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La morte giovane

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Questa relazione mi viene dall’Associazione Solange, dove mi recherò il prossimo 9 dicembre per tenere un incontro. Propongo questo documento di un grande medium, quale è tuttora Corrado Piancastelli, che vale la pena di rivisitare. E’ un laico che parla… e termina: “… In questa chiave di lettura ha ragione Teillard De Chardin quando dice che “noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana”. Sull’elaborazione del lutto io partirò da ben altro: “In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo perché noi avessimo la vita per mezzo di lui”.  (1Gv 4,9)

Sulla morte giovane


di Corrado Piancastelli

Convegno del 10 gennaio 2004 presso l’Hotel S. Lucia di Napoli

(Organizzato dall’Associazione “Solange” – Napoli)

           Normalmente nei congressi di parapsicologia cerco di affrontare i problemi in chiave scientifica e i miei interventi possono anche apparire insoliti perché le persone – dal momento che sono anche un sensitivo – forse si aspettano da me racconti più o meno fantastici che non amo fare.

      Sono stato a lungo uno psicoterapeuta e come tale mi sono prevalentemente occupato di tossicodipendenze e di devianze giovanili, dei problemi legati alla droga: le sofferenze dei giovani si possono affrontare solo con metodi razionali, non con atti di fede o con invocazioni mistiche o affidandosi alla volontà di Dio. Questa esperienza ha stabilizzato la mia razionalità di fondo e mi ha trasmesso un metodo che, però, non ho mai usato in modo estremo, ma era comunque un metodo di lavoro che poi mi è servito anche nella ricerca del paranormale.

          Dalla pratica psicoterapeutica sono poi passato alla filosofia della mente e questo è il mio lavoro attuale. Ma, naturalmente, il contributo che ho dato alla parapsicologia (si pensi, per fare solo due esempi, al “Rapporto dalla Dimensione X, Colloqui con “A” e ad altri, scritti sul mio caso da Giorgio di Simone, fino al mio libro autobiografico “Il sorriso di Giano”) e il fatto di essere anche un sensitivo da quando avevo solo 15 anni, hanno inciso profondamente in tutto l’arco del mio lavoro. E’ un’intera esistenza, la mia, passata a cercare di dare alla parapsicologia qualche punto di appoggio solido. Questa modalità di lavoro, in filosofia come nelle scienze, viene rappresentata come ricerca epistemologica di un problema. Oscillando tra istinto per così dire medianico, con le sue possibilità di entrare in altri mondi e le esigenze legate ai metodi della scienza, sono diventato io stesso la maschera del Giano bifronte con la possibilità, cioè, di guardare verso lo stesso punto da due orizzonti diversi.

Credo che qualsiasi ricercatore, che sia anche filosofo, si trovi in questa situazione ambigua. Un maestro d’eccellenza quale fu Gustav Jung si trovò nella stessa situazione. Jung discorreva nel suo giardino con una voce interiore a cui aveva dato il nome di Filemone e nella vita fu un scienziato irreprensibile stimato in tutto il mondo.

“Filemone – ha lasciato scritto Jung – rappresentava una forza che non ero io [….] e mi diceva cose che io coscientemente non avevo pensato, e osservai chiaramente che era lui a parlare, non io.” […..]. “Per me era una figura misteriosa. A volte mi sembrava reale proprio come se fosse una persona viva. Passeggiavo con lui su e giù per il giardino ed era per me ciò che gli indiani chiamano un guru”.

          Dico queste cose non per ostentare un parallelismo con il grande Jung, ci mancherebbe altro, ma perché abbiate intero il quadro che fa da sfondo alla mia vita, vissuta continuamente tra dubbi, certezze e ipotesi di lavoro.

Questo tipo non facile di vita mi ha portato a dubitare e a confermare. Un’oscillazione culturale la cui lezione preziosa in tal senso, guarda caso, me l’ha data proprio il mio maestro spirituale, quell’Entità “A” per la quale il nostro lavoro umano deve consistere nel produrre continuamente domande anche se sappiamo che non a tutte possiamo dare risposte: è il lavoro principale della filosofia e della ricerca in generale e qualsiasi vero filosofo sarebbe d’accordo con questa impostazione.

         “Dubita sempre delle risposte troppo facili, di quelle retoriche o irrazionali, mi ha continuamente ripetuto “Andrea” , anzitutto perché sulla Terra non è possibile accedere alle verità assolute. Ciò nonostante interrogati ogni volta se c’è un senso nelle risposte che ottieni. Dopo averle ricevute riponi le stesse domande senza mai stancarti ma senza dimenticare che hai pure un cuore e anche il cuore vuole risposte”.

           Avere un cuore significa accettare anzitutto che la scienza ha i suoi limiti, oltre i quali bisogna dare un senso anche a ciò che, che per sua natura, non può essere esaminato al microscopio, come la coscienza superiore, la creatività, i desideri, l’immaginazione, i sentimenti, la poesia. Questa scelta di posizione tra rigore matematico e la invisibile ma egualmente reale vita interiore (alla quale pur bisogna dare voce) determina in noi una continua oscillazione tra il certo e l’incerto, tra il possibile e l’inverosimile, tra il vero e il falso, tra illusione e verità. Ciò è causa di tormento culturale e morale e di continua impossibilità a decidere tra ciò che è giusto e ciò che non lo é. Questa, però, come tutta la tradizione filosofica insegna, è la vera posizione del filosofo.

            Di questo comunque non parlerò stamani ma in un’altra conferenza che integrerà questa di oggi che terrò sempre a Napoli, in febbraio, in un altro convegno di parapsicologia parallelo a questo.

          Oggi voglio parlare con voi del dolore e della morte giovane. Ma devo fare subito una premessa: sono un laico fin nelle ossa e odio la retorica e il sentimentalismo quando sono fini a se stessi. Ho fede principalmente nella ragione illuministica ritenendo questa un dono di Dio. Quindi vi dirò le cose che molti di voi vorrebbero dire ma non osano perché ingabbiati in una visione fideistica che rifiuta la ragione e si abbandona alla sola speranza perdendosi dietro il desiderio. Mi prendo la responsabilità di parlare con la rabbia – come ho sentito fare a molti – di chi si vede sottratto un figlio innocente e si pone il terribile perché sia potuto accadere proprio a lui un evento così devastante. Spero, però, che le mie riflessioni servano anche a chi è venuto qui senza lutti personali, ma solo per capire come stanno le cose.

            Uno come me che ha passato la vita a interrogarsi, ad ascoltare il dolore degli altri che mi chiedono conforto e speranza, uno come me che per oltre 50 anni ha interrogato la propria sensitività e la propria coscienza a contatto con una Entità ormai mitica nella storia del paranormale, uno come me che è vissuto per tanto tempo con un maestro del genere, si è posto come voi le stesse domande come le formulai quando, bambino, vidi morire un mio piccolo amico di appena dodici anni e sentii le urla dei genitori davanti al figlio morto. Quel mio piccolo amico e i suoi genitori non avevano fatto nulla di male, erano finanche persone religiose che credevano in Dio e andavano a Messa tutte le domeniche. Leonardo, così si chiamava il mio piccolo amico, era finito sotto un tram e restai tramortito dall’insolente violenza della sorte verso un innocente. Così vissi quella esperienza terribile.

 Perché?, mi chiesi.

Perché proprio lui e non un altro? Perché non un boss che ha sulla coscienza diecine di morti? Perché non un killer che uccide a sangue freddo?

            Dove sono la giustizia di Dio, l’amore di Dio, la sua paterna misericordia, se davanti a noi, nel mondo, c’è solo morte, violenza, malattia e tormento di ogni specie?

           Perché deve morire un ragazzo lasciando nello squallore del dolore i genitori indifesi che non riescono a dare un senso a questa violenza della morte giovane e rischiano finanche di incattivirsi nella cupezza della perdita a cui non sanno dare una spiegazione?

           Così mi vissi la rabbia e il dolore quando morì il mio giovane amico tanto tempo fa.

           Lo ripeto, sono un laico che però ha avuto la fortuna di incontrare un maestro spirituale e da lui ho appreso che essere laici non significa essere atei e non riconoscere ciò che chiamiamo il senso del sacro e della divinità. Laico significa usare il dono di Dio della ragione. Perché la ragione è più importante della fede. Lo é per il solo fatto che la ragione l’abbiamo tutti, al contrario della fede che l’hanno solo alcuni e non certo per meriti personali. Lo so, dicono che la fede sia un dono di Dio. Io, invece, sono d’accordo con Pascal, il quale si chiedeva: se la fede è un dono di Dio perché alcuni ce l’hanno e altri no?

          Non sarebbe, questo dono, dato solo ad alcuni, una vera ingiustizia? Ma poi: la fede serve veramente a giustificare un immenso dolore o è solo utilizzabile come un sedativo?

         Vi risponderanno che non possiamo conoscere i disegni di Dio. Ma quali disegni? I disegni si vedono dagli effetti che producono e io mi rifiuto di pensare che Dio, nei suoi disegni, comprenda le morti innocenti di milioni di persone indifese e lo strazio dei sopravvissuti.

           Questo Dio biblico che semina morte non é il Dio amorevole di cui tutti abbiamo sentito parlare fin da quando siamo nati. Non può trattarsi dello stesso Dio che conserva la vita ad alcuni e, nel suo disegno, la toglie ad altri. E’ un disegno, se lo è, del tutto incomprensibile, talmente incomprensibile da somigliare a quello di un killer che spara da lontano nel mucchio preso da un raptus di follia.

 Io la vedo così e ne deduco che deve esserci un’altra spiegazione.

La vita umana vede continuamente il successo dei violenti e la morte dei deboli. Più si è vittime più si è perdenti, più si è ingiusti e accaparratori e più si vince. Dov’è Dio in questa vacanza della giustizia? Dov’è il suo amore, la sua pietas?

…fine prima parte…

 

Seconda parte

 

Ad Aushwitz furono annientati milioni di ebrei e ancora oggi, nel mondo, ogni anno muoiono letteralmente di fame almeno 10 milioni di bambini e non c’è nessun Dio e nessuno Stato che interviene per salvarli dall’atroce morte per inedia fisica.

          Wiesel, raccontando dell’impiccagione di tre prigionieri in un campo nazista, tra cui un bambino dagli occhi tristi, così scrisse: “Dov’è dunque Dio? Dov’è? Eccolo: è appeso lì, su quella forca!”.

         E ancora Adorno, ripreso da Jonas: “Nessuna parola risuonante dall’alto, neppure teologica, ha un suo diritto di essere immodificata dopo Aushwitz”.

         Un bambino di dieci anni trucidato dalla marmaglia nazista che ha disonorato la specie umana. Non riesco a pensare in modo logico e lucido ad una cosa del genere. Perdere un figlio giovane per malattia o incidente è tragico, vederlo addirittura impiccato per puri motivi ideologici è doppiamente tragico, è finanche spiritualmente intollerabile.

         Noi e i nostri figli siamo legati con un nodo inestricabile che nessuno può sciogliere. Forse dipenderà dalla nostra natura biologica, forse da quella spirituale e psichica o forse dall’intreccio di questi tre fattori. Qualunque ne sia la causa questo nodo esiste e ce lo viviamo in maniera emotiva sicuramente eccessiva, ma non riusciamo a sentire questo bene in modo diverso, per cui la morte di un figlio la sentiamo come un affronto alla logica naturale che prevede la morte dei vecchi e non quella dei giovani.

Diceva Rousseau che l’amore dei genitori è di tipo discendente, quella dei figli di tipo ascendente. L’amore ascendente è minore di quello discendente, ecco perché i genitori amano i figli in modo più forte che i figli i propri genitori. Questo amore dei genitori si associa sempre all’ansia di perderli. La psicoanalisi ha elaborato studi fondamentali su questa questione di cui, però, resta l’ansia e la pena che sono reali, sono qui, e per qui intendo proprio qui nelle nostre menti, nei nostri corpi, nella nostra natura vivente, in un rapporto ferocemente arroccato tra la nostra materia corporale e queste persone a noi care, tra le quali in modo speciale i nostri figli più delle nostre madri e dei nostri padri, più dei nostri amici che pure possiamo amare e che vorremmo non morissero mai.

        I figli ci fanno diventare egoisti, trasformando il dolore della loro perdita in una speciale perversione che talvolta incattivisce e che non vorremmo avere ma che è umanamente comprensibile.

       Perché è toccato a me e non ad un altro? Oppure: doveva proprio accadere  a lui di morire  e non al nonno che è già vecchio o allo scemo del paese che ancora campa nella più totale apparente inutilità, o ai delinquenti che imperversano nella nostra società?

           Ecco, questo è quanto può attraversare la mente di coloro che subiscono il lutto della perdita e io vi chiedo perdono se lo metto in luce brutalmente nella domanda di senso a cui la fede non può dare risposta se non è preceduta da un ragionamento. Non basta dire, sia fatta la volontà di Dio, perché noi chiediamo il senso della stessa domanda, non la pura affermazione della sua volontà, dal momento che siamo noi uomini a soffrire, non Dio, e una risposta come questa non ci chiarisce nulla, anzi esaspera il senso della sua retorica, incomprensibile quanto l’evento che ci ha colpito.

         Si può mai essere confortati da una risposta del genere? Che non dobbiamo sapere e non dobbiamo capire nulla come se fossimo dei mentecatti?

        Come si esce da questa posizione mentale che rende perverso il dolore della coscienza e dell’amore feriti? Come dobbiamo recuperare il rapporto col divino, questa necessità interiore pura, offesa dalla Sua assenza perché le nostre invocazioni e preghiere a Lui restano continuamente disattese come se Lui effettivamente non ci fosse?

        Naturalmente chi ha fede e non si pone domande, resti pure così se in questa posizione trova le risposte! Io provo sempre a rivolgermi a quelli la cui fede vacilla oppure è improponibile.

       Non ho la ricetta miracolosa, sono solo una mente che ha imparato a pensare da filosofo e ha avuto la fortuna di incontrare sulla sua strada la voce di un maestro molto speciale. Da questo incontro è nata una risposta di senso che, a mio avviso, merita ogni attenzione.

        La riflessione scaturita da questo straordinario rapporto fissa alcuni punti fondamentali:

        Punto primo: nonostante tutta la buona volontà – che si sia laici o credenti – è incontrovertibile che nel mondo non c’è alcuna visibile traccia di Dio. In questa affermazione, che si traduce nel concetto della morte di Dio, c’è però un paradosso, perché ciò nonostante vi sono persone che hanno iniziato un lavoro di ricerca e sono riuscite a portare la loro coscienza percettiva, al di là della negazione e del dubbio. Queste persone sono i mistici, i profeti, i poeti, i filosofi metafisici di tipo creativo, i maestri spirituali. Tutti costoro sono riusciti, attraversando la materia del corpo e sospendendo la ragione – come nella fenomenologia di Husserl – a raggiungere uno stadio mentale e intimo profondo e alto in cui si annulla il tempo e lo spazio e si entra nella dimensione sacrale dell’ineffabilità perdendo il contatto col proprio Sé corporeo e linguistico. In questa condizione si apre una seconda coscienza parallela di cui possiamo tutti fare esperienza a condizione che la smettiamo di rigirarci nelle nostre disgrazie e diventiamo attivi e propositivi.

Questa percezione trascendentale va cercata, non si vende in edicola e nei libri, ma si deve cercarla non solo per esserne consolati, va desiderata come necessità di conoscenza di sé e come ricerca interiore. Ciò significa che dobbiamo abbandonare la teoria del solo sapere cognitivo e della ricerca consolatoria o della curiosità intellettuale fine a se stessa, e passare alla pratica del fare intesa anzitutto come ricerca della nostra anima.

Se non ci poniamo come primo obiettivo il riconoscimento sperimentale che siamo una natura spirituale che vive in un corpo fisico, come potremmo riconoscere i segni del sacro e avvicinarci ad una possibile divinità?

         Noi siamo nel mondo per conoscere e sperimentare la corporeità e la vita, non per contemplare astrattamente. In questo momento in cui voi e io ci stiamo scambiando pensieri tutto è materia. I nostri sensi, il nostro linguaggio, voi udite la mie parole, io sento il vostro silenzio, la vostra attesa. I nostri corpi vivono, respirano, le vostre orecchie ascoltano, le vostre domande fremono nei vostri cervelli ed è quasi come se le udissi, immagino finanche cosa state pensando, ciò che vorreste chiedermi.

         Piano piano tra voi e me, tra i nostri corpi fisici, si crea un feeling, una cosa impalpabile che crea ascolto, partecipazione, unione. Ne deriva che ciascuno di voi non è solo carne umana seduta su una sedia. Che cosa consente a questa carne e ossa e sangue di capire il senso delle mie parole? Sono solo sensi e mente o c’è qualcos’altro che passa tra voi e me? E’ solo voce umana, sia pure denotata di senso, oppure stiamo percependo, attraverso il suono fisico della voce, altri significati che ci rinviano all’intuizione sacrale che ci stiamo scambiando anche anime pur nella fisicità spaziale dello stare insieme?

Quando cerchiamo, in un pur banale atto della vita, di dare un senso alle cose (per esempio perché lo stiamo facendo? Perché così e non in un altro modo? Cosa significa la mia azione? Come interpretare l’azione degli altri?), quando ragioniamo in siffatto modo, siamo già nel sacro. Il sacro non è una chiesa, una preghiera, un suono di campana o una musica: sacro è il senso della vita quando la nostra azione ci produce un surplus di conoscenza e ci conduce al processo di trasformazione per mezzo del quale utilizziamo, sì, la nostra materia corporale, ma la conoscenza corporale non può essere una conoscenza fine a e stessa, deve poter produrre un valore e questo valore è appunto il senso che dobbiamo dare all’azione e questo senso si accresce proprio perché è prodotto dall’esperienza concreta non dalle teorie, come dice il filosofo Gianni Vattimo, del credere di credere.

Questa riflessione ci dice che se Dio esiste non è nelle cose umane e nel mondo che fisicamente ci appare, ma nel valore aggiunto che nasce dal finalizzare i comportamenti e la corporeità a valori conoscitivi, indipendentemente dal credere o non credere, perché il Dio che cerchiamo è nel gap tra il pensiero teorico e la pratica spirituale del vivere. In questo modo il gap che viene a determinarsi è lo spazio astratto che si riempie di senso, cioè è proprio un valore aggiunto che la mente fa proprio. Si tratta di un valore metafisico, perché è l’ontologia dell’Essere che si riappropria di noi e trasforma il pensiero in sapienzialità, cioè lo connota proprio di quella sacralità che stiamo cercando

Se non si opera, il credere soltanto non serve a niente. Operando ci allontaniamo paradossalmente dal mondo perché sacralizziamo la nostra azione, innalzandola al di sopra del pensiero stesso.

             Questo paradosso ha bisogno, però, della complicità del corpo perché è attraverso di esso che noi pensiamo e operiamo. Ma il paradosso ci apre la strada all’inverosimile, perché se diamo continuamente un senso all’azione noi ci impadroniamo della sacralità mentre operiamo e la riconosciamo (quando l’azione è finita) perché siamo diventati più ricchi, più saggi, più tolleranti, più giusti o semplicemente più consapevoli della nostra esistenza . In termini psicologici questa è la strada per radicare l’identità, la coscienza di sé, il valore dell’esistenza che noi identifichiamo quando cessa il clamore delle cose del mondo.

Questo fatto straordinario ci conferma che di Dio non si ha traccia nel mondo perché noi, spinti dal bisogno e dal dolore, vorremmo incontrarlo là dove Lui non può stare, per cui la traccia comincia quando diamo un senso e una finalità concreta al nostro desiderio. Quando, invece, utilizziamo il desiderio e l’immaginazione solo per pensare senza farli diventare azione, restiamo imbrigliati nella teoria o nel nostro stato fissativo e restiamo soli perché il resto del mondo è come se non esistesse. Rendiamoci conto che la politica, l’economia, il lavoro, le disgrazie dei corpi, le malattie, la morte e i riti per esorcizzare il dolore appartengono solo al regno della vita umana, non a quello dello Spirito o a quello del divino. E quindi, se vogliamo pensare al sacro dobbiamo, sia pure attraverso queste necessarie fasi umane, salire di livello, cioè il pensiero quotidiano deve diventare attenzione trascendentale.

             Questa operazione non è irrazionale, anzi è esattamente il contrario. Infatti noi partiamo da una procedura razionale quale la volontà e il ragionamento e da lì giungiamo in un’area metafisica fino ad allora del tutto sconosciuta. Insomma l’idea di Dio, del trascendente, della sopravvivenza, della sacralità, rappresentano un progetto di verifica e di riconoscimento che implica un lavoro: non sono verità concesse per fede solo a qualcuno, ma l’esito, per così dire, di una ricerca (come è giusto che sia) che sottintende un merito.

            Tutto ciò che possiamo definire trascendente: Dio, l’ontologia della metafisica, la dimensione dell’oltre, la percezione mistica e simbolica del divino, le tracce di coloro che sono trapassati, cioé i figli e gli amici che sono morti, sono là in questo stadio ultrapercettivo che chiamiamo trascendenza sacrale.

           L’anima (o Spirito) deve trovarsi, verosimilmente, in quel punto che si realizza solo nelle condizioni mistiche dell’ineffabile abbandono trascendentale, nel luogo dove, appunto, si costituisce la dimensione della seconda coscienza che può pensare a sé non come corpo ma come punto di incontro col mistero. Perché è solo in quel punto che si cominciano a scorgere le tracce del sacro se, come diceva Empedocle, che visse 450 anni prima di Cristo, forse “la natura di Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non è da nessuna parte”.

…fine seconda parte…

 

Terza parte

…terza parte…

Secondo punto – Se riusciamo a vivere il precedente progetto di ricerca interiore, tutta la riflessione precedente di colpo diventa anche un lavoro che conferma l’esistenza in noi di alcune verità metafisiche. Tra l’altro gli effetti a cascata di questo nuovo modello interiore sono subito visibili finanche nella vita ordinaria. E’ dimostrato che, ad esempio, se riusciamo a creare uno stato di conformità tra il corpo e i desideri inconsci, questo stato non solo ci apre (con opportune tecniche) uno sconosciuto universo trascendentale, ma ci procura finanche un benessere fisico che innalza le difese immunitarie contro i virus, il cancro e varie malattie, ed agisce positivamente su tutte le tensioni psichiche riducendo gli stati nevrotici o abolendo l’ansia. Tutto ciò ha un carattere oggettivo come è dimostrato dal fatto che in questo nuovo stadio mentale si modificano le onde cerebrali e rallentano i segnali di attivazione in entrata degli stimoli esterni provenienti dall’ambiente, compreso gli stressori che ci producono ansia.

           Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un nuovo paradosso.

           I filosofi e gli scienziati ancora oggi non sanno spiegarsi come mai percezioni astratte possono interferire con gli stati corporei e mentali che appartengono al regno fisico. Però interferiscono. Essi non postulano il sospetto che insieme al corpo e alla mente noi possediamo una esistenza spirituale che è regolata da leggi non fisiche, ma tuttavia sono costretti a riconoscere che senza il pensiero superiore, noi stiamo male.

         Ovviamente non è che non conosciamo le caratteristiche della coscienza, ma in un certo senso procediamo al contrario perché del sistema nervoso conosciamo quasi tutto, quel che non sappiamo è come sia possibile che un cervello fatto di cellule e neuroni di tipo fisico, possa concepire e produrre ciò che fisico non è, per cui in realtà noi sappiamo cosa la coscienza non è, piuttosto che cosa la coscienza é.

Si aprirebbe un lungo discorso che non è possibile sviluppare nel limitato tempo che abbiamo. Filosofi, neuroscienziati, psicologi e ricercatori in genere devono ancora capire come sia possibile che l’essere umano abbia la capacità intenzionale di pensare per astrazioni e simboli come se fosse in possesso di codici estranei al mondo dei neuroni. Questo fatto è addirittura emblematico. Il nostro cervello possiede 100 miliardi di neuroni, ma nessun neurone è intelligente. Il DNA di uno scimpanzè differisce solo l’1,6 da quello dell’uomo. Ancora non sappiamo in che modo lo schema dei circuiti funzionali del cervello dia origine ai fenomeni mentali: sui fenomeni mentali superiori non abbiamo neppure un’ipotesi. L’arte è uno di quei casi emblematici ancora sconosciuti e così anche la matematica intuitiva.

Terzo punto: Ma c’è di più: le nostre pulsioni, i nostri desideri, le vocazioni a fare o non fare, i nostri istinti spirituali e creativi, le nostre intenzionalità, tutta la gamma delle nostre idee più alte e metafisiche, provengono esclusivamente dall’inconscio, cioè da una parte di noi di cui non abbiamo coscienza, per cui dobbiamo ribaltare il concetto che noi siamo soltanto la nostra coscienza e la nostra storia personale, perché senza l’inconscio noi saremmo in possesso solo della coscienza animale, del sistema nervoso e della cultura. L’inconscio è un iceberg sotterraneo, una montagna potenziale che è al di sotto della coscienza la quale, diceva Freud, è solo un piccolo rigagnolo che fuoriesce da questo grande fiume nascosto che scorre a nostra insaputa dentro di noi. Siamo più inconscio che coscienza; se è lì che avvengono le principali transazioni metafisiche, lì dove le regole dello spazio-tempo e del linguaggio non funzionano più, è allora più chiaro che, quando parliamo di sacralità e di divino, è solo là che lo possiamo incontrare.

          Forse Dio e l’Anima non sono scomparsi e le tracce sono in quest’area interna che la storia del mondo ha cancellato in omaggio alle leggi dei poteri e del mercato che hanno trasformato gli uomini, specie noi occidentali, in merce di scambio in robot obbedienti e passivi.

         Ora possiamo tornare alla domanda iniziale.

         Perché la morte e perché la morte giovane? Supponiamo che l’anima (ne diamo per scontato, in questo discorso, la sua realtà) esista non dal momento del concepimento, ma sia antecedente e che vivere in un corpo rappresenti per essa un esperimento di conoscenza. Perché non potremmo percorrere questa ipotesi? Chi può dire quando l’esistenza dell’anima cominci? Attenzione: nel parlare di anima noi non ci riferiamo ad una simbologia, o ad una metafora (come si fa in psicologia) ma ad una cosa reale, vera, esistente. Nella nostra ipotesi di lavoro l’anima è una struttura complessa, una struttura costituita da energia che vive di esistenza propria, di una realtà reale come è reale il pensiero, una musica, un respiro, un profumo. Ci rifiutiamo di definire l’anima l’inganno metaforico di un discorso che parla di lei, per noi l’anima è una forza reale come è reale la luce di una lampadina.

Non è ragionevole ipotizzare che se quest’anima è una sostanza eterna perché proveniente dalla stessa eternità di Dio, il principio eterno di cui è costituita non si misura solo sul suo futuro ma anche sul suo passato? Meditate bene su questo punto; è importante. In una linea geometrica infinita, qualcuno può forse stabilire quale ne è il centro o dove cominci l’infinito? Se l’anima ha l’eternità nel suo futuro perché non dovrebbe essere possedere l’eternità anche nel suo passato?

           Poiché nessuno può dimostrare – dico dimostrare – il contrario di questa tesi, ne deriva un corollario della massima importanza e cioè che l’anima precede il corpo. Se l’anima precede il corpo, e se tutto quanto abbiamo detto sulla natura inconscia della mente è vero, e se ciò che chiamiamo intenzionalità, creatività, percezione metafisica e trascendentale contraddistinguono la vera natura di ciò che definiamo Persona Umana che si differenzia dalla pura natura biologica, se non siamo simili a una pianta e non siamo solo un ammasso di sangue, muscoli come la carne che si vende in macelleria, allora noi non siamo solo molecole o cellule, ma siamo anche anima e quest’anima, ricca di proprietà metafisiche, vive il corpo come un involucro provvisorio e la vita umana rappresenta lo specifico in cui si realizza un progetto dell’anima stessa. Se non esistesse una progettualità per quale motivo dovremmo vivere? In assenza di progettualità la nostra vita non avrebbe più senso di quanto ce l’abbia un formica.

         Se, però, come noi riteniamo estremamente probabile, l’anima ha un progetto questo non può che essere individuale e intenzionale, cioè nel progetto è sottintesa una precisa volontà, e quindi è il corpo a servizio dell’anima, non viceversa.

          Ma se c’è un progetto spirituale che usa un corpo per realizzarsi, poiché il corpo è un meccanismo finito, cioè soggetto a nascere e morire, il progetto pur essendosi costituito su finalità e su valori non umani, è giocoforza costretto ad uniformarsi ad un tempo e a uno spazio che invece sono umani pur senza perdere la propria specificità.

          Questo adeguamento quasi fisiologico è per l’anima una trappola che è costruita dalla natura con i criteri della finitezza di cui conosciamo solo i due estremi rappresentati dalla nascita e dalla morte.

   Ne deriva che il tempo dello spirito non si misura col tempo umano scandito dall’orologio e dal calendario, ma col mistero della sua progettualità che noi, con la mente umana non solo non possiamo conoscere, ma che neppure umanamente condividiamo perché è intriso di una logica alla quale la nostra mente non può partecipare perché il nostro pensiero è legato alla Storia e al tempo di questo mondo, ai suoi bisogni, alle sue contraddizioni, ai suoi limiti.

Per l’anima non può esistere la Storia del mondo e degli umani. L’anima è un soggetto individuale che vive in funzione della sua storia spirituale e individuale, per cui ciascuno è responsabile di sé e non degli altri. Non ci sono percorsi sentimentali, ma percorsi progettuali.

Quando il progetto si è esaurito l’anima se ne va ed a noi tocca accettare questa volontaria decisione e paradossalmente anche assecondarla. Non è Dio che toglie la vita, ma l’anima che decide l’ora del suo ritorno. Per noi questa logica è spesso terribile, ma non dobbiamo dimenticare che tutti noi vi siamo assoggettati. Per noi la morte è separazione, per l’anima è liberazione. Per noi la morte è dolore, per l’anima è la fine di un incubo perché ritorna al suo stato primario che lasciò per entrare nella limitata trappola del corpo e alla fatica del vivere.

Nel suo non-tempo la morte non è, quindi, una violenza, ma l’esito naturale di un evento a sua volta naturale che pone termine ad un programma stabilito da ciascuno di noi nel momento che nasciamo.

         Vorrei avere il tempo, il mio tempo umano, per parlarvi del tipo di esperienza che un’anima immateriale può fare in un corpo materiale e rispondere all’interrogativo che molti mi rivolgono: ma che esperienza può fare un ragazzo di pochi anni? La sua anima cosa può aver capito del mondo in così poco tempo?

          Dirò solo due cose.

          Il progetto dell’anima è un progetto conoscitivo attraverso il percorso sperimentale della vita. Se è così il progetto può essere eseguito in pochi o in molti anni. Qualunque sia la lunghezza temporale della vita per l’anima si tratta pur sempre di un soffio, di un istante. Tutti noi siamo assoggettati a questa regola. Non ci sono orologi e calendari che possono misurare il tempo dell’anima . Questo per noi umani è un dramma, lo capisco bene, ma non per l’anima, perché essa non conosce il tempo umano! Può lasciare il corpo presto o tardi, a venti come a novanta anni. La sua misurazione è conforme all’esperienza che ha progettato, non può riferirsi alle aspettative ed agli affetti del mondo, dei genitori, degli amici, della società. E’ per tutti così. Anche i genitori se ne possono andare prima che i figli siano cresciuti e li lasciano soli. E’ in atto una reciprocità il cui senso è l’attesa che l’evento della vita si compia quando il tempo della conoscenza si è esaurito.

          Ma – ripeto la domanda – cosa può sperimentare l’anima di un giovane che non ha ancora vissuto la vita?

La vita non è fatta solo di azioni visibili, come il lavoro, la famiglia, lo studio, il bene o il male. La vita non è solo una costruzione di affetti che vorremmo non finissero mai. La vita è il vivere cose che il corpo sociale nemmeno immagina. Si vivono le sensazioni, gli odori, le attese, le speranze, i desideri, si vive l’apprendimento, la comunicazione con gli altri, si vivono finanche le depressioni, le paure, i silenzi, la musica, il conforto dell’amore, l’amicizia, le prime voglie sessuali, le percezioni di sé, gli inganni, i compagni di scuola, i genitori, i fratelli. Si vivono i dolori e i piaceri. Si vive finanche la percezione del solo respiro, si vive il mal di pancia, la pioggia sulla testa. Si vivono finanche i sogni e le piccole carezze sui capelli.

Sono queste cose la vita.

          Quante cose si vivono senza che ce ne accorgiamo! Ma l’anima sì. Per l’anima queste cose del mondo apparentemente volatili sono conoscenze che lì, nell’esistenza primaria dell’anima non potrebbe mai conoscere se non vivesse il corpo. L’anima oscilla tra il Sé come sostanza divina, e il Sé che guarda il mondo delle cose materiali fatte di una sostanza, appunto la materia, che è cosa diversa dal suo essere cosa divina.

         In questo incontro tra Sé-anima e il mondo-altro, si realizza l’esistenza di ciascuno di noi, misurata al di fuori di ogni tempo, come è giusto che sia ciò che da un lato vorremmo eterno e dall’altro conformato ai nostri bisogni temporali e umani.

        E’ un incontro che costringe l’anima e la mente a indossare maschere: l’anima per potersi adeguare al corpo, la mente per poter essere accettata dalla società. La maschera domina tutto. Ma “maschera” in greco vuol dire tragedia. E perciò noi corpo e noi anima ci viviamo continuamente la falsificazione di un incontro che, senza le maschere, non potrebbe avvenire. E ciò produce drammi e sofferenze.

         Noi soffriamo ogni perdita perché essa è una ferita inferta alle maschere che ci impediscono di scorgere l’altra verità nascosta: non solo quella del divino, ma anche quella della propria natura autentica e, con essa, la propria eternità.

         Però se avessimo la coscienza profonda di tutto ciò, se potessimo disporre di questa sapenzialità soffriremmo enormemente di meno e ci adegueremmo alla volontà dello spirito con ben diverso abbandono e con ben altra comprensione. Ma forse senza il dramma e la messa in scena della morte, non vi sarebbe vita, perché se non c’è dramma quasi mai si cerca una qualche verità che lo plachi.

         Perché? E’ un filosofo materialista, Nietzsche, che ci dà la risposta.

        Ha scritto Nietzsche:

        “In verità, vi dico: un uomo deve avere il caos dentro di sé per poter generare una stella danzante. Non il motivo e lo scopo della tua azione la rendono buona, bensì il fatto che nell’azione la tua anima trema e luccica”.

           Se accettiamo questa logica essa diventa un modo nuovo non solo per cominciare a svelare il mistero, ma per riprendere il discorso col Padre sconosciuto, ed a capire perché si è così nascosto da diventare umanamente invisibile. C’è in Meister Eckhart, il grande mistico e filosofo tedesco vissuto intorno al 1260, l’eguale stupefazione che prende ancora noi quando meditiamo su tutto ciò.

               Eckhart così tradusse il testo evangelico “Surrexit autem Saulus de terra apertisque oculis nihil videbat”: Paolo si alzò da terra e, con gli occhi aperti, vide il nulla e questo nulla era Dio”. Che significa tutto ciò. Ce lo spiega lo stesso Eckhart con straordinaria intuizione mistica: “Poiché…la natura di Dio è quella di non essere simile ad alcuno, noi dobbiamo necessariamente giungere al punto di essere niente, per poter esser trasportati in quello stesso essere che Egli è”.

            Svuotarsi della mente e del corpo, abolire lo spazio e il tempo, congiungere la visione con l’azione e, dice Eckhart, “stare all’esterno come all’interno, abbracciare ed essere abbracciati, contemplare ed essere la stessa cosa contemplata, tenere ed essere tenuti in quel silenzio e in quella sospensione della coscienza umana dove Dio e creatura si possono incontrare e diventare la stessa cosa.”

In questa chiave di lettura ha ragione Teillard De Chardin quando dice che “noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana”.

 

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Edda CattaniLa morte giovane

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