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Sopravvivenza e vita eterna

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 Continua la mia testimonianza di fede e di speranza, nelle Associazioni di tutta Italia.

 

LA SOPRAVVIVENZA DOPO LA MORTE

 

(nei testi biblici)

 

Sopravvivenza dell’anima

 

1 Samuele 28,3-19: L’anima di Samuele, dopo la morte, parlò a Saul. Alcuni affermano che non si tratti di Samuele, ma del demonio che parla a Saul. Ora, il testo dice che è veramente Samuele. Le predizioni di Samuele si sono avverate, segno che non era un demone bugiardo.

Matteo 17,1-18: Mosè ed Elia apparvero a Gesù al momento della Trasfigurazione. E’ vero che, secondo la Bibbia, Elia non morì: egli fu rapito in cielo con il suo corpo (2 Re 2,1-13), Mosè, morì (Deuteronomio 34,5-7). E’ quindi l’anima di Mosè che apparve.

Luca 16,19-31: Le anime d’Abramo, del povero Lazzaro e del ricco malvagio esistono dopo la loro morte.

Luca 23,43: “In verità, ti dico, oggi sarai con me in paradiso”, disse Gesù al ladrone pentito sulla croce.

1 Pietro 3,18-20: L’anima di Gesù, tra la sua morte e la sua resurrezione, ha visitato le anime di coloro che morirono nel passato per annunciare la sua Venuta.

Apocalisse 6,9: Giovanni vede le anime dei martiri.

Resurrezione dei corpi

Matteo 27,52-53: I corpi di alcuni santi resuscitarono dai morti dopo la resurrezione di Gesù.

Luca 20,27-39: Gesù risponde ai sadducei, che non credevano nella resurrezione:

“Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti ma dei vivi”. Questo testo spiega la sopravvivenza dell’anima e la resurrezione del corpo.

Giovanni 5,28-29: La resurrezione dei morti rivelata da Gesù.

Giovanni 6,54: Gesù disse: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo resusciterò nell’ultimo giorno”.

1 Corinzi 15,12-57: “Come possono dire alcuni tra voi che non esiste la resurrezione dei morti! …etc”. Paolo spiega la resurrezione del corpo e biasima coloro che non ci credono.

Malgrado queste evidenti conferme bibliche sulla sopravvivenza dell’anima e sulla resurrezione del corpo, dopo la morte, alcuni che si dicono credenti, non ci credono. Le loro motivazioni sono un tessuto d’incoerenza.  

La nostra A.C.S.S.S.   

Con questo sito, oltre a rendere noto il nostro percorso, vuole far conoscere a tante Madri, a tutte le persone provate da lutti gravi, che “la morte non è un atto finale e la Vita prosegue” “in cammino verso l’Infinito”, verso cioè una sempre maggiore comprensione della Realtà e dell’Essere, una espansione cosmica di cui sono inimmaginabili vertici raggiungibili.

Edda CattaniSopravvivenza e vita eterna
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Auguri Figlio mio!

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Il 7 ottobre sei venuto a me!

…e mi è caro pensarti con questo stralcio…

 

Non pianger più. Torna il diletto figlio

 a la tua casa.

 

 Vieni; usciamo. Il giardino abbandonato

 serba ancóra per noi qualche sentiero.

 Ti dirò come sia dolce il mistero

 che vela certe cose del passato.

 

 Ancóra qualche rose è ne’ rosai,

 ancóra qualche timida erba odora.

 Ne l’abbandono il caro luogo ancóra

 sorriderà, se tu sorriderai.

 

 Ti dirò come sia dolce il sorriso

 di certe cose che l’oblìo afflisse.

 Che proveresti tu se fiorisse

 la terra sotto i piedi, all’improvviso?

 

 Perché ti neghi con lo sguardo stanco?

 La madre fa quel che il buon figlio vuole.

 Bisogna che tu prenda un po’ di sole,

 un po’ di sole su quel viso bianco.

 

Se noi andiamo verso quelle rose,

 io parlo piano, l’anima tua sogna.

 

 Sogna, sogna, mia cara anima! Tutto,

 tutto sarà come al tempo lontano.

 Io metterò ne la tua pura mano

 tutto il mio cuore. Nulla è ancor distrutto.

 

 Sogna, sogna! Io vivrò de la tua vita.

 In una vita semplice e profonda

 io rivivrò. La lieve ostia che monda

 io la riceverò da le tue dita.

 

 Tutto sarà come al tempo lontano.

 L’anima sarà semplice com’era;

 e a te verrà, quando vorrai, leggera

 come vien l’acqua al cavo de la mano.

Da “Consolazione” di G.D’Annunzio

 

 

 

Edda CattaniAuguri Figlio mio!
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Per ricordarti!

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Auguri Figlio mio!

 

 

 

Fu uno splendido autunno quello del 1969. A differenza degli anni precedenti vi furono giornate piene di sole; un buon auspicio per me che, godendo del congedo per maternità potevo dedicarmi interamente al mio bambino, nato proprio in quell’anno, il 7 ottobre, giorno della S.Vergine del Rosario, alla cui protezione avevo affidato la mia creatura.  

 

Nell’altalena dei ricordi pervade l’animo mio il momento della tarda mattinata, quando dopo aver terminato tutte le faccende domestiche, prendevo in braccio quell’involtino di lana calda e profumata da cui spuntava un visetto sorridente e guardandolo, parlandogli, con i termini non decodificabili che ogni madre usa, lo avvicinavo al mio seno per allattarlo.   In quell’istante, con quel rito sacro e arcano, una pace profonda, una dolcezza infinita mi avvolgeva: il divino e l’umano sembravano prendere corpo nella simbiosi di quell’atto di amore, mentre un raggio di sole, che penetrava attraverso le imposte socchiuse, ci illuminava entrambi, quasi a voler manifestare la mano benedicente del Creatore.  

 

Espressione della mia gioia interiore era la preghiera riconoscente: “…la mia mente esulta in Dio, mio Salvatore” mentre, con la mia partecipazione alla Creazione, mi sentivo vicina a Maria, Madre di tutti i viventi.   Quell’abbraccio profondo, intimo, spirituale, significava la continuità la stabilità del mio essere nel rapporto con la creatura da me nata: mio Figlio; legame forte, saldo, indissolubile che nessuna circostanza e nessuno mai avrebbero potuto spezzare.  

 

 “I figli sono frecce scagliate nell’universo”recita il poeta indiano Kahil Gibran. Quella creatura tanto amata avrebbe concluso il suo percorso terreno alla verde età di 22 anni. 

 

Fermarsi di tanto in tanto, alzare lo sguardo da ciò che ci tiene impegnati e fare delle riflessioni generali è molto importante, perché aiuta a vivere più pienamente la vita nella sua ferialità specialmente nel momento storico in cui ciascuno di noi è chiamato a percorrere delle scelte, quale è quella di essere genitori.  

 

In mezzo alla gente, fra la gente, la donna in particolare, a cui sono affidati i grandi ruoli di madre, di sposa, di educatrice, deve essere individuata come creatura privilegiata nel suo affrontare una condizione di vita che si presenta sempre più complessa; si deve rispettarne il suo “toccare con mano” il grande mistero della nascita, senza avere la pretesa di volere tutto comprendere e spiegare.  

 

Per consentire ad essa il riappropriarsi di questa dignità è necessario riconoscerle la peculiare condizione ed il suo ruolo, al di là degli aspetti consumistici che la presentano come simbolo dell’efficienza e della competitività senza dichiarare la valenza del grande progetto di cui è partecipe.   Si pone, a questo punto, il problema della donna e del suo completamento naturale, quale la maternità come profondità dell’evento di amore che si realizza nella coppia prima e nel rapporto madre-figlio poi.  

 

Amore, sessualità e concepimento di un figlio sono tappe obbligate di uno stesso discorso, ma l’evento miracolistico e il senso della sacralità si completano nell’atto dello sbocciare di una vita, perché esso è comprensivo del senso della vita stessa e dell’esistenza tutta.   Non solo la scienza dichiara questo, ma tutte le grandi religioni che accennano alla componente sacra dell’uomo che è in grado di riprodursi e si sente coinvolto nell’opera della creazione.  

 

 

 

Vorrei ricordare, a questo proposito, un esempio significativo riportatoci nelle Scritture: è il desiderio di Anna, colei che diverrà la madre di Samuele (1Sam 1, 1-2), per il dono di un figlio.   Anna è sterile e vive consapevolmente il suo stato di umiliante emarginazione, ma non perde il coraggio davanti al Signore, fino a giungere a fargli, con la sua supplica, una solenne promessa:   “Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me e mi darai un figlio maschio, io te lo offrirò per tutti i giorni della sua vita.”   In questa promessa c’è un insegnamento sorprendente: Anna dice: “…concedimi un figlio ed io te lo ridarò. Sembra a noi che, posta in questi termini, la creazione avvenga per il concorso di una donna e di Dio. Anna non chiede un figlio per vezzeggiarlo e stringerlo al cuore per tutti gli anni della sua vita. Lo chiede per darlo e così riceve. Il Dio degli umili, degli afflitti, dei bisognosi si china verso di lei come si protende verso gli “anawim”, i poveri, “per rialzarli dalla polvere e proteggere il loro cammino”. 

 

La nascita di Samuele (nome che deriva dal verbo ebraico sha’al = domandare) premia la preghiera fiduciosa di Anna che innalza il suo inno di ringraziamento:   “Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte s’innalza grazie al mio Dio…”   Questo canto ricorda il Magnificat di Maria, madre di Gesù si tratta di due donne a cui miracolosamente viene dato un figlio “come un dono”. Maria è la “vergine”, Anna è la “sterile”.   E Samuele, uomo straordinario, ultimo dei Giudici, realizzerà l’unità delle tribù di Israele.   Quanto grande deve essere stato il merito e quanta parte deve avere avuto nell’opera del figlio questa madre, sofferente, umile e disponibile ad offrire la propria creatura ancor prima che le sia stata data.   E immaginiamo come sarà stato forte il legame di Anna con suo figlio, Samuele, già destinato ad una missione così rilevante!  

 

 

Questa consapevolezza é in noi, già presente come immagine riflessa e tende a volere rendere tutt’uno la femminilità con la sacralità. Si sente perciò sacro il concepimento, la gravidanza, il parto, la nascita, come è sacra la vita del bambino che nasce e che non rimane, semplicemente, una condizione assegnata e registrata; è il fatto di esistere che diviene “progetto” e perciò scelta obbligata e percorribile.  

 

Quando una donna dice: “Aspetto un bambino”  è come se affermasse: “Io ho un figlio che vive da sempre dentro di me”. Il bambino che dovrà vedere la luce era già in noi, presente nella nostra coscienza disposta a generarlo, era nel pensiero della madre quando ha sentito il suo corpo come luogo adatto ad ospitare una vita.   La donna in attesa di un figlio ha pronta una culla nel suo cuore e nel suo seno. In essa dimora tutto il suo essere, il suo futuro, la sua speranza.  

 

E durante la gravidanza, la madre avvia un dialogo, una comunicazione, con quel bambino; questo accade, con sua “sorpresa”, quando riconosce il “meraviglioso” che sta accadendo nel figlio tramite la sua persona, anche al di là della sua intenzione.   La meraviglia crea una immagine promettente del mondo, perché essa riconosce il fatto straordinario che è premessa di quell’unione fisica, psicologica e spirituale, sopravvenuta dopo il concepimento.  

 

 

Sentiamo le espressioni usate in questa lirica da un poeta non noto, con cui viene sentita la maternità

   ” Istanti…forse secoli, in cui pulsa la coscienza   e il suo ritmo è gioia:  

gioia dentro, gioia fuori,   gioia ovunque.    

Cellule di vita, immense quanto l’universo,  

in esse tutto è presente: la notte dei tempi   e un futuro ciclico,

 meravigliosamente riassunti   in un istante cangiante.    

Energie sottili che vorticano in un centro,   che si individualizza e si nutre di sé espandendosi.    

Madre dentro, madre fuori, madre me, madre lei.  

Madre nella madre in un’esplosione a catena   che si espande al rallentatore   (o forse in istanti di sogno).     Lei diventa me, io ritornerò a lei.   

 Lei mi nutre dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri;   i miei sentimenti e i miei pensieri torneranno a lei.     Come una vibrazione che percorre  un’unica coscienza  

come amore che effonde dall’indicibile.” 

Edda CattaniPer ricordarti!
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Noi Genitori di Tutti

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A Cattolica  2018 l’esperienza di una testimone.

Noi Genitori di Tutti!

Questo il nome dell’Associazione e queste le Mamme Coraggio come Tina Zaccaria che hanno dato luogo all’iniziativa:  

Quando le Istituzioni non parlano c’è chi denuncia:

È una vergogna immensa. Uno scandalo senza fine. La situazione ambientale nella nostra zona sembra essere un pozzo di melma senza fondo. Ultime notizie. Per adesso. Solo per adesso. “ Veleni dagli scarichi ospedalieri” titola il quotidiano “ Avvenire”. E il caro Tony Mira inizia l’ articolo con queste parole: « Scarichi ospedalieri direttamente in fogna. Rifiuti ospedalieri sanitari pericolosi a rischio infettivo ammassati in modo irregolare, siringhe e garze usate, in mezzo ai rifiuti solidi urbani. Emissioni in atmosfera non autorizzate” Dove? Ad Aversa e a Marcianise. E pensare che ad Acerra, sabato, qualcuno ha tentato, ancora una volta, di gettare la colpa sui cittadini colpevoli di “ lanciare i sacchetti dai finestrini delle macchine”. Padre Maurizio Patriciello

Le Mamme della terra dei Fuochi

e “GLI ANGELI GUERRIERI”

…e la Mamma di Dalia Tina Zaccaria scrive:

Leggo le affermazioni della Lorenzin e una lama entra in una piaga mai rimarginata.Quando ho saputo del linfoma di mia fglia Dalia,per mesi ho spulciato tra le nostre abitudini e stili di vita alla ricerca d una causa che potesse averla fatta ammalare,mentre cio’ che accadeva da anni nella nostra terra era chiaro a tutti,tranne a noi cittadini.Come madre da vittima ora quelle parole circa stili di vita scorretti che portano un aumento di cancro nella nostra terra,mi spingono a sentirmi carnefice.Dalia uno stile di vita non ha fatto in tempo a sceglierlo,aveva solo 12 anni.E le mamme campane spero godano della stessa fiducia di tutte le altre madri che con amore allevano i loro figli,scegliendo per loro solo il meglio.Impossibile pensare che tutti i bimbi che hanno avuto la tua stessa sorte fossero alimentati con salsicce e soffritti tra una sigaretta e un’altra.Signora ministro,la prego,non ci appioppi pure il bollo di madri matrigne!Non lo meritiamo. Molte etichette attribuite alla mia gente,portano il marchio di uno stato assente e colluso,visto come nemico,sentito come ostile,certo!Se queste sono le prese di coscienza istituzionali ogni volta,sfido chiunque a no vedervi ostili. Certo a mia figlia non ho potuto evitare gli aereosol alla diossina che dal 2005 ad oggi hanno appestato l’aria che arrivava fin dentro casa o nell’abitacolo della mia auto mentre percorrevamo le strade provinciali. E non so cosa sia arrivato sulla mia tavola,non ne conosco la provenienza ne’ la sicurezza e genuinità. E non lo so perché non e’ mai stata e non e’ ancora vostra premura rendere tracciabili i prodotti in modo da tutelare la nostra salute e la nostra economia. So che nelle nostre campagne e’ stato sversato di tutto e non erano certo scarti prodotti dai nostri stili di vita. E so che oggi mentre le scrivo,su terreni interdetti all’agricoltura,ancora si coltiva e i prodotti entrano nella nostra catena alimentare e non possiamo scegliere se mangiarli o meno perché non li possiamo identificare. Capisce ministro queste cose?Andiamo,ha una licenza liceale,non dovrebbe esserle difficile,non bisogna essere scienziati per comprendere che la popolazione nostra e’ esposta a rischi seri di contrarre il cancro sia se fuma per scelta sia se respira l’aria ricca di diossina e veleno,sia se mangia fritti e soffritti sia se mangia verdure alimentate da fanghi e scorie…possibile che sia così complicato il discorso?La verità  e’ che il suo personale stile di vita e quello della politica di questi 30 anni non ci piace perché ci ha condannati a morte facendo credere al mondo intero che lo abbiamo scelto noi. Ma io non ci sto!io la verità la conosco e continuerò a gridarla. Dovstoieski afferma che la bellezza salverà il mondo e la foto di mia figlia insieme ai volti di troppi angeli per sempre bambini morti di cancro in questa terra più di mille parole spero la spingano ad un pentimento, prenda esempio dai camorristi….avrà pure il suo momento di gloria. Ma più che in un suo pentimento, spero che questo post induca tutte le madri a svegliarsi, a unirsi, ad indignarsi,a lottare per quel futuro che hanno promesso di dare ai loro figli e che qui da noi è ormai precario e incerto e per scelte vostre che non ci appartengono…..

 

 

Edda CattaniNoi Genitori di Tutti
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L’eterno fascino del “Dolore”

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L’eterno fascino del “Dolore”

amore

Riflessioni che non si possono omettere sono quelle di come si giunga ad amare per “compassione”. Visto in questa prospettiva l’amore è malato perché recita una parte, è una farsa, un’ambiguità.

“Vorrei spiegare il significato della compassione, che è spesso mal compreso. La vera compassione non si basa sulle nostre proiezioni e aspettative, ma, piuttosto, sui diritti dell’altro: indipendentemente dal fatto che l’altra persona sia un amico intimo o un nemico, nella misura in cui detta persona vuole pace e felicità e vuole evitare la sofferenza, su questa base possiamo sviluppare una genuina preoccupazione per i suoi problemi.

Questa è la vera compassione. Di solito, quando siamo interessati alla sorte di un amico intimo, chiamiamo quest’interesse “compassione”; ma non è compassione, è attaccamento.

Se l’unico legame fra amici intimi è l’attaccamento, allora anche un’inezia può indurre un mutamento delle proiezioni. Non appena le proiezioni cambiano, l’attaccamento scompare, perché quell’attaccamento era basato solo sulle proiezioni e sulle aspettative.

È possibile avere compassione senza attaccamento e, similmente, provare rabbia senza odio. Di conseguenza dobbiamo chiarire le distinzioni fra compassione e attaccamento e fra rabbia e odio.

Tale chiarezza ci è utile nella vita quotidiana e nell’impegno per la pace nel mondo. Ritengo che questi siano i valori spirituali di base per la felicità di tutti gli esseri umani, che siano credenti o meno.” Dalai Lama

libro

Nella storia della letteratura italiana ha un posto di primo piano. E “La cognizione del dolore” di Carlo Emilio Gadda non smette mai di stupire i lettori che ancora non la conoscono.

Pubblicata per la prima volta a puntate sulla rivista “Letteratura” tra il 1938 e il 1941, “La cognizione” gaddiana appare adesso in una nuova, splendida edizione Adelphi (pagg. 381, euro 24). Con una ricca appendice che, oltre alla galleria fotografica, propone anche l’intervista

“Ricordo di mia madre”. Il libro mette a confronto nella villa isolata di Lukones il tormentato don Gonzalo, schiavo del male di vivere, e la malinconica vecchia madre: la Signora. In un minuetto di sentimenti in cui si fondono l’amore, la gelosia, la nevrosi e i sensi di colpa. 

In un minuetto di sentimenti in cui si fondono l’amore, la gelosia, la nevrosi e i sensi di colpa.

 

 

 
 
Edda CattaniL’eterno fascino del “Dolore”
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A fine estate Cattolica

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Finisce l’estate : ripropongo l’invito di ogni anno!

 

Il programma di Cattolica

 

 

Ecco, cari amici, che avete vissuto storie simili alla mia e voi che da anni fate parte  del Movimento della Speranza, vi presento il nostro programma del Convegno di Cattolica.  Lo trovate in alto, nella pagina CONVEGNI, nella HOME di questo sito. Approntarlo é stato un lavoro lungo e impegnativo in cui l’amica Paola Giovetti ha avuto un ruolo prezioso. Ora il guardare all’alternarsi di tanti relatori e presenze può far pensare ad un grande involucro in cui resterà poco spazio per gli interventi individuali e per le richieste dei singoli. Chi giunge a Cattolica, infatti, è desideroso non solo di apprendere i contenuti delle discipline che ci affascinano, ma di dare risposta agli innumerevoli “perché “ sull’esistenza e sulla morte. Cattolica è spesso meta di disperati, distrutti da un lutto recente, annebbiati da una visione della vita e di un Dio che sembra volerci togliere le persone a noi più care. Questi sentimenti li abbiamo provati tutti, ma se col tempo il dolore non è scomparso, molti di noi hanno accettato un disegno imperscrutabile a cui daremo risposta solo quando saremo liberi dai lacci che avvolgono la nostra materialità terrena.  Il senso della sofferenza non può essere spiegato, ma solo “trovato” cioè vissuto dall’interno ed un aspetto importante della condizione umana è proprio quello di ritrovarsi con altri che hanno vissuto la nostra stessa esperienza per cominciare a pensare, non solo emotivamente.

Comunione e comunicazione

 

Finisce l’estate con le sue calure, i campi bruciati dal sole e con i frutti ormai raccolti, i profumi di erba essiccata, il mare azzurro e le colline verdi, colorate di fiori e frutti selvatici.  La natura è ad una svolta che scioglie nell’animo l’emozione del ricordo dopo l’attesa per l’evolversi  delle abitudini  rappresentate da quel periodo definito “ferie” che ha lasciato alle sue spalle un’infinità di immagini. Come la natura è in pieno rigoglio, così il nostro animo si lascia andare ad una malinconica rilassatezza che trova spazio nella vasta realtà dei nostri ricordi più o meno recenti … i bambini al mare, il bagnetto, le merendine… la doccetta… e noi in vacanza con tutta la famiglia.

La realtà odierna è proprio quella di aver visto a poco a poco sgretolarsi la nostra esistenza, ma riflettendo, questa necessaria evoluzione ha dato luogo a vite nuove, ad ambientazioni diverse,  a svariati gruppi compositi, non tanto dissimili dai precedenti perché anche noi abbiamo contribuito a crearli.

 

Quando insegnavo ricordo che dicevo ai miei piccoli: “Vedete noi viviamo il tempo presente, perché siamo qui e ci vogliamo tutti bene, ma guardiamo avanti perché ci aspetta un tempo che si chiama “futuro” e sarà tutto nostro… perché lo costruiremo insieme, un pezzetto alla volta.” “…ma cos’è il futuro?…”  “ E’ la pasta che la mamma ti sta preparando a casa e che tu mangerai, è il saluto del papà che verrà a prenderti, è il letto con le lenzuola profumate in cui reciterai le preghiere questa sera!” “Ma quanto tempo ci vorrà perché io diventi grande?” “Eh… il tempo è come il vento e corre veloce…” E tutti a fare con la bocca vvvvvvvvuuuuuhhhhhh!!!

 

Qualche tempo dopo era Andrea che il giorno di un mio compleanno, mi sussurrava, in un colloquio interiore: “ I compleanni servono per fare festa…. Hai visto mamma, come il tempo passa???” Il tempo … è vero che corre veloce facendoci attraversare immagini colorate di blu, come il cielo e gli occhi dei bambini, di nero come il velo della morte, di rosso come il sangue del cuore…  ma anche come le emozioni forti e dolcissime del nostro vissuto quotidiano.

 

Ecco “un mondo bambino” fatto di sogni, di dolcezze e di speranze … E’ vero, molte non sono andate a buon fine ed è anche vero che alcuni di quei piccoli che io ricordo uno ad uno… non è diventato “grande” ed altri, tanti altri… se ne sono volati via in una serata al ritorno dal lavoro o dalla discoteca…. Tanti ragazzi hanno preso il volo troppo presto, così il mio piccolo Marco e Andrea, il mio tenente, partito sulla soglia della giovinezza appena iniziata.

Sono però convinta che ognuno abbia fatto il “pieno” della sua storia o, meglio, ha raggiunto la sua completezza in quell’arco di tempo che a loro è stato dato; un tempo vissuto intensamente, gioiosamente come è il tempo “dei giovani” che sanno prendere le vicende della vita con allegra spregiudicatezza.

Movimento della Speranza: comunione e comunicazione.

 

Sperare vuol dire attendere il momento che , opportunamente, arriverà per ciascuno di noi. Sarà un segno di modeste dimensioni, che altri non noteranno, ma che per noi sarà denso di quel contenuto noto a noi soli e che ci abbaglierà come Paolo sulla strada di Damasco. Prepariamoci a questo evento, durante l’estate, e arriviamo a Cattolica non come gente che soffre di una malattia inguaribile, ma con lo spirito che si ritrova nella “Salvifici doloris” di Giovanni Paolo II° del 1984. Arriviamo per volere essere riscattati, con la spiritualità di chi non vuole vivere un  dolore alienante, ma nella prospettiva della salvezza e della risurrezione. Ricordiamo anche che la “comunicazione” con i nostri Cari esige “rispetto” verso coloro che potranno avvicinarci ad essa e verso i fratelli che , come noi, attendono una stilla di acqua benefica. Pensiamo ai nostri amati Figli che non conoscono più invidie, prevaricazioni, miserie e meschinità e chiediamo a loro stessi di venire a noi illuminandoci della loro Luce, abbracciandoci dell’aura benefica che li avvolge, facendosi riconoscere per la loro vicinanza.  Chiediamolo… e attendiamo … con carità e rispetto … per tutti.

 

 

           “Venite a me voi che siete affaticati e stanchi…”

 

Il senso della sofferenza va “trovato” e capito “dall’interno. Cristo ha fatto questo: egli che avrebbe potuto predicare, narrare il dolore e la morte, ha “raccontato” la sua stessa vita. Prima di lui dolore e morte erano segno di un limite, di imperfezione e bagaglio umano creaturale. Con Lui abbiamo la certezza di essere compresi nella nostra angoscia, nello smarrimento, nello sconforto e nella tristezza. Lui le ha provate tutte, come noi, come un qualsiasi uomo, come una qualsiasi madre: l’abbandono, l’incomprensione, la derisione, la nudità. Noi madri, scarnificate, derelitte, offese, abbruttite potremo tornare a vivere e a sorridere perché la vicinanza “dell’uomo dei dolori” ci aiuterà a rivedere tutta la nostra vita, a comprendere la sofferenza degli altri, a dare la giusta importanza alla relatività delle cose. In questa condizione potremo avvicinarci a Cattolica con maggiore serenità e, siatene certi, saremo ascoltati. L’atteggiamento di chi spera è autenticità che richiama un dono ineffabile divino: quello della “provvidenza” che diviene carisma, luce e conforto.

 

                                                                          

 

Un’eterna altalena fatta di ricordi

 

 

 

Una deformazione professionale mi porta sovente a parlare con gli esempi che, da giovane mamma ed insegnante, sapevo trovare con i miei bambini. Ricordo che quando morì tragicamente un papà di una mia piccola alunna, dovendo parlare della “morte” raccontai un aneddoto che mi fece avvicinare a loro, senza sconvolgere quelle piccole menti. Si trattava in verità di un articolo scritto da Luca Goldoni che rispondeva ad una madre che aveva perso il suo bambino: “Facciamo conto di trovarci in cima ad un monte e di vedere, giù nella valle, snodarsi una linea ferroviaria. Lontano a sinistra c’è un treno che avanza e che, poi si ferma improvvisamente perché una frana è caduta sui binari ed ha ostruito la linea. A destra, sempre lontano, c’è la gente che aspetta il treno. Noi che siamo in cima al monte, nell’attimo stesso che il treno si ferma davanti alla frana, sappiamo già quello che ignorano i viaggiatori della stazione di arrivo e che, sapranno solo tempo dopo. Perché tutto questo? Perché noi abbiamo la visione delle alte sfere, perchè guardiamo dall’alto e perché in alto siamo più vicini a Dio” . 

 

Oggi vorrei aggiungere che chi sta in alto non ha il limite della concezione spazio-tempo e del prima-dopo. Per quelli giù a valle la causa e l’effetto sono staccati nel tempo e solo più tardi i viaggiatori in attesa conosceranno la causa (la frana che ha fermato il treno) e risentiranno dell’effetto (il ritardo del treno). Ma noi dobbiamo imparare a guardare dall’alto e a considerare le cose nella dimensione dell’eternità.

 

Ricordo ancora, quando ero bambina, che mi fermavo a pensare a questa parola: eternità… e venivo colta dal panico. Nella mia piccola esperienza tutto era circoscritto ed io sapevo misurare le cose solo con il mio “..e poi? … e poi? … e poi?”  Oggi cerco di pensare all’eternità come coloro che, sulla cima del monte, guardano gli uomini nella vallata, che aspettano il treno e… mi metto nelle mani di Dio.

 

 

 

Edda CattaniA fine estate Cattolica
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Camminare, viaggiare, pellegrinare

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Camminare, viaggiare, pellegrinare

(Gabriele Gastaldello)

viaggio-insieme  

Ho ripreso vigore camminando… Quando posso mi concedo una camminata in solitaria tra i campi. Cadenzo l’andatura dei passi con il ritmo dei respiri (tre passi un respiro). Guardo, ascolto, tocco la natura intorno a me. Nella quiete rilassante la mente si riposa. Ho imparato a meditare camminando. Tengo in mente il messaggio del poeta Tagore: viaggiai per vasti mari alti monti e non mi accorsi della goccia di rugiada sulla spiga di grano accanto a casa mia!”.

Lo sguardo ordinario diventa straordinario quando guardi con attenzione.

Diventa consapevole delle gambe che ti trasportano e dei piedi che baciano la terra. Ringrazia i piedi per il servizio che ti fanno continuamente. Camminare è medicina di buona salute! Mediamente fai 15 Km al giorno. Il cammino energico e mirato dà energia ai muscoli, dà ossigeno ai polmoni, dà ritmo al cuore, dà creatività alla mente. Quando sei teso, preoccupato o quando sei annoiato dalla stancante pigrizia casalinga, puoi distenderti ed energizzarti camminando. Non ha importanza arrivare alla meta ma vivere durante il cammino: contempli, racconti, entri in contatto con persone e luoghi che incontri. A volte aspetti secondari diventano principali e viceversa. Camminare si dilata nel viaggiare (“viam agere” = “fare strada”) e nel pellegrinare (“per agros ire”= “andare attraverso campi”).

Il turista si interessa dell’estetica, fotografa, non si lascia coinvolgere.
Il viaggiatore si confronta con le persone, gli eventi, i luoghi che incontra.
Il pellegrino, si lascia coinvolgere dalla spiritualità delle persone e dei luoghi, assorbe le loro energie e si ricarica.
   La strada ti distanzia dalle solite occupazioni, ti educa ad essere aperto accogliente, flessibile e libero. Pace sono i tuoi passi, i tuoi respiri, i tuoi sentimenti, i tuoi sguardi, le illuminazioni, le esperienze di pienezza che la contemplazione ti regala. Puoi viaggiare per conoscere il mondo, ma più ancora più importante è conoscere il mondo intimo.
 

Camminando si apre il cammino, / la strada si fa con l’andare…
Il vero viaggio è interiore / la vera meta non è il viaggio,
ma un nuovo modo di guardare…
” 

Esplori il mondo per esplorare te; sei unico originale irripetibile, sei mistero, cioè una ricchezza così grande che non finirai mai di esplorare. “Per lontano che tu vada non raggiungerai i confini dell’anima, tanto è vasto il suo pensiero” (Eraclito, filosofo greco antico). Cresce l’entusiasmo per i pellegrinaggi eroici… Anche tu con i tuoi amici puoi organizzare mini-pellegrinaggi nei luoghi vicini, per contemplare ed esplorare persone e ambienti. Puoi dare ai piccoli spostamenti quotidiani la qualità del pellegrinaggio; con consapevolezza stai attento alle novità della strada.

 

 

Edda CattaniCamminare, viaggiare, pellegrinare
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Un Guerriero di Luce

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PER NON DIMENTICARE

UN GUERRIERO DI LUCE NELL’INFERNO DELL’11 SETTEMBRE

 

WELLES REMY CROWTHER

Nyack 17 Maggio 1977 –  New York 11 Settembre 2001

 

           

 

 

Questa che sto per raccontarvi è la storia di un guerriero di luce, nell’inferno dell’11 settembre 2001. Welles Crowther, mio nipote, un giovane di 24 anni, vittima e martire, come tanti, nella tragedia delle Due Torri di New York.

 

Ma è anche la risposta, che lo spirito dell’umanità vuole dare, grazie ad esseri speciali come Welles, alla domanda impressa, a chiare lettere, nel capolavoro di Gaugain: “Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?

 

Nella vita di ogni giorno Welles era un bravo figliolo, rispettoso dei genitori, Alison e Jefferson e delle due sorelline, Honor e Paige. Era un ragazzo molto riflessivo ma adorava gli scherzi e le battute intelligenti. Curiosissimo di tutto, viaggiava per conoscere le tradizioni dei vari popoli. Quando venne da me, in Toscana, si innamorò talmente della cultura etrusca, che ne sapeva più lui di un etruscologo.Si divertiva un mondo a visitare i paesini dove d’estate si poteva mangiare e brindare per le strade, assieme ai contadini, per la festa della mietitura. Era molto goloso della buona cucina e soprattutto, della pasta fatta in casa con il ragù alla toscana, come mi ha insegnato la mia nonna Concetta!

 

Welles era un bravissimo studente e si laureò con il massimo dei voti e con lode in Economia, all’Università di Boston in Massachussetts. Lì si distinse anche per il suo  talento sportivo. Era un vero fuoriclasse, un leader innato in ogni sport! Per lui competere voleva dire soltanto mettersi alla prova e perdere non era un fallimento ma una possibilità per imparare ed essere migliore. Divenne campione nazionale di Lacrosse e di Hockey sul ghiaccio, portando sulla maglietta sempre lo stesso numero: Il numero 19, il suo  portafortuna!

 

Dopo la laurea seguì il consiglio del padre che era un banchiere e andò a lavorare, come Equity Trader, a Wall Street, per la compagnia O’Neill, al 104mo piano della seconda torre. Era molto bravo in quel lavoro ma l’atmosfera di Wall Street,  improntata al solo profitto, da un nugolo di giovani rampanti tesi a sbranarsi l’un contro l’altro come hot-dogs, in nome del “dio dollaro”, era in totale conflitto con il suo credo e con i suoi valori. Pochi mesi prima della tragedia, espresse il desiderio di lasciare quel lavoro per entrare ufficialmente, come Vigile del Fuoco, nel Corpo delle Guardie Forestali di NY. La sua applicazione fu trovata dai genitori, dopo la sua morte, nel suo appartamentino di  Manhattan.

 

All’Università di Boston è abitudine che gli studenti prima di essere ammessi, scrivano un saggio su se stessi e sulle loro aspirazioni. Nella sua richiesta di ammissione, Welles parlò con entusiasmo dell’esperienza di volontariato che stava facendo, come vigile del fuoco, a Nyack, sua città natale. 

 

Anche in questo aveva seguito l’esempio del padre, che pur facendo ogni giorno il pendolare per il suo lavoro tra New York City e Nyack, era anche un membro dei Vigili del Fuoco e spesso era svegliato in piena notte per correre a spengere gli incendi. Welles, affascinato da tanta dedizione, all’età di 16 anni diventò il più giovane volontario vigile del fuoco, affrontando un severissismo e rigorosissimo training.

 

Altro esempio di coraggio e altruismo lo diede a Welles il suo nonno, Bosley Crowther, il più famoso critico del cinema del New York Times, temuto e conosciuto da tutti come “l’incorruttibile e il grande uomo”. Fu lui a far conoscere il nostro neoralismo in tutto il mondo, dando l’Oscar a De Sica per La Ciociara ed esaltando film come “Ladri di Biciclette”, “Paisà”, “Miracolo a Milano” etc.. Bastava una sua critica perchè un film fosse un successo o un fallimento. Bosley Crowther avrebbe potuto essere l’uomo più ricco di Hollywood ma nessuno poteva comprarlo:non erano questi i suoi valori..tutt’altro!Quando nel 1950 il Senatore McCarthy lanciò la sua odiosa caccia alle streghe rovinando gli artisti, gli intellettuali e gli spiriti liberi d’America..la voce del grande Bosley Crowther si levò, alta e solitaria, a denunciare quei misfatti, a rischio della sua vita e della sua carriera. 

 

Welles concluse il suo saggio all’Università scrivendo che, se un giorno  fosse stato chiamato a donare la sua vita per gli altri, l’avrebbe fatto senza esitazione e con tutto se stesso. Sembrava la sparata di un giovane visionario, ma quando per lui arrivò il momento di mettersi alla prova, dimostrò che la sua profezia altro non era che la ferma volontà di un essere umano dal cuore d’oro. La vita e la morte di Welles ci dimostrano che gli angeli camminano tra noi, ogni giorno, ma non ce ne accorgiamo, fino al momento in cui, qualche tragico evento, li costringe a rivelarsi con atti di eroismo. Il momento di Welles arrivò l’11 Settembre, un giorno come gli altri, trasformato, in un istante, in un diabolico inferno che avrebbe lacerato per sempre la coscienza dell’umanità intera.

 

 

 

 

 

La breve vita di Welles è piena di aneddoti che rivelano la sua simpatia  e generosità. Un ragazzo che giocava nel suo team di hockey sul ghiaccio, stava per essere espulso dal coach per la sua incapacità a fare goal. Welles allora, che era il campione del Team, prese il ragazzo da parte e gli disse:” stammi vicino, apriti al momento del goal, così io ti passerò la palla e tu farai il punto. E così avvenne…Il coach chiese scusa al ragazzo e lo riammise nella squadra di hockey.

 

Fin da piccolo, Welles portava sempre con sè qualche monetina o qualche dollaro spicciolo, per poterli dare ai senza tetto che incontrava per le strade di N. Y. Mentre la gente li insultava e li accusava di appestare e rendere invivibile la città, Welles, che aveva profonda compassione per la sofferenza di questi poveracci, li difendeva e cercava di aiutarli come meglio poteva.

 

Da quando lavorava a Wall Street, Welles aveva preso un appartamentino a Manhattan ma andava dai suoi genitori ogni weekend. L’ultima visita fu prima dell’11 Settembre. Alison, sua madre, aveva notato che per la prima volta suo figlio non era il ragazzo allegro e giocherellone di sempre ma che era invece distante, pensieroso, molto assorto. Prima che tornasse a NY, la mamma gli chiese se andava tutto bene o se ci fosse qualcosa che lo turbava.”Oh no, no mamma” rispose Welles,”Io sto benissimo, ma è che sento che devo fare parte di qualcosa che è più grande di me…e io non so che cosa sia.” Qualsiasi cosa Welles abbia percepito non lo rallegrò, ma non lo rattristò nemmeno. Quella sera, comprese qual’era il suo destino: essere al servizio degli altri, con tutta la sua anima, la sua fede e con umiltà. Quando quel momento arrivò, Welles avrebbe potuto fuggire, come tanti, invece scelse di tornare indietro, più e più volte, portando in salvo tante persone, finchè la seconda torre gli crollò addosso.

 

Quale evidenza potrebbe essere più chiara dell’esistenza dello spirito che ci chiama, ci guida e ci informa?

 

La mattina dell’11 Settembre, puntuale come sempre, Welles era alla sua scrivania al 104mo piano della seconda torre. La prima terrificante notizia l’ebbe dall’altoparlante interno che informava che un aereo si era abbattuto sulla prima torre.  Nessuno sapeva che un altro aereo stava già volando, minaccioso, contro di loro. Tutti quelli che lavoravano nella seconda torre, erano stati invitati a rimanere fermi ai loro posti per essere più sicuri!!!

 

 

 

Dal suo ufficio Welles cercò di intravedere cos’era accaduto e decise di correre subito ad aiutare i vigili del fuoco. Prese di corsa le scale dal 104mo piano perchè gli ascensori erano troppo lenti. Telefonò a casa dal suo cellulare ma nessuno rispose e allora lasciò il messaggio:

“Mamma, papà, non preoccupatevi, qui è successa una terribile disgrazia ma io sto bene, state tranquilli. Ci vediamo stasera!Vi voglio tanto bene!”Sarebbe stato l’ultimo messaggio registrato con la sua voce.

 

Welles raggiunse la Sky Lobby, al 78mo piano, per prendere gli ascensori più veloci, quando il volo N.175, della United Airlines, si schiantò contro la seconda torre, con un’esplosione che in un attimo distrusse tutto, vomitando ferro, fuoco e fiamme ovunque.

L’inferno, con tutto il suo orrore, era diventato realtà.

 

In pochi istanti la tragedia delle 2 Torri fu al centro delle principali notizie internazionali. La Seconda Torre, dov’era Welles, fu la prima a crollare. Gli occhi del mondo intero rimasero sconvolti dall’orrore. Le famiglie delle persone che lavoravano nelle due torri potevano solo pregare, in attesa di conoscere la sorte dei lori cari. Qualcuno riuscì a scappare, altri furono visti, in immagini di terrore, gettarsi nel vuoto dai piani più alti, nel vano tentativo di sfuggire a quell’inferno.

 

Durante le ore e i giorni che seguirono si sarebbe conosciuta la loro sorte. Per molti, le notizie furono di sollievo e per altr strazianti, come per la famiglia e per gli amici di Welles che continuavano ad andare di ospedale in ospedale sperando, contro ogni speranza, di trovarlo tra i feriti o tra coloro che avevano perso la memoria. Purtroppo non fu così.

 

Con il passare dei giorni diventava sempre più certezza il fatto che Welles se ne era andato per sempre. Fu terribile per i genitori e le sorelline dover abbandonare ogni speranza ed entrare in un mondo di indicibile angoscia e sofferenza.. ma non permisero che questa tragedia li distruggesse e decisero, tutti insieme, che una luce doveva nascere dal buio più profondo creando, così,  il Welles Crowther Memorial Fund, per aiutare i giovani con borse di studio e programmi sportivi.

 

Il corpo di Welles non era più stato ritrovato e l’unica cosa in possesso dei genitori era una pesante croce, fatta con il metallo fuso delle due torri, donata loro dai vigili del fuoco in memoria del figlio. Quella croce fu donata a me, da mia cognata Alison, quando il corpo di Welles venne ritrovato, 6 mesi dopo, alla base della seconda torre, sprofondata centinaia di metri sottoterra.

 

 

Welles era l’unico corpo di un civile tra le vittime dei vigili del fuoco ed il suo corpo, miracolosamente intatto, fu ritrovato a Marzo, in un giorno davvero speciale: il 19 Marzo!

Finalmente i genitori poterono dare sepoltura al loro figliolo e un po’ di pace ai loro cuori!

 

Si suppose, allora, che Welles era riuscito a raggiungere la base della seconda Torre per portare il suo aiuto ai Vigili del Fuoco! Ma il 25 maggio successivo, il New York Times pubblicava un lungo articolo di due pagine, molto dettagliato, con notizie ancora sconosciute e rivelate da quelli che sopravvissero alla tragedia.

 

Il padre di Welles preferì non leggere l’articolo..sarebbe stato troppo doloroso per lui rivivere quei momenti, ma Alison, la mamma, lo lesse e fu colpita da un racconto di un gruppo di sopravvissuti della Seconda Torre che si trovavano al 78mo piano, proprio mentre l’aereo si abbatteva sull’edificio.

Una signora cinese, Lyn Young, che ho conosciuto e che continua a farsi trapianti di pelle, raccontò di essere stata avvolta completamente dal fuoco e di aver perso i sensi e qualsiasi orientamento, soffocata dal fumo e dalle fiamme. Quando all’improvviso, ripresasi un po’,vide apparire da tutto quel fumo, un “misterioso giovane con un estintore in mano e con il volto coperto da una bandana rossa”.

 

Fin da ragazzino Welles portava sempre una bandana rossa  emulando il padre, il suo eroe, che ne portava una blu.”Nel taschino della giacca”diceva suo padre”si deve portare un fazzolettino bianco per bellezza e la bandana, nella tasca dietro i pantaloni, per proteggersi dal fumo, oppure”, scherzava il padre,”per soffiarsi il naso”.

I sopravvissuti riferirono che il giovane con la bandana rossa aveva preso in mano la situazione con una incredibile, straordinaria abilità ed enorme esperienza.

 

 Al leggere queste parole, la mamma di Welles alzò gli occhi sul marito e gli disse:”Jeff, abbiamo trovato il nostro Welles!”. La bandana rossa, il training da vigile del fuoco, chi altri poteva essere se non il loro figliolo? Grazie al New York Times, Alison potè contattare le persone salvate dal “misterioso uomo con la bandana rossa”. Mostrò le foto del figlio e tutti confermarono che era proprio lui, il giovane eroe al quale dovevano la loro vita! Finalmente si  potevano mettere insieme gli ultimi istanti vissuti dal nostro Welles!

 

 

 

Welles era riuscito, quindi, a trovare un passaggio tra le fiamme fino allo Sky Lobby, dove si trovavano ormai tanti morti e molti in fin di vita, carbonizzati, mutilati e agonizzanti nel terrore. Trovò un estintore, riuscì a spengere un po’ delle  fiamme e cominciò a chiamare a gran voce i sopravvissuti, “Ho trovato le scale” urlava il giovane con la bandana rossa,”Seguitemi e aiutate chi non lo può fare. Io conosco la via…seguitemi!” Una donna paralizzata dal terrore non risciva a muoversi e Welles se la caricò sulle spalle guidando il folto gruppo al di là del denso fumo, acre e soffocante, fino al corridoio che portava alle scale. Al 61mo piano il  fumo si fece più rarefatto e Welles, affidando loro la persona ch aveva sulle spalle, potè mandare il suo gruppo, da solo, verso l’uscita e la salvezza.  Lui, invece, doveva assolutamente tornare indietro e risalire i 17 piani fino allo Sky Lobby per aiutare tutti gli altri, rimasti intrappolati dal fumo e dal fuoco.

 

Dopo aver portato in salvo anche il secondo gruppo, Welles tornò su per una terza volta e vide che molti ormai stavano agonizzando, imprigionati com’erano dalle lamiere, dal fuoco e dai detriti. Si precipitò allora fino al piano terra, dai  suoi vigili del fuoco, per prendere le “tenaglie della vita” lo strumento che si usa quando la gente resta intrappolata dalle lamiere negli incidenti di macchina ma, prima che potesse ritornare al 78mo piano, la seconda torre gli crollò addosso, implodendo su stessa in 8 secondi e mezzo!

 

E’ chiaro che Welles avrebbe avuto tutte le possibilità per salvarsi ma, se lo avesse fatto, non sarebbe stato fedele a se stesso! Fino a che c’erano persone da aiutare, Welles non pensò un istante alla sua vita. Una giornalista scrisse:”A volte bisogna attraversare l’inferno per trovare un Angelo”ed un’altra: “Non basterebbero 100 vite per arrivare alla compassione umana di Welles Crowther”.

 

Welles vive e cammina con noi ogni giorno, ci protegge, ci dà sempre una mano e con il suo numero 19, continua ad apparire in momenti di grande significato.

Suo padre che, paralizzato dal dolore, per due anni non era più riuscito a parlare, si è tatuato il N.19 sul cuore. Jeff è un vero credente ma molto scettico sul fatto che uno spirito possa continuare a vivere o a mettersi in contatto con noi. Adesso, invece, è convinto!

 

Poco tempo fa, in un meeting all’ultimo piano di un grattacielo di New York, colpito da una gigantografia delle Due Torri che un dirigente aveva dietro la scrivania, Jeff gli chiese il motivo di quella foto. L’uomo rispose che era stata scattata dal suocero morto in quella tragedia e chiese poi a Jeff, se conoscesse anche lui qualche vittima.

Jeff gli raccontò la drammatica storia di suo figlio e, finita la riunione, lasciò l’ufficio per prendere l’ascensore. Era da solo e spinse il bottone per il piano terra ma, inaspettatamente, l’ascensore si femò al 19mo piano! Jeff attese che qualcuno entrasse ma niente..sbirciò allora sul pianerottolo, a destra..a sinistra, ma non c’era nessuno. Rientrato nell’ascensore, le porte si richiusero dolcemente fino all’uscita. Welles, dopo tanti anni, aveva trovato il momento ed il modo giusto per mettersi in contatto con suo padre e fargli sentire la sua presenza e il suo amore.

 

Ecco, è questa, la risposta alla nostra domanda:”Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, come ci evolviamo”?

 

C’è tanto da imparare da una storia come questa di Welles. Fin dall’alba dei tempi, anche i primitivi intuirono che nella razza umana coesistono due nature, una buona ed una cattiva, in perenne conflitto l’una contro l’altra: l’eterna battaglia tra il Bene e il Male. Ci sono gli avidi, i meschini e poi ci sono gli Angeli, come Welles, che vivono per essere al servizio degli altri, perchè è giusto farlo, perchè in questo gesto vive una forza straordinaria, un accumulatore di energia e di potere che può e deve essere offerto allo spirito umano per la sua evoluzione.

 

In poco tempo l’umanità, dalla parola, è arrivata a costruire grandi città, a raggiungere il fondo degli oceani, a camminare sulla luna, ad esplorare galassie. Ora è il tempo di fare un grande passo in avanti a livello spirituale, fino a quando gli esseri umani capiranno che è un dovere aiutarsi l’un l’altro e che è l’unico modo per costruire un mondo senza fame, senza guerre, nè armi letali.

 

 Il futuro dell’umanità dipende da persone di buona volontà come Welles, i cui semi sbocceranno alla rivoluzione dello spirito umano. La speranza per la specie umana dipende da questo. E’ questa la lezione ed è questa l’eredità che Welles Crowther ci ha lasciato.

I genitori ed i nonni gli hanno indicato i sentieri per scalare le montagne, Welles, da solo, ha conquistato la cima.

Sulla lapide, ad Albany, in memoria dei Vigili del Fuoco che hanno dato la vita in servizio, primeggia il nome del Vigile del Fuoco di New York, l’eroe e martire: Welles Crowther!

 

La sua richiesta, per diventare Vigile del Fuoco,  è stata ufficialmente accettata!

 

Carla Romanelli Crowther 

Cattolica, 21 Settembre 2013 – Convegno Internazionale della Speranza

Edda CattaniUn Guerriero di Luce
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Buon rientro!

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Buon rientro dalle vacanze cari Amici navigatori!

 

gabbiani

Vi raggiungiamo quando le vacanze sono terminate ed iniziano le scuole. Sappiamo quanti impegni hanno le famiglie in questi giorni ma ci auguriamo che la pausa estiva sia stata di conforto.

Naturalmente abbiamo tutti condiviso tanti eventi drammatici che sono accaduti e ci auguriamo che possa tornare la serenità e la pace, soprattutto per le nuove generazioni che sappiamo quanto bisogno hanno di speranza in un avvenire migliore.

Sono spesso mancati gli aggiornamenti sul sito in quanto è stata molto seguita la pagina FB a nome di ‘Edda Cattani’ che riceve più immediatezza per i molti contatti in tutte le ore della giornata, anche con messaggi privati.

Edda CattaniBuon rientro!
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Dalla terra dei “girasoli”

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BUONE VACANZE!!! 

Dalla prossima settimana inizia per tutti un periodo di necessario riposo e a volte, la ricerca di quel fresco che attenui la calura stagionale. Io riprenderò il percorso della “Romea” la strada dei pellegrini che si recavano alla città di Roma facendola a piedi… Non sarà più come i decorsi anni quando, in piena estate, mi dividevo fra i piccoli al mare e Mentore nel suo avviarsi lentamente e per sempre… Pur con il cuore affaticato sentivo tutta l’armonia e la bellezza di questa terra in cui sono nata, ove immense distese di girasoli troneggiano nei campi coltivati. Li ho rimessi ogni anno nella cappella di Andrea che ancora mi veglierà durante i miei viaggi…ora che è insieme al suo Papà… Gli scorsi anni mi sentii protetta da questa pagina che ripropongo modificata… C’è stato intorno a me tanto affetto e conforto durante quell’estate assolata… vorrei ancora che la mia estate fosse così!

 

Portami il girasole ch’io lo trapianti

 

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.


(
Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925)

Da questa poesia parte anche la mia invocazione; è un verso di quelli che si stampano nella memoria: portami il girasole ch’io lo trapianti. C’è tutta la forza di una preghiera e la debolezza di chi, sente la propria anima come un terreno bruciato dal salino, la ferita di una terra dolorosa. Il girasole, pianta magica e dalle foglie gialle, come quei limoni cantati da Montale in altre liriche, più che un uomo è un angelo, che tende verso il cielo azzurro per ansia e bramosia di infinito.

Per questo, in questa stagione porto ad Andrea “il girasole” quasi a volere, in forma poetica  proseguire la mia preghiera che va al di là del dissolvimento: trasparenze e verbi quali vapora fanno capire quanto ci si allontana dalla materialità per giungere all’essenza. Il girasole è  simbolo di un’ebbrezza quasi mistica, che rischiara la visione delle cose, estremo tentativo di una supplica che non è conoscenza, è qualcosa di più, è quello che ai poeti, e anche a me, piace chiamare Illuminazione.

 

 il profumo dei fiori che mi porti giunge fino a me 

…finalmente insieme…

 

Edda CattaniDalla terra dei “girasoli”
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La preghiera del cuore

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Ho trovato tra le altre questa nota dal titolo  “La Preghiera del cuore” scritta da Padre Gasparino Movim. Contempl. Mission. “P. De Foucauld”- Cuneo … Provo a vederne qualche stralcio:

“La Preghiera del cuore”

Sai che cos’è? Vuoi sperimen­tarla?

Chi la scopre, sperimenta una strada di preghiera che trasforma la vita.

Anzitutto…

Prima di tutto riconosci che la preghiera è dono e che hai sempre bisogno di imparare a pregare.

Ti sei già posto con realismo il problema?

Quando preghi se sei sincero, ti accorgi che è più il tempo che passi nelle distrazioni, del tempo che stai con il Signore.

Se sei sincero, capirai che la tua preghiera è parolaia, e non ti mette a contatto con Dio…”

Beh… per quanto riguarda quest’ultima affermazione, personalmente posso dire di non avere mai usato tante parole per pregare tenendo presente: “Quando pregate, dite: ‘Padre nostro…’”(Mt 6,9-13).

Mi torna sempre il riferimento al tempo della mia vita in collegio, quando nel momento della meditazione mattutina mi fermavo alla prima parola “padre” e rimanevo estatica a pensare la bellezza, la grandezza, l’amore infinito di un Dio che permette che noi lo chiamiamo “padre”… e ci dà la sua preghiera come preghiera personale… Infatti Gesù premette all’insegnamento del Padre nostro questo:… il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6).

Lui vede nel segreto e “mi ricompenserà”…. Io non chiedo ricompense, non ho nulla da chiedere che Lui non abbia già provveduto a darmi, ma gli presento me stessa: “Mi riconosci Padre, sono colei che tante volte non si rivolge a te nella preghiera comunitaria ma che ti presenta, ancor prima di se stessa tutti coloro che sono entrati dalla mia porta, nel mio cuore… tutti i miei fratelli… Lo vedi Signore…. Non sono sola in questa casa vuota: il mio cuore contiene i miei fratelli e il mondo, e dico al plurale: “Padre nostro… dacci… rimetti a noi… non ci indurre… liberaci…”.

Continua Padre Gasparino: “Non pensare a niente di senti­mentale, la preghiera del cuore è un cammino spirituale serio, ma che ti aprirà le porte della vita spirituale profonda, se tu avrai l’umiltà e il desiderio concreto di imparare…

La preghiera del cuore si potreb­be anche chiamare: preghiera di silenzio o preghiera contemplativa.”

Perdonami Signore quando mi vedi correre, se non ti so pregare se ti chiamo “Padre”… e qui mi fermo… Questa preghiera è profonda e semplice come Dio stesso, come il vangelo che essa sintetizza in poche righe. Chiamare il Padre è sentirlo “in spirito e verità” (Gv 4,23-24) significa entrare nella profondità e nell’immensità dell’amore di Dio, nella conversione totale a Lui, nel movimento filiale di obbedienza spontanea e amorosa.

Pregare per tutti coloro che mi sono vicini è fare ciò che ci ha indicato Papa Francesco in questi giorni santi dopo la sua elezione: sono i più poveri, i miseri, i diseredati, i disabili … sono i miei bambini, il mio Simone, tutte le piccole creature del mondo … e anche oltre … tutti i Ragazzi del Cielo, i miei Ragazzi, Andrea … e la piccola Dalia … tutti uniti nella preghiera in una sola vita … Perché tutto è VITA!!!

La preghiera del cuore è preghiera semplice, è un po’ tornar bambini con piccoli, garbati simboli.

Vediamo la Preghiera che Papa Francesco scrisse una quindicina di anni fa quando era vescovo di Buenos Aires

Una preghiera per ogni dito della mano

  1. Il pollice è il dito a te più vicino. Comincia quindi col pregare per coloro che ti sono più vicini. Sono le persone di cui ci ricordiamo più facilmente. Pregare per i nostri cari è “un dolce obbligo”.
  2. Il dito successivo è l’indice. Prega per coloro che insegnano, educano e curano. Questa categoria comprende maestri, professori, medici e sacerdoti. Hanno bisogno di sostegno e saggezza per indicare agli altri la giusta direzione. Ricordali sempre nelle tue preghiere.
  3. Il dito successivo è il più alto. Ci ricorda i nostri governanti. Prega per il presidente, i parlamentari, gli imprenditori e i dirigenti. Sono le persone che gestiscono il destino della nostra patria e guidano l’opinione pubblica… Hanno bisogno della guida di Dio.
  4. Il quarto dito è l’anulare. Lascerà molti sorpresi, ma è questo il nostro dito più debole, come può confermare qualsiasi insegnante di pianoforte. È lì per ricordarci di pregare per i più deboli, per chi ha sfide da affrontare, per i malati. Hanno bisogno delle tue preghiere di giorno e di notte. Le preghiere per loro non saranno mai troppe. Ed è li per invitarci a pregare anche per le coppie sposate.
  5. E per ultimo arriva il nostro dito mignolo, il più piccolo di tutti, come piccoli dobbiamo sentirci noi di fronte a Dio e al prossimo. Come dice la Bibbia, “gli ultimi saranno i primi”. Il dito mignolo ti ricorda di pregare per te stesso… Dopo che avrai pregato per tutti gli altri, sarà allora che potrai capire meglio quali sono le tue necessità guardandole dalla giusta prospettiva.

…e a me basta Padre tutto ciò che hai già dal tuo “tempo” eterno… disposto per me!

“La preghiera del cuore non deve mai trascurare la preghiera di ascol­to. E’ la Parola di Dio la linfa vitale della preghiera cristiana. La pre­ghiera del cuore è il momento cul­minante dell’ascolto. Ogni giorno collega il Vangelo della Liturgia del giorno alla tua vita concreta. Da quel Vangelo tro­va la preghiera del cuore rivolto al Padre, o al Figlio, o allo Spirito Santo, presenti in te”.

Edda CattaniLa preghiera del cuore
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