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Sopravvivenza e vita eterna

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 Continua la mia testimonianza di fede e di speranza, nelle Associazioni di tutta Italia.

 

LA SOPRAVVIVENZA DOPO LA MORTE

 

(nei testi biblici)

 

Sopravvivenza dell’anima

 

1 Samuele 28,3-19: L’anima di Samuele, dopo la morte, parlò a Saul. Alcuni affermano che non si tratti di Samuele, ma del demonio che parla a Saul. Ora, il testo dice che è veramente Samuele. Le predizioni di Samuele si sono avverate, segno che non era un demone bugiardo.

Matteo 17,1-18: Mosè ed Elia apparvero a Gesù al momento della Trasfigurazione. E’ vero che, secondo la Bibbia, Elia non morì: egli fu rapito in cielo con il suo corpo (2 Re 2,1-13), Mosè, morì (Deuteronomio 34,5-7). E’ quindi l’anima di Mosè che apparve.

Luca 16,19-31: Le anime d’Abramo, del povero Lazzaro e del ricco malvagio esistono dopo la loro morte.

Luca 23,43: “In verità, ti dico, oggi sarai con me in paradiso”, disse Gesù al ladrone pentito sulla croce.

1 Pietro 3,18-20: L’anima di Gesù, tra la sua morte e la sua resurrezione, ha visitato le anime di coloro che morirono nel passato per annunciare la sua Venuta.

Apocalisse 6,9: Giovanni vede le anime dei martiri.

Resurrezione dei corpi

Matteo 27,52-53: I corpi di alcuni santi resuscitarono dai morti dopo la resurrezione di Gesù.

Luca 20,27-39: Gesù risponde ai sadducei, che non credevano nella resurrezione:

“Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti ma dei vivi”. Questo testo spiega la sopravvivenza dell’anima e la resurrezione del corpo.

Giovanni 5,28-29: La resurrezione dei morti rivelata da Gesù.

Giovanni 6,54: Gesù disse: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo resusciterò nell’ultimo giorno”.

1 Corinzi 15,12-57: “Come possono dire alcuni tra voi che non esiste la resurrezione dei morti! …etc”. Paolo spiega la resurrezione del corpo e biasima coloro che non ci credono.

Malgrado queste evidenti conferme bibliche sulla sopravvivenza dell’anima e sulla resurrezione del corpo, dopo la morte, alcuni che si dicono credenti, non ci credono. Le loro motivazioni sono un tessuto d’incoerenza.  

La nostra A.C.S.S.S.   

Con questo sito, oltre a rendere noto il nostro percorso, vuole far conoscere a tante Madri, a tutte le persone provate da lutti gravi, che “la morte non è un atto finale e la Vita prosegue” “in cammino verso l’Infinito”, verso cioè una sempre maggiore comprensione della Realtà e dell’Essere, una espansione cosmica di cui sono inimmaginabili vertici raggiungibili.

Edda CattaniSopravvivenza e vita eterna
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La Pasqua del teologo

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Alberto Maggi sul numero di Pasqua de “La Repubblica”.

Un’interessante intervista di Antonio Gnoli.

 

<<Cosa ti dà la certezza di essere sulla strada giusta?>>, chiede il giornalista.

<<Avere ricevuto qualcosa dai cuori delle persone, dai tanti che mi scrivono e con cui parlo; e avere reso questo convento un microcosmo bello: luogo di preghiera, certo. E di accoglienza degli emarginati. Ma anche centro di studi biblici aperto a tutti: atei e agnostici, cattolici e credenti di altre regioni>>, risponde un ispirato Alberto Maggi, all’intervista ritratto che gli dedica il giornalista Antonio Gnoli. Questo è uno dei primi passi di un pa lunga intervista a Padre Alberto Maggi.

L’articolo di due pagine con disegno di Riccardo Mannelli, è pubblicato oggi su “La Repubblica”, con un impaginazione importante e centrale nel prestigioso quotidiano.
Gnoli parla con Alberto Maggi della sua vita, della attività di scrittore e divulgatore che lo impegna assiduamente ma senza mai dimenticare l’amore per le persone.
Quando ho chiesto ad Alberto nei giorni fa, una sintesi dell’intervista, mi ha risposto con la sua umanità diretta e simpatica schiettezza: <<… È difficile dirlo, sono state ben quattro ore di intervista dall’infanzia a oggi: gli studi, la vita, la fidanzata, il rapporto con i vescovi… insomma si è parlato di tutto. Ne è venuto fuori un ritratto narrato con conversando…>>.

Alberto ha parole importanti anche per Montefano: <<In questo lembo di terra, è rinata tanta gente>>. Ma il suo primo impatto con il convento di Montefano non fu del tutto felice. <<Fui allontanato dalla Facoltà di Teologia dell’Università Gregoriana da un Padre Provinciale, dopo una sorta di processo canonico, e spedito in un posto remoto Montefano>>. <<Che luogo trovasti?>>, gli chiede il giornalista. <<Desolante. Ormai inattivo da tempo, trovai nel convento un vecchio frate. A Montefano non c’erano libri, non c’era nulla in convento. Riempivo il tempo dedicandomi all’oro e alle galline. Poi un giorno vennero dei giovani, trascorsero alcuni giorni con me. Vollero che gli leggessi e commentassi dei passi del Vangelo. Provai, mostrando tutta la mia inadeguatezza. Fu allora che chiesi il permesso continuare a studiare…>>. In questo episodio si può trovare quella sintesi dell’intervista che chiedevo ad Alberto, anche perché si toccano gli aspetti della sua quasi “eresia”. Nel suo ordine dei Servi di Maria, ci sono stati tanto gli inquisitori del Santo Uffizio, quanto chi dava lavoro al Santo Uffizio. La sua vita, la sua stessa presenza con gli altri, genera rinascita, a partire dall’aridità delle coscienze: basta avere la sua stessa voglia curiosa per la vita e la conoscenza, senza fermarsi alle comode apparenze. Da un luogo bucolico e pieno di orti, la presenza di Alberto Maggi ha trasformato il convento di Montefano in quello che è oggi diventato, con l’insostituibile presenza umana e teologica, oltre che di raffinata cultura di Padre Ricardo Perez Marquez. 

Un’intervista da leggere tutta, appena aperto il quotidiano.

 

Edda CattaniLa Pasqua del teologo
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Riti del Giovedì Santo

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 Giovedì santo: Lavanda dei piedi

Nel 2016 Papa Francesco per 12 profughi

Per la prima volta il rito si è svolto fuori Roma a Castelnuovo di Porto

“Tutti noi, insieme, musulmani, indi, cattolici, copti, evangelici, fratelli, figli dello stesso Dio, che vogliamo vivere in pace, integrati: un gesto. Tre giorni fa un gesto di guerra, di distruzione, in una città dell’Europa, da gente che non vuole vivere in pace, ma dietro quel gesto” “ci sono i fabbricatori, i trafficanti delle armi che vogliono il sangue non la pace, la guerra, non la fratellanza”. Il Papa ha spiegato così la lavanda dei piedi che stava per compiere nel CARA di Castelnuovo di Porto. “Due gesti, – ha riflettuto – Gesù lava i piedi e Giuda vende Gesù per denaro, noi tutti insieme diverse religioni, di diverse culture ma figli dello stesso padre, fratelli, e quelli che comprano le armi per distruggere”. Papa Francesco ha voluto imprimere il sigillo della unità dei credenti per la pace, e della fratellanza contro l’odio, le guerre e il traffico di armi, al rito della lavanda dei piedi che ha compiuto al CARA, acronimo per Centro di accoglienza per richiedenti asilo, cioè dove i profughi vengono ospitati in attesa che vengano espletate le procedure per accogliere o meno la loro domanda di protezione internazionale. Bergoglio ha lavato i piedi a 11 profughi e una operatrice del CARA, in tutto cinque cattolici, quattro musulmani, un indù e tre cristiani copti. 

I riti del Giovedì Santo 2015

 

Settimana Santa, Bergoglio celebra la messa del Crisma a San Pietro e parla ai sacerdoti: “Non chiudetevi in uffici o auto oscurate”. Poi sceglie di stare “dalla parte degli ultimi” e va nel carcere romano per la lavanda dei piedi. Ai baci e agli applausi dei reclusi risponde: “Grazie per la calorosa accoglienza”. E si china a baciare i piedi a dodici detenuti.

 

 

Prima il mònito ai sacerdoti. Poi i baci e gli abbracci ai detenuti del carcere di Rebibbia. Nel Giovedì Santo che precede la Pasqua,  Papa Francesco sceglie di stare, come lo scorso anno, “dalla parte degli ultimi”. E nell’omelia che accompagna la messa crismale a San Pietro – durante la quale i sacerdoti rinnovano le promesse fatte al momento della sacra ordinazione – il Pontefice ha detto: “La stanchezza dei sacerdoti! Sapete quante volte penso a questo, alla stanchezza di tutti voi? Ci penso molto e prego di frequente, specialmente quando ad essere stanco sono io”.
Il messaggio ai sacerdoti. Per un prete, ma questo probabilmente vale per ogni persona umana, “la stanchezza di se stessi è forse la più pericolosa”, ha proseguito, elencando i diversi tipi di stanchezza che possono affliggere la vita pastorale, a partire “dalla stanchezza della gente, delle folle, spossante come dice il Vangelo, ma buona, piena di frutti e di gioia”. “Una stanchezza – dunque – buona e sana: la stanchezza del sacerdote con l’odore delle pecore, ma con sorriso di papà che contempla i suoi figli o i suoi nipotini. Niente a che vedere con quelli che sanno di profumi cari e ti guardano da lontano e dall’alto”. “Siamo – ha osservato Francesco – gli amici dello Sposo, questa è la nostra gioia”.

Papa Francesco: “Penso alla stanchezza dei sacerdoti. E anche alla mia”

 

Il Pontefice si è poi soffermato su “quella che possiamo chiamare la stanchezza dei nemici”. “Il demonio e i suoi seguaci non dormono e, dato che le loro orecchie non sopportano la Parola di Dio, lavorano instancabilmente per zittirla o confonderla. Qui la stanchezza di affrontarli è più ardua. Non solo si tratta di fare il bene, con tutta la fatica che comporta, bensì bisogna difendere il gregge e difendere sè stessi dal male”.


 

“E per ultima, perché questa omelia non vi stanchi”, Papa Bergoglio ha affrontato la “stanchezza di se stessi, che forse è la più pericolosa perché le altre due provengono dal fatto di essere esposti, di uscire da noi stessi per ungere e darsi da fare, siamo quelli che si prendono cura”. “Questa stanchezza invece – ha rilevato Bergoglio – è più auto referenziale: è la delusione di se stessi ma non guardata in faccia, con la serena letizia di chi si scopre peccatore e bisognoso di perdono: questi chiede aiuto e va avanti. Si tratta della stanchezza che dà il volere e non volere, l’essersi giocato tutto e poi rimpiangere l’aglio e le cipolle d’Egitto, il giocare con l’illusione di essere qualcos’altro”. “Questa stanchezza – ha concluso – mi piace chiamarla civettare con la mondanità spirituale: quando uno rimane solo, si accorge di quanti settori della vita sono stati impregnati da questa mondanità, e abbiamo persino l’impressione che nessun bagno la possa pulire. Qui può esserci una stanchezza cattiva”.

 

Con i detenuti a Rebibbia.

 

 

Nel pomeriggio, Papa Francesco raggiunge il carcere di Rebibbia per il rito della lavanda dei piedi: al suo arrivo, molti detenuti lo abbracciano e lo baciano. Bergoglio saluta e bacia uno ad uno i detenuti che lo attendono a centinaia per la messa del Giovedì Santo. Il Papa stringe le mani di 300 detenuti, li abbraccia, scambia con loro baci sulle guance e parole di conforto e di incoraggiamento. Ad accompagnarlo lungo la transenna è il cappellano di Rebibbia, don Pier Sandro Spriano, da cui è partito l’invito per la visita. Don Spriano gli parla delle situazioni e delle provenienze di alcuni dei reclusi. “Grazie per la calorosa accoglienza”, dirà loro il Papa prima di entrare nella chiesa del carcere. Poi nell’omelia: “L’amore di Gesù non delude mai perché lui non si stanca di amare come non si stanca di perdonare e di abbracciarci”. Poi si è chinato a lavare, asciugare e baciare i piedi a dodici detenuti, sei uomini e sei donne, per metà stranieri. Tra loro due nigeriane, una congolese, un’ecuadoregna, un brasiliano e un nigeriano. Gli altri sei, due donne e quattro uomini, sono italiani. A sorpresa, lavato i piedi anche del piccolo bambino, figlio di una delle sei detenute partecipanti al rito, che la mamma aveva in braccio. Diversi i volti rigati dalle lacrime tra i detenuti. E si congeda così: “Anche io ho bisogno di essere lavato. Il Signore lavi anche le mie sporcizie perchè io possa essere di più al servizio della gente, come lo è stato Gesù”.


 

 

 

 

Edda CattaniRiti del Giovedì Santo
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Pasqua 2019

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LA PASQUA e IL PERDONO

 

Quando era bambina, nella mia terra, gli uomini andavano a messa solo a Natale e a Pasqua e, in quelle circostanze,  che la cristianità ritiene le principali fra le solennità liturgiche, accadevano cose straordinarie. Le musiche dei vecchi organi, il profumo dei fiori, l’odore acre dei  ceri, i colori dei paramenti e degli abiti delle feste erano per noi piccoli motivo di osservazione e di curiosità, ma il momento più importante era quello della ”predica” del parroco. A quell’epoca la voce del sacerdote tuonava parole forti che scuotevano gli animi e lasciavano una traccia indelebile che, si sapeva, doveva durare per tutto il tempo che restava per la prossima occasione. Quell’anno, a Pasqua, la mamma ci si era messa d’impegno e mi aveva confezionato un abito celeste; papà aveva dipinto anche le mie scarpe dello stesso colore e io mi sentivo, fra i miei genitori, così belli ed uniti, una reginetta. Venne il momento dell’omelia ed il vecchio sacerdote, un gigante sull’altare, al termine del sermone tuonò: “Uomini, pace! Pace! Pace! Basta con l’odio, con il risentimento, con le vendette!”. Ci guardammo tutti l’un l’altro e in quel momento ognuno di noi fece un breve esame di coscienza, poi un uomo si staccò dal gruppo e lentamente si avvicinò ad un altro che stava più avanti, dall’altra parte. Bastarono brevi cenni, poi caddero, piangendo, uno nelle braccia dell’altro: erano vecchi nemici che si riconoscevano persone e chiudevano, in quel momento, una lunga parentesi di odio e rancore che durava da tempo. Vecchi parroci di frontiera, ce ne fossero ancora.!

    Oggi, un vecchio Papa parla di digiuno per cambiare il corso della storia e proclamare che non è possibile, per i credenti, a qualunque religione appartengano, essere felici gli uni contro gli altri e che mai il futuro dell’umanità potrà essere assicurato dal terrorismo e dalla logica della guerra. Ma può Dio dipendere dall’uomo? Saremmo sciocchi se lo pensassimo: è l’uomo che dovrebbe dipendere da Dio. Eppure, ce lo ha chiesto la Madonna nelle varie apparizioni a Fatima, a  Lourdes, a Garabandal, a Medjougorie; lo ha fatto con le lacrimazioni di acqua e sangue implorando la nostra conversione. Dio, allora, ha bisogno degli uomini, ha bisogno anche di noi, della testimonianza della nostra vita, dell’impegno della nostra coscienza che si riconosce nelle parole del Papa.

     Con la nostra presenza attiva possiamo fare molto e, se saremo capaci di perdonare, il nostro gesto accarezzerà tutti i mazzi di fiori lungo le strade dove sono morti ammazzati i nostri giovani figli, spesso vittime dell’altrui violenza. Raggiungerà le case dove non si è assopito l’odio per una giustizia non ricevuta, per una follia non pagata, per una sopraffazione degenerata in tragedia.

     Dal mercoledì delle ceneri alla veglia pasquale trascorriamo questo tempo di quaresima preparandoci a vivere in pienezza il mistero della resurrezione di Cristo. La conversione quaresimale è perdono delle offese ricevute, è cammino di amore verso Dio Padre, di solidarietà verso i fratelli, di condivisione con i nostri Cari dell’oltre,  per la salvezza di tutti.

Buona e serena Pasqua a tutti!

 

 

Edda CattaniPasqua 2019
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Il giorno del silenzio

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Il giorno del silenzio

 

Per antica tradizione, in questo giorno la Chiesa non celebra il sacrificio eucaristico. Sabato Santo è il giorno nel quale la Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua passione e morte. Gesù discende agli inferi, per risalirne vittorioso insieme ai nostri progenitori e a tutti i giusti dell’Antico Testamento.

Incastonato tra il dolore della Croce e la gioia della Pasqua, questo giorno si colloca al centro della nostra fede. È un giorno denso di sofferenza, di attesa e di speranza; segnato da un profondo silenzio.

I discepoli hanno ancora nel cuore le immagini dolorose della morte di Gesù. In quel giorno sperimentano il silenzio di Dio, la pesantezza della sua apparente sconfitta, la disperazione dovuta all’assenza del Maestro. A ciò si aggiunge la vergogna d’essere fuggiti e d’aver rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente e al futuro, mancando ancora quei segni che incominceranno a scuoterli a partire dal mattino della Domenica con il racconto del sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto.

Ma questo giorno è anche il Sabato di Maria. Ella lo vive nelle lacrime unite alla forza della fede. Veglia nell’attesa fiduciosa e paziente; sa che le promesse di Dio si avverano per la potenza divina che risuscita i morti. Così Maria, con la sua forza d’animo, sorregge la fragile speranza dei discepoli amareggiati e delusi.

Con il suo esempio, dunque, Maria aiuta anche noi ad essere sempre, pur nelle difficoltà che possiamo incontrare, fiduciosi nel Signore e testimoni della speranza che non muore.

PER IL SABATO SANTO 1953

(di Gherardo del Colle) a Nando Fabro

Il gallo s’è sgolato per millenni.
E Cefa ha pianto. E dondolò dall’albero
lo scheletro dei Giuda. Balza fuori,
rovescia sopra il tetro nostro suolo,
o Signore, la pietra che Ti chiude.
Te Risorto presentono nei solchi
turgide gemme e pallidi frumenti.
Ripercorrono ansiosi i Due di Emmaus
l’antica strada. E là Maria di Magdala
nell’orto attende che Tu la sorprenda.
Hora est jam: il tedio e il lamento
vano, che noi tardi di cuore a credere
a guardia riponemmo del Sepolcro,
un Tuo urlo disperda, o Tu più forte
d’ogni morte, Gesù: de somno surge.
E gli Angioli, alleluja, e le campane
Annuncino alleluia, che Tu ritorni.
Per domani, Signore? Oh, da domani
s’inizino, coll’alba, i giorni nuovi,
alleluia, viso Domino. Alleluia!

Edda CattaniIl giorno del silenzio
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L’ulivo, simbolo di pace

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La domenica delle Palme

Di ritorno dalla Santa Messa, con la palma in mano dono e simbolo di questa domenica, vi porgo i miei auguri con le parole di Papa Francesco. Sia pure con brandelli di pelle e a volte gocce di sangue, lasciate sul mio cammino, continuo a porgermi come testimone della salvezza. Dal messaggio del Santo Padre, vero grande dono dato a questi tempi di “crisi” d’identità possiamo recepire che tutto quanto facciamo è sempre e solo “servizio” dato ai fratelli e noi non siamo che uno strumento, con tutta la nostra precarietà e la nostra provvisorietà. Non contano le parole, la quantità delle preghiere, le lodi e gli inni recitati… Di tutto questo rimarrà solo l’amore che avremo donato.

Ed ora dalla bacheca di Fra Benito nella odierna ricorrenza: 

“.. Padre perdonali, perché io desidero che loro vivano ..” .. L’uomo ha vinto, lo dice la morte che ha ridotto il suo Dio nella vergogna e nell’infamia .. da ora Dio sarà solo un concetto o un dogma dispotico, comunque un’invenzione del potere, un inganno da somministrare agli umili, ai disperati, ai diversi, a tutti gli uomini … per chiamare poi ‘Dio’ quell’Uomo e continuare a uccidere in suo nome, e crederlo come un Dio che fa paura, staccato dall’uomo, che ascolta solo lodi e vespri … Il Dio degli sconfitti, degli incompresi, degli offesi è morto .. è stato ucciso in nome degli uomini pavidi e d ei comandamenti del potere .. rinasce così il Dio vendicativo e solenne che giustifica la liturgia umana di ogni potere e di ogni ipocrisia … Ma l’uomo del potere si illude: dove inizia la sua vittoria incomincia sempre il suo fallimento … perché quell’Uomo che muore e che sanguina in croce ha ancora una parola di suprema sfida: ‘Padre, perdonali perché io desidero che loro vivano, desidero la loro vita anche se io sto per perderla’ … Nessuno ferma l’Amore, niente ferma la giustizia amante, e niente ferma chi sa morire perdonando .. nessuno ferma chi perdona una croce fatta di peccati .. anche se fabbricata da poteri iniqui che crocifiggono innocenti … nessuno ferma l’Amore .. nessuno .. se stiamo vicini a Dio nella sua sofferenza .. Dio si ricorderà .. la Croce non ci è stata data per capirla, ma per abbracciarla .. e Dio ricorda ogni abbraccio ..”

Oggi è la domenica delle Palme… OSANNA AL FIGLIO DI DAVIDE! … ma non vedremo la Resurrezione se non saremo passati attraverso il crogiuolo della sofferenza… e noi ci siamo dentro… Tutto è compiuto…

Rendiamo omaggio ad Alda Merini con questa lirica

La pace

La pace che sgorga dal cuore
e a volte diventa sangue,
il tuo amore
che a volte mi tocca
e poi diventa tragedia
la morte qui sulle mie spalle,
come un bambino pieno di fame
che chiede luce e cammina.
Far camminare un bimbo è cosa semplice,
tremendo è portare gli uomini
verso la pace,
essi accontentano la morte
per ogni dove,
come fosse una bocca da sfamare.
Ma tu maestro che ascolti
i palpiti di tanti soldati,
sai che le bocche della morte
sono di cartapesta,
più sinuosi dei dolci
le labbra intoccabili
della donna che t’ama.

(a Enrico Baj)

 

Ecco io mando un angelo avanti a te,

perchè ti guidi durante il cammino

e ti conduca al luogo che ti ho preparato.

Rispetta la sua presenza e ascolta la sua voce

 

Il bambino e l’ulivo

 C’era una volta un bambino abbandonato dal mondo.

Il bambino abbandonato dal mondo si sentiva molto solo e infelice.

” Il mondo non mi vuole. Il mondo non mi vuole”

Ripeteva.

” Chi portà mai volermi?”

Il piccolo bambino passava le giornate sotto un grande ulivo a ripetersi:

“Nessuno mi vuole… Nessuno”.

Un giorno passò davanti all’ulivo un vecchio gnomo

che trascinava un grosso sacco.

” Vuoi aiuto?”

Chiese il bambino.

“Oh, te ne sarei molto grato”

rispose lo gnomo.

Così il bambino aiutò lo gnomo a trascinare il sacco.

Arrivarono a una cascata grandissima, dove sotto si vedeva la Terra.

Lo gnomo allora slacciò il sacco, e lo svuotò sulla cascata.

Dal sacco uscirono tantissime pietro grosse,

che dalla cascata finirono sulla terra.

“Perchè butti le pietre sul mondo?”

Ma lo gnomo non rispose.

Il secondo giorno passò davanti all’ulivo una graziosa fanciulla,

alta non più di un metro, con un vestito rosa pallido ,

un mantello lunghissimo e due piccole ali rosa-gialle.

“Mi aiuti a portare il mantello?”

disse l’allegra fanciulla

“Certo fatina”

Il bambino sollevò il mantello che le strisciava per terra

e proseguì dietro di lei.

Arrivarono sulle fronde dell’albero più alto che avesse mai visto.

Un albero che alle proprie radici stringeva la Terra.

La fanciulla allora si tolse il mantello

e ne fece scivolare il contenuto sul tronco dell’albero.

Dal mantello uscirono tantissimi fiori uno più bello dell’altro,

profumatissimi e coloratissimi.

ma intorno ai petali si ergevano delle spine orribili ed affilate.

Scivolando dal tronco finirono sulla radici e poi sulla Terra.

“Perchè fai cadere sul mondo quei fiori con quelle spine orribili?”

Disse il bambino.

Ma non ottenne risposta.

Il terzo giorno passò davanti all’ulivo un mendicante.

Era lacero, pieno di stracci.

” Bambino, vuoi aiutarmi?”

Il piccolo annuì.

“Porta una mano sul tuo cuore, stringila a pugno e seguimi senza aprirla”

Il bambino fece come da lui richiesto.

Cammina cammina, arrivarono sulla cima di una stella.

Sotto di loro vi era tutto l’universo, con i suoi pianeti, le sue stelle,

e la Terra.

Quando furono arrivati,

il mendicante si tolse gli stracci che aveva addosso,

rivelandosi in realtà un meraviglioso Angelo.

Sorridendo disse al bambino:

“Apri la tua mano piccolo”

Il bambino l’aprì, e da essa comparve una luce leggera.

L’Angelo aprì a sua volta la sua mano,

dalla quale uscì una luce immensa;

prese con se anche la luce del piccolo,

e la unì alla sua.

Quella luce si divise in tanti raggi,

tanti quante erano le stelle

e da esse si dipartirono altri raggi che andarono sulla Terra.

L’angelo disse:

“Lo gnomo ha buttato le pietre sulla Terra,

per ricordare agli uomini le Difficoltà che devono affrontare,

per liberarsi dalle loro catene”

“La fata vi ha fatto cadere i fiori con le spine,

per ricordare agli uomini quanto bella e temibile sia la Natura,

con chi non la rispetta”

“E io dono Luce a tutti quegli uomini che hanno ancora tempo per vedere le Stelle.

Dono loro Luce per far loro ricordare che con Essa niente è impossibile,

che anche la notte più buia,

ha la sua stella per quanto minuscola essa sia.”

Poi volgendosi al bambino con un sorriso disse:

“Che t’importa se il mondo non ti vuole?

Non vedi quanto bella è meravigliosa sia la Terra?

Le opinioni del mondo non sono importanti.

La Terra ti ha accolto dal momento stesso in cui vi sei nato.”

Da quel giorno in avanti,

il bambino non ripetè più che il mondo non lo voleva,

ma trovò finalmente il coraggio di staccarsi dall’ulivo,

e abbandonarsi all’abbraccio della Terra.

 

 

Edda CattaniL’ulivo, simbolo di pace
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Domenica delle Palme

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Una riflessione d’autore per la Domenica delle Palme

“Entrato a Gerusalemme, Gesù fa quel che non avrebbe dovuto fare e che gli costerà la vita: va a toccare gli interessi della casta sacerdotale al potere…”. Su ilLibraio.it, in vista della Domenica della Palme, l’intervento di frate Alberto Maggi, biblista controcorrente


TERREMOTO A GERUSALEMME

“Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu scossa” (Mt 21,10). Per indicare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, l’evangelista adopera un verbo greco (seiô) che si usava per i movimenti tellurici: la venuta del Cristo provoca un vero terremoto in tutta la città, non solo nelle istituzioni ma anche tra gli abitanti. Per i capi religiosi la divinità è da adorare, venerare, servire, nella dorata prigionia di un tempio, ben rinchiuso nel sarcofago di un sistema dottrinale perfetto. Ma quando questo Dio prova a manifestarsi, a rendersi visibile, le autorità vengono prese dal panico e unanimemente concordano sull’unica cosa da fare: eliminarlo. È in gioco la sopravvivenza della stessa istituzione religiosa. Eppure Gesù fu accolto da entusiastiche grida di giubilo al suo ingresso a Gerusalemme. È vero, ma solo perché la folla aveva sbagliato persona. Per il suo trionfale ingresso nella Città Santa, Gesù non ha scelto una cavalcatura regale come era la mula, adoperata dai re, o un destriero, ma un asinello, il normale mezzo di locomozione della gente comune. Ma agli occhi attenti delle autorità religiose non è sfuggita la portata profetica del gesto di Gesù, che con la sua scelta attualizzava la profezia di Zaccaria secondo la quale l’atteso Messia sarebbe giunto a Gerusalemme cavalcando un asinello, in segno di non bellicosità (“L’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti”, Zc 9,10). Ma la folla non capisce, attende un Messia potente, per questo stende i propri mantelli sulla strada, come segno di sottomissione al re, e grida “Osanna al figlio di Davide!” (Mt 21,9). Ecco chi attendono: il figlio di Davide, ovvero un Messia che assomigli al re che con la violenza riuscì a riunire le tribù d’Israele e inaugurare il suo grande e potente regno. Questo regno era costato un bagno di sangue, al punto che quando Davide volle costruire un Tempio al suo Signore, questi lo rifiutò con le parole: “Non costruirai il Tempio al mio nome, perché hai versato troppo sangue sulla terra davanti a me”, 1 Cr 22,8).

Gesù non è il figlio di Davide, non ha nulla in comune con lo spietato bandito del deserto che giunse al potere con una serie incredibile di omicidi, e che era sinistramente conosciuto come colui che “non lasciava in vita né uomo né donna” (1 Sam 27,9.11). Gesù è il figlio di Dio, la cui missione è salvare e non distruggere. Il Cristo non viene con la violenza, ma con l’amore, non sottomette, ma serve, non impone, ma offre, non uccide, ma dona la sua vita, non risuscita l’ormai defunto regno di Davide ma inaugura il regno di Dio.Entrato a Gerusalemme, Gesù fa quel che non avrebbe dovuto fare e che gli costerà la vita: va a toccare gli interessi della casta sacerdotale al potere, detronizza l’unica vera divinità adorata dai capi religiosi: il denaro. Infatti entrato nel Tempio, Gesù non si limita a cacciare i mercanti, purificando il luogo santo, ma scaccia via anche i compratori, impedendo di fatto il culto. Con il suo gesto Gesù colpisce al cuore il sistema economico del santuario, quello sul quale si poggiava il potere della casta sacerdotale. L’azione di Gesù gli sarà fatale. Toccando l’economia del Tempio non colpisce solo le tasche dei sacerdoti, ma anche quella degli abitanti di Gerusalemme che vivevano dei traffici religiosi, dei pellegrinaggi, del commercio tanto sacro quanto lucroso. E così, nell’arco di poche ore, quegli stessi che avevano accolto Gesù al grido di “Osanna”, grideranno tutto il loro furore: “Crocifiggilo!” (Mc 15,13). Attendevano il Messia figlio di Davide, non sanno che farsene di un Messia Figlio di Dio, a Dio preferiscono Mammona (Mt 6,24), e ancora una volta l’interesse si conferma come il vero dio di questo mondo, e la convenienza il movente di tutte le scelte, come Gesù aveva drammaticamente previsto: “Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!” (Mt 21,38).


L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da pretiNostra Signora degli ereticiCome leggere il Vangelo (e non perdere la fede)Parabole come pietreLa follia di Dio e Versetti pericolosi. È in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

 



Edda CattaniDomenica delle Palme
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Portare la croce

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Portare la Croce

 

Dirvi che sulla croce un giorno ci è salito un uomo innocente, e che sul retro della croce c’è un posto vuoto dove un altro innocente è chiamato a fare compagnia ai rantoli di Cristo, appartiene al messaggio inquietante, eppur dolcissimo, che un ministro della Parola non può né accorciare né mettere tra parentesi.

 

“Se voi riuscirete a liberarvi dalla rassegnazione, se riporterete maggiore fiducia nella solidarietà, se la romperete con lo stile pernicioso della delega, se non vi venderete la dignità per un piatto di lenticchie, se sarete così tenaci da esercitare un controllo costante su coloro che vi amministrano, se provocherete i credenti in Cristo a passare armi e bagagli dalla vostra parte, non tarderemo a vedere i segni gaudiosi della risurrezione.””Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece un gran buio su tutta la terra”. Ci viene da chiedere all’evangelista:”E poi, dopo?”. Dopo Gesù emise lo Spirito. La crocifissione non è un’operazione a lunga conservazione. La crocifissione durerà soltanto poche ore. Al di là di quelle tre ore Dio non la permette più nè a Suo Figlio, nè ai suoi figli. Ecco perchè dobbiamo avere davanti a noi la luce, la gioia, la speranza.La consapevolezza di partecipare, attraverso la sua malattia, alla passione di Cristo, porta don Tonino a mettersi alla guida dello strano popolo, quello dei malati, per condividere la passione di Gesù, “capo del sindacato dei sofferenti”.Dal letto del suo dolore parte un annuncio di speranza. E’ il 12 marzo 1993, don Tonino pronuncia la sua ultima Via Crucis dai microfoni di un’emittente locale.  Dopo poco più di un mese vivrà la sua Pasqua.

 

 

Edda CattaniPortare la croce
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Sali sulla mia barca

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 Sali sulla mia barca, Signore! 

… oggi non chiedo altro…

                   

 

Sali sulla mia barca, Signore!

Tante volte ho avuto l’impressione

che la mia vita

sia come una notte trascorsa

in una pesca fallita.

Allora mi assale la delusione,

mi prende il senso dell’inutilità.

Sali sulla mia barca Signore,

per dirmi da che parte

devo gettare le reti,

per dare fiducia ai miei gesti,

per capire che non devo

lavorare da solo,

per convincermi che il mio lavoro

vale niente senza di Te,

senza la Tua presenza.

Sali sulla mia barca Signore,

per donare calma e serenità.

Prendi Tu il timone:

accetto di essere tuo pescatore.

Insieme pescheremo, Signore,

e giungeremo sicuri

al porto della vita

 

  

 

CONOSCO DELLE BARCHE


 

Conosco delle barche

che restano nel porto per paura

che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto

per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire

hanno paura del mare a furia di invecchiare

e le onde non le hanno mai portate altrove,

il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate

che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare

per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo

ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’

sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche

che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,

ogni giorno della loro vita

e che non hanno paura a volte di lanciarsi

fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche

che tornano in porto lacerate dappertutto,

ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole

perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche

che tornano sempre quando hanno navigato.

Fino al loro ultimo giorno,

e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti

perché hanno un cuore a misura di oceano.

(Jacques Brel)

 

 

 

Edda CattaniSali sulla mia barca
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Natuzza Evolo

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NATUZZA EVOLO : una mistica dei nostri giorni

 

 

Avviata la causa di beatificazione della Mistica Natuzza Evolo.

        A Natuzza Evolo

  Riceviamo da  Domenico Caruso da S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

  Volgi su noi lo sguardo, mamma cara,

che pur vermi di terra ci sentiamo,

la vita è sempre un’esperienza amara

se nel Signore non ci confidiamo.

  Serva di Dio tu sei e fonte chiara

di bene, di preghiera, di richiamo:

Natuzza, ora dal Cielo ci aspettiamo

la grazia della pace così rara.

  Felice con la Vergine Maria

e con Gesù da te sofferto e amato

or ti vediamo in sì beato loco.

 

 Mostra a noi tutti la diritta via

che ci preservi da grave peccato

e il cor c’infiammi del divino fuoco.

                       

La mistica calabrese Natuzza Evolo, morta in concetto di santità il primo novembre 2009, era particolarmente legata agli spiriti celesti. Anzi riguardo a  tutto il suo apostolato esterno di soccorso alle tantissime persone che si rivolgevano a lei per consigli ed aiuto, si può certamente dire che esso si basava soprattutto sul dono di Dio di poter vedere costantemente oltre il proprio angelo custode anche gli spiriti celesti di coloro che si rivolgevano a lei, Natuzza ha sempre affermato che la profondità delle sue risposte e dei suoi consigli provenivano non dalle proprie capacità ma dall’essere in contatto con gli angeli di Dio. La signora Luciana Paparatti di Rosarno dichiara: “Tempo fa mio zio Livio, il farmacista, stava facendo una cura contro il colesterolo. Un giorno, andando da Natuzza, portai con me zia Pina, la moglie di zio Livio. Quando fummo ricevute, la zia le disse: “Sono venuta per mio marito, vorrei sapere …

… se le medicine sono giuste, se ci siamo affidati ad un buon medico…”. Natuzza la interruppe, dicendo: “Signora, ve ne state preoccupando troppo. C’è solo un po’ di colesterolo!”. Mia zia diventò tutta rossa e Natuzza, come per scusarsi, le disse: “L’angioletto me lo sta dicendo!”. La zia non le aveva parlato di colesterolo, aveva solo chiesto se la terapia era giusta e il medico bravo”.
Il professor Valerio Marinelli, docente universitario di ingegneria, da tutti riconosciuto come il maggior biografo della mistica calabrese dichiara: “In numerosissime occasioni ho personalmente constatato come Natuzza, dopo che le si è posto un quesito, attenda qualche attimo prima di rispondere, fissando spesso lo sguardo non sulla persona che le parla, ma su un punto vicino ad essa, ma soprattutto ho riscontrato come davvero ella è capace di dare immediatamente risposte illuminanti su questioni complesse e difficili sulle quali chi la interoga spesso non sa nulla, ed alle quali sarebbe arduo rispondere anche dopo lunghe riflessioni. Natuzza centra immeditamanet il problema e ne suggerisce la soluzione, quando vi è una soluzione; moltissime volte ho potuto poi verificare, certe volte non subito ma dopo un intervallo più o meno lungo di tempo, come davvero lei aveva ragione ed aveva risposto ottimamente. Questa velocità di giudizio su problemi di cui lei, obiettivamente, non possiede, dal punto di vista umano, gli elementi di giudizio, l’acutezza, l’intelligenza, la sinteticità e semplicità delle sue risposte, sono, a mio parere,  del tutto eccezionali e superumane, tanto che credo esse possano costituire una valida prova della sua reale capacità di colloquiare con gli angeli, spiriti puri ai quali sempre i Dottori della Chiesa hanno attriobuito intelligenza superiore, potenza e santità”.

 

“Sono rimasto impressionato dalla profonda spiritualità di questa donna. Quello che mi ha sempre attratto in lei è stata la sua semplicità e il suo senso dell’obbedienza all’autorità ecclesiastica. Natuzza non ha mai fatto niente che potesse mettere in difficoltà la Chiesa. (…) I fenomeni che lei avvertiva durante la Settimana Santa sono il segno del dono che Dio stesso le ha fatto. Natuzza, con la sua forza spirituale, è riuscita a comunicare con tutti.” Monsignor Luigi Renzo, Vescovo di Mileto.
Natuzza è una parola di Dio, come lo sono io e come lo siete voi. Però la parola di Dio deve esser saputa leggere; il guaio è che Natuzza spesso non è saputa leggere!…Natuzza è una donna di fede, è una donna di speranza, è una donna di carità. Il Vescovo vi può dire che è una donna intanto molto umile..(Monsignor Domenico Cortese)

Don Marcello Stanzione è l’autore di questi due libri, dell’edizione “Segno” molto facili da leggere, sulla storia di una mistica dei nostri giorni.

Note biografiche:

Marcello STANZIONE è nato a Salerno da una famiglia di operai il 20 marzo 1963, ha frequentato nella sua città il liceo classico “T. Tasso” ed è entrato al seminario maggiore di Napoli dove è stato discepolo del cardinale Agostino Vallini. Ordinato Sacerdote il 14 novembre 1990 è Parroco di Santa Maria La Nova nel Comune di Campagna (SA) dal 1° gennaio 1991. Ha rifondato l’8 maggio 2002 l’Associazione Cattolica (Milizia di San Michele Arcangelo – www.miliziadisanmichelearcangelo.org ) per la retta diffusione della devozione cattolica ai Santi Angeli. Insieme a Carlo Maria Di Pietro ha creato il sito miliziadisanmichelearcangelo.org ed insieme al giornalista Bruno Volpe ha creato il quotidiano cattolico online “Pontifex.Roma” . …

… Scrive sulle riviste: “Il Segno del soprannaturale” di Udine, “Lasalliani oggi in Italia” di Roma, “Il Gesù Nuovo” di Napoli, “Sussidi per la catechesi” di Roma e sul settimanale diocesano di Salerno “Agire”. Nella sua parrocchia ha creato un Centro di Angelologia, dotato di Biblioteca e Centro Documentazione, la Mostra permanente sulla devozione agli Angeli e il Centro di spiritualità “Oasi di San Michele” per campi scuola, ritiri e convegni.

Ogni anno, l’1 ed il 2 giugno, organizza e presiede il Meeting Nazionale di Angelologia.

Ha studiato Teologia alla Pontifica Università Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli,  Dottrina Sociale della Chiesa alla Pontifica Università Lateranense,  Catechetica alla Pontifica Università Salesiana, dove ha avuto come insegnante il cardinale Tarcisio Bertone, Spiritualità al Pontificio Ateneo Teresianum, Grafologia alla LUMSA e al Pontificio Ateneo San Bonaventura. Conferenziere anche all’estero, è spesso invitato a Programmi televisivi e radiofonici e attualmente cura una rubrica  sugli angeli su Radio Mater e su TeleradiopadrePio. Ha scritto:

STANZIONE Marcello, Difendere e diffondere la Fede, Editoriale Agire, Salerno  1995

STANZIONE Marcello, La lezione di Giuseppe Lazzati. Un laico al servizio del regno di Dio, Editoriale Agire, Salerno 1993

STANZIONE Marcello, Preghiere di guarigione psico-fisica e di liberazione, Tipografia Ebolitana, Eboli (SA) 1999

STANZIONE Marcello, Preghiere all’Arcangelo San Michele, Edizioni Il Melograno, Salerno 2005

STANZIONE Marcello, Preghiere dei cristiani ai Santi Angeli di Dio, Tipografia Ebolitana, Eboli (SA) 1998

Un Sacerdote della Chiesa Cattolica (STANZIONE Marcello), Preghiere con gli Angeli, Edizioni Shalom, Ancona 2000

STANZIONE Marcello, Gli Angeli nostri amici, Edizioni Paoline, Milano 2001. (Tradotta in Portoghese e Polacco)

STANZIONE Marcello, La Via Angelica. Itinerario verso Dio in compagnia dei Santi Angeli, Edizioni Gribaudi, Milano 2004. (Tradotta in francese dalle Édictions Bénédictines)

STANZIONE Marcello, Preghiere di guarigione psico-fisica e di liberazione, (2ª Edizione), Edizioni Il Melograno, Salerno 2005

STANZIONE Marcello, 365 giorni con gli Angeli, Edizioni Gribaudi, Milano 2006

STANZIONE Marcello, (a cura di), L’Arcangelo San Michele, l’Archistratega di Dio, Edizioni Segno, Udine 2006

STANZIONE Marcello, (a cura di), Il ritorno degli Angeli oggi: tra devozione e mistificazione, Edizioni Segno, Udine 2007

STANZIONE Marcello, (a cura di), Gli Angeli dei Mistici, Edizioni Segno, Udine 2007

STANZIONE Marcello, 365 giorni con San Michele Arcangelo, Edizioni Segno, Udine 2007

STANZIONE Marcello, Occultismo: Una sfida per il cristiano, Edizioni Il Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (VR) 2007

STANZIONE Marcello, San Pio da Pietrelcina e l’Arcangelo San Michele, Edizioni Gribaudi, Milano 2007

STANZIONE Marcello, Pregare con gli Angeli buoni, Edizioni Il Segno dei Gabrielli, San Pietro in Cariano (VR) 2007

STANZIONE Marcello, 365 giorni con San Raffaele Arcangelo, Edizioni Segno, Udine 2008

STANZIONE Marcello, 365 giorni con San Gabriele Arcangelo, Edizioni Segno, Udine 2008

STANZIONE Marcello, Un Anno con gli Angeli, Edizioni Segno, Udine, 2008

STANZIONE Marcello, (a cura di), L’Arcangelo Raffaele: Celeste farmaco di Dio, Edizioni Segno, Udine 2008

STANZIONE Marcello, Gli Angeli e Santa Faustina Kowalska, Gribaudi, Milano 2008

STANZIONE Marcello, Gli Angeli di San Pio da Pietrelcina, Edizioni Segno, Udine 2008

STANZIONE Marcello, Un Mese con gli Angeli, Edizioni Segno, Udine 2008

STANZIONE Marcello, Un mese con San Michele Arcangelo, Edizioni Segno, Udine 2009

STANZIONE Marcello, (a cura di) Gli Angeli, i militari e le forze dell’ordine, Edizioni Segno, Udine 2009

STANZIONE Marcello, 365 giorni con i tre Arcangeli: Michele,  Gabriele e Raffaele. Edizioni Segno, Udine 2009

STANZIONE Marcello, San Paolo il mistico degli angeli, Gribaudi, Milano 2009

STANZIONE Marcello, La regina degli Angeli, Edizioni Villadiseriane, Bergamo, 2009

STANZIONE Marcello, Come difendersi dal demonio, Edizioni Villadiseriane, Bergamo, 2009

STANZIONE Marcello, 365 giorni in compagnia del Curato d’ars, Gribaudi, Milano 2009

STANZIONE Marcello, Il Satanismo, Gribaudi, Milano 2010

STANZIONE Marcello, (a cura di) Gli Angeli dei presbiteri, Edizioni Segno, Udine 2010

 

Edda CattaniNatuzza Evolo
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Maria Divina Provvidenza

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Maria Divina Provvidenza

Papa Francesco  ritorna sovente sulla condizione della donna-madre, paragonandola alla  divina Provvidenza. Ed è il profeta Isaia che tale la rappresenta piena di tenerezza, dicendo  «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (49,15).  Continua poi ricordandoci che Dio non si dimentica di noi, di ognuno di noi! Di ognuno di noi con nome e cognome. Ci ama e non si dimentica. Che bel pensiero … Questo invito alla fiducia in Dio trova un parallelo nella pagina del Vangelo di Matteo: «Guardate gli uccelli del cielo – dice Gesù –: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. … Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro» (Mt 6,26.28-29).

 

UNA TESTIMONE:   Madeleine Delbrel

Madeleine Delbrel 1904 -1964) è stata una mistica francese, assistente sociale e poetessa. A diciassette anni Madeleine professò un ateismo radicale e profondo, al punto da scrivere: «Dio è morto… viva la morte».

L’incontro con alcuni amici cristiani e in particolare l’ingresso nei domenicani del ragazzo che amava, l’hanno spinta a prendere in considerazione la possibilità dell’esistenza di Dio. Questo passo, fondato sulla riflessione e sulla preghiera, la condusse alla conversione, a un incontro con Dio che da quel giorno – 1924 – ha occupato tutto l’orizzonte della sua vita. La sua causa di beatificazione è stata introdotta a Roma nel 1994.

Nella mia comunità

Signore aiutami ad amare,

ad essere come il filo

di un vestito. Esso tiene insieme

i vari pezzi e nessuno lo vede se non il sarto

che ce l’ha messo.

Tu Signore mio sarto,

sarto della comunità,

rendimi capace di

essere nel mondo

servendo con umiltà,

perché se il filo si vede tutto è

riuscito male. Rendimi amore in questa

tua Chiesa, perché

è l’amore che tiene

insieme i vari pezzi.

 

La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo.

Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo

viverla con una certa grandezza.

Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che

ne scocchi l’ora.

Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover

essere consumati. Come un filo di lana tagliato

dalle forbici, così dobbiamo essere separati. Come un giovane

animale che viene sgozzato, così dobbiamo essere uccisi.

La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene.

 

Vengono, invece, le pazienze.

Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno

lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria,

di ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:

sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,

è l’autobus che passa affollato,

 Il latte che trabocca, gli spazzacamini che vengono,

   I bambini che imbrogliano tutto.                                                       

Sono gl’invitati che nostro marito porta in casa

e quell’amico che, proprio lui, non viene;

è il telefono che si scatena;

quelli che noi amiamo e non ci amano più;

è la voglia di tacere e il dover parlare,

è la voglia di parlare e la necessità di tacere;

è voler uscire quando si è chiusi

è rimanere in casa quando bisogna uscire;

è il marito al quale vorremmo appoggiarci

e che diventa il più fragile dei bambini;

è il disgusto della nostra parte quotidiana,

è il desiderio febbrile di quanto non ci appartiene.

 

Così vengono le nostro pazienze,

in ranghi serrati o in fila indiana,

e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando –

per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena.

Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami

che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che

i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.

Perché abbiamo dimenticato che se ci son fili di lana

tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno

per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.

Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:

ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita.

E’ la passione delle pazienze.

 

E in un’altra parte: trampolini per l’estasi,

II gomitolo di cotone per rammendare, la lettera da scrivere,

il bambino da alzare, il marito da rasserenare,

la porta da aprire, il microfono da staccare,

l’emicrania da sopportare:

altrettanti trampolini per l’estasi,

altrettanti ponti per passare dalla nostra povertà,

dalla nostra cattiva volontà alla riva serena dei tuo beneplacito.

 

Facci vivere la vita non come una partita a scacchi dove tutto è calcolo

 non come una gara dove tutto è arduo

non come un problema da romperci la testa

 non come un debito da pagare

 

 

 

 

Edda CattaniMaria Divina Provvidenza
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