Narrativa: Racconti Poesie Preghiere

Dalla terra dei “girasoli”

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BUONE VACANZE!!! 

Dalla prossima settimana inizia per tutti un periodo di necessario riposo e a volte, la ricerca di quel fresco che attenui la calura stagionale. Io riprenderò il percorso della “Romea” la strada dei pellegrini che si recavano alla città di Roma facendola a piedi… Non sarà più come i decorsi anni quando, in piena estate, mi dividevo fra i piccoli al mare e Mentore nel suo avviarsi lentamente e per sempre… Pur con il cuore affaticato sentivo tutta l’armonia e la bellezza di questa terra in cui sono nata, ove immense distese di girasoli troneggiano nei campi coltivati. Li ho rimessi ogni anno nella cappella di Andrea che ancora mi veglierà durante i miei viaggi…ora che è insieme al suo Papà… Gli scorsi anni mi sentii protetta da questa pagina che ripropongo modificata… C’è stato intorno a me tanto affetto e conforto durante quell’estate assolata… vorrei ancora che la mia estate fosse così!

 

Portami il girasole ch’io lo trapianti

 

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.


(
Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925)

Da questa poesia parte anche la mia invocazione; è un verso di quelli che si stampano nella memoria: portami il girasole ch’io lo trapianti. C’è tutta la forza di una preghiera e la debolezza di chi, sente la propria anima come un terreno bruciato dal salino, la ferita di una terra dolorosa. Il girasole, pianta magica e dalle foglie gialle, come quei limoni cantati da Montale in altre liriche, più che un uomo è un angelo, che tende verso il cielo azzurro per ansia e bramosia di infinito.

Per questo, in questa stagione porto ad Andrea “il girasole” quasi a volere, in forma poetica  proseguire la mia preghiera che va al di là del dissolvimento: trasparenze e verbi quali vapora fanno capire quanto ci si allontana dalla materialità per giungere all’essenza. Il girasole è  simbolo di un’ebbrezza quasi mistica, che rischiara la visione delle cose, estremo tentativo di una supplica che non è conoscenza, è qualcosa di più, è quello che ai poeti, e anche a me, piace chiamare Illuminazione.

 

 il profumo dei fiori che mi porti giunge fino a me 

…finalmente insieme…

 

Edda CattaniDalla terra dei “girasoli”
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La notte di San Giovanni

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                 La notte di San Giovanni

Continuiamo a pubblicare le note dedicate a Lene Farinato, dal suo Papà. E’ un diario senza fine, che so farà piacere a tanti navigatori… A Lene e a Mario dedico questa struggente canzone d’amore…

la notte di San Giovanni

pubblicata da Lene Farinato 

e lo sento questo bene che le voglio, cosi la notte di san Giovanni mi ha salutato.. però dopo quella notte cosa mi è successo?

mi sono perso, inc…ato, allontanato da lei o forse avvicinato, non so, e spero di non averle fatto troppo male semmai lo abbia fatto, perché gli voglio un bene pazzesco, ma penso che se continuo cosi, vivo come in una bolla di sapone, intrappolato tra i suoi ricordi, la malinconia ed il bisogno di sentirla.. e non è giusto, non lo è per lei non lo è per me.. e mi dispiace dubitare della nostra stessa anima.. ma penso che sia giunto il momento di capire più profondamente cosa siamo… non voglio più sforzarmi di cercarla tra i riflessi anche se ho paura di non rivederla più e allora piango come un cretino se solo ci penso, eppure nonostante la mia paura oggi non ho fatto fotografie, ma se è vero che la nostra anima esiste e che lei mi vuole bene, un segnale diverso arriverà, e non so quando né come e questo mi rattrista.. mi fa vacillare, mi fa paura… paura di perderla.. io non voglio diventare uno stupido senza anima e senza cuore che pensa che il mondo finisca dove finiscono i miei piedi.. ma non voglio neanche galleggiare in questo limbo.. forse è giusto cosi, forse è importante per me quanto per lei che riusciamo ad amarci in maniera diversa. forse sarà più bello o forse no.. ed ho tanta paura di avere paura di perderla ancora.. ma il sentimento che ci lega deve essere in qualche modo fortificato, definito e non da un segnale esterno ma da qualcosa che cresca in me… dal mio cuore.. dalla mia anima… ho bisogno di lei come acqua e so che non posso averla tra le mie braccia fisicamente.. ma non voglio sperare di ritrovarla tra uno sfarfallio del vento sull’acqua, su di un’onda o attraverso un gioco di ombre… voglio lei per quello che è ed ho tanta strada ancora da fare… ma devo sforzarmi di capire che anche questo periodo può e deve cambiare… perché ti voglio bene davvero patatina.. il tuo papà ti vuole cosi tanto bene da capire che è giunto il momento di crescere, per te, per tua sorella per tua madre per me per chiunque chieda come va?.. si arriva in fondo al pozzo e lentamente si risale.. e come quando apro le vele della barca.. ho tanta voglia di veleggiare ma ho anche tanta paura che il vento sia troppo forte, però poi ci si fa forza e sia va.. e magari capiterà che mentre cammino per le strade del mondo mi riabbraccerai come solo tu sai fare… o magari dovrò aspettare ancora a lungo.. e mentre ti penso e mentre la paura mi avvolge la solitudine si fa sentire.. mi viene in mente quella splendida canzone che non sono mai riuscito a cantarti… e dice: sono seduto qui al porto guardando il mio tempo scorrere via tra le onde… ho lasciato la mia casa per una nuova destinazione e sembrasse che non ci fosse nulla che lasciassi e nulla adesso sta arrivando.. allora mi fermo sulla sponda del porto, a guardare la mia vita persa nel tempo… io posso fare ciò che la gente mi dice di fare ma sembra che nulla cambierà anche se faccio ciò che dicono.. allora mi fermo a guardare le barche perso nel tempo perché questa solitudine pare non voglia abbandonarmi….  un giorno ti prometto che te la canterò ad alta voce e tutta per te 🙂 con tanto amore il tuo piccolo piccolo papà

Edda CattaniLa notte di San Giovanni
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Spighe lasciate al sole

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Spighe lasciate al sole

 

 

Già dai primi anni ricordo il mio risveglio in una stanza fredda, con la sveglia vibrante in modo enorme per le mie piccole dimensioni e, sulla mensola, una mezza tazza di latte dove papà, prima di andare al lavoro, aveva messo un granellino di sale…”…vedrai Gagì che la sentirai dolce…”  ma per me sapeva sempre di sale. Poi scendevo dal lettone dove avevamo dormito tutti insieme, mi vestivo con il cappotto ormai stretto e sdrucito e mi caricavo sulle spalle la pesante cartella di cuoio. Chiudevo la porta dal cui soffitto scorgevo la luce (il tetto era bucato e c’era da augurarsi che non piovesse mai …. altrimenti ci si metteva la bacinella sotto… e si dormiva sentendo il gocciolare implacabile dell’acqua piovana).


 

Iniziavo il mio cammino scendendo quegli alti quaranta gradini…. (li avevo contati tante volte e per le mie piccole gambe non finivano mai), poi la lunga strada e l’affanno per il percorso interminabile che conduceva alla vecchia scuola allocata in un vecchio palazzo diroccato, dove mi aspettavano altre scale. Ciò che maggiormente mi creava ansia era la presenza di un “gendarme” ….un’anziana bidella che era implacabile con i ritardatari ed io, data la distanza, ero spesso fra quelli. Allora venivo accompagnata dalla direttrice che indossava un grembiule nero e che mi diceva di mostrare le mani… a quel punto un colpo secco non me lo risparmiava nessuno…. Ma poco dopo… almeno, il dolore era passato.


 

Il ritorno a casa non era allegro, specialmente d’inverno quando non mi aspettava un pasto caldo e una casa tiepida, ma dovevo arrangiarmi ad accendere la stufa a segatura (non senza qualche piccolo incidente), poi riordinavo la casa e preparavo qualcosa per i miei genitori che sarebbero tornati dal lavoro la sera tardi. La parte bella del pomeriggio era quando venivo raggiunta dalle mie amichette dei cortili vicini, meschine come me, alle quali davo ciascuna una bella fetta di pane… Eh sì…anche questa era il frutto sudato del mio babbo che andava la notte nei campi a “spigolare” raccogliendo le spighe rimaste a terra, poi con mamma le battevano sul tavolo della cucina e i chicchi venivano macinati con il macinino a manovella del caffè… mamma con la farina setacciata ne faceva una pagnotta che doveva durare tutta la settimana. In verità questo non avveniva perché io la distribuivo a tante creature, misere come me …. Ma quando mamma se ne accorgeva non mi risparmiava il famoso “tiro della ciabatta” mentre io scappavo a nascondermi.

 

Era solitudine la mia? No… la mia fantasia inventava, fate, principi e castelli e sapevo volare pensando ai tempi felici in cui avrei visto tante cose e goduto di tanta appagamento.

Questa condizione può viverla un bambino, ma per l’adulto la solitudine è una condizione, un sentimento umano nella quale l’individuo si isola per scelta propria, a volte per vicende personali e accidentali di vita, come è il caso di tante persone colpite da malattie o lutti gravi. Alle volte si viene isolati dagli altri esseri umani dando luogo ad un rapporto non tanto soddisfacente con se stessi.

Saudade (AM.G)

e guardare il mare
con lo sguardo perso in quella pozza di oro colato
guardare il mare
e sentire dentro, prepotente, 
la voglia di partire.

Saudade 
dolorosa e dolcissima, 
tristezza che non fa solo male, 
piacere che non fa solo bene
desiderio agrodolce, soave nostalgia
compagna della solitudine, 
amica dell’amore
uno squarcio di passione, 
una lieve tenerezza, 
un momento di affetto 
presenza dell’assenza.

Saudade 

e sentire il cuore cantare la melodia di un nome
vivere il SOGNO 
come una danza lenta alla quale vuoi solo abbandonarti
ad occhi chiusi
ad occhi aperti.

 

Ma ciascuno di noi viene al mondo per condividere, per spezzare il pane come facevo io da piccola e anche in condizione di solitudine è coinvolto sempre in un intimo dialogo con gli altri. Quindi, più che alla socialità, la solitudine si oppone alla socievolezza. Talvolta è il prodotto della timidezza e/o dell’apatia, talaltra di una scelta consapevole.

Il saggio conclude che l’uomo come essere sociale non può fare a meno degli altri per tempi molto lunghi, ma seguire un cammino di benessere psicofisico tendenzialmente condizionato da comportamenti etici collaborativi.

La mia solitudine attuale è creata dalla condizione dell’abbandono che mi è piovuto addosso a volte o per eventi imprevedibili, a volte per scelte di allontanamento da persone che ho creduto amiche. La mia casa è diventata una sorta di protezione ove posso camminare e parlare con i miei ricordi, ma se qualcuno suonerà il campanello troverà sempre quella fetta di pane fresco che saprò trovare nella madia del mio cuore.

Ed ora una “chicca” troppo ben scritta per non riportarla:

Sulle strade del mio vivere 
Non è stato sempre facile 
Ma dal dolore s’impara un po’ di più 

Quando il tempo no n è docile 
Quando tutto sembra immobile 
Io non mi fermo, io non mi butto giù 

Domani è un altro giorno 
E il mondo 
Avrà un respiro che si avvolgerà su me 
Poi mi chiedo, e credo 
Che il cambiamento sia la fonte della mia energia 

Il mio contrario mi aiuta a crescere 
A capire che si può perdere 
Ma l’importante è non darsi vinti mai

E così se cado mi rialzo sempre 
E rimango qui 
Contro le mie ombre 

Poi mi chiedo, e credo 
Che il cambiamento sia la fonte della mia energia 
Che il cambiamento dia un senso a questa vita mia

…e m’illudo che tutto possa ricominciare…così com’era ….prima….

Buena vida a tutti!!! 


Edda CattaniSpighe lasciate al sole
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Una storia “particolare”

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Una storia particolare

maggio


Ci sono date legate ad avvenimenti, a storie, a racconti che non si dimenticano … forse perché per noi hanno rappresentato qualcosa di ancestrale, di incomprensibile, di non raccontabile …  Pensavo a questo oggi, 1° Maggio mentre mi recavo in cimitero riguardando i passaggi della mia vita. Ero piccola allora e si viveva il dopo guerra fatto di miseria, di ricostruzione … ma anche di tanta speranza … quella che purtroppo, in questi giorni è venuta a mancare.

 

Le ragazze “da marito” erano tenute “sorvegliate” e potevano uscire solo se accompagnate dalle mamme o … nulla! Erano tempi “pericolosi”… erano arrivati gli americani e molte erano rimaste in Italia con un bambino in grembo da curare … Ebbene, a quel tempo abitava vicino a noi una mia prozia, vedova di guerra che teneva presso di sé due figlie che curava come la luce dei suoi occhi. Alla maggiore, Angelina, non concedeva un benché minimo respiro … La verità era che, a differenza della sorella Alma, giovane e ben fatta, Angelina manifestava i postumi di una poliomielite che l’aveva lasciata con una gamba più corta. Niente balli per Angelina, niente giochi alla corda, niente amicizie. Alma si sposò ma Angelina rimase in casa, chiusa a doppia mandata … La zia Mariuccia diceva che diversamente sarebbe stata facile preda di qualche malintenzionato ….

 

Finalmente anche Zia Mariuccia se ne andò e vedemmo Angelina rinascere … Ebbe un posto come bidella, cominciò ad uscire e a comprare quanto di bello le piaceva. A quel tempo i bidelli non si chiamavano come ora “collaboratori scolastici” ma erano personaggi importanti, quasi quanto i maestri … e Angelina sapeva farsi valere. Ricordo che quando andai nella scuola dove lavorava per la mia attività di tirocinante … ci fece entrare senza scarpe … per non sporcare il pavimento … e come teneva all’orario!!! Non si poteva entrare né uscire a piacimento … ma solo quando Angelina lo permetteva … Quando poi terminava il servizio, la vedevamo prepararsi con il suo abito e soprabito aderenti, di media lunghezza, la borsa sottobraccio a tracolla e i capelli a posto … Quasi non ti accorgevi che era “zoppa” perché procedeva con arte e speditamente ….

 

Poi… già… aveva preso anche la patente e comprò la macchina …. una cinquecento … Per lei era una gran conquista, una sorta di “riscatto” dopo tanti anni di clausura forzata, al punto che aveva deciso di andare con due sue amiche a Firenze, in gita … proprio il primo maggio! Grandi erano state le attese e i preparativi … Ma la notte precedente, la sorella Alma sognò zia Mariuccia che le diceva: “Non mi va che Angelina conduca così la sua vita … Vengo a prenderla!”

 

Alma rispose con rabbia: “Non ti sognare sai! Lei finalmente è libera di fare ciò che vuole!” Ma il giorno seguente, nella curva del muraglione, Angelina raccontò di un’ombra che le era venuta incontro e l’aveva costretta ad una svolta che la fece precipitare dalla scarpata … Durò poche ore la sua agonia … giusto il tempo di raccontare … Ma le amiche dissero che loro non avevano visto niente!

Edda CattaniUna storia “particolare”
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Ricordi di guerra.

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Oggi 25 Aprile, fra i ricordi di guerra, riteniamo che il migliore saluto possa essere costituito dal seguente brano tratto da «Centomila gavette di ghiaccio» di G. Bedeschi – Ed. Mursia, 1963 – e che ricorda l’ingresso dell’Autore a far parte di una divisione alpina.

Erano soldati al pari di ogni altro, gli alpini della Julia; solamente, come tutti gli alpini, portavano uno strano cappello di feltro a larga tesa, all’indietro sollevata e in avanti ricadente, ornato di una penna nera appiccicata a punta in su sul lato sinistro del cocuzzolo.
Nelle intenzioni allusive di chi la prescrisse, la penna doveva essere d’aquila; ma in effetto gli alpini, ignari d’ogni complicazione e spregiatori d’ogni retorica, collocavano sopra l’ala penne di corvo, di gallina, di tacchino e di qualunque altro pennuto in cui il buon Dio. facesse imbattere lungo le vie della guerra, nere o d’altro colore purché fossero penne lunghe e diritte e stessero a indicare da lontano che s’avanzava un alpino.
In pratica, la penna sul capello resisteva rigida e lustra per poco tempo, ben presto si riduceva a un mozzicone malconcio, e qui cominciavano tutti i guai degli alpini che facevano la guerra: perché, a osservarli da vicino, si capiva subito che in pace e in guerra gli alpini potevano distaccarsi da tutto meno che dal loro cappello per sbilenco e stravolto che fosse: anzi!
E’ un tutt’uno con l’uomo, il cappello; tanto che finite le guerre e deposto il grigioverde, il cappello resta al posto d’onore nelle baite alpestri come nelle case, distaccato dal chiodo o levato dal cassetto con mano gelosa nelle circostanze speciali, ad esempio, per ritrovarsi tra alpini o per imporlo con ben mascherata commozione sul capo del figlioletto o addirittura dell’ultimo nipote per vedere quanto gli manca da crescere e se sarà un bell’alpino; bello poi, a questo punto, significa somigliante al padre o al nonno, che è il padrone del cappello.
C’è una ragione naturalmente, per tutto ciò; ce ne sono molte. La prima è che dal momento in cui il magazziniere lo sbatte in testa al bocia giunto dalla sua valle alla caserma, il cappello fa la vita dell’alpino: sembra una cosa da niente, a dirlo, ma mettetevi in coda a un mulo e andate in giro a fare la guerra, e poi saprete. Vi succede allora di vedere che col sole, sia anche quello del centro d’Africa, l’alpino non conosce caschi di sughero o altri arnesi del genere, ma tiene in testa il suo bravo cappello di feltro bollente, rivoltandolo tutt’al più all’indietro affinché l’ala ripari la nuca, e l’ampia tesa dinanzi agli occhi non dia l’impressione di soffocare; con la neve, da tetto unico e solo per l’alpino che va sui monti.
Posto in bilico fra naso e fronte quando l’alpino è sdraiato a dormire al sole e all’aria ed ha per letto le pietre o il fango, con la piccola striscia d’ombra che fa schermo sugli occhi è quanto resta dei ricordi di casa, è il cubicolo minimo che protegge soltanto le pupille, ma col raccolto tepore fa chiudere le palpebre sul sogno del morbido letto lontano, della stanza riparata e delle imposte serrate a far più fondo il sonno.
E se l’alpino ha sete, una sapiente manata sul cocuzzolo ne fa una coppa, buona per attingere acqua quando c’è ressa attorno al pozzo o balza un istante fuori dei ranghi, durante le marce, verso il vicino ruscello; eccellente perfino a raccogliere, dicano quel che vogliono il capitano e il medico, la pasta asciutta e addirittura la minestra in brodo nei casi in cui l’ultima latta finisce i suoi servigi sotto una raffica di mitraglia.
E’ tanto amico e compagno, il cappello, che gli si farebbe un torto a sostituirlo con l’elmetto, in trincea; nessuno dice che il feltro ripari dalle pallottole più che l’acciaio, siamo d’accordo, ma è proprio bello averlo in testa a quattro salti dai nemici, ci si sente più alpini, e pare che il fischio rabbioso debba passare sempre due dita in là, per non bucarlo; è così che dall’altra parte il nemico vede spuntare dalla trincea quel cappello curioso e quella penna mal ridotta che, a vederla riaffiorare sempre da capo per quanto si spari e si tempesti, sembra che venga a fare il solletico sotto il mento, e viene voglia di scaraventarle addosso l’inferno e farla finita una buona volta, ma fa anche pensare: accidenti, non mollano proprio mai, questi maledetti alpini!
E’ tutto così, insomma; di cappelli e di uomini ne esistono centomila tipi a questo mondo, ma di alpini e di cappelli come il loro ce n’è una specie sola, che nasce e resta unica intorno ai monti d’Italia. Ci vuole pazienza, bisogna venderli come sono, come il buon Dio li ha voluti, l’uno e l’altro; e se a volte sembra che tutti e due si diano un po’ troppe arie per via di quella penna, bisogna concludere che non è vero, prova ne sia che spesso quel cappello lo si fa usare perfino da paniere per metterci dentro le sei uova o magari le patate ancora sporche di terra, come se fosse la sporta della serva; bisogna pensare che tante volte sta a galla su un mucchio di bende e non calza più perchè la testa del padrone, sotto, s’è mezza sfasciata per fare il suo dovere.
Bisogna anche sapere che quel cappello, a guardarlo, dice giovinezza per tutto il tempo della vita, e a calcarselo di nuovo un po’ di traverso fra i due orecchi col vecchio gesto spavaldo, gli anni calano che è un piacere; e alla fine, quando non è proprio più il caso di piantarlo sulla testa, vuol dire che l’alpino ormai è morto, poveretto; e quasi sempre, mandriano o ministro che sia, se lo fa ancora mettere sopra la cassa e sta a dire che chi c’è dentro era, in fondo, un buon uomo, allegro, in gamba, con un fegato sano e un cuor così; sta a dire che, morto il padrone, vorrebbe andargli dietro ma invece resta in famiglia, per ricordo; e che ormai, se non riesce neppure lui a ridestare l’alpino disteso, non esiste più neppure un filo di speranza, fino alla fanfara del giudizio universale non lo risveglia e lo scuote più nessuno: c’è un alpino di meno sulla terra.
A non voler contare il figlio che polpacciuto e tracagnotto, brontolone e testardo com’è, vien su tal quale il suo padre buonanima; e già al passo si vede che sta crescendo giorno per giorno «penna nera» senza fallo.
Come ai loro tempi erano suo padre e suo nonno, e tutti i maschi di casa, in fin dei conti; tutti alpini spaccati, figli della montagna dura e selvosa che dà la vita e la toglie a piacimento, o la regala al piano per germinarne altra; inesauribile, essa che è pietra e vento, impasta quindi i suoi uomini di durezza e di sogno.
Nascono e crescono così dal suo grembo, come gli abeti, le «penne nere»; che per la loro terra e l’intero mondo sono poi gli alpini; gli alpini d’Italia.

GIULIO BEDESCHI

 

Edda CattaniRicordi di guerra.
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Sali sulla mia barca

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 Sali sulla mia barca, Signore! 

… oggi non chiedo altro…

                   

 

Sali sulla mia barca, Signore!

Tante volte ho avuto l’impressione

che la mia vita

sia come una notte trascorsa

in una pesca fallita.

Allora mi assale la delusione,

mi prende il senso dell’inutilità.

Sali sulla mia barca Signore,

per dirmi da che parte

devo gettare le reti,

per dare fiducia ai miei gesti,

per capire che non devo

lavorare da solo,

per convincermi che il mio lavoro

vale niente senza di Te,

senza la Tua presenza.

Sali sulla mia barca Signore,

per donare calma e serenità.

Prendi Tu il timone:

accetto di essere tuo pescatore.

Insieme pescheremo, Signore,

e giungeremo sicuri

al porto della vita

 

  

 

CONOSCO DELLE BARCHE


 

Conosco delle barche

che restano nel porto per paura

che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto

per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire

hanno paura del mare a furia di invecchiare

e le onde non le hanno mai portate altrove,

il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate

che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare

per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo

ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’

sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche

che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,

ogni giorno della loro vita

e che non hanno paura a volte di lanciarsi

fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche

che tornano in porto lacerate dappertutto,

ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole

perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche

che tornano sempre quando hanno navigato.

Fino al loro ultimo giorno,

e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti

perché hanno un cuore a misura di oceano.

(Jacques Brel)

 

 

 

Edda CattaniSali sulla mia barca
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E’ arrivata primavera!

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È ARRIVATA PRIMAVERA!

 


Voglio fare con te / ciò che la primavera fa con i ciliegi (Pablo Neruda)
Giochi ogni giorno con la luce dell’universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa bianca testolina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.
A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.
Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.
Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo.
Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all’ultimo grido.

 

Edda CattaniE’ arrivata primavera!
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Vorrei un’ala di riserva

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VORREI UN’ALA DI RISERVA

 

Quando nel 2000 venimmo ad abitare ad Abano Terme per essere più vicini alla cappella di Andrea, curammo ogni particolare di questa casa acquistata con tanti sacrifici, dove avremmo dovuto vivere gli anni della nostra vecchiaia. Pensando ad un nome da mettere sulla porta, avrei voluto scrivere:  “I GABBIANI”. Erano i tempi in cui facevamo lunghe silenziose passeggiate, sul finire dell’estate, in riva al mare e guardavamo stormi dei maestosi volatili posarsi sulla riva, alla ricerca di briciole sparse dagli ultimi bagnanti. Mi colpivano quegli uccelli così  solenni nell’aria e faticosamente pesanti a terra, tanto da farmi pensare come non avessero una terza ala come timone che permettesse una manovra meno impacciata dei loro piccoli passi. Eppure, quando si libravano in cielo, aleggiavano come gli angeli, non denotavano alcun peso ed ostentavano un’armonia infinita. Pensavo allora al mio Andrea e dicevo: “Anche tu caro, ora non hai più peso e voli nell’universo, molto meglio dei gabbiani e come gli angeli del Paradiso!”.

Sono passati gli anni, veloci nella maturità, molto più che nella spensierata giovinezza, ed hanno portato con sé tutto il loro carico di dolore e qualche piccola gioia che ha addolcito l’amarezza di alcune giornate, ma contemporaneamente, il bagaglio si è fatto pesante sulle spalle sempre più in difficoltà nello sforzo dell’età. Ho ripensato ai gabbiani della nostra estate leggendo casualmente una poesia di Mons. Tonino Bello:

Voglio ringraziarti, Signore,

del dono della vita.

Ho letto che gli uomini sono angeli con un’ala

soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati.

Vivere è abbandonarsi come un gabbiano

all’ebbrezza del vento: vivere è assaporare

l’avventura della libertà,

vivere è stendere l’ala,

l’unica ala con la fiducia di chi sa di avere

nel volo un partner grande come te.

 

Eccomi rimasta sola, simile alla mia stagione della vita, ormai vecchia e stanca; il mio compagno non è più vicino a me… la sua anima vaga ormai in altre spiagge vicine al cielo ; il mio volo si è fatto ancor più pesante e solitario.

 

Ma non basta saper volare con te. Signore;

tu mi hai dato il compito di abbracciare
anche il fratello e aiutarlo a volare.

Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le ali

che non ho aiutato a distendersi. Non farmi

più passare indifferente vicino al fratello,

che, rimasto con l’unica ala inesorabilmente

impigliata nella rete della miseria e della solitudine

si è ormai persuaso di non essere più degno di volare

con te. Soprattutto per questo fratello sfortunato

dammi. Signore, un’ala di riserva.        (Mons. Tonino Bello, vescovo)

 

Ora vorrei, Signore, anch’io un’ala di riserva perché non gliela faccio più a volare anche con Te, non riesco a raggiungerti, a parlarti, a godere dei tuoi spazi infiniti… come Madre Teresa, si è fatto buio intorno e arranco con la schiena curva.

Eppure è ormai Primavera… l’inverno sta terminando e presto verrà il mese dedicato  a Lei la Madre delle Madri che non manca di mostrare la Sua vicinanza con la Sua mistica presenza, fatta di silenzio e di fiduciosa speranza.

I miei bambini ormai hanno festeggiato la loro santa Cresima…soldati di Cristo… non ne conoscono appieno il significato ma si divertono con tutte le ricorrenze… anche quelle sacre diventano un fatto commerciale. Per noi è invece un fatto religioso, come lo è lo spuntare improvviso di una bellissima rosa purpurea proprio nel mio roseto incolto, devastato dalla pioggia: una rosa vermiglia come il sangue del mio cuore lacerato e gialla al centro come l’oro prezioso dei gioielli.

Grazie Andrea, ti sei ricordato di me anche in questa occasione; grazie, Madre di tutte le Madri, Rosa Mistica, Maria Immacolata.

 

“Mamma, ti ho messo in sintonia col diapason del Cielo”, dice Roland alla sua mamma.

 Il “diapason” è il punto più alto, la massima intensità del Cielo.

Fra poco sarà Natale e poi verrà l’Epifania come “manifestazione” dello Spirito.

 

A questo punto aggiungo un pensiero ed un ricordo particolare per i papà che proprio in quest’anno festeggeranno ancora 19 marzo questa ricorrenza … la festa del Papà!

 

 

                     

 

        

 

 

 

Edda CattaniVorrei un’ala di riserva
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Le emozioni come dono

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Le emozioni come dono

 

Durante i giorni che ho vissuto in questo posto “magico” ho avuto modo di provare emozioni indimenticabili, come l’ammirare il sole sorgere dal mare e tramontare in un contesto di una cittò unica al mondo. Momenti di raccoglimento e meditazione, aiutati dalla maestosità delle cattedrali rendono questa esperienza unica!”

 

Saper capire e governare le emozioni è un bel regalo che fai a te.

Continuamente stai vivendo una qualche emozione, anche quando non ne sei consapevole. A volte neghi, nascondi emozioni spiacevoli; invece è utile esplorare le vicende emotive per capire da dove vengono e dove vanno.

Ex-mozione” significa “energia in movimento”… Un bimbo passa in fretta dal riso al pianto; l’adulto può dirigere le emozioni in modo benevolente:

il timoniere decide la rotta!

Le emozioni fanno da ponte tra pensieri e comportamenti.

Esse ti manifestano la verità che stai vivendo: contento o disgustato; sereno o arrabbiato; appassionato o distaccato… Le emozioni sono il motore della vita, danno il meglio e il peggio, aprono e chiudono, facilitano e ostacolano, uniscono e dividono. Esse possono essere sane o malate, creare benessere fisico o provocare malattie psicosomatiche.

Le emozioni primarie sono: gioia e tristezza, rabbia e paura, amore-passione (eros) e amore-dono (agape).

Per me l’ecologia della mente è una priorità. Ho imparato a non comunicare in modo difensivo, a non manipolare altri con i sensi di colpa, a non usare ricatti. Evito di dire: non sono d’accordo… non mi va, mi oppongo… L’ebbrezza della contrapposizione è uno sfogo che poi ti domanda il conto. Invece adopero parole e gesti di apprezzamento, mi metto alla pari e accolgo le legittime differenze con discernimento e discrezione. Allargo le lodi e restringo le critiche. Questo salutare egoismo mi fa bene.” (G.G.)

 

 

Edda CattaniLe emozioni come dono
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La matriarca

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Per te mia Cara Mamma “Nonna Lina”

Questo giorno lo dedico a te piccola grande donna, sposa e madre generosa…

Lo farò finchè vita sarà su questa terra…

Dall’album dei ricordi…

Oggi 12 febbraio 2010 alle ore 10,15 ha RAGGIUNTO Andrea

“… Mi ha svegliato l’amore Nella mente di Dio …”

per Lei avevo scritto e dedicato a lei queste righe…

 

LA  Matriarca

Ovvero: Anche le Nonne Hanno un Angelo di Luce. Ciao Nonna Lina!

L’avevano chiamata “Natalina”, forse in onore del nonno “Natale” o, forse, perché a quei tempi, i riferimenti alle grandi festività religiose sembravano portare bene. Così era cresciuta Natalina che tutti chiamarono, fin dall’inizio, Lina e che aveva conosciuto il suo intero nome solo quando fu iscritta alla prima elementare. Crebbe intelligente, brava ed operosa e frequentò le scuole fino alla settima classe quando il padre perse ogni avere, a seguito di un’alluvione e la famiglia, costretta a lesinare ogni spesa, mandò Lina ad imparare un mestiere. Fu indirizzata alle migliori sarte dove, allora, si pagava per imparare. “Quanto ho lavorato e quanto ho imparato!” era solita dire.

Così divenne “maestra” a sua volta, dopo essersi rimboccata le maniche per far fronte al bisogno. La sua mamma era morta giovanissima e Lina dovette pensare alla sorellina orfana, al padre ormai ammalato, alla casa, al fratello maggiore. Furono anni duri, ma lei, sempre a testa alta, trovava conforto nel lavoro e nell’opera preziosa delle sue mani che sapevano, da uno scampolo di stoffa, ricavare meravigliose creazioni che poi indossava. Erano abiti a balze, con leggere sfumature ed intarsi, che poi giunse ad esibire, quando, ormai giovane donna, cominciò a frequentare La Saca, il Circolo cittadino, dove si ballava. Fu lì che conobbe un bel giovane, povero quanto lei, dal nome Lino, un diminutivo come il suo.

E Lina continuò a lavorare sempre, senza sosta, per provvedere alla famiglia che si era costruita. Lavorava e guardava ancora avanti, dritta, altera, volonterosa ed orgogliosa di farsi ammirare per le sue doti non indifferenti di intelligenza, di caparbietà e di coraggio. Poi ci fu la guerra, la seconda grande guerra e tutti rimasero senza un tetto e Lino, con un carretto di suppellettili, condusse la giovane moglie e la loro bambina in campagna per essere protetti dalle terribili incursioni aeree.

Lina era giovane e bella e le piaceva vestire come la figlioletta, con vesti colorate e arricciate; allegra e fiduciosa, cantava le festose musiche dell’epoca: operette e lirica. Lei cantava e Lino ballava, per non pensare alla disoccupazione, alla miseria, alla fame. Poi nacque un altro bimbo, Pietro, che fu accolto da tutti con grandi aspettative, ma Lina fu costretta lungamente al riposo. Sembrava non doversi rialzare, ma come una quercia colpita e non abbattuta, seppe rinverdire, per amore dei suoi cari, incurante del passare dei venti impetuosi e, guardando sempre avanti, seppe costruire, un poco alla volta, l’avvenire e la sicurezza della famigliola.

Non durò a lungo questo stato di grazia; ben presto Lino, il suo fedele, adorato compagno la lasciò e tutto sembrò crollare. Lina lo vide sfinirsi giorno dopo giorno. Come una belva ferita si chiuse in quel nuovo dolore più grande di lei e si avvitò intorno a quella spina dorsale troppo eretta per guardare anche a terra, più in giù, più in basso, finché non si rese conto di avere ancora dei doveri da compiere. Le era accanto il figlio, il suo adorato Pietro, che doveva ancor crescere e ne fece quello che fu il suo orgoglio: “il suo ingegnere”.

La figlia era lontano ormai, in un’altra città ed aveva avuto delle splendide creature. Quella figlia ero io e Lina era mia madre, la nonna dei miei figli. Perché non dobbiamo parlare mai delle nonne? Perché dobbiamo pensare che le gioie ed i dolori siano patrimonio esclusivo delle madri?

Lina non era stata una nonna come le altre. Andrea la chiamava “la nonna sprint”, ma la ammirava e la ricordava spesso. Nonna Lina l’aveva portato a passeggio durante il soggiorno al mare, l’aveva cullato quando, dopo un’ennesima corsa ed una risata, si addormentava nelle sue braccia; l’aveva ammirato nella sua figura statuaria, con la divisa da ufficiale, quando era cresciuto tanto da sovrastarla, tenendola sotto l’ascella. Lei lo guardava alzando lateralmente la testa e gli diceva: “Ma Andrea, non ti riconosco più! Ti ricordi quando ti portavo a passeggio e ti cantavo la ninna-nanna?”

Andrea le sorrideva, con quell’espressione serena che aveva sempre, con quella tenerezza che sapeva usare con le cose fragili… la sua nonna che sembrava essere una porcellana di bisquit. Lui l’avrebbe protetta, lui sarebbe andato da lei, ora che aveva la patente. Si erano visti poco negli ultimi tempi, ma Nonna Lina riscuoteva la sua ammirazione perché ancora accentrava l’attenzione di tutti; lei sapeva, all’occorrenza, guidare, con autorità e competenza, la barca di tutta la famiglia. La Matriarca era lei, capace di comandare a tutti, di pagare chi doveva accudirla, di farsi servire e rispettare.

La chiamavano Signora Lina ora, ed era persona nota e degna di stima. Aveva raggiunto, con il conquistato benessere economico, la soddisfazione di poter dire: “Queste sono le mie opere, il frutto del mio lavoro: la mia bella famiglia, la mia casa, le mie creature…!”.

Ma un mattino il risveglio fu triste come mai era avvenuto. Qualcuno fu incaricato di dirle che Andrea se ne era andato, era andato via per sempre. Lina ruggì forte allora, impotente, questa volta, a far fronte all’ineluttabile. Non fu tanto il nipote che le venne a mancare, ma l’opera migliore della sua vita, il “figlio della figlia”. Questo no, questo non poteva, non doveva essere; questo era davvero troppo.

Lina non ebbe più nulla da dire, più niente da dimostrare. A nulla erano valsi il suo operato, le sue sofferenze, i sacrifici, le lotte… tutto per i figli… i figli. Ed ora i figli dei figli. Si chiuse in casa, lasciò il lavoro, le chiacchiere a confronto delle ricchezze avute, l’ostentazione della bellezza e del benessere. Più giù, sempre più in basso; non fu più capace di levare lo sguardo da terra e cominciò ad incurvarsi tanto da non essere più in grado di alzare gli occhi.

Troppo in alto aveva guardato, troppo grandi gli spazi ove aveva mirato il suo ardire. “Signore, quando sarò di là, tu ne avrai da dire a me; ma io ne avrò da dirti…” e scuoteva la mano in aria, convinta di avere diritto di dire le sue ragioni anche al Padre Eterno. Ma Andrea era nell’aria, ormai, e Nonna Lina sapeva chiamarlo.

Chi ha detto mai che i giovani stabiliscono il contatto prima di tutto con le madri? Nonna Lina ne prese la foto della Prima Comunione e la mise su una mensola. Ogni sera lo salutava, prima di andare a letto ed ogni mattina la foto era girata nel verso opposto. Andò avanti giorno dopo giorno, rimettendola a posto, convinta più che mai che Andrea volesse, con quel segno esclusivo, noto a lei sola, salutarla. Imparò ad accorgersi di ogni particolare, ad avvertire ogni indizio, e, con la sensibilità che si accentuava, a dare conforto a chi soffre, a sgranare il Rosario pregando la Madonna, ad invocare l’aiuto del Santo delle stimmate, Padre Pio.

Ora Nonna Lina è ancora più curva. Sembra toccare a terra, alcuni giorni. Lei, avvezza a guardare in alto e avanti, deve seguire i passi, sempre meno spediti, delle sue pantofole. E’ abbassato l’occhio, ma è vigile l’orecchio della Matriarca, pronto a cogliere i sospiri, gli affanni, le preoccupazioni dei figli. E’ lei ancora, piccolo fagotto di lana opalescente, dalle rosate sfumature, dallo voce tremula a volte e dalle mani carezzevoli, a seguire, trepida, i nostri passi.

Ora Nonna Lina legge l’Aurora e parla dei Figli di Luce e della loro dimensione di cui crede di avere una priorità per “diritto di nascita”. Lei dice che, ne è certa, quando verrà l’ora in cui dovrà lasciare questa terra, gli Angeli di Luce le andranno incontro, con tutti i suoi cari che l’hanno preceduta nella dimensione eterna.

E chi può dubitare che, fra tutti e prima degli altri, non ci siano proprio Loro, i Ragazzi di Luce, con il nipotino Franco, i giovani delle Mamme della Speranza e il mio Andrea che, davanti a Loro, sarà il primo a correre ad abbracciare e ad accogliere la sua Nonna Sprint?

E Lina, tornata giovinetta, nella sua veste rossa a fiori e balze, lo stringerà sul cuore, in quella dimensione in cui le distanze si annullano, gli anni non esistono e gli affetti della nostra vita terrena si ritrovano nel perenne amplesso dell’amore di Dio.

 

 

 

 

 

Edda CattaniLa matriarca
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