Narrativa: Racconti Poesie Preghiere

Una storia “particolare”

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Una storia particolare

maggio


Ci sono date legate ad avvenimenti, a storie, a racconti che non si dimenticano … forse perché per noi hanno rappresentato qualcosa di ancestrale, di incomprensibile, di non raccontabile …  Pensavo a questo oggi, 1° Maggio mentre mi recavo in cimitero riguardando i passaggi della mia vita. Ero piccola allora e si viveva il dopo guerra fatto di miseria, di ricostruzione … ma anche di tanta speranza … quella che purtroppo, in questi giorni è venuta a mancare.

 

Le ragazze “da marito” erano tenute “sorvegliate” e potevano uscire solo se accompagnate dalle mamme o … nulla! Erano tempi “pericolosi”… erano arrivati gli americani e molte erano rimaste in Italia con un bambino in grembo da curare … Ebbene, a quel tempo abitava vicino a noi una mia prozia, vedova di guerra che teneva presso di sé due figlie che curava come la luce dei suoi occhi. Alla maggiore, Angelina, non concedeva un benché minimo respiro … La verità era che, a differenza della sorella Alma, giovane e ben fatta, Angelina manifestava i postumi di una poliomielite che l’aveva lasciata con una gamba più corta. Niente balli per Angelina, niente giochi alla corda, niente amicizie. Alma si sposò ma Angelina rimase in casa, chiusa a doppia mandata … La zia Mariuccia diceva che diversamente sarebbe stata facile preda di qualche malintenzionato ….

 

Finalmente anche Zia Mariuccia se ne andò e vedemmo Angelina rinascere … Ebbe un posto come bidella, cominciò ad uscire e a comprare quanto di bello le piaceva. A quel tempo i bidelli non si chiamavano come ora “collaboratori scolastici” ma erano personaggi importanti, quasi quanto i maestri … e Angelina sapeva farsi valere. Ricordo che quando andai nella scuola dove lavorava per la mia attività di tirocinante … ci fece entrare senza scarpe … per non sporcare il pavimento … e come teneva all’orario!!! Non si poteva entrare né uscire a piacimento … ma solo quando Angelina lo permetteva … Quando poi terminava il servizio, la vedevamo prepararsi con il suo abito e soprabito aderenti, di media lunghezza, la borsa sottobraccio a tracolla e i capelli a posto … Quasi non ti accorgevi che era “zoppa” perché procedeva con arte e speditamente ….

 

Poi… già… aveva preso anche la patente e comprò la macchina …. una cinquecento … Per lei era una gran conquista, una sorta di “riscatto” dopo tanti anni di clausura forzata, al punto che aveva deciso di andare con due sue amiche a Firenze, in gita … proprio il primo maggio! Grandi erano state le attese e i preparativi … Ma la notte precedente, la sorella Alma sognò zia Mariuccia che le diceva: “Non mi va che Angelina conduca così la sua vita … Vengo a prenderla!”

 

Alma rispose con rabbia: “Non ti sognare sai! Lei finalmente è libera di fare ciò che vuole!” Ma il giorno seguente, nella curva del muraglione, Angelina raccontò di un’ombra che le era venuta incontro e l’aveva costretta ad una svolta che la fece precipitare dalla scarpata … Durò poche ore la sua agonia … giusto il tempo di raccontare … Ma le amiche dissero che loro non avevano visto niente!

Edda CattaniUna storia “particolare”
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Le pagine di Edda Merola

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Dedicato ad Edda Merola amica mia!

Edda Merola

 

Edda Merola è una nostra carissima amica di oltre 90 anni. Vive a Roma, in casa da sola e non sente la solitudine. E’ donna di grande Fede, persona intelligente, culturalmente preparata, autonoma, gentile e di grande sensibilità. Ci siamo conosciute attraverso l’Aurora: mi ha cercato telefonicamente e, pur non conoscendola di persona, debbo dire che mi è stata molto vicina in momenti di grande difficoltà per la mia Famiglia. Ho scoperto la sua capacità di scrittrice a cui si aggiunge una notevole vena poetica. Dalla prima lettera inviatami è passato tempo, ma ora si aggiungono queste due riflessioni che inserisco, dedicandole questa pagina:

 

 

Madre Mia, Maria

 

Ho sempre sognato di vedere il Tuo Volto,

il Tuo sorriso, i Tuoi occhi color del Cielo,

il Tuo sguardo posarsi su di me.

 

Ho sempre sognato di udire la Tua voce

Dolcissima sussurrarmi parole di Amore materno.

Ho sognato.

Ma so che sei presente nella mia vita, da sempre,

e che da sempre cammini accanto a me,

guidi i miei passi e mi sorreggi.

Da sempre fra noi v’è un colloquio mai interrotto.

Io ti parlo con le parole che conosco

E che non sanno dirti tutto l’amore

Che nutro per Te.

 

Tu leggi nel mio cuore e sai anche quello

Che sono incapace di dirti.

E mi rispondi, illumini i miei pensieri,

mi conforti e doni pace al mio cuore.

 

GRAZIE, Madre mia amatissima!

GRAZIE, Madre di Dio e Madre mia!

 

ALBA

E’ l’inizio di ogni nuovo giorno

La manifestazione di Dio

nelle sembianze umane

di CRISTO sulla Terra,

per l’umanità è l’alba:

inizio del nostro nuovo giorno,

inizio della nostra resurrezione,

della nostra salvezza.

 

Lo annunciano e testimoniano

Gli autori dei quattro Vangeli:

LUCA – MARCO – MATTEO – GIOVANNI

 

E forse non è un “caso” che le iniziali dei simboli

Ad essi attribuiti formino la parola

ALBA

 

LUCA : il suo simbolo è Angelo

MARCO: il suo simbolo è Leone

MATTEO: il suo simbolo è Bue

GIOVANNI: il suo simbolo è Aquila

A te che soffri per la dipartita della creatura amata

 

Quando, giunta la nostra ora, torniamo a Casa, “quella” Casa ove tutti siamo attesi, lì si fa festa.
Ma chi rimane quaggiù soffre e fa fatica ad accettare il distacco dalla creatura amata, anche se il “distacco” è solo apparente.
I nostri cari che ci hanno preceduti nell’altra dimensione e che impro-priamente definiamo “morti” sono vivi più che mai, finalmente liberi da ogni in-fermità e condizionamento.
Per volere del Padre essi continueranno ad esserci accanto e vi reste¬ranno; sta a noi tenere vivo il loro ricordo nella nostra memoria. Ci saranno accanto e ci parleranno anche se, a motivo dei limiti dovuti alla nostra fisicità, non ci sarà possibile vedere le loro sembianze, udire la voce a noi cara. Ma se – come avviene sulla terra tra persone che vivono in simbiosi – ci metteremo sulla giusta lunghezza d’onda, potremo percepire nello spirito la loro presenza e continuare un colloquio mai interrotto.
Allora ci sorprenderemo nel constatare che tra noi e “loro” non vi sono barriere di sorta, che nulla è cambiato, che – sostanzialmente – tutto è come sempre perché coloro che per volontà del Padre furono genitori nella carne, per Sua volontà continueranno a vegliare sulle creature che Egli affidò al loro amore; perché ai figli affiderà il compito di essere custodi dei loro genitori; perché il coniuge continuerà ad essere spiritualmente legato alla persona amata con la quale ha percorso un tratto del cammino terreno; perché un fratello, un amico saranno sempre tali al di là di ogni apparente lontananza.
E capiremo che le creature alle quali sulla terra siamo stati legati da vincoli di sangue di affetto di amicizia di affinità spirituale, le ritrove¬remo nell’altra dimensione e insieme continueremo il cammino al servizio del Padre verso Cieli infiniti.
Perché questa è la Legge d’Amore del Padre-Amore.
Edda Merola

PADRE NOSTRO


Eterno Increato Autore di Vita Eterna

Onnipotente Creatore di tutte le cose esistenti

negli infiniti Cieli visibili e invisibili

Padre nostro, Padre di ogni creatura

Noi ti ringraziamo per la vita che ci hai donato

e per la fede che la illumina e la sostiene.

Invitandoci a chiamarti Padre, Tu ci chiedi

Di prendere consapevolezza di essere Tuoi figli

E fratelli tra di noi.

 

Rendici capaci di capire quanto grande

È la nostra dignità figli tuoi.

Tu ci hai fatto dono gli uni agli altri

Affinché ci fosse meno faticoso

Questo nostro cammino terreno.

Aiutaci a non deluderti.

Rendici capaci di amarti e di amarci

Gli uni gli altri senza misura come Tu ami noi.

 

Fa che sappiamo essere attenti alle necessità

Dei fratelli che metti sul nostro cammino.

Rendici capaci di soccorrere e donare

Gioia e speranza a chi è nel buio,

a chi si sente rifiutato, a chi è nella tristezza

e nella solitudine, a chi non sa più sperare ed amare.

 

Padre di Cristo Gesù tua Parola fatta carne

Aiutaci a saperci nutrire dei Suoi insegnamenti

E rendici capaci di condividerli con i nostri fratelli.

 

Padre-Amore

Donaci la capacità di capire quanto grande

È il tuo Amore per ogni tua creatura e rendici

testimoni gioiosi e credibili del Tuo Amore.

 

Padre di Misericordia infinita

Perdona i nostri continui smarrimenti,

rendici gioiosi testimoni della Tua misericordia

e capaci di perdonare e dimenticare

i torti ricevuti, come Tu ci hai comandato.

 

Dio Via Verità Vita

Guida i nostri passi sulla Via della rettitudine,

rendici difensori della Verità, capaci di apprezzare

il dono della Vita e metterla al Tuo servizio

per il bene dei fratelli.

 

Dio della Gioia e della Speranza

Rendici narratori credibili e testimoni

Di gioia e di speranza.

 

Dio Autore del Creato

Rendici capaci di rispettare ed amare tutto ciò

che ci circonda perché tutto e Tuo dono d’Amore

gratuito alle tue creature.

 

Dio della Bellezza e dell’Armonia

Noi ti ringraziamo per i colori

Con cui sai allietare i nostri giorni,

che sarebbero grigi e tristi senza

la certezza della Tua presenza in noi.

 

Oceano di Pace

Dona ai nostri cuori la Tua Pace.

 

Padre, Sorgente di Vita Eterna

Da Te veniamo, a Te siamo diretti.

Guida i nostri passi, custodiscici, benedicici.

 

Edda Merola

 

Roma, S.Pasqua 2010

 

 

 


LA PACE

L’ho vista la PACE

sul volto della Santa Vergine

in adorazione del Divin Figlio

nella mangiatoia

e ai piedi della Croce

della nostra Redenzione.

 

L’ho udita nel canto degli Angeli

alla grotta di Betlemme

e in quello sommesso di una madre

china sulla culla

della propria creatura.

 

La vedo nella immensità

 e nello splendore del Creato

 

La vedo ogni mattina e ogni sera

al sorgere e al tramontare del sole

e ogni notte

al brillare delle stelle

 

La odo nel canto

di ringraziamento e di lode

delle creature

al Creatore dell’Infinito

 

La odo nella melodia della musica sacra

e nel cinguettio degli uccelli

 

La vedo nel sorriso

e negli occhi innocenti dei bambini

 

L’ho vista su volto sereno dei morenti.

 

l’ho vista china sull’Umanità dolente

e udita sussurrare

parole sconosciute

di conforto e di AMORE.

 

La vedo nell’AMORE gratuito

di chi si spende per il bene dei fratelli

e nello sguardo riconoscente

della creatura che si sente amata.

 

La respiro lontana dai rumori del mondo

nella preghiera

e nell’affetto riposante

di un cuore Amico.

 

La conosco, la PACE:

è dono

del DIO della PACE

ad ogni Sua creatura,

fedele compagna di viaggio

di ogni uomo di ogni tempo

nel suo faticoso

peregrinare terreno.

 

La PACE: tutto dona, nulla vuole in cambio.

 

GRAZIE, fedele preziosa AMICA dei miei giorni

GRAZIE a nome di tutti i figli di DIO!

 

Edda Merola

 

Roma, Santo Natale 2009

Edda CattaniLe pagine di Edda Merola
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Signore, ho il tempo!

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Signore ho il tempo!


Tutti si lamentano di non avere tempo a sufficienza.

Questo perché guardano alla loro vita con occhi troppo umani.

Si ha sempre il tempo di fare ciò che Dio ci dà da fare.
Questo è il senso della preghiera di M. Quoist.

Michel Quoist (Le Havre, 1921Le Havre, 18 dicembre 1997) è stato un presbitero e scrittore francese.)

Sono uscito, o Signore,
Fuori la gente usciva.
Andavano,
Venivano,
Camminavano,
Correvano.
Correvano le bici,
Correvano le macchine correvano i camion,
Correva la strada,
Correva la città,
Correvano tutti.
Correvano per non perdere tempo,
Correvano dietro al tempo,
per riprendere il tempo,
per guadagnar tempo.
Arrivederci, signore, scusi, non ho il tempo.
Ripasserò, non posso attendere, non ho il tempo.
Termino questa lettera, perché non ho il tempo.
Avrei voluto aiutarla, ma non ho il tempo.
Non posso accettare, per mancanza di tempo.
Non posso riflettere, leggere, sono sovraccarico, non ho il tempo.
Vorrei pregare, ma non ho il tempo.
Tu comprendi, o Signore, non hanno il tempo.
Il bambino, giuoca, non ha tempo subito… più tardi…
Lo scolaro, deve fare i compiti, non ha tempo… più tardi…
Il liceista, ha i suoi corsi e tanto lavoro, non ha tempo… più tardi…
Il giovane, fa dello sport, non ha tempo… più tardi…
Lo sposo novello, ha la casa, deve arredarla, non ha tempo… più tardi…
Il padre di famiglia, ha i bambini, non ha tempo… più tardi…
I nonni, hanno i nipotini, non hanno tempo… più tardi…,
Sono malati! Han le loro cure, non hanno tempo… più tardi…
Sono moribondi, non hanno…
Troppo tardi!… non hanno più tempo!…
Così gli uomini corrono tutti dietro al tempo, o Signore.
Passano sulla terra correndo,
frettolosi,
precipitosi,
sovraccarichi,
impetuosi,
avventati,
E non arrivano mai a tutto, manca loro tempo,
Nonostante ogni sforzo, manca loro tempo,
Anzi manca loro molto tempo.
Signore, Tu hai dovuto fare un errore di calcolo.
V’è un errore generale;
Le ore son troppo brevi,
I giorni son troppo brevi,
Le vite son troppo brevi.
Tu che sei fuori dei tempo, sorridi, o Signore,
nel vederci lottare con esso,
E Tu sai quello che fai.
Tu non Ti sbagli quando distribuisci il tempo agli uomini,
Tu doni a ciascuno il tempo di fare quello che
Tu vuoi che egli faccia.
Ma non bisogna perdere tempo,
sprecare tempo,
ammazzare il tempo.
Perché il tempo è un regalo che Tu ci fai,
Ma un regalo deteriorabile,
Un regalo che non si conserva.
Signore, ho tempo,
Ho tutto il tempo mio,
Tutto il tempo che Tu mi dai,
Gli anni della mia vita,
Le giornate dei miei anni,
Le ore delle mie giornate;
Son tutti miei.
A me spetta riempirli, serenamente, con calma
Ma riempirli tutti fino all’orlo.
Per offrirTeli, in modo che della loro acqua insipida
Tu faccia un vino generoso,
come facesti un tempo a Cana per le nozze umane.
Non Ti chiedo questa sera, o Signore,
il tempo di fare questo e poi ancora quello,
Ti chiedo la grazia di fare coscienziosamente
nel tempo che Tu mi dai
quello che Tu vuoi ch’io faccia.

Edda CattaniSignore, ho il tempo!
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Ricordi di guerra.

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Oggi 25 Aprile, fra i ricordi di guerra, riteniamo che il migliore saluto possa essere costituito dal seguente brano tratto da «Centomila gavette di ghiaccio» di G. Bedeschi – Ed. Mursia, 1963 – e che ricorda l’ingresso dell’Autore a far parte di una divisione alpina.

Erano soldati al pari di ogni altro, gli alpini della Julia; solamente, come tutti gli alpini, portavano uno strano cappello di feltro a larga tesa, all’indietro sollevata e in avanti ricadente, ornato di una penna nera appiccicata a punta in su sul lato sinistro del cocuzzolo.
Nelle intenzioni allusive di chi la prescrisse, la penna doveva essere d’aquila; ma in effetto gli alpini, ignari d’ogni complicazione e spregiatori d’ogni retorica, collocavano sopra l’ala penne di corvo, di gallina, di tacchino e di qualunque altro pennuto in cui il buon Dio. facesse imbattere lungo le vie della guerra, nere o d’altro colore purché fossero penne lunghe e diritte e stessero a indicare da lontano che s’avanzava un alpino.
In pratica, la penna sul capello resisteva rigida e lustra per poco tempo, ben presto si riduceva a un mozzicone malconcio, e qui cominciavano tutti i guai degli alpini che facevano la guerra: perché, a osservarli da vicino, si capiva subito che in pace e in guerra gli alpini potevano distaccarsi da tutto meno che dal loro cappello per sbilenco e stravolto che fosse: anzi!
E’ un tutt’uno con l’uomo, il cappello; tanto che finite le guerre e deposto il grigioverde, il cappello resta al posto d’onore nelle baite alpestri come nelle case, distaccato dal chiodo o levato dal cassetto con mano gelosa nelle circostanze speciali, ad esempio, per ritrovarsi tra alpini o per imporlo con ben mascherata commozione sul capo del figlioletto o addirittura dell’ultimo nipote per vedere quanto gli manca da crescere e se sarà un bell’alpino; bello poi, a questo punto, significa somigliante al padre o al nonno, che è il padrone del cappello.
C’è una ragione naturalmente, per tutto ciò; ce ne sono molte. La prima è che dal momento in cui il magazziniere lo sbatte in testa al bocia giunto dalla sua valle alla caserma, il cappello fa la vita dell’alpino: sembra una cosa da niente, a dirlo, ma mettetevi in coda a un mulo e andate in giro a fare la guerra, e poi saprete. Vi succede allora di vedere che col sole, sia anche quello del centro d’Africa, l’alpino non conosce caschi di sughero o altri arnesi del genere, ma tiene in testa il suo bravo cappello di feltro bollente, rivoltandolo tutt’al più all’indietro affinché l’ala ripari la nuca, e l’ampia tesa dinanzi agli occhi non dia l’impressione di soffocare; con la neve, da tetto unico e solo per l’alpino che va sui monti.
Posto in bilico fra naso e fronte quando l’alpino è sdraiato a dormire al sole e all’aria ed ha per letto le pietre o il fango, con la piccola striscia d’ombra che fa schermo sugli occhi è quanto resta dei ricordi di casa, è il cubicolo minimo che protegge soltanto le pupille, ma col raccolto tepore fa chiudere le palpebre sul sogno del morbido letto lontano, della stanza riparata e delle imposte serrate a far più fondo il sonno.
E se l’alpino ha sete, una sapiente manata sul cocuzzolo ne fa una coppa, buona per attingere acqua quando c’è ressa attorno al pozzo o balza un istante fuori dei ranghi, durante le marce, verso il vicino ruscello; eccellente perfino a raccogliere, dicano quel che vogliono il capitano e il medico, la pasta asciutta e addirittura la minestra in brodo nei casi in cui l’ultima latta finisce i suoi servigi sotto una raffica di mitraglia.
E’ tanto amico e compagno, il cappello, che gli si farebbe un torto a sostituirlo con l’elmetto, in trincea; nessuno dice che il feltro ripari dalle pallottole più che l’acciaio, siamo d’accordo, ma è proprio bello averlo in testa a quattro salti dai nemici, ci si sente più alpini, e pare che il fischio rabbioso debba passare sempre due dita in là, per non bucarlo; è così che dall’altra parte il nemico vede spuntare dalla trincea quel cappello curioso e quella penna mal ridotta che, a vederla riaffiorare sempre da capo per quanto si spari e si tempesti, sembra che venga a fare il solletico sotto il mento, e viene voglia di scaraventarle addosso l’inferno e farla finita una buona volta, ma fa anche pensare: accidenti, non mollano proprio mai, questi maledetti alpini!
E’ tutto così, insomma; di cappelli e di uomini ne esistono centomila tipi a questo mondo, ma di alpini e di cappelli come il loro ce n’è una specie sola, che nasce e resta unica intorno ai monti d’Italia. Ci vuole pazienza, bisogna venderli come sono, come il buon Dio li ha voluti, l’uno e l’altro; e se a volte sembra che tutti e due si diano un po’ troppe arie per via di quella penna, bisogna concludere che non è vero, prova ne sia che spesso quel cappello lo si fa usare perfino da paniere per metterci dentro le sei uova o magari le patate ancora sporche di terra, come se fosse la sporta della serva; bisogna pensare che tante volte sta a galla su un mucchio di bende e non calza più perchè la testa del padrone, sotto, s’è mezza sfasciata per fare il suo dovere.
Bisogna anche sapere che quel cappello, a guardarlo, dice giovinezza per tutto il tempo della vita, e a calcarselo di nuovo un po’ di traverso fra i due orecchi col vecchio gesto spavaldo, gli anni calano che è un piacere; e alla fine, quando non è proprio più il caso di piantarlo sulla testa, vuol dire che l’alpino ormai è morto, poveretto; e quasi sempre, mandriano o ministro che sia, se lo fa ancora mettere sopra la cassa e sta a dire che chi c’è dentro era, in fondo, un buon uomo, allegro, in gamba, con un fegato sano e un cuor così; sta a dire che, morto il padrone, vorrebbe andargli dietro ma invece resta in famiglia, per ricordo; e che ormai, se non riesce neppure lui a ridestare l’alpino disteso, non esiste più neppure un filo di speranza, fino alla fanfara del giudizio universale non lo risveglia e lo scuote più nessuno: c’è un alpino di meno sulla terra.
A non voler contare il figlio che polpacciuto e tracagnotto, brontolone e testardo com’è, vien su tal quale il suo padre buonanima; e già al passo si vede che sta crescendo giorno per giorno «penna nera» senza fallo.
Come ai loro tempi erano suo padre e suo nonno, e tutti i maschi di casa, in fin dei conti; tutti alpini spaccati, figli della montagna dura e selvosa che dà la vita e la toglie a piacimento, o la regala al piano per germinarne altra; inesauribile, essa che è pietra e vento, impasta quindi i suoi uomini di durezza e di sogno.
Nascono e crescono così dal suo grembo, come gli abeti, le «penne nere»; che per la loro terra e l’intero mondo sono poi gli alpini; gli alpini d’Italia.

GIULIO BEDESCHI

 

Edda CattaniRicordi di guerra.
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Sali sulla mia barca

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 Sali sulla mia barca, Signore! 

… oggi non chiedo altro…

                   

 

Sali sulla mia barca, Signore!

Tante volte ho avuto l’impressione

che la mia vita

sia come una notte trascorsa

in una pesca fallita.

Allora mi assale la delusione,

mi prende il senso dell’inutilità.

Sali sulla mia barca Signore,

per dirmi da che parte

devo gettare le reti,

per dare fiducia ai miei gesti,

per capire che non devo

lavorare da solo,

per convincermi che il mio lavoro

vale niente senza di Te,

senza la Tua presenza.

Sali sulla mia barca Signore,

per donare calma e serenità.

Prendi Tu il timone:

accetto di essere tuo pescatore.

Insieme pescheremo, Signore,

e giungeremo sicuri

al porto della vita

 

  

 

CONOSCO DELLE BARCHE


 

Conosco delle barche

che restano nel porto per paura

che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto

per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire

hanno paura del mare a furia di invecchiare

e le onde non le hanno mai portate altrove,

il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate

che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare

per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo

ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’

sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche

che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,

ogni giorno della loro vita

e che non hanno paura a volte di lanciarsi

fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche

che tornano in porto lacerate dappertutto,

ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole

perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche

che tornano sempre quando hanno navigato.

Fino al loro ultimo giorno,

e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti

perché hanno un cuore a misura di oceano.

(Jacques Brel)

 

 

 

Edda CattaniSali sulla mia barca
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E’ arrivata primavera!

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È ARRIVATA PRIMAVERA!

 


Voglio fare con te / ciò che la primavera fa con i ciliegi (Pablo Neruda)
Giochi ogni giorno con la luce dell’universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa bianca testolina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.
A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.
Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.
Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo.
Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all’ultimo grido.

 

Edda CattaniE’ arrivata primavera!
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Vorrei un’ala di riserva

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VORREI UN’ALA DI RISERVA

 

Quando nel 2000 venimmo ad abitare ad Abano Terme per essere più vicini alla cappella di Andrea, curammo ogni particolare di questa casa acquistata con tanti sacrifici, dove avremmo dovuto vivere gli anni della nostra vecchiaia. Pensando ad un nome da mettere sulla porta, avrei voluto scrivere:  “I GABBIANI”. Erano i tempi in cui facevamo lunghe silenziose passeggiate, sul finire dell’estate, in riva al mare e guardavamo stormi dei maestosi volatili posarsi sulla riva, alla ricerca di briciole sparse dagli ultimi bagnanti. Mi colpivano quegli uccelli così  solenni nell’aria e faticosamente pesanti a terra, tanto da farmi pensare come non avessero una terza ala come timone che permettesse una manovra meno impacciata dei loro piccoli passi. Eppure, quando si libravano in cielo, aleggiavano come gli angeli, non denotavano alcun peso ed ostentavano un’armonia infinita. Pensavo allora al mio Andrea e dicevo: “Anche tu caro, ora non hai più peso e voli nell’universo, molto meglio dei gabbiani e come gli angeli del Paradiso!”.

Sono passati gli anni, veloci nella maturità, molto più che nella spensierata giovinezza, ed hanno portato con sé tutto il loro carico di dolore e qualche piccola gioia che ha addolcito l’amarezza di alcune giornate, ma contemporaneamente, il bagaglio si è fatto pesante sulle spalle sempre più in difficoltà nello sforzo dell’età. Ho ripensato ai gabbiani della nostra estate leggendo casualmente una poesia di Mons. Tonino Bello:

Voglio ringraziarti, Signore,

del dono della vita.

Ho letto che gli uomini sono angeli con un’ala

soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati.

Vivere è abbandonarsi come un gabbiano

all’ebbrezza del vento: vivere è assaporare

l’avventura della libertà,

vivere è stendere l’ala,

l’unica ala con la fiducia di chi sa di avere

nel volo un partner grande come te.

 

Eccomi rimasta sola, simile alla mia stagione della vita, ormai vecchia e stanca; il mio compagno non è più vicino a me… la sua anima vaga ormai in altre spiagge vicine al cielo ; il mio volo si è fatto ancor più pesante e solitario.

 

Ma non basta saper volare con te. Signore;

tu mi hai dato il compito di abbracciare
anche il fratello e aiutarlo a volare.

Ti chiedo perdono, perciò, per tutte le ali

che non ho aiutato a distendersi. Non farmi

più passare indifferente vicino al fratello,

che, rimasto con l’unica ala inesorabilmente

impigliata nella rete della miseria e della solitudine

si è ormai persuaso di non essere più degno di volare

con te. Soprattutto per questo fratello sfortunato

dammi. Signore, un’ala di riserva.        (Mons. Tonino Bello, vescovo)

 

Ora vorrei, Signore, anch’io un’ala di riserva perché non gliela faccio più a volare anche con Te, non riesco a raggiungerti, a parlarti, a godere dei tuoi spazi infiniti… come Madre Teresa, si è fatto buio intorno e arranco con la schiena curva.

Eppure è ormai Primavera… l’inverno sta terminando e presto verrà il mese dedicato  a Lei la Madre delle Madri che non manca di mostrare la Sua vicinanza con la Sua mistica presenza, fatta di silenzio e di fiduciosa speranza.

I miei bambini ormai hanno festeggiato la loro santa Cresima…soldati di Cristo… non ne conoscono appieno il significato ma si divertono con tutte le ricorrenze… anche quelle sacre diventano un fatto commerciale. Per noi è invece un fatto religioso, come lo è lo spuntare improvviso di una bellissima rosa purpurea proprio nel mio roseto incolto, devastato dalla pioggia: una rosa vermiglia come il sangue del mio cuore lacerato e gialla al centro come l’oro prezioso dei gioielli.

Grazie Andrea, ti sei ricordato di me anche in questa occasione; grazie, Madre di tutte le Madri, Rosa Mistica, Maria Immacolata.

 

“Mamma, ti ho messo in sintonia col diapason del Cielo”, dice Roland alla sua mamma.

 Il “diapason” è il punto più alto, la massima intensità del Cielo.

Fra poco sarà Natale e poi verrà l’Epifania come “manifestazione” dello Spirito.

 

A questo punto aggiungo un pensiero ed un ricordo particolare per i papà che proprio in quest’anno festeggeranno ancora 19 marzo questa ricorrenza … la festa del Papà!

 

 

                     

 

        

 

 

 

Edda CattaniVorrei un’ala di riserva
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Ho conosciuto il dolore

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Ho conosciuto il dolore

Ho conosciuto il dolore(di persona, s’intende)e lui mi ha conosciuto:siamo amici da sempre,io non l’ho mai perduto;lui tanto meno,che anzi si sente come finito se per un giorno solo,non mi vede o mi sente. Ho conosciuto il dolore e mi è sembrato ridicolo,quando gli dò di gomito,quando gli dico in faccia:”Ma a chi vuoi far paura?”Ho conosciuto il dolore:era il figlio malato,la ragazza perduta all’orizzonte,il sogno svanito,la miseria dopo l’avventura;era il brigante all’angolo che mi chiedeva la vita;era il presuntuoso tumore che mi porto dentro da una cellula impazzita;era Dio, che non c’era e giurava, ah se giurava, di esserci; la sconfitta patita,l’indifferenza del mondo alla fame,alla povertà, alla fatica; l’ho conosciuto e l’ho preso a colpi di canzoni e parole da farlo tremare,da farlo impallidire,da farlo tornare all’angolo,pieno di botte,che nemmeno il suo secondo sapeva più come farlo di nuovo salire sul ring,continuare a boxare.E, un giorno, l’ho fermato in un bar,che neanche lo conosceva la gente;l’ho fermato per dirgli:“Con me non puoi niente!”Ho conosciuto il dolore ed ho avuto pietà di lui,della sua solitudine,di questo cavolo di suo mestiere;l’ho guardato negli occhi,che sono voragini e strappi di sogni infranti:“Ti vuoi fermare un momento?”, gli ho chiesto,”Ti vuoi sedere?Vieni con me,andiamo insieme a bere. Hai fatto di tutto per disarmarmi la vita e non sai, non puoi sapere che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,appena-appena toccante,e non hai vie d’uscita perché, nel cuore appreso,in questo attendere anche in un solo attimo,l’emozione di amici che partono,figli che nascono,sogni che corrono nel mio presente,io sono vivo e tu, mio dolore, non conti un cazzo di niente”

(Roberto Vecchioni)

 

Edda CattaniHo conosciuto il dolore
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Peccato e perdono

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Peccato e perdono

di Paolo Farinella

Don Paolo Farinella, parroco di S. Torpete a Genova, oltre ad essere un attento osservatore dell’attualità politica ed ecclesiale è anche (e soprattutto) un fine biblista, che ha trascorso, tra l’altro, cinque intensi anni di ricerca a Gerusalemme, presso lo Studium Biblicum Franciscanum, approfondendo in particolare la conoscenza della lingue bibliche, ebraico, aramaico e greco ellenistico (da anni sta lavorando ad una grammatica greca di tutta la Bibbia). Il suo ultimo libro, Peccato e perdono. Un capovolgimento di prospettiva (Gabrielli Editori, 2015, pp. 111, € 12; il libro può essere acquistato anche presso Adista, scrivendo ad abbonamenti@adista.it; telefonando allo 066868692; o attraverso il nostro sito internet, www.adista.it), se può forse stupire un po’ chi è abituato a leggere gli strali di Farinella contro l’establishment politico ed ecclesiastico, rappresenta in realtà una perfetta sintesi tra l’impegno dello studioso e del polemista, dell’esperto di Sacra Scrittura e del critico rigoroso della strutture farisaiche del potere contemporaneo. Nel libro, pubblicato nella nuova collana di Gabrielli editore “Esh” (cioè il fuoco nella Parola, testi di piccolo formato, che intendono ri-semantizzare parole e temi dell’esperienza religiosa), Farinella riflette sul rivoluzionario significato che nel messaggio di Gesù ha assunto la parola “perdono”. 

Lo fa, come in altri suoi lavori, utilizzando gli strumenti dell’esegeta per demistificare i luoghi comuni della religione, restituendo alla fede la sua autenticità, radicalità e fedeltà al testo sacro. In questo caso, Farinella si concentra sui concetti di peccato e perdono, partendo subito dal nodo del “peccato originale”. Il biblista sostiene che questa nozione si regge su una esegesi errata di alcuni passi biblici, che paradossalmente porta a ritenere che ci debba essere per necessità il peccato di Adam ed Eva e poi, solo successivamente, la venuta e la redenzione di Gesù, mandato dal Padre a chiamare l’umanità smarrita e a restaurare il danno compiuto dai progenitori. Però, eccepisce Farinella, se il peccato di Adam era necessario teologicamente alla redenzione, non ci sarebbe colpa o responsabilità nella scelta dei nostri due progenitori. La necessità teologica esclude quindi tassativamente la libertà, cioè la possibilità di scelta. Adam ed Eva, come anche Giuda, avrebbero solo realizzato ciò che era già scritto. Una visione piuttosto limitativa della fede e del progetto di redenzione che porta Farinella a rifiutare un tipo di interpretazione legata solamente alle logiche di un riduzionismo razionalistico e letterale delle Scritture. 

Meglio allora, rifacendosi a Dietrich Bonhoeffer ed a Etty Hillesum, pensare il peccato originale come la presunzione di poter conoscere il bene e il male in assoluta autonomia, senza nessun dialogo o rapporto con Dio. L’interpretazione tradizionale della Chiesa può quindi essere superata in forza di una lettura più attenta delle Scritture e della prassi di Gesù. Del resto, il concetto tradizionale di peccato ci riporta alla religione ed alla mentalità arcaica, contrattualistica, mercantile. Proprio quella che Gesù intendeva superare con la sua testimonianza e la sua predicazione. Farinella analizza inoltre a livello linguistico i significati che ha assunto la parola “peccato” nell’ebraico biblico e nel greco dei Vangeli, liberando il vocabolo da quelle riduzioni moralistiche tipiche della tradizione e della teologia cattolica. Il peccato diventa nell’ottica proposta dall’autore non tanto trasgressione a una serie di regole, quanto, piuttosto, la rottura della relazione con Dio e con gli altri.

Anche il senso che diamo al concetto di “conversione” deve – secondo Farinella – cambiare: il biblista ricorda che il verbo greco che rende la parola “conversione” è metanoèo, un termine che contiene la noûs, cioè il pensiero/la mentalità. Gesù, insomma, non chiede di modificare il comportamento, ma di «modificare i criteri di pensiero per mettere in movimento un processo di relazione». Per questo, una “bontà” astratta ed intimistica, che non sia generazione e nascita dell’altro e nell’altro, resta sterile, cioè incapace di generare nuova vita. Analogamente, l’ascesi individualista nel contesto cristiano non ha senso, perché la vittoria sul peccato e sul male non si ottiene se non nel cammino, nella relazione, nel confronto con gli altri. Allo stesso modo pregare non significa riunirsi per gratificare se stessi, ma farsi carico della fragilità, propria ed altrui, affinché lo Spirito di Dio sappia, a modo suo, illuminarci. Pregare implica quindi una condizione di assoluta contemporaneità e presenza nella storia, non certo una astratta ascesi: significa farsi compagno di viaggio di tutti, a partire dai lontani.

All’interno della ekklesìa cristiana, spiega poi Farinella a partire dall’analisi del capitolo 18 del Vangelo di Matteo, il perdono costituisce l’elemento fondativo del senso stesso dell’essere comunità; quasi un metodo permanente dell’essere cristiani. 

Perdonare è guarire, suggerisce Farinella, operare cioè un «taglio netto tra ciò che precede e ciò che segue, tra passato e futuro», «togliere gli ostacoli che si frappongono alla pienezza dell’esistenza, perché solo in un’umanità degna di questo nome ognuno può incontrare gli altri e l’Altro». E non è possibile perdonare se non si ribalta la logica dominante e non si mette al centro del percorso comunitario i “piccoli”, ossia le esistenze che non hanno alcun valore agli occhi della società. Sono proprio i “piccoli” e i “peccatori”, divenuti «l’unità di misura della comunità nata dal Vangelo», a fondare veramente l’ekklesìa, dove il perdono e l’apertura all’altro divengono il «programma del nostro cammino verso il compimento del Regno». (V.G.)

 

 

Edda CattaniPeccato e perdono
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Ad un passo da te…

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Ad un passo da te…in attesa dell’incontro.

In questi giorni particolari di festività mi è gradito riproporre questa bella relazione .

Relazione per Convegno di Padova “ Fede e Scienza” 3 dicembre 2011

Maria Pizzolitto Lui – Mamma di Vera

 

Sono contenta di essere nuovamente qui, in un ambiente amico e caloroso, dove due anni fa mi sono trovata a presentare il mio primo libro intitolato “ Io Volo Libera” , dopo l’esperienza dolorosa , della perdita terrena di nostra figlia Vera.

E’ infatti in questa sala che ho avuto l’opportunità di dare la mia prima testimonianza, dopo che nel 2006, ad Abano Terme,  ad uno dei  convegni della vostra associazione,  mi si sono aperte le porte della speranza, avendo potuto toccare con mano, tematiche di cui avevo sentito parlare, ma che non avevo mai approfondito , se non dopo la dipartita di Vera,  avvenuta nel 2004.

Mentre alimentavo le mie ricerche e mi accostavo alla medianità spirituale , è stato con  uno dei primi messaggi, che Vera mi ha invitato a scrivere il primo libro, con  queste parole: “… Mamma ti aiuterò, ma la fatica maggiore sarà tua e di papà. Inizia a scrivere memorie tue, mie e dei nostri affetti più cari. Poi farai libro semplice ma forte di esperienza: è così che riscatterai la mia vita. Io sono stata segno ed impegno per voi, sono traccia per chi mi ha amata, sarò traccia per chi mi leggerà” …

E’ stato sconvolgente per me questo messaggio, ci ho messo parecchi mesi prima di aderire alla sua richiesta. Poi pian piano ho iniziato. Da persona riservata, quale mi ritenevo, mai  avrei immaginato che avrei raccontato la sua vita, la nostra storia ed il nostro  percorso. Devo ammettere che i  risultati e le soddisfazioni, dopo la pubblicazione, sono arrivati, …e scrivere aveva fatto bene a me prima che alle altre mamme,  come preannunciatomi da Vera. In quel libro ci ho messo tutto il mio amore di madre, il mio rimpianto, la mia sofferenza,  il mio percorso, ma anche  la mia  speranza. Con quel libro la mia famiglia ed io abbiamo elaborato il lutto.

Vera non ha tardato a farsi viva, dicendomi che aveva gradito ciò che avevo fatto e ha continuato a seguire la nostra vita, le nostre tappe, i passi avanti e qualche volta i passi indietro, arrivando puntuale con i suoi messaggi pieni di amore  ed i suoi segni particolari.

L’abbiamo ritrovata nelle sue comunicazioni  piene  di ricordi condivisi, di riscontri oggettivi, a volte con  battute simpatiche, a volte  con qualche rimprovero, con manifestazioni di tenerezza  e soprattutto con parole stimolanti per la nostra crescita interiore.

Abbiamo potuto constatare anche  la sua evoluzione spirituale. E’ aumentata in noi  la consapevolezza che lei, come tutti i nostri cari ci sono sempre accanto. Sappiamo che nulla muore, ma tutto si trasforma e  i nostri cari  hanno solo  cambiato stato, hanno cambiato piano di esistenza. Sappiamo che sono loro i veri vivi, poiché sono nella Luce ed è per questo che possono diventare i nostri fari, i nostri maestri spirituali. ..E’  anche a loro che possiamo  chiedere  aiuto con la preghiera.  Mio padre, in un messaggio , dice proprio così: “ Occorre sempre una preghiera che noi usiamo per aiutare voi”.

 Ma la mancanza della  fisicità, è uno scoglio difficile da superare, in quanto i nostri sensi umani la reclamano. Per cui la mancanza di Vera,  unitamente a quella dei miei genitori,  che tanto hanno significato per me e per  tutta la mia famiglia, partiti a breve distanza da lei,  hanno generato   un grande  vuoto,  che ho cercato di colmare scrivendo un altro libro.  Questa volta non richiesto,…è stato un desiderio che si è piano piano  manifestato in me. L’ho vissuto come una forma di compagnia , di vicinanza ai miei cari…un modo per sentirli presenti,… un appuntamento quasi quotidiano per tanti mesi…

Ho iniziato a  Natale del 2010, circa un anno fa.  Vera mancava da quasi sette anni. Ero abbastanza giù di corda, anche se ci scherzavo su:” E’  la crisi del settimo anno, mi dicevo”, per allontanare la tristezza. In quella circostanza natalizia  mi  ero ritrovata a rivivere  i  nostri  bei momenti, le festività  a cui lei  teneva tanto, tutti noi insieme amorosamente, con   le nostre famiglie, con tutti i nostri bambini…

Ho buttato giù  alcuni pensieri… ed è nato  :” Ad un passo da te…in attesa dell’incontro”. Credo, …con questo  nuovo  lavoro,  di aver completato la mia testimonianza, di aver aperto totalmente il mio cuore, parlando delle mie  sensazioni, delle mie intuizioni  e dei miei  pensieri più intimi,  delle mie piccole conquiste , delle nuove certezze,  raccontando ciò che aveva prodotto in me e nella mia famiglia,  il dolore.  Quindi le nuove consapevolezze,  il nuovo modo di stare nella vita,… la nuova visione della vita… i nuovi traguardi, le nuove aperture, i nuovi obbiettivi ( “ Ora tu ne hai molti” ,mi ha detto mia  madre in un messaggio). Tanti doni ti può portare il dolore se capisci la sua funzione.  E’ stato detto, infatti, :  “ La sofferenza è l’ unico mezzo valido per rompere il sonno dello spirito, ed è un cammino , poichè ci mostra quanto bene abbiamo ancora da fare “.Questo è quello che ho compreso e  che ho analizzato in profondità,  in quello che  è  diventato  poi  questo mio nuovo  modo di esistere.

 Ho imparato ad ascoltare il cuore e la mia coscienza,  ad ampliare il mio sentire .  So che tutto fa parte del percorso evolutivo, importante è rendersene conto, farsene una ragione ed accettare che tutto quello che ci  capita,  fa parte del programma di vita scelto dalla nostra anima. E poi ho capito che bisogna imparare a  conoscere se stessi per arrivare a  conoscere gli altri , cercando di essere più comprensivi e caritatevoli.  Accettare il dolore come una grazia, consapevoli che niente succede a caso, che  tutto ha un senso e un fine. Questo ho fatto mio.

 Ma tutto ciò non mi esonera da un certo tipo di nostalgia ,… perchè non vedere,  ciò che sai che comunque c’è sotto diverse spoglie, è pur sempre una sofferenza. Ecco che allora il contatto con Dio si è fatto più intenso, poiché a Lui puoi chiedere  di aiutarti a portare il tuo   fardello, diventando  il centro della tua vita. Con Lui sai  che  puoi sempre colloquiare, su di Lui puoi sempre contare, perché  non ti fa mai sentire sola.

Se poi  cerchiamo   una  finestra nell’eternità,… l’Habitat” dei nostri  cari può diventare palpabile… proprio  a un passo da noi,… nell’attesa di quel giorno che non vedrà tramonto….Possiamo, infatti,  ancora ricevere  il loro aiuto e percepire il loro amore. Quell’amore che mai si estinguerà , che io ho identificato con il loro DNA spirituale. Infatti ci hanno trasmesso  qualcosa di loro, hanno portato via qualcosa di noi..  Ci hanno lasciato la commozione del ricordo. ..Ci rimane la memoria che non si è disintegrata il giorno del commiato e rimane presente a ricordare che quella vita c’è stata davvero  e non è stata un’illusione. E  la memoria ne rende incancellabile i volti,… i timbri della voce,… perfino gli odori ed il tatto…  Penso, infatti,  che ciò che abbiamo amato non può essere cancellato né dal ricordo, né dal libro della vita.

Questi pensieri, mi hanno  portata  a riflettere sulle  mie radici, a rivivere il  mio passato, guardando in alto,…guardando il Cielo, dove i miei cari abitano… Ho alimentato il  desiderio che  il  ricordo del  tempo trascorso con loro  sulla terra, dopo aver ricevuto e donato amore,  non andasse  disperso, ma che  servisse  piuttosto ad alimentare il bene, il tentativo  di fare  del mio meglio,… del nostro meglio,  per il tempo che mi  resta, che ci  resta  ancora da vivere.

In questo nuovo lavoro, quindi, pur permanendo Vera  il tema centrale , ricordo  anche  i  miei genitori,  che sono le mie radici… Sono state figure importanti,… ne ho tracciato  un breve profilo. Poi,  anche i loro  messaggi hanno fatto  il resto. Ci  hanno reso partecipe di  memorie condivise, ci sono riferimenti oggettivi che riconosco. Non mancano cenni alla tragica vicenda di Vera. Sembra che anche loro abbiano voluto  venirci  incontro  parlandoci di lei, per alleviare il vuoto della sua  mancanza. Ci raccomandano di  andare avanti con fiducia,  favorendo stati d’animo più sereni , ci invitano  ad abbandonare sentimenti di rancore e di non perdono,  ci parlano della meraviglia dell’altra vita… Pensieri che ci hanno commosso e fatto un gran bene.

Mentre  producevo questo nuovo  scritto,  Vera non si era fatta attendere e  mi era venuta  incontro  con  questo messaggio: “Stesura di libro sarà guidata…questo sarà un libro con le ali di farfalla”…quindi vai avanti e non arrenderti…metti in quelle pagine l’amore del tuo cuore. Ti voglio bene…sono con te…le ali volano  libere nel cielo” …Ebbene,…posso confermare che ho percepito  quella   guida,  quell’aiuto che avevo già sentito nella stesura del mio primo libro,  in quanto mi sorprendevo ad ascoltare,  annotare e a leggere pensieri mirati che,  mi  hanno aiutato  ad elaborare e a mettere assieme ciò che era  diventato il  mio nuovo sentire,  oserei dire il mio nuovo cuore. E tante citazioni ho riportato che rafforzano e avallano questo mio momento.  Anche questa volta tanta commozione ho sentito,… anche questa volta ho ringraziato…

Una certa crescita , credo,  che  sia avvenuta in me e nell’ambito della mia famiglia, anche se tanto resta da fare. Sappiamo che il cammino è lungo e faticoso, ma con i nostri angeli, con le nostre guide spirituali , tanto possiamo raggiungere…

Con i messaggi, poi,  Vera è stata prolifica. Ci ha  sorretti, ha avuto sempre una parola per tutti, dimostrando la capacità di leggere nei nostri cuori. Non mancano riflessioni  e tiratine d’orecchie. Al suo papà  che afferma  di  parlare sempre con lei, risponde: “ Fermati, fermati caro papà…ricordati che quello non è parlare, quello è rimurginare. Per parlare con me devi fermarti, ascoltare le mie parole. Poi tu chiedi ed io rispondo. Poi io parlo  e se tu non hai capito, richiedi! Capito papà? Così è vivere con Vera,…vivere con Vera! Io vivo con voi, nella mia casa.”  E ancora: “ A te mio caro papà metto spesso le mani sulle spalle, un bacio e un sussurro…sopporta la mamma,…lei guarisce se parla, se scrive su di me…lasciala fare , ma non permetterle di escludersi dalla famiglia, dalle cose e normali frequentazioni di vita…”

 Poi a Stefano conferma:: “ Esisto, carissimo fratello! Tu sai che io sono vicina a te e mi muovo con lieve brezza che ti si posa intorno,  ti da un brivido e poi ti accalora. ..Ti riparerò dalle intemperie, perché le emozioni sono come i temporali. In certi momenti sono pericolose,…io ti riparerò. Fai conto che io sia il tuo ombrello cosmico. Fai conto che io sia il tuo cuscino, che sia il tuo micio, che sia…che sia chi vuoi tu…io ci sono.

A me così  parla: “ Oggi voglio dirti che ho molto riflettuto sul nostro rapporto solido, affettuoso, profondo, ma che quando ero in vita ha anche conosciuto piccole frizioni, pause di silenzio, momenti di non comprensione. Normali, perché una madre e una figlia non sempre riescono ad aprirsi fino in fondo. Ebbene, io ti dico, mamma cara, oggi abbiamo recuperato e ci tocchiamo l’anima l’un l’altra e … non c’è nulla che possa più separarci. La separazione è solo apparente, ma io ti sono dentro,  come quando mi attendevi nei nove mesi di gravidanza….Credimi mamma, il percorso evolutivo tu lo stati facendo in terra ed io in cielo,… ma ci porterà entrambe nella stessa direzione.”

Ogni tanto, constatando la fatica  di questo procedere,  mi sorprendo a riflettere: “Sarà contenta di me la mia ragazza,  dell’impegno  che ci metto, nonostante le continue cadute?“ Devo dire che puntuale è arrivato il suo pensiero, che riporto: ” Mamma, mamma, mamma…benedetta mamma dubbiosa. Con tanti perché messi in linea,…uno dietro l’altro…non finiscono mai!  Mamma, dai…oggi ti assicuro, …sei cambiata, sei migliorata. Ma certo che sei migliorata! Sicuramente,… anche se tanti cambiamenti dovrai ancora fare. Ma tutti gli esseri che vivono sulla terra, nel loro percorso, devono fare cambiamenti. Quindi,…dai, non scoraggiarti, sei la mia mamma speciale, la mia mamma adorata e se anche un tempo ho discusso con te, ora ti parlo con l’amore grande di una figlia che è amata, si… ma che ama tanto. Io ti amo mamma. Non so se tu credi veramente in queste parole. Io ti amo mamma e ti ho tanto amata sulla terra.

Qualche volta ti ho invidiata e qualche volta mi sono arrabbiata così tanto dei tuoi pensieri, delle tue comunicazioni frettolose. Ma ora capisco,…tutto capisco, perché tutto conosco, perché leggo nel tuo cuore. Mamma, mamma,… ma non ti sembra di essere diventata una grande mamma? Eh dimmelo? Non ti sembra di essere diventata una mamma speciale?

Pensa che anche tu hai aiutato tante persone con il tuo libro, col tuo scrivere, col tuo parlare….Mamma, a te che sei qui giunta, voglio riservare il mio abbraccio speciale, perchè ti voglio bene, perché ti amo e  perché voglio darti tanta,… tanta forza. Sii cortese, amabile, fiduciosa, amante della vita,…amante della vita…della vita! Amante della tua famiglia. Amala mamma e ama te stessa!”

Devo ammettere che nonostante mi reputi fortunata per tutto ciò che ho avuto, una velata tristezza mi accompagna spesso,… forse fa parte del mio carattere, è una debolezza che non riesco a togliermi, per cui puntuale, alcuni giorni fa è arrivata Vera con queste parole: “Mamma, Mamma,…mamma…devo ancora risollevare il tuo spirito. Ma perché, mi puoi spiegare il perché?  Vorrei conoscere più bene la tua anima. Vuoi aprirla finalmente del tutto, completamente, perché possa entrare  e scoprire quale è il tuo sentimento mamma? Nulla ti manca…io ci sono mamma, io ci sono! Non puoi dirmi, mi manchi tu…tu non ci sei! Io ci sono…altrimenti la tua fede dov’è? Quale è la tua fede, benedetta mamma? Vorrei tanto vederti felice. Vorrei tanto, soprattutto vedere i tuoi occhi sorridere. Non la tua bocca, ma i tuoi occhi, mamma! L’ occhio rispecchia la porta della tua anima . Quanto bene ti voglio! Se sapessi quanto bene ti voglio i tuoi occhi si illuminerebbero di una luce speciale. E io voglio che sia così. Sorridi, mamma. Sorridi alla vita, … che io ci sono e sempre ci sarò.”

Queste  parole sono state di  grande aiuto, di grande conforto. Di indicibile commozione. Non si può non credere che li abbiamo vicini. Gli alti e bassi poi, ci saranno  sempre, il combattimento è giornaliero…. Ed  essere consapevoli del traguardo che ci aspetta … e di chi troveremo ad attenderci,  è ciò che ci porta ad avere  e a cercare nuovi stimoli, nuovi slanci , per andare avanti,  anche nel quotidiano,   perché come mi dico sempre…,  con rinnovata fiducia: “ E’ solo questione di tempo, … li ritroveremo,  ed il tempo poi  non esisterà più,…  perché saremo assieme  in quell’eternità che tutto abbraccia… e che abbracceremo.

 A ragione, Don Messina, nella prefazione di questo , rammenta che la sofferenza del lutto è da superare con la speranza che la morte è solo la fine di un capitolo e non del libro…

San Francesco di Sales, così si esprime : “Non desiderate di essere diversi da quello che siete, ma desiderate di essere al meglio ciò che siete. Godete nel pensiero di perfezionarvi  in questo e di portare le croci, piccole o grandi che incontrerete.

Ma voglio chiudere con ciò che disse in una intervista,  Padre David Maria Turoldo,   ( che ho trovato proprio nel sito della Signora Cattani e mi è parso tanto significativo), pochi giorni prima del trapasso: …”Ogni giorno è un giorno nuovo, ogni giorno è un giorno mai vissuto sulla terra da nessuno. Nessuno  sa cosa ci riserva il giorno, non sappiamo neanche cosa penseremo  questa sera.  Io pertanto,  invito  a tenere sempre  aperta , anche questa finestra sull’imprevisto  e sull’imprevedibile, che potrebbe essere più positivo di quanto non crediamo. Anche per il più disperato, perciò, vorrei essere di aiuto in questo momento , in modo particolare, per dire:  “Aiutiamoci a sperare…” Ed è un augurio che faccio a tutti noi….qui presenti.

Ricordo  che il ricavato della vendita di questo libro andrà a sostenere  un progetto a favore dei bambini poveri di Mbanza Congo (Angola) del Centro missionario dei frati cappuccini del Veneto e Friuli V.G.

 

Edda CattaniAd un passo da te…
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