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Uomo custode, angelo, pastore

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Uomo custode, angelo pastore

Annunciazione- Cesare Di Narda 1
(Luca 2,1-14)
Natale anno 2016

È l’uomo consegnato alle mani dell’uomo. Attorno alla mangiatoia ci sono solo le carni tremanti di un bambino, c’è l’emozione di una ragazzina diventata madre, c’è la presenza sicura e sognante di Giuseppe, c’è il silenzio fermo di una notte, c’è un pugno di stelle. Ma Dio non c’è. Attorno alla mangiatoia tutte cose ordinarie, nessuna eclatante manifestazione divina. Persino le traiettorie degli spostamenti sono disegnate dagli uomini: un censimento inventato dal potente di turno a costringere Maria e Giuseppe al cammino mentre Dio non interviene nemmeno a garantire gravidanze tutelate. Nessun intervento a trovare alloggi disponibili, nessun miracolo a evitare lo svolgersi traumatico della vita. Il giorno della nascita di Gesù il grande assente è Dio. Perché i racconti della nascita sono stati scritti dopo la Resurrezione, perché questo è lo stile di Dio, Lui danza e si mostra solo nei gesti di cura e di amore che gli uomini sanno disegnare. E un giorno dovremmo farcene finalmente una ragione. Dio è presente nell’uomo che si cura dell’uomo.

Dio è la vita che non si può fermare e non importa se sei in viaggio, se a spostarti sono state profezie bibliche o megalomanie imperiali, quello che conta è che tu sei la carne che la vita ha scelto per mostrarsi. Dio si mostra nella vita degli uomini che non smettono di nascere.

Dio è la luce di un bambino che illumina la notte. E non c’è niente di più umano. Dio è Dio in ogni bambino che nasce, Dio è Dio quando un uomo e una donna decidono di concedersi fino in fondo e di penetrarsi fino all’abbandono di sé per lasciare che la carne prenda forma attorno al loro amore.

Dio è Dio nelle mani calde e materne di Maria, quelle che hanno già imparato a fasciare quel bambino per provare a proteggerlo, per abituarlo al sudario, per coprirlo fin che può dalla violenza degli uomini. Dio è Dio nel gesto umano del fasciare le ferite.

Dio è Dio quando un uomo prende casa in una mangiatoia, quando un uomo non ha paura di consegnarsi e di spezzarsi, pane fragrante, compagno di strada fedele sulle strade della vita.
Nel presepio, a pensarci bene, il grande assente è Dio. È vero, poi arrivano gli angeli, respiro celeste e misterioso, l’intervento più evidente e luminoso però. Però a pensarci bene loro hanno solo il compito di avviare una storia, perché alla mangiatoia ad arrivare saranno angeli con i calli alle mani e l’imbarazzo disegnato sui volti e i movimenti impacciati. Gli angeli spingono i pastori sulla buona strada e poi lasciano il posto a loro. Il Divino, come sempre, annuncia e si ritira. A mostrarsi sarà sempre e solo l’uomo. Dio sceglie di nascondersi dentro la carne degli uomini.

Nella natività non credo sia esatto dire che Dio si consegna alle mani dell’uomo, ma che Dio si mostra quando l’uomo si consegna ad altro uomo. E c’è già il cammino del Maestro, quella lunga deposizione di sé, quella straziante consegna fino alla morte, quella deposizione in tomba scavata nella roccia che diventerà terra fertile a far fiorire l’eternità.

L’uomo consegnato alle mani dell’uomo, e Dio sorride se l’uomo accoglie e fascia e cura, samaritano buono, peccatrice pentita e innamorata, padre misericordioso. Dio è assente nel presepio, perché lascia a noi di iniziare la ricerca di Dio. Non si può alzare gli occhi e pretendere un segno, non si può più chiudere gli occhi e aspettare una eterea manifestazione nel cuore, non si può più credere che gli angeli raddrizzino le strade o ammorbidiscano la sorte, davanti al presepio occorre aprire gli occhi sulle proprie mani, e chiedere a loro di mostrare Dio. E alzare gli occhi fino a livello del fratello perché unica cattedrale sacra è la carne che respira davanti a me, soprattutto quella ferita e oltraggiata. Aprire gli occhi e uscire da ogni sterile spiritualismo e accettare che Dio è nella storia se io divento uomo custode, angelo pastore, obbediente alla Scrittura della Carne.

Natale è Dio che si manifesta quando l’uomo accoglie l’uomo. Ma l’uomo più difficile da accogliere, il povero più faticoso da abbracciare è qual bambino che siamo noi. Natale è iniziare ad accogliersi con gratitudine.

Dio lo incontriamo quando smettiamo le lamentele sul mondo e sulle condizioni della storia, quando comprendiamo che se non nasciamo è solo per paura, e se stiamo nascosti è solo perché abbiamo troppa paura di soffrire, e forse anche per un po’ di egoismo. Natale è l’urgenza della vita che se ne infischia delle situazioni, puoi anche esser fuori posto ma quello diventa il posto esatto in cui nascere. Basta una mangiatoia. Dio si mostra al mondo quando l’uomo accoglie l’uomo in un abbraccio senza condizioni, anticipando le condizioni.

Diede alla luce il suo figlio primogenito. Dio lo incontriamo quando non lasciamo vincere le tenebre, quando diamo luce alla luce, quando non andiamo a nasconderci negli angoli bui che la vita propone. Dare alla luce è essere padri di un nuovo modo di stare al mondo. Dove è Dio? Nei miei folli luminosi tentativi di vangelo. Quando gli occhi si illuminano e accettano di restare invece che fuggire, di parlare invece di tacere, di osare invece di adeguarsi, persino di essere odiato se il Vangelo preme e non puoi farne a meno. Dare luce alla luce è osare strade nuove per queste nostre povere Comunità Parrocchiali stanche e incapaci di ripensarsi, dare alla luce è smettere di concentrarsi solo sul bisogno di sopravvivere. Dare alla luce è anche aver coraggio di accogliere il mondo vecchio, magari soffrendo, ma senza eliminarlo arbitrariamente. Anche quello è un faticoso bambino da accompagnare. Dare alla luce è accogliere l’urgenza di cambiare, di far nascere quel bambino scomodo e inatteso che siamo noi, è accettare di riconoscere che abbiamo bisogno di cambiare.

Lo avvolse in fasce. Nel presepio il divino avviene nei gesti di cura. Natale è accettare la verità di noi stessi: noi siamo feriti e bisognosi. Non è vero che il mondo ha bisogno di noi, siamo noi che abbiamo bisogno degli altri. Come è facile prendersi cura dei poveri, come è difficile accogliere il povero che è in noi. Nel Presepio Dio non c’è, Dio si mostra ogni volta che noi riusciamo a riconoscere le nostre ferite e a chiedere aiuto. A chiedere, piangendo, che qualcuno baci le nostre fragilità.

Lo pose in una mangiatoia. Deposizione. Dio è Dio nella deposizione, dall’inizio alla fine. Depone l’uomo nelle mani dell’uomo perché solo deponendo violenza, orgoglio, giudizio, presunzione e vendetta, Dio si mostra e danza nella nostra vita.

Come è difficile accettare di riconoscersi nei pastori, in quella parte di umanità scartata e vomitata fuori dai confini della città. 
Natale è imparare l’arte della deposizione, della nostra deposizione, dell’abbandono delle difese. Natale non è la nudità di un bambino ma della nostra vita.

Natale è quando riesco a riconoscermi fuori posto e bisognoso. Natale è quando il pianto che chiede affetto è il mio. Natale è quando riusciremo ad amare così tanto l’uomo da accoglierlo. Natale è quando ameremo così tanto l’uomo da accoglierci.

 

Edda CattaniUomo custode, angelo, pastore
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