Evangelizzazione e Analisi

Eternità

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Eternità

(Luca 20,27-38)
Per i nostri Cari che sono entrati nella Gerusalemme Celeste

(Alessandro Dehò) 

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Una bellissima storia di sterilità. Satira pungente quella dei sadducei: una moglie che accompagna alla morte sette mariti senza lasciare figli. Una donna che muore, alla fine, sterile. Storia geniale che diventa occasione per deridere l’idea di una vita futura ed eterna, quella che Gesù stava cercando di narrare: con quale marito risorgerà la moglie? Satira. Ma quando la satira è pungente svela la verità. E vanno ringraziati i sadducei che, inconsapevolmente, svelano la sterilità che abita ognuno di noi. La sterilità dei nostri tentativi di opporci alla morte imponendo discendenze: ma mettiamo al mondo sempre e solo vite a termine, storie che iniziano a morire nel momento stesso in cui emettono il primo vagito, l’eternità non passa dall’imposizione della discendenza, alla fine possiamo tramandare solo un nome, ma cosa è un nome se non l’involucro vuoto di una storia che non sopravvivrà nemmeno alla memoria?

L’eternità non passa dalla discendenza imposta nemmeno se nascessero figli, l’eternità passa invece da una sterilità custodita e ad accolta. La sterilità di chi vive la vita come Segno, come rimando a una pienezza che sarà. La sterilità di chi sente di non possederla fino in fondo la vita, di chi vive il tempo come un dono e accoglie ogni respiro con gratitudine. Sterilità di chi vive la precarietà del viandante, cammino lieve, soffio sapienziale. Essere un segno, dell’Infinito, ma sempre e solo un segno. Perché tutta la realtà non è altro che un Segno dell’Eterno. Quando amiamo e siamo amati sussurra in noi l’Eterno: la nascita di un bambino, un gesto di perdono, una lacrima, la ruga di un vecchio, l’ultimo respiro, ogni nostalgia, la bellezza della poesia: tutto l’Amore è Segno dell’Eternità. Quando i nostri gesti non narrano l’Eterno Amore siamo già morti, qui, adesso, è già inferno.

Gesù ci chiede di liberarci dall’ossessione di imporci sulla vita, dalla pretesa di lasciare il segno del nostro passaggio per imparare a diventare noi segno dell’Amore, segno dell’Eterno che chiede di raccontarsi in noi, segno del Suo Passaggio: Pasqua. Vivere precari e leggeri facendo esperienza dell’Amore che qui e ora parla già la grammatica dell’Eterno, la resurrezione si impara amando. Entrare nella logica del segno, fragile eppure così luminoso, ci permette di non pretendere più nulla, passare dalla pretesa, che è atteggiamento violento di chi prende (“prendono moglie e prendono marito”), alla logica dell’accoglienza (“…degni della vita futura e della resurrezione non prendono né moglie né marito”). Accoglienza delle mie e altrui debolezze, siamo solo segno dell’amore non siamo l’Amore. Ma anche accoglienza senza pretesa della realtà: la mia famiglia, la mia comunità, la mia chiesa… non può essere perfetta. Chiedere alla storia di essere segno di Altro, che non si appiattisca sul presente, che mi regali, anche solo per brevi spazi, il Suo volto, il resto è imperfezione da accogliere con misericordia.

Vivere precari e leggeri, sapendo che siamo solo segni imperfetti dell’Amore, ci permette anche di riconciliarci con i nostri padri. Con chi ci ha consegnato al mondo. Non sono stati perfetti, non potevano, fortunatamente. La storia dei sadducei ci aiuta a deporre la pretesa di essere accuditi, custoditi, accompagnati. Deporre la pretesa. Se accade, quando accade, è grato stupore. Mi pare sia la mancanza di prospettiva eterna a renderci così spietati con la storia passata. Uno dei momenti che preferisco quando celebriamo i battesimi in comunità è quando i padri salgono all’altare ad accendere la candela battesimale al cero pasquale. Sono impacciati e intimoriti, a volte non riescono ad accendere la candela, spesso si spegne appena dopo. Sono belli nella loro fragilità questi giovani padri, belli quando rallentano per non far spegnere una luce che non possiedono, belli quando proteggono quella fiamma con delicatezza non abituale. Solo quando sapremo guardare con tenerezza i nostri padri diventeremo a nostra volta goffi e bellissimi segni dell’unico Padre.

Bella la storia dei sadducei ma anche terribilmente triste perché non è altro che la narrazione di una diabolica ripetitività di gesti sempre uguali: prendono moglie e non hanno figli, per sette volte, pienezza dell’assenza. Poi arriva la morte, ed è una fortuna, un respiro di sollievo. Finisce questa farsa. Terribile la storia dei sadducei proprio per questa sua ripetitività ossessiva. Ecco perché Gesù inserisce un elemento di novità: “non possono più morire perché sono uguali agli angeli”. E a me vengono in mente i biblici angeli che hanno incontrato Abramo all’ingresso della tenda, niente ali ma piedi impolverati e occhi profondi da tuareg, occhi che hanno visto Dio. Gesù inserisce, per comprendere la bellezza di questa vita, l’elemento della “trasformazione”, diventeremo come angeli, tuareg con negli occhi la luce di Dio.

“Non possono più morire” perché la morte è già avvenuta, avviene sempre, il seme per dare frutto ha accettato di trasformarsi. La vita che viviamo, proprio perché segno, vive nell’attesa di fiorire a vita eterna. La vita è un lungo e lento cammino di trasformazione: “ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore, e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco […]. Si semina corruttibile e risorge incorruttibile” (1 Cor). Vivere sotto il segno della trasformazione è elemento fondamentale per capire il meccanismo segreto della vita. Siamo in trasformazione, siamo seme che forza le pareti in attesa di mettere radici, cambiamo continuamente e questo cambiamento è elemento necessario per non morire. Il seme è pura speranza, non sa bene come diventerà, come sarà, è solo un elemento di promessa che si affida al tempo. Ma il seme sa bene che se non cambia rimane definitivamente vuoto. Il seme ha solo un compito: continuare a trasformarsi, non impedire il processo di cambiamento. Cambiare significa far morire la parte vecchia per restare fedeli alla promessa. È uno sporgersi con fede sul futuro, fa paura, perché ci si abitua a ciò che si è. Riesce a cambiare solo chi è attratto da una forte Speranza.

Eternità è questa forza che ci chiama a cambiare trovando di giorno in giorno le forme più idonee per essere fedeli all’amore. L’amore di due fidanzati è chiamato a trasformarsi per reggere gli urti della vita, ma che bello se quell’amore muore e risorge continuamente e prende casa negli occhi e nelle rughe della vecchiaia. Ma anche, che segno potente trovare ancora amore negli occhi di chi ha vissuto delusioni o legami andati in frantumi: la persistenza dell’amore che si trasforma in dialogo con gli eventi della vita.

Accogliere il bisogno della trasformazione ci permette di sentire chi siamo noi veramente, non figli dell’eterna ripetizione sempre uguale ma uomini in costante processo di morte e resurrezione, trasformazione che ci porta a risorgere continuamente qui, di segno in segno, fino a quando metteremo gli occhi negli occhi di Dio. Di quel Dio a cui apparteniamo. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Il Dio è il Dio di ognuno di noi. Passare dall’imposizione del nostro desiderio di onnipotenza all’umile e grata scoperta di appartenere al Dio della vita che ci chiama continuamente dall’Eternità.

Edda CattaniEternità
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Intimamente presuntuosi

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Intimamente presuntuosi

Parabola che non funziona Trentesima domenica Tempo Ordinario C

(Alessandro Dehò)

Dehò

Non serve a nulla. Questa parabola dico, non serve a nulla. È la prima reazione onesta che possiamo avere alla lettura del testo. I due protagonisti sono così grezzi e così monolitici da non essere credibili. Sono caricature, parodie del paradigma del santo, caricature dell’immaginario del peccatore, sono personaggi e non persone, sono maschere. Il primo è perfetto, così perfetto nella sua ricerca di religiosità senza sbavature che esagera e risulta essere non credibile. Anche il peccatore esagera, anche nella conversione, non ci sono sfumature. Sono due ruoli interpretati alla perfezione. E infatti la parabola non funziona, la trappola non scatta. Non riusciamo a identificarci in nessuno dei due personaggi e se non ti identifichi non puoi rimanere impigliato nella logica delle parabole e quindi, semplicemente, la parabola non funziona.

Non c’è stupore, risulta essere solo un racconto edificante. Puoi essere il più santo del mondo ma se odi gli altri e sei presuntuoso sei il peggiore di tutti. Puoi essere il peccatore incallito ma se ti penti puoi diventare meglio di un santo. Tutto qui? Possiamo tentare di interpretare i gesti dei due personaggi, possiamo giocare con le parole, possiamo fare tutto quello che vogliamo ma la morale rimane questa e non ci sconvolge più di tanto, lo sapevamo già. Vien voglia di girare pagina e continuare la lettura. A meno che.

A meno che si carichi di maggior significato l’introduzione alla parabola che specifica essere raccontata per “alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. E qui non è ancora parabola, è dichiarazione di intenti. Il Vangelo non dice di andare ad indagare i due personaggi della parabola, che infatti non presentano alcun tipo di complessità interiore, dice invece di interrogarsi su se stessi e sulle intime presunzioni di giudizio. Insomma, sul nostro modo di leggere il mondo. Non è il fariseo ad essere intimamente presuntuoso, e nemmeno il peccatore che spera di estorcere il perdono, sono io che leggo il presuntuoso. E infatti mi pare che in questo caso la trappola sia già scattata, ed è scattata ancora prima dell’inizio della parabola stessa, il suo suono è stato secco e deciso: “sei sicuro di saper interpretare quello che vedi? Come lo interpreti? Come credi che Dio osservi queste due tipologie di uomini?”. Ecco la trappola, Gesù non sta raccontando una parabola, Gesù mi sta interrogando, mi affida un compito, un esercizio per misurare la mia attitudine all’umiltà. “Chi si umilia sarà esaltato”. Colpito! Non resta che provare a smascherare il nostro sguardo.

I due uomini salgono a pregare, il primo è un fariseo ipocrita, chiuso in se stesso, non vede altro che il suo tentativo di perfezionismo, e disprezza pure gli altri. Non serviva Gesù a dirci che questo non è esempio da seguire, e fin qui ci siamo, infatti il compito è altro: provare a cercare di scendere con sguardo intimamente umile, prendendo ad esempio lo sguardo del Padre che tende alla giustificazione e non alla condanna “(il pubblicano) tornò a casa sua giustificato”. Umiltà e desiderio di giustificazione. E mentre mi chiedo se sia esercizio legittimo ecco che ripenso a un’altra pagina di Luca, penso a due fratelli, a due modi di vivere il mondo e ad un padre misericordioso che umilmente giustifica. Mi torna un po’ di coraggio, forse la strada è percorribile. Esercizio diventa: “guarda con profonda umiltà i due uomini del vangelo, immagina di essere il Padre misericordioso”.

E al primo allora chiederei: “ma tu sei felice?”. Solo questo. Non essere ladro, ingiusto e adultero, digiunare e pagare le decime più del dovuto ti rende felice? Continua così. Cosa ti importa degli altri, cosa ti importa se hai fratelli che vivono in modo diverso da te? Non ti chiedo di essere per loro un esempio, non ti chiedo di convertirli, non ti chiedo nulla se non: tu sei felice nel tuo modo di vivere? “Ciò che è mio è tuo”, smetti di essere in gara con gli altri. Esercizio per me, che credo di essere intimamente giusto, è quello di non condannare questo fariseo e invece di provare ad accudire questa grandissima insicurezza, provare a guardarlo come una vittima del catechismo moralistico che ogni religione impone. L’esercizio è mio: provare a chiedermi se intimamente sento compassione per quest’uomo che non riesce a liberarsi dal confronto e dal dubbio atroce che Dio sia un padrone esigente. L’esercizio è mio, provare, davanti ai farisei di ogni tempo, davanti ai tanti tradizionalisti che fanno perdere la pazienza, davanti a chi prega e ragiona e vive la fede in un modo diverso dal mio, davanti a chi non mi capisce e mi accusa… davanti ai loro volti riesco ad essere umile? Questa è la posta in gioco. Riesco a vedere in chi mi sembra così lontano dalla verità (ma chi sono io per deciderlo?) un fratello con le mie stesse paure? Riesco a essere seriamente interessato alla sua felicità? Riesco a giustificare il più possibile gli atteggiamenti di paura e di chiusura? Giustificare non significa banalizzare, non significa che è tutto uguale, non è il primo gradino verso il relativismo ma è l’assunzione di uno sguardo paterno, il tentativo di intuire le ragioni, interrogare le fragilità, accompagnare alla maturità. E piangere per questo fariseo che probabilmente non riesce a vivere con la dovuta saggia leggerezza.

E così per il peccatore, guardarlo con umiltà. Guardarlo come si guarda un figlio. Evitare di usarlo come si usano gli esempi, non trasformarlo in “caso esemplare”, non trattarlo da convertito. Non esaltarlo in nome della sua scelta. Ma amarlo sinceramente e provare ad andargli incontro, provare a riempire con la compassione quella distanza che lui ha posto tra sé e il divino, tra sé e sé. Provare a correre incontro, come farebbe il padre misericordioso, provare ad abbracciare e a sollevargli lo sguardo.

Questa parabola non funziona, e si capisce il perché, manca un personaggio fondamentale, è come la parabola del figlio maggiore e del figlio minore ma senza il padre. In questa parabola manca colui che sorprende tutti, manca lo sguardo umile che esalta, manca chi si umilia per esaltare l’umanità altrui. Manca la sorpresa perché manca lo sguardo divino. Questa parabola è inutile fino a quando non comprendiamo che è un appello rivolto al lettore: diventa tu il terzo, fai irruzione nella parabola, fai funzionare la parabola, diventa tu lo sguardo che sorprende!

Edda CattaniIntimamente presuntuosi
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La preghiera dei Precari

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La preghiera dei Precari

 

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(Luca 18,8-1)
XXIX domenica del Tempo Ordinario C

“Dove, Signore?”. Dove la vedi questa vita? 
Dove la vedi questa quotidianità da abitare evangelicamente? 
Ma, soprattutto, dove lo vedi questo Dio di cui parli 
e che noi non riusciamo a sentire?
Gesù raccoglie quella domanda “Dove?” 
e risponde che il luogo dell’incontro con il Signore è il quotidiano, 
è il tempo vissuto come preghiera.
E quando parla di “pregare sempre” 
non sta consigliando di “recitare” formule, 
la vita non si recita, la vita si interpreta: 
preghiera secondo Gesù è interpretare la vita secondo verità (A. Dehò).

…si interpreta…la preghiera come verità… ” Pregare è sentire la precarietà della solitudine (vedova) che grida il suo bisogno di Amore. Non stancatevi mai di gridare a Dio il vostro urgente e quotidiano bisogno di essere amati e custoditi.” Solo il Suo Amore può dare risposte di Verità.

Per la riflessione di questa domenica, il cui tema è la preghiera, una semplice ma intensa poesia

di David Maria Turoldo:

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” ma questo è un tempo senza preghiera,
Onu, tempo di solitudine
Onu tempo d’infinite paure.
Voi non sapete cosa avete perduto:
Il dono più grande è pregare,
Saper pregare.
“parlare” con lui, o tacere,
Tariffa silenzio
E capire.
Immersi tutti nel suo oceano,
E tornare poi grondanti di luce.
Preghiera, tempo di contemplazione,
Tempo del giusto sulle cose, workers
E sentire la luce posarsi sulle mani…
Tariffa silenzio, senza franare nel vuoto,
mettersi in ascolto,
Sentire lui che parla nel silenzio.
Per questo nessuno ascolta nessuno:
L ” aria, il cielo, gli spazi
Sono una foresta assolo di rumori.
L’ anima è puro, frastuono
Ho cervelli sono tamburi:
Nostra civiltà del vuoto e del fracasso.
Questo è tempo senza silenzio,
Tempo senza preghiera,
Senza gioia e speranza.
Domeniche senza festa,
Anche nelle chiese è difficile pregare,
Anche le chiese, a volte, sono grancasse.
Ma Dio non è nel rumore,
È nel tuono, nel turbine,
Mai nel rumore.
Dio è solo, e tu sei solo:
Cristo, vero orante dentro
L’ infinito silenzio dei tabernacoli.
(David. Maria Turoldo)

 

Edda CattaniLa preghiera dei Precari
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Figli del Perdono Originale

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Figli del Perdono Originale

(Matteo 18,21-35)

(Alessandro Dehò)

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“Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore se le porta dentro” e se te le porti dentro vuol dire che te le porti dappertutto. E questo è inferno. Il vero inferno, quello da cui non riusciamo più a liberarci perché è in noi, è dentro il modo di guardare il mondo, di giudicarlo, di disprezzarlo. Rancore e ira come segni bestiali di una vita ferita e non riconciliata. Secondo Siracide sono segno del nostro essere peccatori, quando ci portiamo dentro le ossa ira e rancore, quando veniamo mangiati dall’interno da una bestialità che scegliamo di non ridurre noi siamo abitati dal peccato. Il peccato cessa così di essere una regola infranta da un decalogo imposto dal dio del controllo e inizia a mostrarsi per quello che è: il peccato è quando permetto al rancore e all’ira di mangiarmi dall’interno, di svuotarmi gli occhi, di inacidirmi la parola, di giustificare doppiezze, di godere delle tragedie del nemico…

“Ricordati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte”, dirigiti verso la fine dei giorni, spingi fino al limite della morte la tua esistenza terrena e poi guardati alle spalle… cosa è rimasto di una vita consumata dall’odio? Lo vedi l’inferno? E quella scia di dissoluzione, e quella morte con cui hai avvelenato le sorgenti della vita, la vedi? Ne valeva la pena?

Siracide mette ci mette in guardia da noi stessi, dall’inferno che possiamo costruire ogni giorno e dilatare. Un inferno così quotidiano da essere irriconoscibile, perché rancore e ira sono cose orribili se non le giustifichi, se non ci illudiamo che siano risposte legittime a vere o presunte ingiustizie. Siracide non chiede di perdersi nella giustificazione del rancore, lo guarda in faccia, lo teme e lo denuncia. Se hai rancore e ira sei nel peccato, ti sei porti l’inferno dentro ed è meglio per te e per i tuoi fratelli che ne esci, adesso, che sei ancora in tempo, che la vita non è ancora giunta alla fine, che dall’inferno ci si può liberare.

Siracide è uno sguardo di amico sincero e saggio, è parola buona e vera sulle nostre vite che spesso spingiamo al limite della disumanità, Siracide è l’amico che si siede accanto a noi e, senza condannarci, ci avverte di un possibile pericolo, indica la possibilità che la morte ci stia masticando da dentro. Come un tumore, metastasi di svuotamenti interiori.

Serve qualcuno. Serve di sentirsi appartenenti a qualcuno: “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso”. San Paolo nella seconda lettura è come se intuisse un legame tra rancore/ira e solitudine. Non solo perché il rancore scava attorno a noi distanze che si autoalimentano fino a giustificare i nostri isolamenti ma perché è proprio la solitudine a concedere spazi di inferno. Il peccato nasce nel non sentirsi di nessuno, dal non vivere per nessuno. E si comprende l’insistenza di Gesù sul concetto di paternità divina. Il peccato diventa quindi la rottura dei legami e non l’asettica infrazione della regola. Di chi siamo? A chi apparteniamo? Ciò che apre la possibilità di una fuga dall’inferno è il riconoscimento di una relazione affidabile. Il paradiso è la gioia di stare dentro la bellezza di una relazione buona, concretamente buona, ricca di parole, gesti, sorrisi, attenzioni. Ancora una volta il divino è visibile solo nelle trame di una vita buona capace di stringere legami sospesi sugli abissi dell’abbandono.

Ma non basta essere solo figli, essere solo uomini e donne raggiunti da un amore, credo che maturità vera sia diventare costruttori di umanità. E l’umano buono si costruisce diventando padri e madri. Non sostare solo sulla domanda “di chi siamo? A chi apparteniamo?” ma avere il coraggio di assumere lo sguardo divino e iniziare a chiedersi “chi custodisco io? Chi si sente raggiunto nella sua solitudine dalla concretezza della mia vita?”. Figli orfani e spesso risentiti di padri assenti siamo chiamati a non consumarci nell’ira/rancore a causa dei nostri subìti abbandoni, pur riconoscendoci orfani di paternità affidabili a causa di generazioni troppo intente ad ucciderli i padri ora siamo chiamati ad assumerci la responsabilità dei legami. Per chi batte il nostro cuore? Per chi piango, rido, spero, sogno? Per chi sto consumando la vita? Per chi conservo parole non usurate dall’abitudine? Per chi arde il mio cuore? Dall’inferno non si esce se non con un gesto di rivoluzionaria libertà: l’assunzione della fraternità umana. Nostra e dei fratelli. Dall’uccisione del padre a una nuova consapevole paternità.

Scrollarsi di dosso ira e rancore permette una torsione vitale a monte del nostro vivere. Alle origini. La tradizione ci vuole figli del peccato originale, in una lettura semplicistica e superficiale questo è diventato come l’ombra lunga gettata sulle nostre storie. Figli di un peccato nato nel cuore delle relazioni tra uomo e donna, tra fratelli, tra uomo e Dio. E noi ad arrancare in questo peccato più grande di noi, più antico di noi, più eterno di noi. Ma il Vangelo sposta l’attenzione. Pietro avvicina Gesù e chiede un limite, un confine al perdono. Come se cedesse ad una vocazione arcaica: perdonare è splendido, sembra dire, ma la natura dell’uomo, alla fine, chiede un risarcimento. Posso perdonare fino a sette volte ma poi posso tornare a essere uomo? Posso impegnarmi in questa santità del perdono fino a sette volte ma poi posso rientrare nella natura umana, nella logica di un peccato da riparare, nel consueto recinto della giustizia/vendetta?

Gesù racconta una parabola che mi sembra abbia, cuore incandescente, uno sguardo totalmente altro sull’uomo e sul Padre. In Gesù non c’è solo la follia di chi vuole sfondare il limite dell’eroicità del perdono, settanta volte sette, ma in lui si costruisce la narrazione di un Padre che ci precede e che non si impegna a dilatare vendetta al peccato originale ma che dilata misericordia. La nostra origine non è il peccato originale ma il perdono originale, questo dice Gesù. Questo significa che il perdono è atto costitutivo della natura dell’uomo, ed è in perfetta continuità con Siracide, a Pietro Gesù dice che nel momento in cui smetterà di perdonare lui smetterà di essere uomo. L’ira e il rancore, ma anche la soddisfazione perversa di smettere di perdonare il fratello, distrugge la nostra identità. L’essenza di Dio e dell’Uomo è identica, e si chiama misericordia. Uscirne è negarsi, uscirne è consegnarsi alla solitudine e al rancore e all’ira. Uscire dalla misericordia è inferno. Ma noi siamo del Padre e in lui c’è un settanta volte sette di vita, una eternità di vita. Questo l’unico profilo della Speranza.

 

Edda CattaniFigli del Perdono Originale
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Scavare il Cielo

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Scavare il Cielo

ascensione

Ascensione (Luca 24,46-53)“Il Cristo patirà e risorgerà il terzo giorno”. È vero, Signore, siamo figli del Terzo Giorno, figli di una promessa di Resurrezione, eppure facciamo davvero fatica a sentire vere le tue parole in queste nostre vite affaticate. Persi nel lungo cammino del primo giorno, dentro quel venerdì di dolore e di passione che sembra non finire mai, tempo di sogniarrestati, di tradite speranze, di vita che sbrana pezzi di carne da una colonna che continuiamo ad abbracciare per sfinimento. A volte invece ci sentiamo figli del secondo giorno, quel sabato di silenzio solo apparentemente meno violento: quello delle cose che non cambiano, quello del vuoto di futuro, camminiamo in un mondo che non volevamo così, tutto è fermo, niente cambia, noi, soprammobili lussuosi di uno sfondo nauseante. “Il Cristo patirà”, sì, lo sai bene, anche a noi è data la nostra parte di patimento. Nel cuore della Storia, cruda e spesso atroce, parlare di gioia diventa quasi fuori luogo. E mentre infastidisce certa retorica cattolica a buon mercato, rimaniamo ancora in ricerca di parole buone per osare dire quella speranza che in cuore nostro cerchiamo per arrivare al terzo giorno.

Non resta che cercare tra il pudore delle parole evangeliche, pagina figlia del bisogno di sopravvivere nel cuore dei due giorni, parole disegnate per camminare, magari lentamente, ma per camminare incontro al giorno terzo. Cerchiamo nella grammatica biblica qualche appiglio possibile e forse lo troviamo in quella promessa che lasci scivolare tra le pareti del nostro cuore. Poi ci porterai a Betania, luogo del cuore, dell’intimità, dell’amore, ma prima ci chiedi di restare per lasciarci “rivestire di potenza dall’alto”, queste le tue parole. Se ci avessi portato subito a Betania il nostro cuore sarebbe andato in frantumi, non avremmo retto, avevamo bisogno di stare ancora in Gerusalemme, luogo di passione. È la pedagogia dei due giorni, tempo di sepolcro vuoto, scavato nella roccia. Con le lacrime agli occhi Signore ci pare di capire che noi possiamo essere riempiti di Te solo se sappiamo lasciarci scavare, come roccia, sepolcro nuovo nella nostra intimità. Il dolore del primo giorno, le carni strappate a violenza, l’umiliazione e il tradimento; il feroce silenzio del secondo giorno, quel niente che succede ad altro niente, sono passaggi che creano vuoto dentro di noi. Il nostro cuore deve essere svuotato a sepolcro. È la vita stessa che scava. Ed è un vuoto che deve essere mantenuto tale. Intravedo un barlume di buona notizia, un timido raggio di luce. Noi siamo figli dei giorni del divino svuotamento e la nostra storia non è altro che riconoscerci come un Vuoto aperto all’Infinito. Per diventare preghiera, per implorare questo terzo giorno che sembra non venire mai. Chiamati a vivere con questo vuoto nel cuore, questo Niente in attesa di una carezza, di una benedizione. E mi pare di cominciare a comprendere, e forse vorrei non fosse così. Testimone credibile è colui che cammina nel mondo con quel vuoto brutale inchiodato nel cuore, è consegnare al fratello un cuore scavato di bisogno d’amore, dolore e nostalgia. Un cuore ferito, ricucito, rattoppato, sempre affamato, delicato come un pulcino appena nato… solo così noi possiamo tentare di essere testimoni credibili di conversione e di perdono: “saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono”. Perché è solo il vuoto che ci portiamo dentro, questa eterna nostalgia da marinai dell’Infinito, questa paurosa inquietudine, questa dilaniante fame di vita a parlare, in modo credibile, di Te. Senza il Vuoto il Terzo giorno sarebbe solo facile retorica.

Occorre sostare nei due giorni che precedono il Terzo. Occorre non voler affrettare il finale. Un Vangelo che mette in guardia contro i cuori troppo pieni di buone intenzioni, di tante consolazioni, di eccessive sicurezze, persino troppo pieni di una idea di Dio che diventa giudicante. Solo un cuore affamato può provare ad accogliere la promessa di Gesù, quella “potenza dall’alto” che risulta, come ogni riga del Vangelo, paradossale. Paradossalmente potente è Betania, la casa dell’intimità e della tenerezza, potente è l’amicizia, quella che piange la morte di un amico; potente è la cura delle piccole cose: una casa accogliente, il pane spezzato, le parole scambiate alla luce di un fuoco; potente è l’amore, di chi siede ai tuoi piedi e vive di Te. Potente, paradossalmente potente, è Betania, la casa degli affetti, casa di cuori innamorati. E non c’è niente di più affamato di un cuore innamorato, la potenza paradossale del Vangelo è imparare questa fame: vuoti a implorare una pienezza che solo un giorno sarà, nel Terzo tempo di questa storia che chiamiamo vita.
Solo un cuore affamato può accogliere la paradossale potenza dall’alto, che è una benedizione infinita sulla storia. Alla fine di tutto rimangono due mani ad accarezzare ogni spigolo di mondo. Gesù, benedicendo, tocca, dall’alto, ogni aspetto della vita, come a dire che ogni cosa rimanda a Lui. Ogni cosa canta o soffre o lamenta una fame d’Amore radicale. Da quel giorno il mondo implora amore dall’Alto. Non resta che liberarci dalla tentazione di una resurrezione a buon mercato, siamo popolo da traversata, barca in mezzo al mare, gente di primo e secondo giorno, cuori scavati dalla vita, come sepolcri in attesa di essere Oltre-passati dal Sacro Vuoto che lascia nostalgia d’Amore.

Signore, come ai discepoli della prima ora concedi anche a noi di lasciarci “condurre fuori”, primo movimento necessario del cuore affamato. Docilità di chi non basta a se stesso. Conduci fuori da noi stessi il nostro baricentro Signore, scavaci dentro il vuoto che parla del fratello, solo un cuore svuotato dal nostro egoismo può riscoprire l’inquietudine della fame. E sarà elogio del cammino.
“Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo”. C’è un Vuoto grande sopra le nostre teste, un respiro infinito, e noi viviamo respirando da quel Grande Spazio. Dacci il coraggio di lasciare entrare Infinito dalle nostre pupille affaticate. Elogio del Cielo.
“Ed essi si prostrarono davanti a lui”, un grande definitivo inchino, elogio della terra, a baciare il visibile. A baciare questo amore che chiede carne per potersi raccontare. Ad evitare di fuggire il mondo, ad abitarlo e ad amarlo con tutte le sue tensioni.
Elogio del presente: “poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia”. Elogio sofferto di una vita che sarà scavo, scavo doloroso, che sarà ripetersi di primo e secondo giorno. La gioia è saper intravedere benedizione dentro le lacrime. Vorrei avere il coraggio di chiederti anche questo dono.

 

Edda CattaniScavare il Cielo
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La Pasqua del teologo

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Alberto Maggi sul numero di Pasqua de “La Repubblica”.

Un’interessante intervista di Antonio Gnoli.

 

<<Cosa ti dà la certezza di essere sulla strada giusta?>>, chiede il giornalista.

<<Avere ricevuto qualcosa dai cuori delle persone, dai tanti che mi scrivono e con cui parlo; e avere reso questo convento un microcosmo bello: luogo di preghiera, certo. E di accoglienza degli emarginati. Ma anche centro di studi biblici aperto a tutti: atei e agnostici, cattolici e credenti di altre regioni>>, risponde un ispirato Alberto Maggi, all’intervista ritratto che gli dedica il giornalista Antonio Gnoli. Questo è uno dei primi passi di un pa lunga intervista a Padre Alberto Maggi.

L’articolo di due pagine con disegno di Riccardo Mannelli, è pubblicato oggi su “La Repubblica”, con un impaginazione importante e centrale nel prestigioso quotidiano.
Gnoli parla con Alberto Maggi della sua vita, della attività di scrittore e divulgatore che lo impegna assiduamente ma senza mai dimenticare l’amore per le persone.
Quando ho chiesto ad Alberto nei giorni fa, una sintesi dell’intervista, mi ha risposto con la sua umanità diretta e simpatica schiettezza: <<… È difficile dirlo, sono state ben quattro ore di intervista dall’infanzia a oggi: gli studi, la vita, la fidanzata, il rapporto con i vescovi… insomma si è parlato di tutto. Ne è venuto fuori un ritratto narrato con conversando…>>.

Alberto ha parole importanti anche per Montefano: <<In questo lembo di terra, è rinata tanta gente>>. Ma il suo primo impatto con il convento di Montefano non fu del tutto felice. <<Fui allontanato dalla Facoltà di Teologia dell’Università Gregoriana da un Padre Provinciale, dopo una sorta di processo canonico, e spedito in un posto remoto Montefano>>. <<Che luogo trovasti?>>, gli chiede il giornalista. <<Desolante. Ormai inattivo da tempo, trovai nel convento un vecchio frate. A Montefano non c’erano libri, non c’era nulla in convento. Riempivo il tempo dedicandomi all’oro e alle galline. Poi un giorno vennero dei giovani, trascorsero alcuni giorni con me. Vollero che gli leggessi e commentassi dei passi del Vangelo. Provai, mostrando tutta la mia inadeguatezza. Fu allora che chiesi il permesso continuare a studiare…>>. In questo episodio si può trovare quella sintesi dell’intervista che chiedevo ad Alberto, anche perché si toccano gli aspetti della sua quasi “eresia”. Nel suo ordine dei Servi di Maria, ci sono stati tanto gli inquisitori del Santo Uffizio, quanto chi dava lavoro al Santo Uffizio. La sua vita, la sua stessa presenza con gli altri, genera rinascita, a partire dall’aridità delle coscienze: basta avere la sua stessa voglia curiosa per la vita e la conoscenza, senza fermarsi alle comode apparenze. Da un luogo bucolico e pieno di orti, la presenza di Alberto Maggi ha trasformato il convento di Montefano in quello che è oggi diventato, con l’insostituibile presenza umana e teologica, oltre che di raffinata cultura di Padre Ricardo Perez Marquez. 

Un’intervista da leggere tutta, appena aperto il quotidiano.

 

Edda CattaniLa Pasqua del teologo
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Domenica delle Palme

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Una riflessione d’autore per la Domenica delle Palme

“Entrato a Gerusalemme, Gesù fa quel che non avrebbe dovuto fare e che gli costerà la vita: va a toccare gli interessi della casta sacerdotale al potere…”. Su ilLibraio.it, in vista della Domenica della Palme, l’intervento di frate Alberto Maggi, biblista controcorrente


TERREMOTO A GERUSALEMME

“Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu scossa” (Mt 21,10). Per indicare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, l’evangelista adopera un verbo greco (seiô) che si usava per i movimenti tellurici: la venuta del Cristo provoca un vero terremoto in tutta la città, non solo nelle istituzioni ma anche tra gli abitanti. Per i capi religiosi la divinità è da adorare, venerare, servire, nella dorata prigionia di un tempio, ben rinchiuso nel sarcofago di un sistema dottrinale perfetto. Ma quando questo Dio prova a manifestarsi, a rendersi visibile, le autorità vengono prese dal panico e unanimemente concordano sull’unica cosa da fare: eliminarlo. È in gioco la sopravvivenza della stessa istituzione religiosa. Eppure Gesù fu accolto da entusiastiche grida di giubilo al suo ingresso a Gerusalemme. È vero, ma solo perché la folla aveva sbagliato persona. Per il suo trionfale ingresso nella Città Santa, Gesù non ha scelto una cavalcatura regale come era la mula, adoperata dai re, o un destriero, ma un asinello, il normale mezzo di locomozione della gente comune. Ma agli occhi attenti delle autorità religiose non è sfuggita la portata profetica del gesto di Gesù, che con la sua scelta attualizzava la profezia di Zaccaria secondo la quale l’atteso Messia sarebbe giunto a Gerusalemme cavalcando un asinello, in segno di non bellicosità (“L’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti”, Zc 9,10). Ma la folla non capisce, attende un Messia potente, per questo stende i propri mantelli sulla strada, come segno di sottomissione al re, e grida “Osanna al figlio di Davide!” (Mt 21,9). Ecco chi attendono: il figlio di Davide, ovvero un Messia che assomigli al re che con la violenza riuscì a riunire le tribù d’Israele e inaugurare il suo grande e potente regno. Questo regno era costato un bagno di sangue, al punto che quando Davide volle costruire un Tempio al suo Signore, questi lo rifiutò con le parole: “Non costruirai il Tempio al mio nome, perché hai versato troppo sangue sulla terra davanti a me”, 1 Cr 22,8).

Gesù non è il figlio di Davide, non ha nulla in comune con lo spietato bandito del deserto che giunse al potere con una serie incredibile di omicidi, e che era sinistramente conosciuto come colui che “non lasciava in vita né uomo né donna” (1 Sam 27,9.11). Gesù è il figlio di Dio, la cui missione è salvare e non distruggere. Il Cristo non viene con la violenza, ma con l’amore, non sottomette, ma serve, non impone, ma offre, non uccide, ma dona la sua vita, non risuscita l’ormai defunto regno di Davide ma inaugura il regno di Dio.Entrato a Gerusalemme, Gesù fa quel che non avrebbe dovuto fare e che gli costerà la vita: va a toccare gli interessi della casta sacerdotale al potere, detronizza l’unica vera divinità adorata dai capi religiosi: il denaro. Infatti entrato nel Tempio, Gesù non si limita a cacciare i mercanti, purificando il luogo santo, ma scaccia via anche i compratori, impedendo di fatto il culto. Con il suo gesto Gesù colpisce al cuore il sistema economico del santuario, quello sul quale si poggiava il potere della casta sacerdotale. L’azione di Gesù gli sarà fatale. Toccando l’economia del Tempio non colpisce solo le tasche dei sacerdoti, ma anche quella degli abitanti di Gerusalemme che vivevano dei traffici religiosi, dei pellegrinaggi, del commercio tanto sacro quanto lucroso. E così, nell’arco di poche ore, quegli stessi che avevano accolto Gesù al grido di “Osanna”, grideranno tutto il loro furore: “Crocifiggilo!” (Mc 15,13). Attendevano il Messia figlio di Davide, non sanno che farsene di un Messia Figlio di Dio, a Dio preferiscono Mammona (Mt 6,24), e ancora una volta l’interesse si conferma come il vero dio di questo mondo, e la convenienza il movente di tutte le scelte, come Gesù aveva drammaticamente previsto: “Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!” (Mt 21,38).


L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da pretiNostra Signora degli ereticiCome leggere il Vangelo (e non perdere la fede)Parabole come pietreLa follia di Dio e Versetti pericolosi. È in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

 



Edda CattaniDomenica delle Palme
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I confini della misericordia

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I confini della misericordia

Ma davvero la famiglia della dottrina ecclesiastica corrisponde al disegno di Dio? 

Vito Mancuso su Repubblica del 23 gennaio 2016

 

Contrariamente a molte altre volte, il Papa non ha sorpreso nessuno con il discorso di ieri al Tribunale della Rota Romana, un testo del tutto secondo copione, il medesimo che non solo Benedetto XVI e Giovanni Paolo II ma anche tutti gli altri 263 Papi avrebbero potuto tenere. Francesco ha detto che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione», perché la famiglia tradizionale (cioè quella «fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo») appartiene «al sogno di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità». Vi è quindi un modello canonico di famiglia, rispetto al quale tutte le altre forme di unione affettiva e permanente sono livelli più o meno intensi di quanto il Papa ha definito «uno stato oggettivo di errore». È per questo che solo la famiglia della dottrina ecclesiastica merita il nome di famiglia, mentre a tutte le altre spetta il termine meno intenso di «unione».

Ma è proprio vero che la famiglia della dottrina ecclesiastica corrisponde al disegno di Dio? Oppure è anch’essa una determinata espressione sociale, nata in un certo momento della storia e quindi in un altro momento destinata a tramontare, come sta avvenendo proprio ai nostri giorni all’interno delle società occidentali? Penso che il referendum della cattolicissima Irlanda con cui è stata mutata la costituzione per permettere a persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio sia una lezione imprescindibile per il cattolicesimo, della quale però a Roma ancora si fatica a prendere atto. In realtà che la famiglia evolva e cambi lo mostra già il linguaggio. Il termine “famiglia” deriva dal latino familia e sembra quindi dotato di una stabilità più che millenaria, ma se si consulta il dizionario si vede che il termine latino, ben lungi dall’essere ristretto al modello di famiglia della dottrina cattolica, esprime una gamma di significati ben più ampia: «Complesso degli schiavi, servitù; truppa, masnada; compagnia di comici; l’intera casa che comprende membri liberi e schiavi; stirpe, schiatta, gente». Lo stesso vale per il greco del Nuovo Testamento, la lingua della rivelazione divina per il cristianesimo, che conosce un significato del tutto simile al latino in quanto usa al riguardo il termine oikia, che significa in primo luogo “casa” (da qui deriva anche il termine “parrocchia”, formato da oikia + la preposizione parà che significa “presso”). Anche nell’ebraico biblico casa e famiglia sono sinonimi, dire “casa di Davide” è lo stesso di “famiglia di Davide”: si rimanda cioè al casato, comprendendo mogli, figli, schiavi, concubine, beni mobili e immobili.

Quindi le lingue della rivelazione di Dio non conoscono il termine famiglia nel senso usato dalla dottrina cattolica tradizionale e ribadito ieri dal Papa. Non è un po’ strano? La stranezza aumenta se si apre la Bibbia. È vero che in essa si legge che «l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne» (Genesi 2,24), ma se si analizzano le esistenze concrete degli uomini scelti da Dio quali veicoli della sua rivelazione si vede uno scenario molto diverso con altre forme di famiglia: Abramo ebbe 3 mogli (Sara, Agar e Keturà), Giacobbe 2, Esaù 3, Davide 8, Salomone 700. A parte Salomone, che in effetti eccedette, non c’è una sola parola di biasimo della Bibbia a loro riguardo. Che dire? La parola di Dio è contro il disegno di Dio? Oppure si tratta di testi che vanno interpretati storicamente? Ma se vanno interpretati storicamente i testi biblici, come non affermare che va interpretato storicamente anche il modello di famiglia della dottrina ecclesiastica?

Ciò dovrebbe indurre, a mio avviso, a evitare affermazioni quali «stato oggettivo di errore». La vita quotidiana nella sua concretezza insegna che vi sono unioni ben poco tradizionali di esseri umani nelle quali l’armonia, il rispetto, l’amore sono visibili da tutti, e viceversa unioni con tanto di sacramento cattolico nelle quali la vita è un inferno. Siamo quindi davvero sicuri che la dottrina cattolica tradizionale sulla famiglia sia coerente con l’affermazione tanto cara a papa Francesco secondo cui «il nome di Dio è misericordia»? Io ovviamente mi posso sbagliare, ma mi sento di poter affermare che Dio non pensa la famiglia, meno che mai quella del Codice di diritto canonico. Pensa piuttosto la relazione armoniosa alla quale chiama tutti gli esseri umani, perché il senso dello stare al mondo è esattamente la relazione armoniosa, che si esplicita in diversi modi e che trova il suo compimento nell’amore. Ogni singolo è chiamato all’amore: questo è il senso della vita umana secondo il nucleo della rivelazione cristiana. Sicché nessuno deve poter essere escluso dalla possibilità di un amore pieno, totale, anche pubblicamente riconosciuto. Ed è precisamente per questo che ci si sposa: perché il proprio amore, da fatto semplicemente privato, acquisti una dimensione pubblica, politica, in quanto riconosciuto dalla polis. Questo amore è definibile come integrale, in quanto integra la dimensione soggettiva con la dimensione pubblica e oggettiva dell’esistenza umana.

La nascita di alcuni esseri umani con un’inestirpabile inclinazione sessuale verso persone del proprio sesso è un fatto, non piccolo peraltro: essi devono strutturalmente rimanere esclusi dalla possibilità dell’amore integrale? In realtà l’aspirazione all’amore integrale deve essere riconosciuto come diritto inalienabile di ogni essere umano acquisito alla nascita. L’amore integrale è un diritto nativo, primigenio, radicale, riguarda cioè la radice stessa dell’essere umano, e nessuno ne può essere privato. Spesso nel passato non pochi lo sono stati, e ancora oggi in molte parti del mondo non di rado continuano a esserlo. Oggi però il tempo è compiuto per sostenere nel modo più esplicito che tutti hanno il diritto di realizzarsi nell’amore integrale, eteroaffettivi e omoaffettivi senza distinzione. La maturità di una società si misura sulla possibilità data a ciascun cittadino di realizzare il diritto nativo all’amore integrale, ma io credo che anche la maturità della comunità cristiana si misuri sulla capacità di accoglienza di tutti i figli di Dio così come sono venuti al mondo, nessuno escluso.

Che cosa vuol dire che «il nome di Dio è misericordia» per chi nasce omosessuale? È abbastanza facile dire che Dio è misericordia quando ci si trova al cospetto di casi elaborati da secoli di esperienza. Più difficile quando ci si trova al cospetto della richiesta di riconoscimento della piena dignità da parte di chi per secoli ha dovuto reprimere la propria identità. Qui la misericordia la si può esercitare solo modificando la propria visione del mondo, ovvero infrangendo il tabù della dottrina. Ma è qui che si misura la verità evangelica, qui si vede se vale di più il sabato o l’uomo. Qui papa Francesco si gioca buona parte del valore profetico del suo pontificato.

 

 

 

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Occhi dei Magi

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“…e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi ..” .. ecco il progetto di sapienza di Dio: l’amore si fa carne .. siamo seme di Dio, della stessa specie di Dio .. perché “ogni seme genera secondo la sua specie” .. così l’infinito viene nei nostri confini di carne .. e li fa diventare un perimetro divino .. come il fuoco che si riduce alla scintilla .. e la Vita stessa di Dio è in noi .. questo è ‘il potere di diventare figli di Dio’ .. figli dell’Amore .. (fra Benito)

magi

Occhi dei Magi

(Matteo 2,1-12)
Epifania del Signore

Non lo capisci subito ma l’inquietudine che ti muovono dentro è inequivocabile. Ti guardano con quegli occhi innocenti e sicuri, occhi che hanno visto troppo mondo per farsi intimorire da un re. Hanno addosso il profumo delle notti passate ad osservare nuovi cieli e tentare nuove strade e ipotizzare nuove rotte, hanno addosso la timidezza dei saggi e la sicurezza di chi ha resistito ai pericoli del viaggio pur di dare seguito a un Sogno. Hanno viaggiato, e hanno accumulato vita in quel viaggio e questo basta a regalare alle loro parole una pienezza che fa paura. A te che ascolti e che non sai cosa vuol dire lasciare tutto senza sapere, a te che non sai cosa vuol dire credere ancora al futuro, a te che non sai cosa significhi mettere a repentaglio la vita o assaporare il terrore di infilare tutto il futuro in una sacca e di rischiare, in un colpo solo, di perdere tutto, a te, tutta questa vita inizia a far male. Sono lame quegli sguardi. Non lo capisci subito ma l’inquietudine che ti lasciano quegli occhi orientali non te la toglierai più di dosso, te la sognerai anche di notte. Gli occhi dei Magi. E non ti sentirai più al sicuro nel tuo Palazzo. Non lo capisci subito, lo capisci solo dopo, che quel mondo da cui ti sei difeso, che hai tenuto lontano, che hai dipinto come ostile ora ti è entrato dentro. Solo dopo capisci che la visita dei Magi è la vita che sfonda le pareti della Città Santa, è la vita che entra nella Scrittura, è la fede che diventa domanda totale, semplice e definitiva: “Dove è colui che è nato, il re dei Giudei?”. Solo dopo capisci che non puoi dire di aver fede se i tuoi occhi non diventano come quelli dei Magi.

“Dove è?”, chiedono. Erode ha paura perché è troppo intelligente, capisce che quella è l’unica domanda a cui non vuole dare risposta. Erode lo sa che le Scritture dicono il vero, e ne ha conferma dopo aver interrogato i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo. Sa benissimo tutto, solo spera fino alla fine che la Scrittura non diventi realtà. Erode è la persona che conosce la Scrittura, che ne comprende le pieghe più sottili ma che spera con tutto il cuore che la Scrittura rimanga altro dalla vita. Erode non è molto lontano dal nostro modo di credere. Sappiamo cosa dice la Bibbia, sappiamo che il Vangelo è parola vera ma speriamo sempre che la realtà non si lasci travolgere da tanta divina follia. L’evangelista, raccogliendo e ridisegnando racconti anticotestamentari, paragonerà Erode al Faraone, stessa strage di bambini innocenti, perché? Per il patetico tragico tentativo di preservare la vita dalla Scrittura, per cercare di impedire alla storia di lasciarsi fecondare dalla profezia.

I magi che ti guardano negli occhi e che dicono di una scelta, di un viaggio, di un cambiamento radicale fanno paura non per quello che dicono ma per quello che sono: loro sono vite travolte dalla profezia. Loro sono esempi concreti della Parola che si fa carne. Sono incarnazione di un sogno, sono la fede che smette di essere astratta, sono la vita che cambia orizzonte, sono la prova che la Scrittura non è solo vera ma può diventare reale. E il re, paradossalmente, non comprende il reale. E resiste. Ecco perché non si sposta, ecco perché non va di persona a controllare, è chiaro che l’evangelista sta raccontando altro rispetto a una storia di per sé non troppo credibile: se ti dicono dove è nato il tuo avversario politico perché non mandare ad uccidere direttamente lui invece di ammazzare tutti i primogeniti? No, non è racconto cronachistico questa è la narrazione di una verità più nascosta e non meno vera: è la storia di una tentazione, è il racconto di come si possa rendere vana la lettura del Vangelo che Matteo ha da poco iniziato. Se sei come Erode puoi anche leggere tutto il Vangelo, puoi farti aiutare dai capi dei sacerdoti e dagli scribi a decifrarlo ma se non accetti che la tua vita venga toccata e turbata e sconvolta dal vangelo a nulla vale la lettura. Messaggio chiaro, per gli aspiranti lettori di tutti i tempi.

Accanto a Erode ecco i sapienti. Anche su di loro lo stesso avvertimento: non basta comprendere le Scritture, non basta interpretarle, occorre tirarne le conseguenze. Occorre lasciarsi cambiare profondamente, iniziare cammini nuovi, cedere alla tentazione di convertire il cuore. Più leggo queste prime pagine evangeliche più mi sembrano le istruzioni d’uso per non sprecare la lettura del Vangelo, più che una cronaca sono una specie di preparazione all’incontro.

Intanto i magi ci guardano, loro che non hanno nemmeno capito tutto della Scrittura, loro che non hanno catechismi e iniziazioni alla fede, loro che non hanno tradizioni da difendere eccoli disarmanti e ingombranti a chiedere conto di una stella. Perché è una stella che li ha portati lì. Poi, certo, serve la Scrittura e infatti la stella si spegne fino a quando la Scrittura non illumina il cammino però. Però fino a Gerusalemme sono arrivati seguendo una stella. E non è sicuramente un colpo di teatro, non è il cedimento dell’evangelista a un commovente particolare cosmico è solo che non poteva che essere così. Perché la fede parla nella vita e se questi erano osservatori del cielo ecco che la fede li interpella nel loro mestiere, nella loro maniera di essere uomini. Con i pescatori Gesù si affiderà alla grammatica di reti gonfiate da una pesca miracolosa, con degli astronomi: stelle.

E fanno paura perché sono navi che hanno trovato il coraggio di salpare, sono vite in grado di rimettersi in discussione. Matteo regalandoci questa pagina mostra le condizioni necessarie per intraprendere il viaggio della verità: vita e Parola. Insieme. Solo Parola genera sapienti immobili, solo Stella genera uomini condannati al finito. Ma se apri la vita alla Scrittura e ti abbandoni a una danza nel deserto allora ecco gli occhi dei Magi.

Poi è cammino che si compie, i Magi riprendono il cammino e “la stella che avevano visto spuntare li precedeva”. Mi piace davvero molto questo passaggio. Dopo aver incrociato le Scritture ecco che i Magi comprendono in altro modo la vita che hanno vissuto fino a quel momento. La stella che avevano visto spuntare cioè tutta quella vita vissuta con passione adesso è riletta come qualcosa che ha “preceduto”, come se avessero intuito, adesso che hanno letto la Scrittura, il Senso del loro vivere. Succede. Il confronto con la Scrittura non toglie il rischio e la paura di sbagliare, non dice in anticipo cosa fare o cosa scegliere ma esplicita il Senso di una vita vissuta in pienezza. E il Senso è incontrare Dio dentro la storia. Ma questo avviene solo a prezzo di un Esodo personale, di uno smarrimento e di un ritrovamento continui.

La solennità dell’Epifania possa farci sentire addosso gli occhi dei Magi, occhi di chi comprende che il sapere ha bisogno di polvere, che la Parola ha bisogno di stelle, che la fede è possibile solo a un cuore in cammino.

(A.Dehò)

 

Edda CattaniOcchi dei Magi
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