, ma risulta una semplice estensione dei sensi fisici.
La scrittura automatica è una capacità psichica, ma è pure una delle meno affidabili, dato che richiede una maggiore distinzione tra i pensieri di questo mondo e quelli l'altra parte.
Una delle grandi limitazioni di molti sensitivi risiede nell'essere emotivamente coinvolti con un individuo o un concetto. Il che blocca o limita le informazioni che di norma invece riceverebbero.
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La morte giovane

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Questa relazione mi viene dall'Associazione Solange, dove mi recherò il prossimo 9 dicembre per tenere un incontro. Propongo questo documento di un grande medium, quale è tuttora Corrado Piancastelli, che vale la pena di rivisitare. E' un laico che parla… e termina: "… In questa chiave di lettura ha ragione Teillard De Chardin quando dice che “noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana”. Sull'elaborazione del lutto io partirò da ben altro: “In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo perché noi avessimo la vita per mezzo di lui”.  (1Gv 4,9)

Sulla morte giovane


di Corrado Piancastelli

 

Convegno del 10 gennaio 2004 presso l’Hotel S. Lucia di Napoli

(Organizzato dall’Associazione “Solange” – Napoli)
 

 

           Normalmente nei congressi di parapsicologia cerco di affrontare i problemi in chiave scientifica e i miei interventi possono anche apparire insoliti perché le persone – dal momento che sono anche un sensitivo – forse si aspettano da me racconti più o meno fantastici che non amo fare.

      Sono stato a lungo uno psicoterapeuta e come tale mi sono prevalentemente occupato di tossicodipendenze e di devianze giovanili, dei problemi legati alla droga: le sofferenze dei giovani si possono affrontare solo con metodi razionali, non con atti di fede o con invocazioni mistiche o affidandosi alla volontà di Dio. Questa esperienza ha stabilizzato la mia razionalità di fondo e mi ha trasmesso un metodo che, però, non ho mai usato in modo estremo, ma era comunque un metodo di lavoro che poi mi è servito anche nella ricerca del paranormale.

          Dalla pratica psicoterapeutica sono poi passato alla filosofia della mente e questo è il mio lavoro attuale. Ma, naturalmente, il contributo che ho dato alla parapsicologia (si pensi, per fare solo due esempi, al “Rapporto dalla Dimensione X, Colloqui con “A” e ad altri, scritti sul mio caso da Giorgio di Simone, fino al mio libro autobiografico “Il sorriso di Giano”) e il fatto di essere anche un sensitivo da quando avevo solo 15 anni, hanno inciso profondamente in tutto l’arco del mio lavoro. E’ un’intera esistenza, la mia, passata a cercare di dare alla parapsicologia qualche punto di appoggio solido. Questa modalità di lavoro, in filosofia come nelle scienze, viene rappresentata come ricerca epistemologica di un problema. Oscillando tra istinto per così dire medianico, con le sue possibilità di entrare in altri mondi e le esigenze legate ai metodi della scienza, sono diventato io stesso la maschera del Giano bifronte con la possibilità, cioè, di guardare verso lo stesso punto da due orizzonti diversi.

Credo che qualsiasi ricercatore, che sia anche filosofo, si trovi in questa situazione ambigua. Un maestro d’eccellenza quale fu Gustav Jung si trovò nella stessa situazione. Jung discorreva nel suo giardino con una voce interiore a cui aveva dato il nome di Filemone e nella vita fu un scienziato irreprensibile stimato in tutto il mondo.

“Filemone – ha lasciato scritto Jung – rappresentava una forza che non ero io [….] e mi diceva cose che io coscientemente non avevo pensato, e osservai chiaramente che era lui a parlare, non io.” […..]. “Per me era una figura misteriosa. A volte mi sembrava reale proprio come se fosse una persona viva. Passeggiavo con lui su e giù per il giardino ed era per me ciò che gli indiani chiamano un guru”.

          Dico queste cose non per ostentare un parallelismo con il grande Jung, ci mancherebbe altro, ma perché abbiate intero il quadro che fa da sfondo alla mia vita, vissuta continuamente tra dubbi, certezze e ipotesi di lavoro.

Questo tipo non facile di vita mi ha portato a dubitare e a confermare. Un’oscillazione culturale la cui lezione preziosa in tal senso, guarda caso, me l’ha data proprio il mio maestro spirituale, quell’Entità “A” per la quale il nostro lavoro umano deve consistere nel produrre continuamente domande anche se sappiamo che non a tutte possiamo dare risposte: è il lavoro principale della filosofia e della ricerca in generale e qualsiasi vero filosofo sarebbe d’accordo con questa impostazione.

         “Dubita sempre delle risposte troppo facili, di quelle retoriche o irrazionali, mi ha continuamente ripetuto “Andrea” , anzitutto perché sulla Terra non è possibile accedere alle verità assolute. Ciò nonostante interrogati ogni volta se c’è un senso nelle risposte che ottieni. Dopo averle ricevute riponi le stesse domande senza mai stancarti ma senza dimenticare che hai pure un cuore e anche il cuore vuole risposte”.

           Avere un cuore significa accettare anzitutto che la scienza ha i suoi limiti, oltre i quali bisogna dare un senso anche a ciò che, che per sua natura, non può essere esaminato al microscopio, come la coscienza superiore, la creatività, i desideri, l’immaginazione, i sentimenti, la poesia. Questa scelta di posizione tra rigore matematico e la invisibile ma egualmente reale vita interiore (alla quale pur bisogna dare voce) determina in noi una continua oscillazione tra il certo e l’incerto, tra il possibile e l’inverosimile, tra il vero e il falso, tra illusione e verità. Ciò è causa di tormento culturale e morale e di continua impossibilità a decidere tra ciò che è giusto e ciò che non lo é. Questa, però, come tutta la tradizione filosofica insegna, è la vera posizione del filosofo.

            Di questo comunque non parlerò stamani ma in un’altra conferenza che integrerà questa di oggi che terrò sempre a Napoli, in febbraio, in un altro convegno di parapsicologia parallelo a questo.

          Oggi voglio parlare con voi del dolore e della morte giovane. Ma devo fare subito una premessa: sono un laico fin nelle ossa e odio la retorica e il sentimentalismo quando sono fini a se stessi. Ho fede principalmente nella ragione illuministica ritenendo questa un dono di Dio. Quindi vi dirò le cose che molti di voi vorrebbero dire ma non osano perché ingabbiati in una visione fideistica che rifiuta la ragione e si abbandona alla sola speranza perdendosi dietro il desiderio. Mi prendo la responsabilità di parlare con la rabbia – come ho sentito fare a molti – di chi si vede sottratto un figlio innocente e si pone il terribile perché sia potuto accadere proprio a lui un evento così devastante. Spero, però, che le mie riflessioni servano anche a chi è venuto qui senza lutti personali, ma solo per capire come stanno le cose.

            Uno come me che ha passato la vita a interrogarsi, ad ascoltare il dolore degli altri che mi chiedono conforto e speranza, uno come me che per oltre 50 anni ha interrogato la propria sensitività e la propria coscienza a contatto con una Entità ormai mitica nella storia del paranormale, uno come me che è vissuto per tanto tempo con un maestro del genere, si è posto come voi le stesse domande come le formulai quando, bambino, vidi morire un mio piccolo amico di appena dodici anni e sentii le urla dei genitori davanti al figlio morto. Quel mio piccolo amico e i suoi genitori non avevano fatto nulla di male, erano finanche persone religiose che credevano in Dio e andavano a Messa tutte le domeniche. Leonardo, così si chiamava il mio piccolo amico, era finito sotto un tram e restai tramortito dall’insolente violenza della sorte verso un innocente. Così vissi quella esperienza terribile.

 Perché?, mi chiesi.

Perché proprio lui e non un altro? Perché non un boss che ha sulla coscienza diecine di morti? Perché non un killer che uccide a sangue freddo?

            Dove sono la giustizia di Dio, l’amore di Dio, la sua paterna misericordia, se davanti a noi, nel mondo, c’è solo morte, violenza, malattia e tormento di ogni specie?

           Perché deve morire un ragazzo lasciando nello squallore del dolore i genitori indifesi che non riescono a dare un senso a questa violenza della morte giovane e rischiano finanche di incattivirsi nella cupezza della perdita a cui non sanno dare una spiegazione?

           Così mi vissi la rabbia e il dolore quando morì il mio giovane amico tanto tempo fa.

           Lo ripeto, sono un laico che però ha avuto la fortuna di incontrare un maestro spirituale e da lui ho appreso che essere laici non significa essere atei e non riconoscere ciò che chiamiamo il senso del sacro e della divinità. Laico significa usare il dono di Dio della ragione. Perché la ragione è più importante della fede. Lo é per il solo fatto che la ragione l’abbiamo tutti, al contrario della fede che l’hanno solo alcuni e non certo per meriti personali. Lo so, dicono che la fede sia un dono di Dio. Io, invece, sono d’accordo con Pascal, il quale si chiedeva: se la fede è un dono di Dio perché alcuni ce l’hanno e altri no?

          Non sarebbe, questo dono, dato solo ad alcuni, una vera ingiustizia? Ma poi: la fede serve veramente a giustificare un immenso dolore o è solo utilizzabile come un sedativo?

         Vi risponderanno che non possiamo conoscere i disegni di Dio. Ma quali disegni? I disegni si vedono dagli effetti che producono e io mi rifiuto di pensare che Dio, nei suoi disegni, comprenda le morti innocenti di milioni di persone indifese e lo strazio dei sopravvissuti.

           Questo Dio biblico che semina morte non é il Dio amorevole di cui tutti abbiamo sentito parlare fin da quando siamo nati. Non può trattarsi dello stesso Dio che conserva la vita ad alcuni e, nel suo disegno, la toglie ad altri. E’ un disegno, se lo è, del tutto incomprensibile, talmente incomprensibile da somigliare a quello di un killer che spara da lontano nel mucchio preso da un raptus di follia.

 Io la vedo così e ne deduco che deve esserci un’altra spiegazione.

La vita umana vede continuamente il successo dei violenti e la morte dei deboli. Più si è vittime più si è perdenti, più si è ingiusti e accaparratori e più si vince. Dov’è Dio in questa vacanza della giustizia? Dov’è il suo amore, la sua pietas?

…fine prima parte…

 

Seconda parte

 

Ad Aushwitz furono annientati milioni di ebrei e ancora oggi, nel mondo, ogni anno muoiono letteralmente di fame almeno 10 milioni di bambini e non c’è nessun Dio e nessuno Stato che interviene per salvarli dall’atroce morte per inedia fisica.

          Wiesel, raccontando dell’impiccagione di tre prigionieri in un campo nazista, tra cui un bambino dagli occhi tristi, così scrisse: “Dov’è dunque Dio? Dov’è? Eccolo: è appeso lì, su quella forca!”.

         E ancora Adorno, ripreso da Jonas: “Nessuna parola risuonante dall’alto, neppure teologica, ha un suo diritto di essere immodificata dopo Aushwitz”.

         Un bambino di dieci anni trucidato dalla marmaglia nazista che ha disonorato la specie umana. Non riesco a pensare in modo logico e lucido ad una cosa del genere. Perdere un figlio giovane per malattia o incidente è tragico, vederlo addirittura impiccato per puri motivi ideologici è doppiamente tragico, è finanche spiritualmente intollerabile.

         Noi e i nostri figli siamo legati con un nodo inestricabile che nessuno può sciogliere. Forse dipenderà dalla nostra natura biologica, forse da quella spirituale e psichica o forse dall’intreccio di questi tre fattori. Qualunque ne sia la causa questo nodo esiste e ce lo viviamo in maniera emotiva sicuramente eccessiva, ma non riusciamo a sentire questo bene in modo diverso, per cui la morte di un figlio la sentiamo come un affronto alla logica naturale che prevede la morte dei vecchi e non quella dei giovani.

Diceva Rousseau che l’amore dei genitori è di tipo discendente, quella dei figli di tipo ascendente. L’amore ascendente è minore di quello discendente, ecco perché i genitori amano i figli in modo più forte che i figli i propri genitori. Questo amore dei genitori si associa sempre all’ansia di perderli. La psicoanalisi ha elaborato studi fondamentali su questa questione di cui, però, resta l’ansia e la pena che sono reali, sono qui, e per qui intendo proprio qui nelle nostre menti, nei nostri corpi, nella nostra natura vivente, in un rapporto ferocemente arroccato tra la nostra materia corporale e queste persone a noi care, tra le quali in modo speciale i nostri figli più delle nostre madri e dei nostri padri, più dei nostri amici che pure possiamo amare e che vorremmo non morissero mai.

        I figli ci fanno diventare egoisti, trasformando il dolore della loro perdita in una speciale perversione che talvolta incattivisce e che non vorremmo avere ma che è umanamente comprensibile.

       Perché è toccato a me e non ad un altro? Oppure: doveva proprio accadere  a lui di morire  e non al nonno che è già vecchio o allo scemo del paese che ancora campa nella più totale apparente inutilità, o ai delinquenti che imperversano nella nostra società?

           Ecco, questo è quanto può attraversare la mente di coloro che subiscono il lutto della perdita e io vi chiedo perdono se lo metto in luce brutalmente nella domanda di senso a cui la fede non può dare risposta se non è preceduta da un ragionamento. Non basta dire, sia fatta la volontà di Dio, perché noi chiediamo il senso della stessa domanda, non la pura affermazione della sua volontà, dal momento che siamo noi uomini a soffrire, non Dio, e una risposta come questa non ci chiarisce nulla, anzi esaspera il senso della sua retorica, incomprensibile quanto l’evento che ci ha colpito.

         Si può mai essere confortati da una risposta del genere? Che non dobbiamo sapere e non dobbiamo capire nulla come se fossimo dei mentecatti?

        Come si esce da questa posizione mentale che rende perverso il dolore della coscienza e dell’amore feriti? Come dobbiamo recuperare il rapporto col divino, questa necessità interiore pura, offesa dalla Sua assenza perché le nostre invocazioni e preghiere a Lui restano continuamente disattese come se Lui effettivamente non ci fosse?

        Naturalmente chi ha fede e non si pone domande, resti pure così se in questa posizione trova le risposte! Io provo sempre a rivolgermi a quelli la cui fede vacilla oppure è improponibile.

       Non ho la ricetta miracolosa, sono solo una mente che ha imparato a pensare da filosofo e ha avuto la fortuna di incontrare sulla sua strada la voce di un maestro molto speciale. Da questo incontro è nata una risposta di senso che, a mio avviso, merita ogni attenzione.

        La riflessione scaturita da questo straordinario rapporto fissa alcuni punti fondamentali:

        Punto primo: nonostante tutta la buona volontà – che si sia laici o credenti – è incontrovertibile che nel mondo non c’è alcuna visibile traccia di Dio. In questa affermazione, che si traduce nel concetto della morte di Dio, c’è però un paradosso, perché ciò nonostante vi sono persone che hanno iniziato un lavoro di ricerca e sono riuscite a portare la loro coscienza percettiva, al di là della negazione e del dubbio. Queste persone sono i mistici, i profeti, i poeti, i filosofi metafisici di tipo creativo, i maestri spirituali. Tutti costoro sono riusciti, attraversando la materia del corpo e sospendendo la ragione – come nella fenomenologia di Husserl – a raggiungere uno stadio mentale e intimo profondo e alto in cui si annulla il tempo e lo spazio e si entra nella dimensione sacrale dell’ineffabilità perdendo il contatto col proprio Sé corporeo e linguistico. In questa condizione si apre una seconda coscienza parallela di cui possiamo tutti fare esperienza a condizione che la smettiamo di rigirarci nelle nostre disgrazie e diventiamo attivi e propositivi.

Questa percezione trascendentale va cercata, non si vende in edicola e nei libri, ma si deve cercarla non solo per esserne consolati, va desiderata come necessità di conoscenza di sé e come ricerca interiore. Ciò significa che dobbiamo abbandonare la teoria del solo sapere cognitivo e della ricerca consolatoria o della curiosità intellettuale fine a se stessa, e passare alla pratica del fare intesa anzitutto come ricerca della nostra anima.

Se non ci poniamo come primo obiettivo il riconoscimento sperimentale che siamo una natura spirituale che vive in un corpo fisico, come potremmo riconoscere i segni del sacro e avvicinarci ad una possibile divinità?

         Noi siamo nel mondo per conoscere e sperimentare la corporeità e la vita, non per contemplare astrattamente. In questo momento in cui voi e io ci stiamo scambiando pensieri tutto è materia. I nostri sensi, il nostro linguaggio, voi udite la mie parole, io sento il vostro silenzio, la vostra attesa. I nostri corpi vivono, respirano, le vostre orecchie ascoltano, le vostre domande fremono nei vostri cervelli ed è quasi come se le udissi, immagino finanche cosa state pensando, ciò che vorreste chiedermi.

         Piano piano tra voi e me, tra i nostri corpi fisici, si crea un feeling, una cosa impalpabile che crea ascolto, partecipazione, unione. Ne deriva che ciascuno di voi non è solo carne umana seduta su una sedia. Che cosa consente a questa carne e ossa e sangue di capire il senso delle mie parole? Sono solo sensi e mente o c’è qualcos’altro che passa tra voi e me? E’ solo voce umana, sia pure denotata di senso, oppure stiamo percependo, attraverso il suono fisico della voce, altri significati che ci rinviano all’intuizione sacrale che ci stiamo scambiando anche anime pur nella fisicità spaziale dello stare insieme?

Quando cerchiamo, in un pur banale atto della vita, di dare un senso alle cose (per esempio perché lo stiamo facendo? Perché così e non in un altro modo? Cosa significa la mia azione? Come interpretare l’azione degli altri?), quando ragioniamo in siffatto modo, siamo già nel sacro. Il sacro non è una chiesa, una preghiera, un suono di campana o una musica: sacro è il senso della vita quando la nostra azione ci produce un surplus di conoscenza e ci conduce al processo di trasformazione per mezzo del quale utilizziamo, sì, la nostra materia corporale, ma la conoscenza corporale non può essere una conoscenza fine a e stessa, deve poter produrre un valore e questo valore è appunto il senso che dobbiamo dare all’azione e questo senso si accresce proprio perché è prodotto dall’esperienza concreta non dalle teorie, come dice il filosofo Gianni Vattimo, del credere di credere.

Questa riflessione ci dice che se Dio esiste non è nelle cose umane e nel mondo che fisicamente ci appare, ma nel valore aggiunto che nasce dal finalizzare i comportamenti e la corporeità a valori conoscitivi, indipendentemente dal credere o non credere, perché il Dio che cerchiamo è nel gap tra il pensiero teorico e la pratica spirituale del vivere. In questo modo il gap che viene a determinarsi è lo spazio astratto che si riempie di senso, cioè è proprio un valore aggiunto che la mente fa proprio. Si tratta di un valore metafisico, perché è l’ontologia dell’Essere che si riappropria di noi e trasforma il pensiero in sapienzialità, cioè lo connota proprio di quella sacralità che stiamo cercando

Se non si opera, il credere soltanto non serve a niente. Operando ci allontaniamo paradossalmente dal mondo perché sacralizziamo la nostra azione, innalzandola al di sopra del pensiero stesso.

             Questo paradosso ha bisogno, però, della complicità del corpo perché è attraverso di esso che noi pensiamo e operiamo. Ma il paradosso ci apre la strada all’inverosimile, perché se diamo continuamente un senso all’azione noi ci impadroniamo della sacralità mentre operiamo e la riconosciamo (quando l’azione è finita) perché siamo diventati più ricchi, più saggi, più tolleranti, più giusti o semplicemente più consapevoli della nostra esistenza . In termini psicologici questa è la strada per radicare l’identità, la coscienza di sé, il valore dell’esistenza che noi identifichiamo quando cessa il clamore delle cose del mondo.

Questo fatto straordinario ci conferma che di Dio non si ha traccia nel mondo perché noi, spinti dal bisogno e dal dolore, vorremmo incontrarlo là dove Lui non può stare, per cui la traccia comincia quando diamo un senso e una finalità concreta al nostro desiderio. Quando, invece, utilizziamo il desiderio e l’immaginazione solo per pensare senza farli diventare azione, restiamo imbrigliati nella teoria o nel nostro stato fissativo e restiamo soli perché il resto del mondo è come se non esistesse. Rendiamoci conto che la politica, l’economia, il lavoro, le disgrazie dei corpi, le malattie, la morte e i riti per esorcizzare il dolore appartengono solo al regno della vita umana, non a quello dello Spirito o a quello del divino. E quindi, se vogliamo pensare al sacro dobbiamo, sia pure attraverso queste necessarie fasi umane, salire di livello, cioè il pensiero quotidiano deve diventare attenzione trascendentale.

             Questa operazione non è irrazionale, anzi è esattamente il contrario. Infatti noi partiamo da una procedura razionale quale la volontà e il ragionamento e da lì giungiamo in un’area metafisica fino ad allora del tutto sconosciuta. Insomma l’idea di Dio, del trascendente, della sopravvivenza, della sacralità, rappresentano un progetto di verifica e di riconoscimento che implica un lavoro: non sono verità concesse per fede solo a qualcuno, ma l’esito, per così dire, di una ricerca (come è giusto che sia) che sottintende un merito.

            Tutto ciò che possiamo definire trascendente: Dio, l’ontologia della metafisica, la dimensione dell’oltre, la percezione mistica e simbolica del divino, le tracce di coloro che sono trapassati, cioé i figli e gli amici che sono morti, sono là in questo stadio ultrapercettivo che chiamiamo trascendenza sacrale.

           L’anima (o Spirito) deve trovarsi, verosimilmente, in quel punto che si realizza solo nelle condizioni mistiche dell’ineffabile abbandono trascendentale, nel luogo dove, appunto, si costituisce la dimensione della seconda coscienza che può pensare a sé non come corpo ma come punto di incontro col mistero. Perché è solo in quel punto che si cominciano a scorgere le tracce del sacro se, come diceva Empedocle, che visse 450 anni prima di Cristo, forse “la natura di Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non è da nessuna parte”.

…fine seconda parte…

 

Terza parte

…terza parte…

Secondo punto – Se riusciamo a vivere il precedente progetto di ricerca interiore, tutta la riflessione precedente di colpo diventa anche un lavoro che conferma l’esistenza in noi di alcune verità metafisiche. Tra l’altro gli effetti a cascata di questo nuovo modello interiore sono subito visibili finanche nella vita ordinaria. E’ dimostrato che, ad esempio, se riusciamo a creare uno stato di conformità tra il corpo e i desideri inconsci, questo stato non solo ci apre (con opportune tecniche) uno sconosciuto universo trascendentale, ma ci procura finanche un benessere fisico che innalza le difese immunitarie contro i virus, il cancro e varie malattie, ed agisce positivamente su tutte le tensioni psichiche riducendo gli stati nevrotici o abolendo l’ansia. Tutto ciò ha un carattere oggettivo come è dimostrato dal fatto che in questo nuovo stadio mentale si modificano le onde cerebrali e rallentano i segnali di attivazione in entrata degli stimoli esterni provenienti dall’ambiente, compreso gli stressori che ci producono ansia.

           Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un nuovo paradosso.

           I filosofi e gli scienziati ancora oggi non sanno spiegarsi come mai percezioni astratte possono interferire con gli stati corporei e mentali che appartengono al regno fisico. Però interferiscono. Essi non postulano il sospetto che insieme al corpo e alla mente noi possediamo una esistenza spirituale che è regolata da leggi non fisiche, ma tuttavia sono costretti a riconoscere che senza il pensiero superiore, noi stiamo male.

         Ovviamente non è che non conosciamo le caratteristiche della coscienza, ma in un certo senso procediamo al contrario perché del sistema nervoso conosciamo quasi tutto, quel che non sappiamo è come sia possibile che un cervello fatto di cellule e neuroni di tipo fisico, possa concepire e produrre ciò che fisico non è, per cui in realtà noi sappiamo cosa la coscienza non è, piuttosto che cosa la coscienza é.

Si aprirebbe un lungo discorso che non è possibile sviluppare nel limitato tempo che abbiamo. Filosofi, neuroscienziati, psicologi e ricercatori in genere devono ancora capire come sia possibile che l’essere umano abbia la capacità intenzionale di pensare per astrazioni e simboli come se fosse in possesso di codici estranei al mondo dei neuroni. Questo fatto è addirittura emblematico. Il nostro cervello possiede 100 miliardi di neuroni, ma nessun neurone è intelligente. Il DNA di uno scimpanzè differisce solo l’1,6 da quello dell’uomo. Ancora non sappiamo in che modo lo schema dei circuiti funzionali del cervello dia origine ai fenomeni mentali: sui fenomeni mentali superiori non abbiamo neppure un’ipotesi. L’arte è uno di quei casi emblematici ancora sconosciuti e così anche la matematica intuitiva.

Terzo punto: Ma c’è di più: le nostre pulsioni, i nostri desideri, le vocazioni a fare o non fare, i nostri istinti spirituali e creativi, le nostre intenzionalità, tutta la gamma delle nostre idee più alte e metafisiche, provengono esclusivamente dall’inconscio, cioè da una parte di noi di cui non abbiamo coscienza, per cui dobbiamo ribaltare il concetto che noi siamo soltanto la nostra coscienza e la nostra storia personale, perché senza l’inconscio noi saremmo in possesso solo della coscienza animale, del sistema nervoso e della cultura. L’inconscio è un iceberg sotterraneo, una montagna potenziale che è al di sotto della coscienza la quale, diceva Freud, è solo un piccolo rigagnolo che fuoriesce da questo grande fiume nascosto che scorre a nostra insaputa dentro di noi. Siamo più inconscio che coscienza; se è lì che avvengono le principali transazioni metafisiche, lì dove le regole dello spazio-tempo e del linguaggio non funzionano più, è allora più chiaro che, quando parliamo di sacralità e di divino, è solo là che lo possiamo incontrare.

          Forse Dio e l’Anima non sono scomparsi e le tracce sono in quest’area interna che la storia del mondo ha cancellato in omaggio alle leggi dei poteri e del mercato che hanno trasformato gli uomini, specie noi occidentali, in merce di scambio in robot obbedienti e passivi.

         Ora possiamo tornare alla domanda iniziale.

         Perché la morte e perché la morte giovane? Supponiamo che l’anima (ne diamo per scontato, in questo discorso, la sua realtà) esista non dal momento del concepimento, ma sia antecedente e che vivere in un corpo rappresenti per essa un esperimento di conoscenza. Perché non potremmo percorrere questa ipotesi? Chi può dire quando l’esistenza dell’anima cominci? Attenzione: nel parlare di anima noi non ci riferiamo ad una simbologia, o ad una metafora (come si fa in psicologia) ma ad una cosa reale, vera, esistente. Nella nostra ipotesi di lavoro l’anima è una struttura complessa, una struttura costituita da energia che vive di esistenza propria, di una realtà reale come è reale il pensiero, una musica, un respiro, un profumo. Ci rifiutiamo di definire l’anima l’inganno metaforico di un discorso che parla di lei, per noi l’anima è una forza reale come è reale la luce di una lampadina.

Non è ragionevole ipotizzare che se quest’anima è una sostanza eterna perché proveniente dalla stessa eternità di Dio, il principio eterno di cui è costituita non si misura solo sul suo futuro ma anche sul suo passato? Meditate bene su questo punto; è importante. In una linea geometrica infinita, qualcuno può forse stabilire quale ne è il centro o dove cominci l’infinito? Se l’anima ha l’eternità nel suo futuro perché non dovrebbe essere possedere l’eternità anche nel suo passato?

           Poiché nessuno può dimostrare – dico dimostrare – il contrario di questa tesi, ne deriva un corollario della massima importanza e cioè che l’anima precede il corpo. Se l’anima precede il corpo, e se tutto quanto abbiamo detto sulla natura inconscia della mente è vero, e se ciò che chiamiamo intenzionalità, creatività, percezione metafisica e trascendentale contraddistinguono la vera natura di ciò che definiamo Persona Umana che si differenzia dalla pura natura biologica, se non siamo simili a una pianta e non siamo solo un ammasso di sangue, muscoli come la carne che si vende in macelleria, allora noi non siamo solo molecole o cellule, ma siamo anche anima e quest’anima, ricca di proprietà metafisiche, vive il corpo come un involucro provvisorio e la vita umana rappresenta lo specifico in cui si realizza un progetto dell’anima stessa. Se non esistesse una progettualità per quale motivo dovremmo vivere? In assenza di progettualità la nostra vita non avrebbe più senso di quanto ce l’abbia un formica.

         Se, però, come noi riteniamo estremamente probabile, l’anima ha un progetto questo non può che essere individuale e intenzionale, cioè nel progetto è sottintesa una precisa volontà, e quindi è il corpo a servizio dell’anima, non viceversa.

          Ma se c’è un progetto spirituale che usa un corpo per realizzarsi, poiché il corpo è un meccanismo finito, cioè soggetto a nascere e morire, il progetto pur essendosi costituito su finalità e su valori non umani, è giocoforza costretto ad uniformarsi ad un tempo e a uno spazio che invece sono umani pur senza perdere la propria specificità.

          Questo adeguamento quasi fisiologico è per l’anima una trappola che è costruita dalla natura con i criteri della finitezza di cui conosciamo solo i due estremi rappresentati dalla nascita e dalla morte.

   Ne deriva che il tempo dello spirito non si misura col tempo umano scandito dall’orologio e dal calendario, ma col mistero della sua progettualità che noi, con la mente umana non solo non possiamo conoscere, ma che neppure umanamente condividiamo perché è intriso di una logica alla quale la nostra mente non può partecipare perché il nostro pensiero è legato alla Storia e al tempo di questo mondo, ai suoi bisogni, alle sue contraddizioni, ai suoi limiti.

Per l’anima non può esistere la Storia del mondo e degli umani. L’anima è un soggetto individuale che vive in funzione della sua storia spirituale e individuale, per cui ciascuno è responsabile di sé e non degli altri. Non ci sono percorsi sentimentali, ma percorsi progettuali.

Quando il progetto si è esaurito l’anima se ne va ed a noi tocca accettare questa volontaria decisione e paradossalmente anche assecondarla. Non è Dio che toglie la vita, ma l’anima che decide l’ora del suo ritorno. Per noi questa logica è spesso terribile, ma non dobbiamo dimenticare che tutti noi vi siamo assoggettati. Per noi la morte è separazione, per l’anima è liberazione. Per noi la morte è dolore, per l’anima è la fine di un incubo perché ritorna al suo stato primario che lasciò per entrare nella limitata trappola del corpo e alla fatica del vivere.

Nel suo non-tempo la morte non è, quindi, una violenza, ma l’esito naturale di un evento a sua volta naturale che pone termine ad un programma stabilito da ciascuno di noi nel momento che nasciamo.

         Vorrei avere il tempo, il mio tempo umano, per parlarvi del tipo di esperienza che un’anima immateriale può fare in un corpo materiale e rispondere all’interrogativo che molti mi rivolgono: ma che esperienza può fare un ragazzo di pochi anni? La sua anima cosa può aver capito del mondo in così poco tempo?

          Dirò solo due cose.

          Il progetto dell’anima è un progetto conoscitivo attraverso il percorso sperimentale della vita. Se è così il progetto può essere eseguito in pochi o in molti anni. Qualunque sia la lunghezza temporale della vita per l’anima si tratta pur sempre di un soffio, di un istante. Tutti noi siamo assoggettati a questa regola. Non ci sono orologi e calendari che possono misurare il tempo dell’anima . Questo per noi umani è un dramma, lo capisco bene, ma non per l’anima, perché essa non conosce il tempo umano! Può lasciare il corpo presto o tardi, a venti come a novanta anni. La sua misurazione è conforme all’esperienza che ha progettato, non può riferirsi alle aspettative ed agli affetti del mondo, dei genitori, degli amici, della società. E’ per tutti così. Anche i genitori se ne possono andare prima che i figli siano cresciuti e li lasciano soli. E’ in atto una reciprocità il cui senso è l’attesa che l’evento della vita si compia quando il tempo della conoscenza si è esaurito.

          Ma – ripeto la domanda – cosa può sperimentare l’anima di un giovane che non ha ancora vissuto la vita?

La vita non è fatta solo di azioni visibili, come il lavoro, la famiglia, lo studio, il bene o il male. La vita non è solo una costruzione di affetti che vorremmo non finissero mai. La vita è il vivere cose che il corpo sociale nemmeno immagina. Si vivono le sensazioni, gli odori, le attese, le speranze, i desideri, si vive l’apprendimento, la comunicazione con gli altri, si vivono finanche le depressioni, le paure, i silenzi, la musica, il conforto dell’amore, l’amicizia, le prime voglie sessuali, le percezioni di sé, gli inganni, i compagni di scuola, i genitori, i fratelli. Si vivono i dolori e i piaceri. Si vive finanche la percezione del solo respiro, si vive il mal di pancia, la pioggia sulla testa. Si vivono finanche i sogni e le piccole carezze sui capelli.

Sono queste cose la vita.

          Quante cose si vivono senza che ce ne accorgiamo! Ma l’anima sì. Per l’anima queste cose del mondo apparentemente volatili sono conoscenze che lì, nell’esistenza primaria dell’anima non potrebbe mai conoscere se non vivesse il corpo. L’anima oscilla tra il Sé come sostanza divina, e il Sé che guarda il mondo delle cose materiali fatte di una sostanza, appunto la materia, che è cosa diversa dal suo essere cosa divina.

         In questo incontro tra Sé-anima e il mondo-altro, si realizza l’esistenza di ciascuno di noi, misurata al di fuori di ogni tempo, come è giusto che sia ciò che da un lato vorremmo eterno e dall’altro conformato ai nostri bisogni temporali e umani.

        E’ un incontro che costringe l’anima e la mente a indossare maschere: l’anima per potersi adeguare al corpo, la mente per poter essere accettata dalla società. La maschera domina tutto. Ma “maschera” in greco vuol dire tragedia. E perciò noi corpo e noi anima ci viviamo continuamente la falsificazione di un incontro che, senza le maschere, non potrebbe avvenire. E ciò produce drammi e sofferenze.

         Noi soffriamo ogni perdita perché essa è una ferita inferta alle maschere che ci impediscono di scorgere l’altra verità nascosta: non solo quella del divino, ma anche quella della propria natura autentica e, con essa, la propria eternità.

         Però se avessimo la coscienza profonda di tutto ciò, se potessimo disporre di questa sapenzialità soffriremmo enormemente di meno e ci adegueremmo alla volontà dello spirito con ben diverso abbandono e con ben altra comprensione. Ma forse senza il dramma e la messa in scena della morte, non vi sarebbe vita, perché se non c’è dramma quasi mai si cerca una qualche verità che lo plachi.

         Perché? E’ un filosofo materialista, Nietzsche, che ci dà la risposta.

        Ha scritto Nietzsche:

        “In verità, vi dico: un uomo deve avere il caos dentro di sé per poter generare una stella danzante. Non il motivo e lo scopo della tua azione la rendono buona, bensì il fatto che nell’azione la tua anima trema e luccica”.

           Se accettiamo questa logica essa diventa un modo nuovo non solo per cominciare a svelare il mistero, ma per riprendere il discorso col Padre sconosciuto, ed a capire perché si è così nascosto da diventare umanamente invisibile. C’è in Meister Eckhart, il grande mistico e filosofo tedesco vissuto intorno al 1260, l’eguale stupefazione che prende ancora noi quando meditiamo su tutto ciò.

               Eckhart così tradusse il testo evangelico “Surrexit autem Saulus de terra apertisque oculis nihil videbat”: Paolo si alzò da terra e, con gli occhi aperti, vide il nulla e questo nulla era Dio”. Che significa tutto ciò. Ce lo spiega lo stesso Eckhart con straordinaria intuizione mistica: “Poiché…la natura di Dio è quella di non essere simile ad alcuno, noi dobbiamo necessariamente giungere al punto di essere niente, per poter esser trasportati in quello stesso essere che Egli è”.

            Svuotarsi della mente e del corpo, abolire lo spazio e il tempo, congiungere la visione con l’azione e, dice Eckhart, “stare all’esterno come all’interno, abbracciare ed essere abbracciati, contemplare ed essere la stessa cosa contemplata, tenere ed essere tenuti in quel silenzio e in quella sospensione della coscienza umana dove Dio e creatura si possono incontrare e diventare la stessa cosa.”

In questa chiave di lettura ha ragione Teillard De Chardin quando dice che “noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana”.

 

Edda CattaniLa morte giovane
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Medianità e Carismi

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MEDIANITA’ E CARISMI

 

Tempo fa una madre che aveva perso il suo bambino scrisse ad un giornalista, in una rubrica a lui riservata:

"Mi parli della morte. Me ne parli come vuole."

 

 

 

 

 

 

Il giornalista rispose: "Inizi col pensare questo: la morte, al pari di qualsiasi altra cosa, avviene per un perché che ci riguarda e ci trascende. Tragico e straziante della morte é che, quando colpisce, non ne conosciamo il perché. Per il nostro non sapere non esclude che il perché esista. In realtà esiste, ma noi non possiamo vederlo, dato che viviamo nella pianura della nostra condizione umana. Immaginiamo di trovarci in cima ad un monte e di vedere, giù nella valle, snodarsi una linea ferroviaria. Lontano, a sinistra, vediamo un treno che avanza e che, poi, si ferma improvvisamente, perché una frana è caduta sui binari e ha ostruito la linea.  A destra, sempre lontano, c'é una stazione dove la gente aspetta il treno. Nell'attimo in cui il treno si ferma davanti alla frana sappiamo già ciò che i viaggiatori che l'attendono in stazione ignorano e che, rispetto a noi, sapranno dopo un certo tempo. Per quelli giù a valle, la causa e l'effetto sono staccati

nel tempo. Per noi che ci troviamo nelle vette delle visioni superiori abbiamo, subito, in contemporanea, la visione della causa e dell'effetto".

 

 

      

Ecco il nocciolo del problema. Nella nostra condizione umana di persone legate, quotidianamente, a momenti negativi di frustrazione, di deprivazione, di disagio, di malessere, di dolore, di morte difficilmente riusciamo ad avere le visioni delle alte sfere.

 

Ma accade, talvolta, che qualcuno, a noi immensamente caro, dopo averci inaspettatamente lasciato, giunga a noi, dandoci segni di presenza inequivocabili e ci conforti con parole di speranza  e ci inviti ad avere fede. Sono le visioni delle sfere superiori, quelle che sono state date come dono a rari uomini nella storia, che vengono a noi e ci indicano che la morte, ogni morte ha un suo significato e non avviene invano. E' una causa determinante un effetto che non si limita al solo dolore, ma che reca qualcosa di più profondo.

 

Vediamo allora come possiamo considerare il tema della medianità, quella peculiarità di cui sono dotati rari individui. Chi è un medium? E’ un intermediario, è lo strumento attraverso cui qualcosa viene inviato. In termini spirituali, ogni tipo di medianità è in effetti una cooperazione dello spirituale con il sensibile. Nel suo insieme, forma l'armonia del potere verso una comunicazione con lo spirito. I medium sono accompagnati da uno spirito guida, un saggio che comunica pensieri di alto contenuto spirituale.

La seconda metà dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento sono caratterizzati dalla grande Medianità che si esprime attraverso Medium di eccezionali capacità. Verso gli anni Trenta del ventesimo secolo il panorama cambia totalmente e l'attenzione si sposta a quei fenomeni che costituiscono la base moderna della parapsicologia e sono attribuibili esclusivamente all'uomo. Si continuano a studiare i medium, ma viene data la preferenza a fenomeni suscettibili di sperimentazione in laboratorio e di valutazione statistica: nasce la parapsicologia quantitativa. Essa consiste nello studiare sperimentalmente casi molto semplici, ripetuti migliaia di volte in varie condizioni, anche con soggetti dotati di scarsissima sensitività.
Mentre la ricerca proseguiva nei laboratori – dove venivano analizzati soprattutto i fenomeni della Telepatia, della Chiaroveggenza, della Precognizione e della Psicocinesi – i Fenomeni Medianici continuavano a presentarsi.

Negli anni Venti e Trenta l'entità Symbole aveva dettato importanti Comunicazioni alla medium francese Jeanne Laval, mentre in Italia una voce aveva trasmesso al sensitivo Pietro Ubaldi una serie di messaggi in cui venivano trattati i rapporti che intercorrono tra spirito e materia. Fu dal secondo dopoguerra che si ebbe una svolta nella Medianità intellettiva. In Italia negli anni 1945-1946 cominciano a svilupparsi le medianità di due sensitivi eccezionali: Roberto Setti, a Firenze, e Corrado Piancastelli, a Napoli. Attraverso essi si è avuta una ricchissima produzione di Comunicazioni Medianiche ad alto livello intellettivo. Il gruppo formatosi attorno a Roberto Setti, denominatosi Cerchio Firenze 77, ha raccolto e pubblicato in volumi la ricca produzione di messaggi ottenuti in quarant'anni di medianità, mentre quello riunito attorno a Corrado Piancastelli, facente capo al Centro Italiano di Parapsicologia (CIP) raccoglie e pubblica le comunicazioni nella rivista bimestrale CDA (Comunicazioni dell'Entità A).

La medianità è appunto la facoltà specifica dei medium, ovvero di quei sensitivi che fungono da mezzi, da tramite tra il mondo della realtà più visibile e banale e la realtà più profonda, misteriosa e nascosta. Come dicevo i medium sembrano intervenire direttamente con la personalità dei defunti, con l'anima del nostro passato, con la storia e le vicende della nostra umanità. Tutto questo è per essi abbastanza normale e la loro capacità viene naturalmente crescendo man mano che leggono, interpretano e divulgano i pensieri dell'umanità, soprattutto passata e defunta, attaverso i loro scritti ed il loro linguaggio.

Spiritismo e Medianità sono due termini evocativi di quel particolare campo di osservazioni che si occupano, oggi anche in veste scientifica, della possibilità che il mondo dei defunti possa in qualche modo interagire con il nostro, instaurando una sorta di dialogo.

La Medianità per incorporazione in particolare, è invece quella particolare facoltà dei medium che consente il loro contatto, a volta anche fisico, con i defunti, insomma la facoltà di assolvere alla funzione di tramite tra i due mondi.

Nell'ultimo decennio del 1800, inoltre, l'applicazione dell'Ipnotismo nella cura degli isterici portò, grazie agli studi di Sigmund Freud e di Josef Breuer, alla nascita di una nuova scienza, la Psicoanalisi. Questa ben presto, oltre ad una valenza terapeutica si sviluppò come tecnica di interpretazione dei contenuti della psiche. Man mano essa si allargò a una concezione generale della realtà e dei rapporti tra psiche e corpo. Contemporaneamente, però, aumentarono le difficoltà teoriche e pratiche, e anche le divergenze tra i seguaci della stessa dottrina psicoanalitica. Si arrivò, così, alla separazione tra Carl Gustav Jung e il suo maestro Sigmund Freud, considerato il padre della Psicologia del profondo. Nel tempo la Psicoanalisi ha portato alla nascita di diverse ramificazioni rispetto alla teoria originale, costituendo però, una base per lo studio dell'interiorità dell'uomo.



Il termine Ricerca Psichica è la traduzione dell'espressione inglese Psychical Research adottata ufficialmente nel 1882 dai ricercatori inglesi della S.P.R. per indicare lo studio dei Fenomeni Paranormali. ma non era, però, l'unico a definire tale studio. Nel 1905 Richet indicò lo studio "di tutti i fenomeni meccanici o psichici che sembravano dovuti a forze intelligenti sconosciute o a fattori intelligenti latenti nell' inconscio umano" con il termine Metapsichica, che venne utilizzato, poi, in Francia e in Italia. Alla fine del 1800, invece, il medico tedesco M. Dessoir aveva creato il termine Parapsicologia, che venne preferibilmente usato in Germania e nei paesi germanici. Al Congresso Internazionale di Parapsicologia tenuto a Utrecht nel 1953 venne proposto che lo studio dei fenomeni paranormali venisse universalmente conosciuto con il nome Parapsicologia.
Tuttavia, nonostante la differenza etimologica i termini Ricerca Psichica e Parapsicologia vengono utilizzati indifferentemente.

Abbiamo parlato di una parapsicologia quantitativa, tuttavia non viene abbandonata quella qualitativa ogni qualvolta si presentino Sensitivi eccezionali. Questo è il caso di di Gustavo A. Rol in Italia, per la sua Sensitività ad Effetti Fisici.



Si definisce “sensitivo” un individuo che sa raggiungere i livelli superiori, che ha la capacità di ricevere le impressioni, le vibrazioni, che sono oltre quelle di solito percepite dai cinque sensi.

Molti potrebbero arguire che tutti sono sensitivi in gradi distinti, ma il termine tende ad assumere un valore maggiore per coloro che in effetti vi si rapportano per processare le influenze dei livelli superiori. Come nel caso di tutte le capacità psichiche, alcuni possiedono determinati doni, mentre altri devono focalizzarsi maggiormente sul loro sviluppo. Il sensitivo non deve per forza essere un medium, a meno che lui/lei sia abbastanza sensibile da controllare un'entità disincarnata.

La scrittura automatica è una capacità psichica, ma è pure una delle più difficilmente controllabili, dato che richiede una maggiore distinzione tra i pensieri di questo mondo e quelli l'altra parte.

Una delle grandi limitazioni di molti sensitivi risiede nell'essere emotivamente coinvolti con un individuo o un concetto. Il che blocca o limita le informazioni che di norma invece dovrebbero ricevere.

Abbiamo definito peculiarità di alcuni individui eccezionali la medianità ed anche l’essere sensitivi è una dote con cui si nasce e che non possiamo definire nelle sue capacità e nei suoi limiti.

 

 

 

 

 

Ma in questa sede vogliamo parlare di altri doni, o meglio, di “carismi come doni dello Spirito Santo”. Cosa sono questi carismi?

L’apostolo Paolo dice ai Corinzi: "Circa i doni spirituali, fratelli, non voglio che siate nell’ignoranza. Perciò vi fo sapere che nessuno può dire: Gesù è il Signore! se non per lo Spirito Santo. Or vi è diversità di doni, ma v’è un medesimo Spirito. E vi è varietà di operazioni, ma non v’è che un medesimo Iddio, il quale opera tutte le cose in tutti. Or a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l’utile comune. Infatti, a uno è data mediante lo Spirito parola di sapienza; a un altro, parola di conoscenza, secondo il medesimo Spirito; a un altro, fede, mediante il medesimo Spirito; a un altro, doni di guarigioni, per mezzo del medesimo Spirito; a un altro, potenza d’operar miracoli; a un altro, profezia; a un altro, il discernimento degli spiriti; a un altro, diversità di lingue, e ad un altro, la interpretazione delle lingue; ma tutte queste cose le opera quell’uno e medesimo Spirito, distribuendo i suoi doni a ciascuno in particolare come Egli vuole" (1 Cor. 12:1-11).

Vengono definite “segno dei tempi” le guarigioni che Padre Pio ha ottenuto, intervenendo nell’anima e nel corpo di tanti derelitti; sono grandi meriti di pietà e di pace le opere fondate da Madre Teresa, implorata quale madrina del Terzo Millennio.

        Figure eclatanti, di grande spessore spirituale, da portare ad esempio! Padre Pio, nessuno ora lo nasconde, aveva  particolari carismi e aveva contatti diretti con il mondo spirituale, con le forze del bene e del male. E’ passato a nuova vita chiamando “Gesù, Maria” che forse  gli sono apparsi materialmente in quel momento così importante.

Madre Teresa, la cui causa di santificazione è appena iniziata,  ha tenuto stretto il rosario fra le mani tutta la vita, assentandosi spiritualmente dal contesto terreno, nei momenti di preghiera, in un’estasi degna dei più grandi mistici.

Ma che cosa aveva di speciale Padre Pio per catalizzare intorno a tanto interesse e tanta venerazione? oltre le piaghe come il crocifisso, che rimanevano nelle mani, abitualmente coperte da mezzi guanti color marrone, che si toglieva solo per celebrare? Sarebbero bastate solo queste per farlo apparire come un essere superiore, perchè quelle piaghe emanavano a volte un profumo inconfondibile, che inondava i presenti, e veniva avvertito, in certe circostanze, anche da persone in paesi lontani.
E già questo era miracoloso. Si ambiva, subito dopo la messa, riuscire a baciarle prima che in sagrestia si rimettesse i guanti. E si ricercava sul bancone dove si vestiva e si spogliava le crosticine che nel togliere e nel rimettere i guanti vi cadevano sopra; conservate come reliquie, quelle crosticine continuavano ad emanare il caratteristico profumo di Padre Pio, e verıivano considerate miracolose.

L'introspezione delle anime

A parte i segni già di per eccezionali che portava sul suo corpo, era evidente in Padre Pio la sua capacità di vedere l'intimo delle anime, illuminato com'era da Dio. Ciò era abituale in confessione, dove i penitenti si sentivano non di rado ricordare dei peccati non detti. E se l'omissione era stata involontaria, e si trattava di cose veniali, tutto poi filava liscio. Ma se era stata fraudolenta e se si trattava di cose gravi i rimproveri di Padre Pio salivano per così dire alle stelle, tanto erano aspri e sferzanti, e il più delle volte il peccatore veniva scacciato in malo modo. Coram populo, perchè Padre Pio non aveva mezze misure. L'umiliazione era grande, non tanto per la vergogna di quel ripudio pubblico, che intimoriva anche gli altri che attendevano il loro turno, ma il più delle volte per l'orgoglio ferito.
Come si permetteva quel frate di trattare in quel modo una persona umana? Con quale diritto? Con quale autorità? E c'era chi se ne andava sdegnato, giurando che non avrebbe rimesso più piede in quel posto; salvo poi a ripensarci, anche con l'aiuto di qualche samaritano che spiegava come stavano le cose, e li guidava e assisteva per una nuova confessione, con altri sacerdoti se non con Padre Pio. Per questi scaccioni in confessione, si vedeva gente piangere dopo. Un pianto che faceva bene, perchè faceva loro vedere con più chiarezza tutti i loro comportamenti. Ma anche fuori della confessione spesso in Padre Pio si rivelava questo discernimento interiore: quando nel mezzo della folla rimproverava ad alta voce qualcuno, o senza dire nulla ritirava la mano a chi si disponeva a baciarla, o addirittura passava oltre nel fare la comunione ai fedeli. C'erano poi le volte che strapazzava di fronte a tutti una persona, lasciando di stucco gli altri.
E c'era sempre un motivo, che in genere sapeva solo il malcapitato.

La bilocazione

Di certo, la testimonianza del dono della bilocazione in Padre Pio ci viene da lui stesso.
Una volta, mentre stava con le sue prime figlie spirituali nella foresteria del convento per le consuete conferenzine, apparve a un tratto come assente.
La cosa si prolungava troppo a lungo perchè si trattasse di una semplice concentrazione interiore.
Alla fine si riscosse, e alla domanda di che cosa gli fosse accaduto, rispose con semplicità che era stato in America a trovare il fratello Michele.
Troviamo poi negli Epistolari chiare rivelazioni di una sua visita a una figlia spirituale di Foggia inferma: Giovina, sorella di Raffaelina Cerase, con la quale Padre Pio era in corrispondenza quando si trovava a Pietrelcina e che era stata l'occasione della sua venuta a Foggia, e poi a San Giovanni Rotondo.
Noi ci limitiamo a questi due casi che vengono dallo stesso Padre Pio.
Ma dobbiamo aggiungere che anche il profumo era un segno della sua presenza, o per lo meno della sua assistenza nella preghiera. Lo avvertivano anche persone che non avevano mai avuto nessun contatto con lui.
Era di solito un buon odor di violette, intensissimo e inconfondibile. Ma a volte si sentiva un odore di tabacco, o anche di acido fenico.
Quest'ultimo, Padre Pio l'aveva usato per qualche tempo subito dopo la stimmatizzazione come disinfettante. In quanto al tabacco, Padre Pio usava annusarlo per liberare le narici intasate.
Vengono comunemente assegnati dei significati a una intera gamma di altri odori attribuiti a Padre Pio; ma, sinceramente, sono attribuzioni opinabili.
Quel che è certo è che Padre Pio anche da lontano faceva sentire la sua presenza o assistenza.
E' anche certo che il suo sangue non aveva un odore repellente, ma gradevole. Ne rimanevano intrisi anche i fazzolettini e le pezzuole poggiate sulle sue piaghe.
Chi riusciva ad averne uno, in qualche modo trafugato dalla sua cella, lo conservava gelosamente come una reliquia, ricorrendovi nei momenti di bisogno.



In questa sede però noi andiamo oltre e, come dice l’apostolo Paolo “i doni dello Spirito sono dati a tutti” e dopo avere parlato di “morte” vorremmo spiegarci come possa accadere che “qualcuno torni”…. come dice Paola Giovetti nel suo libro….

Cosa accade dunque, quando, talvolta, qualcuno, a noi immensamente caro, dopo averci inaspettatamente lasciato, giunge a noi, dandoci segni di presenza inequivocabili e ci conforta con parole di speranza  e ci invita ad avere fede?

 

 

Negli anni quaranta una piccola donna, Marcelle de Jouvenel, appartenente alla cerchia dei più illustri talenti della Belle Époque parigina, perde il suo unico figlio non ancora quindicenne e, ad una donna di mondo quale lei era, è data una esperienza unica, a quel tempo, di comunicazione con il giovane Roland che le detta meravigliosi messaggi che egli definisce “le mie tavolette d’Oro”. Persona di particolare fascino, colta, scrittrice e poetessa, elegante e artificiosa, mondana negli atteggiamenti, era sprovvista di qualsiasi formazione religiosa

        Lo Spirito soffia dove e quando vuole. E’ forse capriccioso il soffio dello Spirito? No, diciamo piuttosto che è libero.

        Ma perché a Marcelle de Jouvenel è dato di essere partecipe di una vicenda tanto singolare? Non vi erano state forse altre madri che avevano perso i figli nella catastrofe della guerra? Viene da pensare che, nel periodo postbellico, nella desolazione del contesto europeo,  fosse necessario che il “diapason del cielo” raggiungesse un personaggio noto, capace di influenzare gli uomini e le donne del suo tempo. Marcelle, infatti, dichiara: “Sono stata gettata in un’avventura che, senza dubbio, all’inizio, mi ha più spaventata che convinta. Libera di scegliere, mi sarei sottratta a quel compito…

        Ma il figlio tanto amato non l’abbandona e la porta ad intraprendere un percorso spirituale straordinario e sconvolgente, che l’avvicina ai vissuti dei grandi mistici. Marcelle si dispone attenta agli insegnamenti del figlio che la forgia spiritualmente e la porta a stilare contenuti e concetti, inerenti la dottrina cattolica, a lei ignoti, che l’affascinano e le fanno mutare le scelte di vita e la portano a rendere un’incisiva testimonianza con la pubblicizzazione dei messaggi di Roland.

        L’ambiente in cui si propaga la notizia e che  viene posto davanti all’eterna questione della sopravvivenza post-mortem e delle comunicazioni con l’aldilà è quello dell’élite intellettuale francese.

        Siamo nell’immediato dopoguerra; i messaggi vengono raccolti e pubblicati riscuotendo commozione ed interesse, oltre che a qualche naturale scetticismo.

 Au diapason  du Ciel” è un libro scritto a quattro mani, da una parte Roland, dall’altra Marcelle; una madre ed un figlio che si parlano, si amano come un tempo, nella vita terrena. Roland ricolma la madre di premure, di tenerezze. Quando lei cede egli la raddrizza, le fa coraggio, le chiede di parlare alla gente del loro contatto.

        Finalmente qualcosa di tangibile per chi è disperato! Le parole scritte sembrano offrire una risposta segreta ad una speranza diffusa, che non è una semplice pia scappatoia, alle madri che avevano perso giovani figli, soprattutto nelle campagne di Francia del 30/40 e del  44/45 a cui si sarebbero aggiunti i caduti d’Indocina e d’Algeria.

        Perché a Marcelle questo dono dello Spirito, perché questo compito? Nessun filosofo, nessuno scienziato, nessun giornalista, nessuno di quelli che fanno opinione avrebbero ottenuto la stessa risonanza intorno a fenomeni di cui, fino ad allora, si era parlato solo a bassa voce.

        Intervengono illustri esponenti della chiesa, quali Padre Daniélou che nella rivista “Études” definisce il testo dei messaggi “un documento prezioso, in grado di far risuonare la certezza che l’aldilà sia lo sviluppo reale dell’essere”;  il Rev.do Padre Valette, domenicano, così si esprime “niente di questo insegnamento si oppone ai dati più certi della fede” il Rev.do padre Louis Beirnaert scrive “Dio si serve di tutto per raggiungere il cuore dell’uomo. “Au diapason du ciel” è tutt’altro che un racconto di un’esperienza parapsicologica. Ricondotto al suo contenuto è soprattutto la testimonianza di un’ascesa spirituale verso la fede”.

        La ferita che si apre nel cuore di una madre per la morte di un figlio, schiude la porta di Dio e ci rende partecipi dei doni dello Spirito.

        “Mamma, ti ho messo in sintonia col diapason del Cielo”, dice Roland. Il “diapason” è il punto più alto, la massima intensità del Cielo.

Non c’è Pasqua, non c’è Resurrezione che non passi dal crogiolo del Venerdì Santo. La Passione, la sofferenza portano alla Pentecoste.

 

Sono queste le visioni delle sfere superiori, quelle che sono state date come dono a rari uomini nella storia, che vengono a noi e ci indicano che la morte, ogni morte ha un suo significato e non avviene invano. E' una causa determinante un effetto che non si limita al solo dolore, ma che reca qualcosa di più profondo.

 

Proviamo a pensare: nel morire non viene tolto soltanto, ma viene

dato. Come la morte dei genitori porta maturità ai figli rimasti,

così l'eredità che deriva dalla morte è un ricevere, che è un

avere. Chi seguita a vivere, dunque, in questa dimensione, assieme

col dolore per la dipartita di un proprio caro, beneficia di

un'eredità lasciata dallo scomparso.

 

L'eredità in soldi la si tocca e la si vede subito. L'altra eredità, quella più significativa e profonda, non è subito tangibile e visibile, perché agisce nel tempo, a lunga distanza.

Possiamo però, cercare di individuarla, di scoprirla, di promuoverne l'azione nel tempo. E’ l’opera a cui si sono assoggettate le “mamme carismatiche” che, come  Marcelle de Jouvenel sono coloro che pazientemente hanno cercato, nella loro disperazione, una comunicazione con l’oggetto amato ed hanno sviluppato in se stesse delle facoltà che possiamo definire “carismi” doni dello Spirito.

 

Giungere a recepire un messaggio di questo genere è addentrarsi nell’inconoscibile, è prendere atto, con la semplicità dei bambini che non siamo noi ad aver voluto questa risposta, come non siamo stati noi ad avere ingenerato la nostra situazione. Qui la libertà vien meno, ma non è cessata la razionalità dell'accadimento umano che ci coinvolge e della comunicazione che si è accostata a noi attraverso un percorso, diciamo, inconsueto.

Si tratta di uno dei fenomeni cosidetti "strani" che vengonoriconosciuti come appartenenti al "paranormale", campo questo che si occupa di tutta una serie di indizi che fanno credere alla sopravvivenza dopo la morte fisica.

 

Abbiamo, finora, fatto alcune considerazioni su fatti che, comunque, appartengono, in gran parte, al Piano della Religione e della Fede.

La funzione dei concetti esposti è perciò indirizzata a distinguere il campo di azione condiviso dalle generazioni dei "credenti" opponibile a quello coperto, oscuro, diciamo "profano", occulto (di qui, il temine 'occultismo' con cui, spesso, si è fatta di ogni erba un fascio), riferito ai cultori delle manifestazioni legate ai fenomeni cosidetti "spiritici".

 

Se la fede è data all'uomo come conquista spirituale ed ha come

obiettivo la "vita eterna", tramandataci dalla rivelazione, oggi il

"profano" è oggetto di studio, anche da parte della scienza, agisce

su base fenomenica e tenta di dare risposta alle ipotesi sulla

"sopravvivenza".

 

Possiamo ribadire che vita eterna e sopravvivenza sembrerebbero

legate a doppia mandata, ma se la prima, appartiene al campo delle

"certezze" dello spirito (pur riconoscendo all'uomo la libertà di

accettarle o meno), la seconda, dipana il campo, come abbiamo

visto, degli indizi, delle complessità riconosciute razionalmente,

ma pur sempre soggettive, sperimentali e probabilistiche, che non

daranno mai una definitiva soluzione.

 

 

Ma, al di là dei tentativi strumentali, inadeguati e spettacolari che ci vengono dai mass media, si teme di esprimersi in merito per non essere oggetto di sarcasmo e spesso, quando se ne parla, proprio perché‚ si disserta sulle ipotesi, si rischia di cadere nel banale e di fare una magra figura. Perciò ci si pronuncia con i 'forse' e l' 'ognuno la pensi come vuole', quando l'uditorio non giunga a rinnegare tutto il possibile, l'evidente, il macroscopico.

 

D'altra parte pensare che la scienza debba riconoscere, così, di brutto, apertamente, che la morte non esiste e che i morti ci sono accanto, ci parlano e sono molto più felici di noi, è difficile, se non impossibile!

 

Ecco allora farsi avanti, sempre più folta una marea di madri, di spose, di figli, di parenti che hanno aperto, senza tentennamenti, coraggiosamente, il loro animo, il loro cuore, la loro mente al campo della ricerca.

 

Fra questa gente, motivata dal tentativo disperato di stabilire un contatto con i loro Cari trapassati, si sono trovati "soggetti psichici" di notevole attendibilità, le cui esperienze sono oggetto di rispettosa attenzione. Io stessa, con mio marito, assolutamente privi di cognizioni riguardanti la parapsicologia e le discipline ad essa collegate, abbiamo scoperto di possedere una sensitività che

non sappiamo a cosa ricondurre, se non al trauma della nostra grande sofferenza che ci ha portato ad intrapredere una strada tortuosa e difficile, ma non impossibile.

 

Da cosa essa derivi, come si sia attivata, come potrà svilupparsi, non potremmo dirlo. La viviamo come esperienza unica e salvifica, perché ci fa sentire sulla pelle il dolore di tutte le genti, lontane e vicine che ci accomuna in un naturale, fraterno abbraccio.

  

 

Ciò che, nel secolo scorso e anche nei primi decenni di questo era oggetto di interesse da parte di un pubblico ristretto che non osava riferirne all'esterno, oggi si presenta come patrimonio che scaturisce da una "piccola medianità", appartenente a schiere di, non sempre riconosciuti, sperimentatori che giungono a portare un contributo rilevante al campo della ricerca.

 

Le manifestazioni che si sono, via via, moltiplicate, recando conforto a gruppi, sempre più numerosi, di anime sofferenti per la perdita di una persona Cara, non possono più essere considerate solo "indizi" riconoscibili nelle esperienze soggettive, ma sono divenute "certezze" prima per Fede, poi per esperienza; carismi che ci sono stati offerti, gratuitamente.

 

Non voglio, con questo, avvallare tutto quanto ciascuno di noi, porta con nel suo bagaglio privato. Vi sono, magari, cose "strane" che danno risposte esclusivamente personali, ma ve ne sono alcune che non è possibile rinnegare. 

 

“ La mia barca è una conchiglia, Signore, nella tua mano. Ho sete di veleggiare all’orizzonte del tuo sguardo e di approdare alla luce del tuo volto… tu, che attraverso mio Figlio, mi hai lasciato intravedere la beatitudine del Paradiso!”

 

 

  

Edda CattaniMedianità e Carismi
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I “carismi” di Padre Pio

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Ricevo da un amico navigatore oggi e pubblico:

       A Padre Pio

 Padre che del Gargano resti un sole,
accogli questa supplica sincera,
non c’è bisogno di molte parole
perché procacci a me la gioia vera.

 E mi giunge un profumo di viole
mentre rivolgo l’umile preghiera:
ancora esorti a seguir chi vuole
la via del Vangelo veritiera.

 Tu che d’ardor serafico colmasti
l’intera vita afflitta dal dolore,
ricordati di me di fronte a Dio.

 L’esempio dato a noi penso che basti
a meritar le grazie del Signore
perché Sei tanto grande, Padre Pio!

                       Domenico Caruso

S. Martino di Taurianova (R.C.)

 

 

 

 123 anni fa nasceva Padre Pio da Pietralcina:

il santo dei miracoli

I “carismi” di Padre Pio

 

 

 

 

 

Padre Pio diceva Messa sempre molto presto, alle prime luci dell'alba, se non prima.
Molto spesso all'altare laterale dell'Immacolata, ma anche a quello centrale e, in seguito, a quello di san Francesco. Dopo il ringraziamento, confessava gli uomini in sagrestia, poi nella chiesetta le donne.
Al termine di tutte le confessioni, tornava in sagrestia per indossare cotta e stola, e rientrava in chiesa per distribuire la comunione ai fedeli.
Non di rado l'ora era tarda, e poiché vigeva la norma che bisognava essere digiuni del tutto, acqua compresa, fin dalla mezzanotte, non era un sacrificio da poco per i fedeli.
Al pomeriggio, dopo il riposo, Padre Pio ridiscendeva in sagrestia per confessare gli uomini.
In certi periodi o in certi giorni c'erano abbastanza fedeli per impegnarlo tutta la giornata, in altri no.
Comunque tutto, confessione, eventuale incontro extra con Padre Pio, si esauriva di solito in giornata.
A poco a poco, intanto, qualche timida casetta cominciava ad apparire nella zona, fatta costruire da forestieri che venivano a risiedervi stabilmente o volevano una base propria per le loro venute periodiche; e anche da famiglie del paese desiderose di avvicinarsi di più al convento dov'era Padre Pio.
Perché egli era ormai al centro come di una famiglia, che si estendeva sempre più, guidando come un autentico padre, non solo spiritualmente, ma anche con consigli d'ordine pratico, oltre persone del posto assidue al suo confessionale e agli incontri extra, anche molte altre lontane.
Tutte avevano per lui un'autentica venerazione: pur considerandolo come una persona di famiglia, e avendone e ricevendone confidenza, vedevano in lui un sigillo soprannaturale.
E alcune si affidavano a lui in toto, in una sequela spirituale senza riserve, bevendo e meditando i suoi insegnamenti, ricevuti in confessione, e anche in brevi messaggi scritti che si aggiungevano alle numerose lettere dense di spiritualità, scritte fin quando poté farlo.

Il profumo

Ma che cosa aveva di speciale Padre Pio per catalizzare intorno a sé tanto interesse e tanta venerazione? oltre le piaghe come il crocifisso, che rimanevano nelle mani, abitualmente coperte da mezzi guanti color marrone, che si toglieva solo per celebrare? Sarebbero bastate solo queste per farlo apparire come un essere superiore, perché quelle piaghe emanavano a volte un profumo inconfondibile, che inondava i presenti, e veniva avvertito, in certe circostanze, anche da persone in paesi lontani.
E già questo era miracoloso. Si ambiva, subito dopo la messa, riuscire a baciarle prima che in sagrestia si rimettesse i guanti. E si ricercava sul bancone dove si vestiva e si spogliava le crosticine che nel togliere e nel rimettere i guanti vi cadevano sopra; conservate come reliquie, quelle crosticine continuavano ad emanare il caratteristico profumo di Padre Pio, e verıivano considerate miracolose.

L'introspezione delle anime

A parte i segni già di per sé eccezionali che portava sul suo corpo, era evidente in Padre Pio la sua capacità di vedere l'intimo delle anime, illuminato com'era da Dio. Ciò era abituale in confessione, dove i penitenti si sentivano non di rado ricordare dei peccati non detti. E se l'omissione era stata involontaria, e si trattava di cose veniali, tutto poi filava liscio. Ma se era stata fraudolenta e se si trattava di cose gravi i rimproveri di Padre Pio salivano per così dire alle stelle, tanto erano aspri e sferzanti, e il più delle volte il peccatore veniva scacciato in malo modo. Coram populo, perché Padre Pio non aveva mezze misure. L'umiliazione era grande, non tanto per la vergogna di quel ripudio pubblico, che intimoriva anche gli altri che attendevano il loro turno, ma il più delle volte per l'orgoglio ferito.
Come si permetteva quel frate di trattare in quel modo una persona umana? Con quale diritto? Con quale autorità? E c'era chi se ne andava sdegnato, giurando che non avrebbe rimesso più piede in quel posto; salvo poi a ripensarci, anche con l'aiuto di qualche samaritano che spiegava come stavano le cose, e li guidava e assisteva per una nuova confessione, con altri sacerdoti se non con Padre Pio. Per questi scaccioni in confessione, si vedeva gente piangere dopo. Un pianto che faceva bene, perché faceva loro vedere con più chiarezza tutti i loro comportamenti. Ma anche fuori della confessione spesso in Padre Pio si rivelava questo discernimento interiore: quando nel mezzo della folla rimproverava ad alta voce qualcuno, o senza dire nulla ritirava la mano a chi si disponeva a baciarla, o addirittura passava oltre nel fare la comunione ai fedeli. C'erano poi le volte che strapazzava di fronte a tutti una persona, lasciando di stucco gli altri.
E c'era sempre un motivo, che in genere sapeva solo il malcapitato.

La bilocazione

Di certo, la testimonianza del dono della bilocazione in Padre Pio ci viene da lui stesso.
Una volta, mentre stava con le sue prime figlie spirituali nella foresteria del convento per le consuete conferenzine, apparve a un tratto come assente.
La cosa si prolungava troppo a lungo perché si trattasse di una semplice concentrazione interiore.
Alla fine si riscosse, e alla domanda di che cosa gli fosse accaduto, rispose con semplicità che era stato in America a trovare il fratello Michele.
Troviamo poi negli Epistolari chiare rivelazioni di una sua visita a una figlia spirituale di Foggia inferma: Giovina, sorella di Raffaelina Cerase, con la quale Padre Pio era in corrispondenza quando si trovava a Pietrelcina e che era stata l'occasione della sua venuta a Foggia, e poi a San Giovanni Rotondo.
Noi ci limitiamo a questi due casi che vengono dallo stesso Padre Pio.
Ma dobbiamo aggiungere che anche il profumo era un segno della sua presenza, o per lo meno della sua assistenza nella preghiera. Lo avvertivano anche persone che non avevano mai avuto nessun contatto con lui.
Era di solito un buon odor di violette, intensissimo e inconfondibile. Ma a volte si sentiva un odore di tabacco, o anche di acido fenico.
Quest'ultimo, Padre Pio l'aveva usato per qualche tempo subito dopo la stimmatizzazione come disinfettante. In quanto al tabacco, Padre Pio usava annusarlo per liberare le narici intasate.
Vengono comunemente assegnati dei significati a una intera gamma di altri odori attribuiti a Padre Pio; ma, sinceramente, sono attribuzioni opinabili.
Quel che è certo è che Padre Pio anche da lontano faceva sentire la sua presenza o assistenza.
E' anche certo che il suo sangue non aveva un odore repellente, ma gradevole. Ne rimanevano intrisi anche i fazzolettini e le pezzuole poggiate sulle sue piaghe.
Chi riusciva ad averne uno, in qualche modo trafugato dalla sua cella, lo conservava gelosamente come una reliquia, ricorrendovi nei momenti di bisogno.

Le grazie

La preghiera d'intercessione di Padre Pio l'otteneva grazie non imputabili all'intervento umano.
Senza arrivare, nella stragrande maggioranza dei casi al miracolo vero e proprio.
I benefici che ottenevano quelli che ricorrevano a Padre Pio sono incalcolabili, e tuttora è così.
Quando gli si raccomandava di pregare per questa o quella cosa annuiva subito, e a sua volta esortava anche il ricorrente a pregare.
In particolare, la sua preghiera abituale, diffusissima tra ı suoi devoti, era la "coroncina al Cuore di Gesù". Che Padre Pio recitava ogni giorno.
A volte il profumo intenso che si avvertiva era il segno, oltre che della sua presenza, della grazia; e si vedeva subito.
Ma quando qualcuno lo ringraziava, Padre Pio in genere rispondeva: "Non me ringrazia, ma la Madonna".
Ma se qualche fedele lo metteva quasi alle strette, dopo qualche segno straordinario, chiedendogli: "Padre, eravate voi?" rispondeva di solito: "E chi volevi che fosse?".
Altre volte, da una osservazione che faceva su particolari della persona che non poteva umanamente conoscere, si capiva chiaramente il suo intervento.

 

 

Edda CattaniI “carismi” di Padre Pio
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Natuzza Evolo

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NATUZZA EVOLO : una mistica dei nostri giorni

1 Novembre: Anniversario

        A Natuzza Evolo

  Riceviamo da  Domenico Caruso da S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

 

 

 

 

 

 Volgi su noi lo sguardo, mamma cara,

che pur vermi di terra ci sentiamo,

la vita è sempre un’esperienza amara

se nel Signore non ci confidiamo.

 

 Serva di Dio tu sei e fonte chiara

di bene, di preghiera, di richiamo:

Natuzza, ora dal Cielo ci aspettiamo

la grazia della pace così rara.

 

 Felice con la Vergine Maria

e con Gesù da te sofferto e amato

or ti vediamo in sì beato loco.

 

 Mostra a noi tutti la diritta via

che ci preservi da grave peccato

e il cor c’infiammi del divino fuoco.

                       

La mistica calabrese Natuzza Evolo, morta in concetto di santità il primo novembre 2009, era particolarmente legata agli spiriti celesti. Anzi riguardo a  tutto il suo apostolato esterno di soccorso alle tantissime persone che si rivolgevano a lei per consigli ed aiuto, si può certamente dire che esso si basava soprattutto sul dono di Dio di poter vedere costantemente oltre il proprio angelo custode anche gli spiriti celesti di coloro che si rivolgevano a lei, Natuzza ha sempre affermato che la profondità delle sue risposte e dei suoi consigli provenivano non dalle proprie capacità ma dall’essere in contatto con gli angeli di Dio. La signora Luciana Paparatti di Rosarno dichiara: “Tempo fa mio zio Livio, il farmacista, stava facendo una cura contro il colesterolo. Un giorno, andando da Natuzza, portai con me zia Pina, la moglie di zio Livio. Quando fummo ricevute, la zia le disse: “Sono venuta per mio marito, vorrei sapere …

… se le medicine sono giuste, se ci siamo affidati ad un buon medico…”. Natuzza la interruppe, dicendo: “Signora, ve ne state preoccupando troppo. C’è solo un po’ di colesterolo!”. Mia zia diventò tutta rossa e Natuzza, come per scusarsi, le disse: “L’angioletto me lo sta dicendo!”. La zia non le aveva parlato di colesterolo, aveva solo chiesto se la terapia era giusta e il medico bravo”.
Il professor Valerio Marinelli, docente universitario di ingegneria, da tutti riconosciuto come il maggior biografo della mistica calabrese dichiara: “In numerosissime occasioni ho personalmente constatato come Natuzza, dopo che le si è posto un quesito, attenda qualche attimo prima di rispondere, fissando spesso lo sguardo non sulla persona che le parla, ma su un punto vicino ad essa, ma soprattutto ho riscontrato come davvero ella è capace di dare immediatamente risposte illuminanti su questioni complesse e difficili sulle quali chi la interoga spesso non sa nulla, ed alle quali sarebbe arduo rispondere anche dopo lunghe riflessioni. Natuzza centra immeditamanet il problema e ne suggerisce la soluzione, quando vi è una soluzione; moltissime volte ho potuto poi verificare, certe volte non subito ma dopo un intervallo più o meno lungo di tempo, come davvero lei aveva ragione ed aveva risposto ottimamente. Questa velocità di giudizio su problemi di cui lei, obiettivamente, non possiede, dal punto di vista umano, gli elementi di giudizio, l’acutezza, l’intelligenza, la sinteticità e semplicità delle sue risposte, sono, a mio parere,  del tutto eccezionali e superumane, tanto che credo esse possano costituire una valida prova della sua reale capacità di colloquiare con gli angeli, spiriti puri ai quali sempre i Dottori della Chiesa hanno attriobuito intelligenza superiore, potenza e santità”.
 

 

"Sono rimasto impressionato dalla profonda spiritualità di questa donna. Quello che mi ha sempre attratto in lei è stata la sua semplicità e il suo senso dell'obbedienza all'autorità ecclesiastica. Natuzza non ha mai fatto niente che potesse mettere in difficoltà la Chiesa. (…) I fenomeni che lei avvertiva durante la Settimana Santa sono il segno del dono che Dio stesso le ha fatto. Natuzza, con la sua forza spirituale, è riuscita a comunicare con tutti." Monsignor Luigi Renzo, Vescovo di Mileto.
Natuzza è una parola di Dio, come lo sono io e come lo siete voi. Però la parola di Dio deve esser saputa leggere; il guaio è che Natuzza spesso non è saputa leggere!…Natuzza è una donna di fede, è una donna di speranza, è una donna di carità. Il Vescovo vi può dire che è una donna intanto molto umile..(Monsignor Domenico Cortese)

Don Marcello Stanzione è l'autore di questi due libri, dell'edizione "Segno" molto facili da leggere, sulla storia di una mistica dei nostri giorni.

Note biografiche:  

Marcello STANZIONE è nato a Salerno da una famiglia di operai il 20 marzo 1963, ha frequentato nella sua città il liceo classico “T. Tasso” ed è entrato al seminario maggiore di Napoli dove è stato discepolo del cardinale Agostino Vallini. Ordinato Sacerdote il 14 novembre 1990 è Parroco di Santa Maria La Nova nel Comune di Campagna (SA) dal 1° gennaio 1991. Ha rifondato l’8 maggio 2002 l’Associazione Cattolica (Milizia di San Michele Arcangelo – www.miliziadisanmichelearcangelo.org ) per la retta diffusione della devozione cattolica ai Santi Angeli. Insieme a Carlo Maria Di Pietro ha creato il sito miliziadisanmichelearcangelo.org ed insieme al giornalista Bruno Volpe ha creato il quotidiano cattolico online “Pontifex.Roma” . …

… Scrive sulle riviste: “Il Segno del soprannaturale” di Udine, “Lasalliani oggi in Italia” di Roma, “Il Gesù Nuovo” di Napoli, “Sussidi per la catechesi” di Roma e sul settimanale diocesano di Salerno “Agire”. Nella sua parrocchia ha creato un Centro di Angelologia, dotato di Biblioteca e Centro Documentazione, la Mostra permanente sulla devozione agli Angeli e il Centro di spiritualità “Oasi di San Michele” per campi scuola, ritiri e convegni.

Ogni anno, l’1 ed il 2 giugno, organizza e presiede il Meeting Nazionale di Angelologia.

Ha studiato Teologia alla Pontifica Università Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli,  Dottrina Sociale della Chiesa alla Pontifica Università Lateranense,  Catechetica alla Pontifica Università Salesiana, dove ha avuto come insegnante il cardinale Tarcisio Bertone, Spiritualità al Pontificio Ateneo Teresianum, Grafologia alla LUMSA e al Pontificio Ateneo San Bonaventura. Conferenziere anche all’estero, è spesso invitato a Programmi televisivi e radiofonici e attualmente cura una rubrica  sugli angeli su Radio Mater e su TeleradiopadrePio. Ha scritto:

STANZIONE Marcello, Difendere e diffondere la Fede, Editoriale Agire, Salerno  1995

STANZIONE Marcello, La lezione di Giuseppe Lazzati. Un laico al servizio del regno di Dio, Editoriale Agire, Salerno 1993

STANZIONE Marcello, Preghiere di guarigione psico-fisica e di liberazione, Tipografia Ebolitana, Eboli (SA) 1999

STANZIONE Marcello, Preghiere all’Arcangelo San Michele, Edizioni Il Melograno, Salerno 2005

STANZIONE Marcello, Preghiere dei cristiani ai Santi Angeli di Dio, Tipografia Ebolitana, Eboli (SA) 1998

Un Sacerdote della Chiesa Cattolica (STANZIONE Marcello), Preghiere con gli Angeli, Edizioni Shalom, Ancona 2000

STANZIONE Marcello, Gli Angeli nostri amici, Edizioni Paoline, Milano 2001. (Tradotta in Portoghese e Polacco)

STANZIONE Marcello, La Via Angelica. Itinerario verso Dio in compagnia dei Santi Angeli, Edizioni Gribaudi, Milano 2004. (Tradotta in francese dalle Édictions Bénédictines)

STANZIONE Marcello, Preghiere di guarigione psico-fisica e di liberazione, (2ª Edizione), Edizioni Il Melograno, Salerno 2005

STANZIONE Marcello, 365 giorni con gli Angeli, Edizioni Gribaudi, Milano 2006

STANZIONE Marcello, (a cura di), L’Arcangelo San Michele, l’Archistratega di Dio, Edizioni Segno, Udine 2006

STANZIONE Marcello, (a cura di), Il ritorno degli Angeli oggi: tra devozione e mistificazione, Edizioni Segno, Udine 2007

STANZIONE Marcello, (a cura di), Gli Angeli dei Mistici, Edizioni Segno, Udine 2007

STANZIONE Marcello, 365 giorni con San Michele Arcangelo, Edizioni Segno, Udine 2007

STANZIONE Marcello, Occultismo: Una sfida per il cristiano, Edizioni Il Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (VR) 2007

STANZIONE Marcello, San Pio da Pietrelcina e l’Arcangelo San Michele, Edizioni Gribaudi, Milano 2007

STANZIONE Marcello, Pregare con gli Angeli buoni, Edizioni Il Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (VR) 2007
 
STANZIONE Marcello, 365 giorni con San Raffaele Arcangelo, Edizioni Segno, Udine 2008

STANZIONE Marcello, 365 giorni con San Gabriele Arcangelo, Edizioni Segno, Udine 2008

STANZIONE Marcello, Un Anno con gli Angeli, Edizioni Segno, Udine, 2008

STANZIONE Marcello, (a cura di), L’Arcangelo Raffaele: Celeste farmaco di Dio, Edizioni Segno, Udine 2008

STANZIONE Marcello, Gli Angeli e Santa Faustina Kowalska, Gribaudi, Milano 2008

STANZIONE Marcello, Gli Angeli di San Pio da Pietrelcina, Edizioni Segno, Udine 2008

STANZIONE Marcello, Un Mese con gli Angeli, Edizioni Segno, Udine 2008

STANZIONE Marcello, Un mese con San Michele Arcangelo, Edizioni Segno, Udine 2009

STANZIONE Marcello, (a cura di) Gli Angeli, i militari e le forze dell’ordine, Edizioni Segno, Udine 2009

STANZIONE Marcello, 365 giorni con i tre Arcangeli: Michele,  Gabriele e Raffaele. Edizioni Segno, Udine 2009

STANZIONE Marcello, San Paolo il mistico degli angeli, Gribaudi, Milano 2009

STANZIONE Marcello, La regina degli Angeli, Edizioni Villadiseriane, Bergamo, 2009

STANZIONE Marcello, Come difendersi dal demonio, Edizioni Villadiseriane, Bergamo, 2009

STANZIONE Marcello, 365 giorni in compagnia del Curato d’ars, Gribaudi, Milano 2009

STANZIONE Marcello, Il Satanismo, Gribaudi, Milano 2010

STANZIONE Marcello, (a cura di) Gli Angeli dei presbiteri, Edizioni Segno, Udine 2010

 

Edda CattaniNatuzza Evolo
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