Evangelizzazione e Analisi

Eternità

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Eternità

(Luca 20,27-38)
Per i nostri Cari che sono entrati nella Gerusalemme Celeste

(Alessandro Dehò) 

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Una bellissima storia di sterilità. Satira pungente quella dei sadducei: una moglie che accompagna alla morte sette mariti senza lasciare figli. Una donna che muore, alla fine, sterile. Storia geniale che diventa occasione per deridere l’idea di una vita futura ed eterna, quella che Gesù stava cercando di narrare: con quale marito risorgerà la moglie? Satira. Ma quando la satira è pungente svela la verità. E vanno ringraziati i sadducei che, inconsapevolmente, svelano la sterilità che abita ognuno di noi. La sterilità dei nostri tentativi di opporci alla morte imponendo discendenze: ma mettiamo al mondo sempre e solo vite a termine, storie che iniziano a morire nel momento stesso in cui emettono il primo vagito, l’eternità non passa dall’imposizione della discendenza, alla fine possiamo tramandare solo un nome, ma cosa è un nome se non l’involucro vuoto di una storia che non sopravvivrà nemmeno alla memoria?

L’eternità non passa dalla discendenza imposta nemmeno se nascessero figli, l’eternità passa invece da una sterilità custodita e ad accolta. La sterilità di chi vive la vita come Segno, come rimando a una pienezza che sarà. La sterilità di chi sente di non possederla fino in fondo la vita, di chi vive il tempo come un dono e accoglie ogni respiro con gratitudine. Sterilità di chi vive la precarietà del viandante, cammino lieve, soffio sapienziale. Essere un segno, dell’Infinito, ma sempre e solo un segno. Perché tutta la realtà non è altro che un Segno dell’Eterno. Quando amiamo e siamo amati sussurra in noi l’Eterno: la nascita di un bambino, un gesto di perdono, una lacrima, la ruga di un vecchio, l’ultimo respiro, ogni nostalgia, la bellezza della poesia: tutto l’Amore è Segno dell’Eternità. Quando i nostri gesti non narrano l’Eterno Amore siamo già morti, qui, adesso, è già inferno.

Gesù ci chiede di liberarci dall’ossessione di imporci sulla vita, dalla pretesa di lasciare il segno del nostro passaggio per imparare a diventare noi segno dell’Amore, segno dell’Eterno che chiede di raccontarsi in noi, segno del Suo Passaggio: Pasqua. Vivere precari e leggeri facendo esperienza dell’Amore che qui e ora parla già la grammatica dell’Eterno, la resurrezione si impara amando. Entrare nella logica del segno, fragile eppure così luminoso, ci permette di non pretendere più nulla, passare dalla pretesa, che è atteggiamento violento di chi prende (“prendono moglie e prendono marito”), alla logica dell’accoglienza (“…degni della vita futura e della resurrezione non prendono né moglie né marito”). Accoglienza delle mie e altrui debolezze, siamo solo segno dell’amore non siamo l’Amore. Ma anche accoglienza senza pretesa della realtà: la mia famiglia, la mia comunità, la mia chiesa… non può essere perfetta. Chiedere alla storia di essere segno di Altro, che non si appiattisca sul presente, che mi regali, anche solo per brevi spazi, il Suo volto, il resto è imperfezione da accogliere con misericordia.

Vivere precari e leggeri, sapendo che siamo solo segni imperfetti dell’Amore, ci permette anche di riconciliarci con i nostri padri. Con chi ci ha consegnato al mondo. Non sono stati perfetti, non potevano, fortunatamente. La storia dei sadducei ci aiuta a deporre la pretesa di essere accuditi, custoditi, accompagnati. Deporre la pretesa. Se accade, quando accade, è grato stupore. Mi pare sia la mancanza di prospettiva eterna a renderci così spietati con la storia passata. Uno dei momenti che preferisco quando celebriamo i battesimi in comunità è quando i padri salgono all’altare ad accendere la candela battesimale al cero pasquale. Sono impacciati e intimoriti, a volte non riescono ad accendere la candela, spesso si spegne appena dopo. Sono belli nella loro fragilità questi giovani padri, belli quando rallentano per non far spegnere una luce che non possiedono, belli quando proteggono quella fiamma con delicatezza non abituale. Solo quando sapremo guardare con tenerezza i nostri padri diventeremo a nostra volta goffi e bellissimi segni dell’unico Padre.

Bella la storia dei sadducei ma anche terribilmente triste perché non è altro che la narrazione di una diabolica ripetitività di gesti sempre uguali: prendono moglie e non hanno figli, per sette volte, pienezza dell’assenza. Poi arriva la morte, ed è una fortuna, un respiro di sollievo. Finisce questa farsa. Terribile la storia dei sadducei proprio per questa sua ripetitività ossessiva. Ecco perché Gesù inserisce un elemento di novità: “non possono più morire perché sono uguali agli angeli”. E a me vengono in mente i biblici angeli che hanno incontrato Abramo all’ingresso della tenda, niente ali ma piedi impolverati e occhi profondi da tuareg, occhi che hanno visto Dio. Gesù inserisce, per comprendere la bellezza di questa vita, l’elemento della “trasformazione”, diventeremo come angeli, tuareg con negli occhi la luce di Dio.

“Non possono più morire” perché la morte è già avvenuta, avviene sempre, il seme per dare frutto ha accettato di trasformarsi. La vita che viviamo, proprio perché segno, vive nell’attesa di fiorire a vita eterna. La vita è un lungo e lento cammino di trasformazione: “ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore, e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco […]. Si semina corruttibile e risorge incorruttibile” (1 Cor). Vivere sotto il segno della trasformazione è elemento fondamentale per capire il meccanismo segreto della vita. Siamo in trasformazione, siamo seme che forza le pareti in attesa di mettere radici, cambiamo continuamente e questo cambiamento è elemento necessario per non morire. Il seme è pura speranza, non sa bene come diventerà, come sarà, è solo un elemento di promessa che si affida al tempo. Ma il seme sa bene che se non cambia rimane definitivamente vuoto. Il seme ha solo un compito: continuare a trasformarsi, non impedire il processo di cambiamento. Cambiare significa far morire la parte vecchia per restare fedeli alla promessa. È uno sporgersi con fede sul futuro, fa paura, perché ci si abitua a ciò che si è. Riesce a cambiare solo chi è attratto da una forte Speranza.

Eternità è questa forza che ci chiama a cambiare trovando di giorno in giorno le forme più idonee per essere fedeli all’amore. L’amore di due fidanzati è chiamato a trasformarsi per reggere gli urti della vita, ma che bello se quell’amore muore e risorge continuamente e prende casa negli occhi e nelle rughe della vecchiaia. Ma anche, che segno potente trovare ancora amore negli occhi di chi ha vissuto delusioni o legami andati in frantumi: la persistenza dell’amore che si trasforma in dialogo con gli eventi della vita.

Accogliere il bisogno della trasformazione ci permette di sentire chi siamo noi veramente, non figli dell’eterna ripetizione sempre uguale ma uomini in costante processo di morte e resurrezione, trasformazione che ci porta a risorgere continuamente qui, di segno in segno, fino a quando metteremo gli occhi negli occhi di Dio. Di quel Dio a cui apparteniamo. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Il Dio è il Dio di ognuno di noi. Passare dall’imposizione del nostro desiderio di onnipotenza all’umile e grata scoperta di appartenere al Dio della vita che ci chiama continuamente dall’Eternità.

Edda CattaniEternità
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SS.ma Trinità

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Domenica della SS.ma Trinità

Ermes Maria Ronchi

 trinita

I termini che Gesù sceglie per raccontare la Trinità, sono nomi di famiglia, di affetto: Padre e Figlio, nomi che abbracciano, che si abbracciano. Spirito è nome che dice respiro: ogni vita riprende a respirare quando si sa accolta, presa in carico, abbracciata. In principio a tutto è posta una relazione; in principio, il legame. E se noi siamo fatti ‘a sua immagine e somiglianza’, allora il racconto di Dio è al tempo stesso racconto dell’uomo, e il dogma non rimane fredda dottrina, ma mi porta tutta una sapienza del vivere. Cuore di Dio e dell’uomo è la relazione: ecco perché la solitudine mi pesa e mi fa paura, perché è contro la mia natura. Ecco perché quando amo o trovo amicizia sto così bene, perché allora sono di nuovo a immagine della Trinità. Nella Trinità è posto lo specchio del nostro cuore profondo, e del senso ultimo dell’universo. Nel principio e nella fine, origine e vertice dell’umano e del divino, è il legame di comunione. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio…” In queste parole Giovanni racchiude il perché ultimo dell’incarnazione, della croce, della salvezza: ci assicura che Dio in eterno altro non fa che considerare ogni uomo e ogni donna più importanti di se stesso. Dio ha tanto amato… E noi, creati a sua somigliante immagine, “abbiamo bisogno di molto amore per vivere bene” (J. Maritain).
Da dare il suo Figlio: nel vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare (non c‘è amore più grande che dare la propria vita…). Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi o a intenerirsi, ma a dare, un verbo di mani e di gesti. “Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato”. Salvato dall’unico grande peccato: il disamore. Gesù è il guaritore del disamore (V. Fasser). Quello che spiega tutta la storia di Gesù, quello che giustifica la croce e la pasqua non è il peccato dell’uomo, ma l’amore per l’uomo; non qualcosa da togliere alla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere: perché chiunque crede abbia più vita. Dio ha tanto amato il mondo… E non soltanto gli uomini, ma il mondo intero, terra e messi, piante e animali. E se lui lo ha amato, anch’io voglio amarlo, custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio come frammento della sua Parola. Il mondo è il grande giardino di Dio e noi siamo i suoi piccoli “giardinieri planetari”. Davanti alla Trinità, io mi sento piccolo ma abbracciato, come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome amore.

Commento al Vangelo di domenica 11 giugno 2017

 

 

 

Edda CattaniSS.ma Trinità
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Scavare il Cielo

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Scavare il Cielo

ascensione

Ascensione (Luca 24,46-53)“Il Cristo patirà e risorgerà il terzo giorno”. È vero, Signore, siamo figli del Terzo Giorno, figli di una promessa di Resurrezione, eppure facciamo davvero fatica a sentire vere le tue parole in queste nostre vite affaticate. Persi nel lungo cammino del primo giorno, dentro quel venerdì di dolore e di passione che sembra non finire mai, tempo di sogniarrestati, di tradite speranze, di vita che sbrana pezzi di carne da una colonna che continuiamo ad abbracciare per sfinimento. A volte invece ci sentiamo figli del secondo giorno, quel sabato di silenzio solo apparentemente meno violento: quello delle cose che non cambiano, quello del vuoto di futuro, camminiamo in un mondo che non volevamo così, tutto è fermo, niente cambia, noi, soprammobili lussuosi di uno sfondo nauseante. “Il Cristo patirà”, sì, lo sai bene, anche a noi è data la nostra parte di patimento. Nel cuore della Storia, cruda e spesso atroce, parlare di gioia diventa quasi fuori luogo. E mentre infastidisce certa retorica cattolica a buon mercato, rimaniamo ancora in ricerca di parole buone per osare dire quella speranza che in cuore nostro cerchiamo per arrivare al terzo giorno.

Non resta che cercare tra il pudore delle parole evangeliche, pagina figlia del bisogno di sopravvivere nel cuore dei due giorni, parole disegnate per camminare, magari lentamente, ma per camminare incontro al giorno terzo. Cerchiamo nella grammatica biblica qualche appiglio possibile e forse lo troviamo in quella promessa che lasci scivolare tra le pareti del nostro cuore. Poi ci porterai a Betania, luogo del cuore, dell’intimità, dell’amore, ma prima ci chiedi di restare per lasciarci “rivestire di potenza dall’alto”, queste le tue parole. Se ci avessi portato subito a Betania il nostro cuore sarebbe andato in frantumi, non avremmo retto, avevamo bisogno di stare ancora in Gerusalemme, luogo di passione. È la pedagogia dei due giorni, tempo di sepolcro vuoto, scavato nella roccia. Con le lacrime agli occhi Signore ci pare di capire che noi possiamo essere riempiti di Te solo se sappiamo lasciarci scavare, come roccia, sepolcro nuovo nella nostra intimità. Il dolore del primo giorno, le carni strappate a violenza, l’umiliazione e il tradimento; il feroce silenzio del secondo giorno, quel niente che succede ad altro niente, sono passaggi che creano vuoto dentro di noi. Il nostro cuore deve essere svuotato a sepolcro. È la vita stessa che scava. Ed è un vuoto che deve essere mantenuto tale. Intravedo un barlume di buona notizia, un timido raggio di luce. Noi siamo figli dei giorni del divino svuotamento e la nostra storia non è altro che riconoscerci come un Vuoto aperto all’Infinito. Per diventare preghiera, per implorare questo terzo giorno che sembra non venire mai. Chiamati a vivere con questo vuoto nel cuore, questo Niente in attesa di una carezza, di una benedizione. E mi pare di cominciare a comprendere, e forse vorrei non fosse così. Testimone credibile è colui che cammina nel mondo con quel vuoto brutale inchiodato nel cuore, è consegnare al fratello un cuore scavato di bisogno d’amore, dolore e nostalgia. Un cuore ferito, ricucito, rattoppato, sempre affamato, delicato come un pulcino appena nato… solo così noi possiamo tentare di essere testimoni credibili di conversione e di perdono: “saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono”. Perché è solo il vuoto che ci portiamo dentro, questa eterna nostalgia da marinai dell’Infinito, questa paurosa inquietudine, questa dilaniante fame di vita a parlare, in modo credibile, di Te. Senza il Vuoto il Terzo giorno sarebbe solo facile retorica.

Occorre sostare nei due giorni che precedono il Terzo. Occorre non voler affrettare il finale. Un Vangelo che mette in guardia contro i cuori troppo pieni di buone intenzioni, di tante consolazioni, di eccessive sicurezze, persino troppo pieni di una idea di Dio che diventa giudicante. Solo un cuore affamato può provare ad accogliere la promessa di Gesù, quella “potenza dall’alto” che risulta, come ogni riga del Vangelo, paradossale. Paradossalmente potente è Betania, la casa dell’intimità e della tenerezza, potente è l’amicizia, quella che piange la morte di un amico; potente è la cura delle piccole cose: una casa accogliente, il pane spezzato, le parole scambiate alla luce di un fuoco; potente è l’amore, di chi siede ai tuoi piedi e vive di Te. Potente, paradossalmente potente, è Betania, la casa degli affetti, casa di cuori innamorati. E non c’è niente di più affamato di un cuore innamorato, la potenza paradossale del Vangelo è imparare questa fame: vuoti a implorare una pienezza che solo un giorno sarà, nel Terzo tempo di questa storia che chiamiamo vita.
Solo un cuore affamato può accogliere la paradossale potenza dall’alto, che è una benedizione infinita sulla storia. Alla fine di tutto rimangono due mani ad accarezzare ogni spigolo di mondo. Gesù, benedicendo, tocca, dall’alto, ogni aspetto della vita, come a dire che ogni cosa rimanda a Lui. Ogni cosa canta o soffre o lamenta una fame d’Amore radicale. Da quel giorno il mondo implora amore dall’Alto. Non resta che liberarci dalla tentazione di una resurrezione a buon mercato, siamo popolo da traversata, barca in mezzo al mare, gente di primo e secondo giorno, cuori scavati dalla vita, come sepolcri in attesa di essere Oltre-passati dal Sacro Vuoto che lascia nostalgia d’Amore.

Signore, come ai discepoli della prima ora concedi anche a noi di lasciarci “condurre fuori”, primo movimento necessario del cuore affamato. Docilità di chi non basta a se stesso. Conduci fuori da noi stessi il nostro baricentro Signore, scavaci dentro il vuoto che parla del fratello, solo un cuore svuotato dal nostro egoismo può riscoprire l’inquietudine della fame. E sarà elogio del cammino.
“Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo”. C’è un Vuoto grande sopra le nostre teste, un respiro infinito, e noi viviamo respirando da quel Grande Spazio. Dacci il coraggio di lasciare entrare Infinito dalle nostre pupille affaticate. Elogio del Cielo.
“Ed essi si prostrarono davanti a lui”, un grande definitivo inchino, elogio della terra, a baciare il visibile. A baciare questo amore che chiede carne per potersi raccontare. Ad evitare di fuggire il mondo, ad abitarlo e ad amarlo con tutte le sue tensioni.
Elogio del presente: “poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia”. Elogio sofferto di una vita che sarà scavo, scavo doloroso, che sarà ripetersi di primo e secondo giorno. La gioia è saper intravedere benedizione dentro le lacrime. Vorrei avere il coraggio di chiederti anche questo dono.

 

Edda CattaniScavare il Cielo
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Donna del “terzo giorno”

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Santa Maria, donna del terzo giorno!

 

Ho trovato questa preghiera e la reputo la più adeguata per me, Vergine Santa. Sono anch’io una “donna del terzo giorno” … non come te, ma come una creatura che arriva sempre “in terza giornata”, come tante altre, con continui altalenare fra le mie gioie e le mie tristezze … con il mio camminare e incespicare, lamentarmi e sorridere … fra serenità e pianti … nello scandire delle mie difficili giornate.

 

Sono anch’io una donna del “dolore” perché tutti li ho provati, uniti a quelli della mia inadeguatezza, delle delusioni, dell’andare avanti con dignità stringendo le altrui mani per non sentire la callosità delle mie.

 

Sono una creatura con tutte le sofferenze fisiche, le notti insonni … Una donna che ha dispensato carezze non comprese, spesso sprecate … Lo sono con i miei affetti distrutti e con i tanti silenzi, colmi di amarezza …

 

Ma tu, donna nell’anima, anche se priva della colpa originale … comprenderai la mia inquietudine e mi aiuterai a superare anche questa parentesi in cui, ancora una volta, ho battuto la testa e fatico a rialzarmi …

 

 

 

Preghiera

(di Don Tonino Bello)

 

 

Santa Maria, donna del terzo giorno, destaci dal sonno della roccia. E l’annuncio che è Pasqua pure per noi, vieni a portarcelo tu, nel cuore della notte.

 

Non aspettare i chiarori dell’alba. Non attendere che le donne vengano con gli unguenti. Vieni prima tu, coi riflessi del Risorto negli occhi e con i profumi della tua testimonianza diretta.

 

Quando le altre Marie arriveranno nel giardino, con i piedi umidi di rugiada, ci trovino già desti e sappiano di essere state precedute da te, l’unica spettatrice del duello tra la vita e la morte. La nostra non è mancanza di fiducia nelle loro parole. Ma ci sentiamo così addosso i tentacoli della morte, che la loro testimonianza non ci basta. Esse hanno visto, sì, il trionfo del vincitore. Ma non hanno sperimentato la sconfitta dell’avversario. Solo tu ci puoi assicurare che la morte è stata uccisa davvero, perché l’hai vista esanime a terra.

 

Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. Che la fame, il razzismo, la droga sono il riporto di vecchie contabilità fallimentari. Che la noia, la solitudine, la malattia sono gli arretrati dovuti ad antiche gestioni. E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate come la brina dal sole della primavera.

 

Santa Maria, donna del terzo giorno, strappaci dal volto il sudario della disperazione e arrotola per sempre, in un angolo, le bende del nostro peccato.

 

A dispetto della mancanza di lavoro, di case, di pane, confortaci col vino nuovo della gioia e con gli azimi pasquali della solidarietà.

 

Donaci un po’ di pace. Impediscici di intingere il boccone traditore nel piatto delle erbe amare. Liberaci dal bacio della vigliaccheria. Preservaci dall’egoismo.

 

E regalaci la speranza che, quando verrà il momento della sfida decisiva, anche per noi come per Gesù, tu possa essere l’arbitra che, il terzo giorno, omologherà finalmente la nostra vittoria.

 

 

 

Edda CattaniDonna del “terzo giorno”
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La dimensione del cielo

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Una possibilità umana


LA DIMENSIONE DEL CIELO

aspettare

«Colui che va in fondo al proprio cuore conosce la sua natura. Conoscendo la sua natura, conosce il Cielo»

(Meng-tzu, pensatore confuciano del IV secolo a.C.).

Nella frase di Meng-tzu c’è la particolare dimensione che l’uomo riesce ad attingere al di là di sè e insieme al dentro di sè. Lo spirito unisce l’io al Tu, l’io con l’Altro, questo è accedere al divino. Una immanenza che diventa trascendenza.

Dice Vito Mancuso: “Quando l’uomo opera il superamento della logica ordinaria che lo lega alla struttura nella direzione di un incremento di ordine e di armonia (fenomeni di cui il linguaggio parla in termini di gratuità, disinteresse personale, solidarietà, carità) ci si trova in presenza di un fenomeno sovra-naturale, la cui logica, non contenuta in quanto tale nella struttura naturale, segnala un diverso livello dell’essere. E l’uomo, che si sa figlio della terra (la struttura), si scopre anche figlio di un’altra dimensione, per designare la quale non ha saputo fare di meglio che rimandare al ‘cielo’, come fanno le grandi tradizioni spirituali”.

Cielo, dimensione alta a cui noi ci riferiamo per indicare qualcosa di grande, l’infinito, il di più che ci abita e verso cui aneliamo. Ecco perché il divino è stato posto in cielo, luogo dell’incommensurabile ed eccelso. E noi nella tensione “verso”, usciamo fuori ed andiamo dove non c’è contaminazione del mondo che non ci soddisfa, dove c’è armonia e ordine, livello superiore che soddisfa e prende, dimensione dello spirito, l’unica umana che riesce a sollevarsi pur anco di poco.

(da FB MdM)

 

 

Edda CattaniLa dimensione del cielo
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La Pasqua del teologo

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Alberto Maggi sul numero di Pasqua de “La Repubblica”.

Un’interessante intervista di Antonio Gnoli.

 

<<Cosa ti dà la certezza di essere sulla strada giusta?>>, chiede il giornalista.

<<Avere ricevuto qualcosa dai cuori delle persone, dai tanti che mi scrivono e con cui parlo; e avere reso questo convento un microcosmo bello: luogo di preghiera, certo. E di accoglienza degli emarginati. Ma anche centro di studi biblici aperto a tutti: atei e agnostici, cattolici e credenti di altre regioni>>, risponde un ispirato Alberto Maggi, all’intervista ritratto che gli dedica il giornalista Antonio Gnoli. Questo è uno dei primi passi di un pa lunga intervista a Padre Alberto Maggi.

L’articolo di due pagine con disegno di Riccardo Mannelli, è pubblicato oggi su “La Repubblica”, con un impaginazione importante e centrale nel prestigioso quotidiano.
Gnoli parla con Alberto Maggi della sua vita, della attività di scrittore e divulgatore che lo impegna assiduamente ma senza mai dimenticare l’amore per le persone.
Quando ho chiesto ad Alberto nei giorni fa, una sintesi dell’intervista, mi ha risposto con la sua umanità diretta e simpatica schiettezza: <<… È difficile dirlo, sono state ben quattro ore di intervista dall’infanzia a oggi: gli studi, la vita, la fidanzata, il rapporto con i vescovi… insomma si è parlato di tutto. Ne è venuto fuori un ritratto narrato con conversando…>>.

Alberto ha parole importanti anche per Montefano: <<In questo lembo di terra, è rinata tanta gente>>. Ma il suo primo impatto con il convento di Montefano non fu del tutto felice. <<Fui allontanato dalla Facoltà di Teologia dell’Università Gregoriana da un Padre Provinciale, dopo una sorta di processo canonico, e spedito in un posto remoto Montefano>>. <<Che luogo trovasti?>>, gli chiede il giornalista. <<Desolante. Ormai inattivo da tempo, trovai nel convento un vecchio frate. A Montefano non c’erano libri, non c’era nulla in convento. Riempivo il tempo dedicandomi all’oro e alle galline. Poi un giorno vennero dei giovani, trascorsero alcuni giorni con me. Vollero che gli leggessi e commentassi dei passi del Vangelo. Provai, mostrando tutta la mia inadeguatezza. Fu allora che chiesi il permesso continuare a studiare…>>. In questo episodio si può trovare quella sintesi dell’intervista che chiedevo ad Alberto, anche perché si toccano gli aspetti della sua quasi “eresia”. Nel suo ordine dei Servi di Maria, ci sono stati tanto gli inquisitori del Santo Uffizio, quanto chi dava lavoro al Santo Uffizio. La sua vita, la sua stessa presenza con gli altri, genera rinascita, a partire dall’aridità delle coscienze: basta avere la sua stessa voglia curiosa per la vita e la conoscenza, senza fermarsi alle comode apparenze. Da un luogo bucolico e pieno di orti, la presenza di Alberto Maggi ha trasformato il convento di Montefano in quello che è oggi diventato, con l’insostituibile presenza umana e teologica, oltre che di raffinata cultura di Padre Ricardo Perez Marquez. 

Un’intervista da leggere tutta, appena aperto il quotidiano.

 

Edda CattaniLa Pasqua del teologo
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Domenica delle Palme

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Una riflessione d’autore per la Domenica delle Palme

“Entrato a Gerusalemme, Gesù fa quel che non avrebbe dovuto fare e che gli costerà la vita: va a toccare gli interessi della casta sacerdotale al potere…”. Su ilLibraio.it, in vista della Domenica della Palme, l’intervento di frate Alberto Maggi, biblista controcorrente


TERREMOTO A GERUSALEMME

“Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu scossa” (Mt 21,10). Per indicare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, l’evangelista adopera un verbo greco (seiô) che si usava per i movimenti tellurici: la venuta del Cristo provoca un vero terremoto in tutta la città, non solo nelle istituzioni ma anche tra gli abitanti. Per i capi religiosi la divinità è da adorare, venerare, servire, nella dorata prigionia di un tempio, ben rinchiuso nel sarcofago di un sistema dottrinale perfetto. Ma quando questo Dio prova a manifestarsi, a rendersi visibile, le autorità vengono prese dal panico e unanimemente concordano sull’unica cosa da fare: eliminarlo. È in gioco la sopravvivenza della stessa istituzione religiosa. Eppure Gesù fu accolto da entusiastiche grida di giubilo al suo ingresso a Gerusalemme. È vero, ma solo perché la folla aveva sbagliato persona. Per il suo trionfale ingresso nella Città Santa, Gesù non ha scelto una cavalcatura regale come era la mula, adoperata dai re, o un destriero, ma un asinello, il normale mezzo di locomozione della gente comune. Ma agli occhi attenti delle autorità religiose non è sfuggita la portata profetica del gesto di Gesù, che con la sua scelta attualizzava la profezia di Zaccaria secondo la quale l’atteso Messia sarebbe giunto a Gerusalemme cavalcando un asinello, in segno di non bellicosità (“L’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti”, Zc 9,10). Ma la folla non capisce, attende un Messia potente, per questo stende i propri mantelli sulla strada, come segno di sottomissione al re, e grida “Osanna al figlio di Davide!” (Mt 21,9). Ecco chi attendono: il figlio di Davide, ovvero un Messia che assomigli al re che con la violenza riuscì a riunire le tribù d’Israele e inaugurare il suo grande e potente regno. Questo regno era costato un bagno di sangue, al punto che quando Davide volle costruire un Tempio al suo Signore, questi lo rifiutò con le parole: “Non costruirai il Tempio al mio nome, perché hai versato troppo sangue sulla terra davanti a me”, 1 Cr 22,8).

Gesù non è il figlio di Davide, non ha nulla in comune con lo spietato bandito del deserto che giunse al potere con una serie incredibile di omicidi, e che era sinistramente conosciuto come colui che “non lasciava in vita né uomo né donna” (1 Sam 27,9.11). Gesù è il figlio di Dio, la cui missione è salvare e non distruggere. Il Cristo non viene con la violenza, ma con l’amore, non sottomette, ma serve, non impone, ma offre, non uccide, ma dona la sua vita, non risuscita l’ormai defunto regno di Davide ma inaugura il regno di Dio.Entrato a Gerusalemme, Gesù fa quel che non avrebbe dovuto fare e che gli costerà la vita: va a toccare gli interessi della casta sacerdotale al potere, detronizza l’unica vera divinità adorata dai capi religiosi: il denaro. Infatti entrato nel Tempio, Gesù non si limita a cacciare i mercanti, purificando il luogo santo, ma scaccia via anche i compratori, impedendo di fatto il culto. Con il suo gesto Gesù colpisce al cuore il sistema economico del santuario, quello sul quale si poggiava il potere della casta sacerdotale. L’azione di Gesù gli sarà fatale. Toccando l’economia del Tempio non colpisce solo le tasche dei sacerdoti, ma anche quella degli abitanti di Gerusalemme che vivevano dei traffici religiosi, dei pellegrinaggi, del commercio tanto sacro quanto lucroso. E così, nell’arco di poche ore, quegli stessi che avevano accolto Gesù al grido di “Osanna”, grideranno tutto il loro furore: “Crocifiggilo!” (Mc 15,13). Attendevano il Messia figlio di Davide, non sanno che farsene di un Messia Figlio di Dio, a Dio preferiscono Mammona (Mt 6,24), e ancora una volta l’interesse si conferma come il vero dio di questo mondo, e la convenienza il movente di tutte le scelte, come Gesù aveva drammaticamente previsto: “Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!” (Mt 21,38).


L’AUTORE – Alberto Maggi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme. Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» (www.studibiblici.it) a Montefano (Macerata), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Ha pubblicato, tra gli altri: Roba da pretiNostra Signora degli ereticiCome leggere il Vangelo (e non perdere la fede)Parabole come pietreLa follia di Dio e Versetti pericolosi. È in libreria con Garzanti Chi non muore si rivede – Il mio viaggio di fede e allegria tra il dolore e la vita.

 



Edda CattaniDomenica delle Palme
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Io ” Samaritana” al pozzo

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Io ” Samaritana” al pozzo dell’acqua viva

 

Mi piace postare la foto del Padre che ci ha assistito nei nostri incontri, all’Antonianum a Padova, scattata al termine della riunione mentre celebrava come al solito la S.Messa per i nostri Cari…. sono tante luci che si dirigono verso l’altare… io direi Angeli di Luce! E’ comunque un segnale forte di presenza che essendo “luce” lascia spazio a questa interpretazione.

Vorrei inoltre far riflettere, sulle parole del bellissimo brano evangelico di questa III^ Domenica di Quaresima : la Samaritana al pozzo incontra Gesù.

E’ una donna samaritana la protagonista di questa pagina del Vangelo. A lei Gesù fa una delle promesse più importanti: le dice che chi berrà l’acqua che lui è venuto a portare, non avrà mai più sete. Se ci pensiamo bene, le svela il segreto della sua venuta, le spiega il motivo per cui il Padre l’ha mandato in mezzo a noi. Una cosa così grande, Gesù non può averla detta a una qualsiasi, deve aver scelto una persona davvero speciale!

Ma allora chi è? La Samaritana sei tu! La Samaritana sei tu con le mille cose che ti impegnano, con la tua fretta, con le tue corse, con il tuo darti da fare semplicemente perché devi.
La Samaritana sei tu con tutti quei dubbi, quella diffidenza, quel continuo domandarti “Ma ha davvero un senso credere oggi?” La Samaritana sei tu col tuo immenso bisogno d’amore!
Quell’uomo, lo straniero, ha scelto di rivelare a te il motivo della sua venuta. Quell’uomo, lo straniero, è disposto a regalare a te, ragazzo speciale, la sua acqua viva! E’ anche per te, anzi… è proprio per te, che Gesù se ne sta al bordo del pozzo sotto il sole cocente di mezzogiorno: ti sta ad aspettare! E tu, che fai?

La samaritana siamo tutte noi, con i nostri crucci, pensieri, manchevolezze… ma andiamo al pozzo per attingere acqua. Gesù si avvicina a questa donna e chiede da bere… a lei, una samaritana, una peccatrice… destandone la meraviglia perchè le dice:

«SE TU CONOSCESSI IL DONO DI DIO e CHI E’ COLUI che ti dice: DAMMI DA BERE!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato ACQUA VIVA».

 «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».

 

 L’ACQUA è infatti la VITA NUOVA in Lui e la VITA ETERNA per sempre: per questo la donna gli risponde entusiasta:

“DAMMI QUEST’ACQUA, perché io non abbia più sete…” e per questo LASCIA LA BROCCA: è strano, è venuta per prendere l’acqua e abbandona la brocca, forse significa qualcosa!? LA BROCCA simboleggia il vuoto della sua vita colmato da Gesù.

Gesù, conoscendo le ‘ferite’ profonde della Samaritana si rivela man mano a lei e la conduce dal VUOTO alla PIENEZZA, da una SETE che cercava ad un ACQUA VIVA che la disseta: le ha parlato con parole nuove che sono penetrate nel suo cuore assetato di affettività autentica, di quell’Amore di cui era vuota.

Per questo la brocca, simbolo della sete umana e di affetti che non l’avevano mai saziata, diventa ora inutile e la lascia lì.

Perchè ora, è ‘piena’ della Persona di Gesù e della Sua Parola.

Consegnamo a Gesù, oggi, anche noi la nostra ‘BROCCA VUOTA’

perchè la RIEMPIA di Lui, del Suo Infinito Amore.

 

 

 

Edda CattaniIo ” Samaritana” al pozzo
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I confini della misericordia

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I confini della misericordia

Ma davvero la famiglia della dottrina ecclesiastica corrisponde al disegno di Dio? 

Vito Mancuso su Repubblica del 23 gennaio 2016

 

Contrariamente a molte altre volte, il Papa non ha sorpreso nessuno con il discorso di ieri al Tribunale della Rota Romana, un testo del tutto secondo copione, il medesimo che non solo Benedetto XVI e Giovanni Paolo II ma anche tutti gli altri 263 Papi avrebbero potuto tenere. Francesco ha detto che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione», perché la famiglia tradizionale (cioè quella «fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo») appartiene «al sogno di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità». Vi è quindi un modello canonico di famiglia, rispetto al quale tutte le altre forme di unione affettiva e permanente sono livelli più o meno intensi di quanto il Papa ha definito «uno stato oggettivo di errore». È per questo che solo la famiglia della dottrina ecclesiastica merita il nome di famiglia, mentre a tutte le altre spetta il termine meno intenso di «unione».

Ma è proprio vero che la famiglia della dottrina ecclesiastica corrisponde al disegno di Dio? Oppure è anch’essa una determinata espressione sociale, nata in un certo momento della storia e quindi in un altro momento destinata a tramontare, come sta avvenendo proprio ai nostri giorni all’interno delle società occidentali? Penso che il referendum della cattolicissima Irlanda con cui è stata mutata la costituzione per permettere a persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio sia una lezione imprescindibile per il cattolicesimo, della quale però a Roma ancora si fatica a prendere atto. In realtà che la famiglia evolva e cambi lo mostra già il linguaggio. Il termine “famiglia” deriva dal latino familia e sembra quindi dotato di una stabilità più che millenaria, ma se si consulta il dizionario si vede che il termine latino, ben lungi dall’essere ristretto al modello di famiglia della dottrina cattolica, esprime una gamma di significati ben più ampia: «Complesso degli schiavi, servitù; truppa, masnada; compagnia di comici; l’intera casa che comprende membri liberi e schiavi; stirpe, schiatta, gente». Lo stesso vale per il greco del Nuovo Testamento, la lingua della rivelazione divina per il cristianesimo, che conosce un significato del tutto simile al latino in quanto usa al riguardo il termine oikia, che significa in primo luogo “casa” (da qui deriva anche il termine “parrocchia”, formato da oikia + la preposizione parà che significa “presso”). Anche nell’ebraico biblico casa e famiglia sono sinonimi, dire “casa di Davide” è lo stesso di “famiglia di Davide”: si rimanda cioè al casato, comprendendo mogli, figli, schiavi, concubine, beni mobili e immobili.

Quindi le lingue della rivelazione di Dio non conoscono il termine famiglia nel senso usato dalla dottrina cattolica tradizionale e ribadito ieri dal Papa. Non è un po’ strano? La stranezza aumenta se si apre la Bibbia. È vero che in essa si legge che «l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne» (Genesi 2,24), ma se si analizzano le esistenze concrete degli uomini scelti da Dio quali veicoli della sua rivelazione si vede uno scenario molto diverso con altre forme di famiglia: Abramo ebbe 3 mogli (Sara, Agar e Keturà), Giacobbe 2, Esaù 3, Davide 8, Salomone 700. A parte Salomone, che in effetti eccedette, non c’è una sola parola di biasimo della Bibbia a loro riguardo. Che dire? La parola di Dio è contro il disegno di Dio? Oppure si tratta di testi che vanno interpretati storicamente? Ma se vanno interpretati storicamente i testi biblici, come non affermare che va interpretato storicamente anche il modello di famiglia della dottrina ecclesiastica?

Ciò dovrebbe indurre, a mio avviso, a evitare affermazioni quali «stato oggettivo di errore». La vita quotidiana nella sua concretezza insegna che vi sono unioni ben poco tradizionali di esseri umani nelle quali l’armonia, il rispetto, l’amore sono visibili da tutti, e viceversa unioni con tanto di sacramento cattolico nelle quali la vita è un inferno. Siamo quindi davvero sicuri che la dottrina cattolica tradizionale sulla famiglia sia coerente con l’affermazione tanto cara a papa Francesco secondo cui «il nome di Dio è misericordia»? Io ovviamente mi posso sbagliare, ma mi sento di poter affermare che Dio non pensa la famiglia, meno che mai quella del Codice di diritto canonico. Pensa piuttosto la relazione armoniosa alla quale chiama tutti gli esseri umani, perché il senso dello stare al mondo è esattamente la relazione armoniosa, che si esplicita in diversi modi e che trova il suo compimento nell’amore. Ogni singolo è chiamato all’amore: questo è il senso della vita umana secondo il nucleo della rivelazione cristiana. Sicché nessuno deve poter essere escluso dalla possibilità di un amore pieno, totale, anche pubblicamente riconosciuto. Ed è precisamente per questo che ci si sposa: perché il proprio amore, da fatto semplicemente privato, acquisti una dimensione pubblica, politica, in quanto riconosciuto dalla polis. Questo amore è definibile come integrale, in quanto integra la dimensione soggettiva con la dimensione pubblica e oggettiva dell’esistenza umana.

La nascita di alcuni esseri umani con un’inestirpabile inclinazione sessuale verso persone del proprio sesso è un fatto, non piccolo peraltro: essi devono strutturalmente rimanere esclusi dalla possibilità dell’amore integrale? In realtà l’aspirazione all’amore integrale deve essere riconosciuto come diritto inalienabile di ogni essere umano acquisito alla nascita. L’amore integrale è un diritto nativo, primigenio, radicale, riguarda cioè la radice stessa dell’essere umano, e nessuno ne può essere privato. Spesso nel passato non pochi lo sono stati, e ancora oggi in molte parti del mondo non di rado continuano a esserlo. Oggi però il tempo è compiuto per sostenere nel modo più esplicito che tutti hanno il diritto di realizzarsi nell’amore integrale, eteroaffettivi e omoaffettivi senza distinzione. La maturità di una società si misura sulla possibilità data a ciascun cittadino di realizzare il diritto nativo all’amore integrale, ma io credo che anche la maturità della comunità cristiana si misuri sulla capacità di accoglienza di tutti i figli di Dio così come sono venuti al mondo, nessuno escluso.

Che cosa vuol dire che «il nome di Dio è misericordia» per chi nasce omosessuale? È abbastanza facile dire che Dio è misericordia quando ci si trova al cospetto di casi elaborati da secoli di esperienza. Più difficile quando ci si trova al cospetto della richiesta di riconoscimento della piena dignità da parte di chi per secoli ha dovuto reprimere la propria identità. Qui la misericordia la si può esercitare solo modificando la propria visione del mondo, ovvero infrangendo il tabù della dottrina. Ma è qui che si misura la verità evangelica, qui si vede se vale di più il sabato o l’uomo. Qui papa Francesco si gioca buona parte del valore profetico del suo pontificato.

 

 

 

Edda CattaniI confini della misericordia
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