Credere Non Credere

Ti do’ la freschezza

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Ti do’ la freschezza

 

Viene un momento nella vita in cui si abbandona ogni cosa e si cerca una sorgente di acqua pura.  Penso che basti sentirne il bisogno, noi siamo ciò che è il nostro cuore e non diversamente.(M. De Maio)

 

 

Ti dò la freschezza
dell’acqua che corre felice,
zampilla, si perde e poi
riprende il suo corso.
Vivi e dissetati alla mia
sorgente, mentre io mi disseto
anche della tua ombra.

 

“Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana?” I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”.

Gli disse la donna: “Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?.

Rispose Gesù: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”.

 

Estratto dal Vangelo di Giovanni 4, 6-14

Edda CattaniTi do’ la freschezza
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La chiesa del “grembiule”

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La chiesa del “grembiule”

 

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, la personalità, la testimonianza e gli innumerevoli scritti di Don Tonino, rimangono fonte inesauribile di ammirazione ed ispirazione. La freschezza del suo linguaggio, la vicinanza ai bisogni dell’uomo e soprattutto degli ultimi e la volontà di superare la monotonia dell’ovvio rappresentano un patrimonio di valori da trasmettere e soprattutto da incarnare nel nostro tempo.

 

Vediamo un tratto delle sue parole a commento del Vangelo domenicale:

 

“…Io amo parlare della chiesa del grembiule che è l’unico paramento sacro che ci viene ricordato nel Vangelo. ‘Gesù si alzò da tavola, depose le vesti si cinse un asciugatoio’, un grembiule l’unico dei paramenti sacri. Nelle nostre sacrestie non c’è e quando uno viene ordinato sacerdote gli regalano tante altre belle cose, però il grembiule nessuno glielo manda. E’ il grembiule che ci dobbiamo mettere come chiesa, dobbiamo cingerci veramente il grembiule. Sapete che significa ‘Si alzò da tavola?’ Significa che se noi non partiamo da qui, dall’altare, da una vita di preghiera è inutile che andiamo a chiacchierare di pace. Chi ci crede ? Non siamo credibili, se non siamo credenti. E credere significa abbandonarsi a Cristo, non significa soltanto accettare le Sue parole, le Sue verità. Quindi, anche noi, se vogliamo parlare di pace e di carità dobbiamo alzarci da tavola…”

 

Parole innovative, ancora oggi, che il Servo di Dio ci propone e l’indossare il “grembiule”  significa aprirsi al dialogo con i fratelli anche delle diverse confessioni religiose, facendo in modo che la parola del Signore non diventi una barriera di divisione o uno scudo difensivo bensì un mezzo di unione e di apertura all’altro.

 

Lo sentiamo perciò anche vicino al nuovo Papa che ha fatto sua questa prerogativa, scegliendo il nome Francesco come segno di un ritorno al Vangelo e simbolo di partecipazione e carità. D’altro canto, il proposito di una istituzione ecclesiastica povera, amante de poveri non è una scelta demagogica ma evangelica. Condivisa in principio da don Tonino, oggi la Chiesa deve anche essere serva perché non rappresenta l’assoluto ma deve essere subordinata all’assoluto, cioè a Dio, un Dio che “serve” in quanto si manifesta come “servitore” nostro (pensiamo alla lavanda dei piedi prima dell’ultima Cena).  Probabilmente l’ammirazione e la vicinanza fraterna all’attuale Vescovo di Roma scaturisce dal fatto che rappresenti appieno il volto visibile di quella che don Tonino ha definito Chiesa del “grembiule”.

 

 

In occasione delle celebrazioni si è anche pubblicata un’opera: “UNA Croce con le ali” che nasce dalla lettura e dall’analisi approfondita del ricco ed articolato patrimonio di scritti lasciato in eredità da don Tonino Bello e pubblicato in sei volumi con l’edizione diocesana “Luce e Vita”.

 

La sfida di tradurre in drammaturgia gli scritti di don Tonino ha comportato la selezione dei tanti testi e l’adattamento degli stessi alla messa in scena. Aderenza alle Sacre Scritture e fedeltà assoluta alle sue parole sono state le linee metodologiche seguite, unitamente alla ‘licenza’ di ricodificare alcuni scritti in una diversa tipologia testuale.

 

Attraverso la sinergica combinazione di ogni forma d’arte, dalla poesia al teatro-danza, dall’immagine alla grafica con effetti multimediali, dalla composizione musicale alle combinazioni vocali e sonore, i testi prendono vita in dieci quadri scenici incentrati su altrettante tematiche ‘Forti’ del suo appassionato apostolato.

L’incontro con gli “ultimi” e l’icona della “Chiesa del grembiule”; Maria e la centralità della Croce; l’impegno attivo ed infaticabile contro la guerra e contro ogni forma di violenza; la pace e la cultura non violenta; la “mistica arte” della politica; l’emergenza dello sbarco degli albanesi; la “marcia dei cinquecento” a Sarajevo: questi alcuni tra i temi trattati nell’opera.

 

Infine, affinché questa commemorazione non rimanga sterile esposizione ricordiamo la parte conclusiva di Don Tonino in “PER COLORO CHE NON TROVANO PACE”:

 

“…E ora, visto che mi sono messo ad assicurare preghiere un po’ per tutti, vorrei rivolgermi anche a voi che, pur non essendovi mai allontanati da Dio, non riuscite ugualmente a trovar riposo nella vostra vita.

Per sè parrebbe un controsenso. Perché Dio è la fontana della pace, e chi si lascia da lui possedere non può soffrire i morsi dell’inquietudine. Però sta di fatto che, o per difetto di affido alla sua volontà, o per eccesso di calcolo sulle proprie forze, o per uno squilibrio di rapporti tra debolezza e speranza, o chi sa per quale misterioso disegno, è tutt’altro che rara la coesistenza di Dio con l’insoddisfazione cronica dello spirito.

Mi rivolgo perciò a voi, icone sacre dell’irrequietezza, per dirvi che un piccolo segreto di pace ce l’avrei anch’io da confidarvelo.

 

A voi, per i quali il fardello più pesante che dovete trascinare siete voi stessi. A voi, che non sapete accettarvi e vi crogiolate nelle fantasie di un vivere diverso. A voi, che fareste pazzie per tornare indietro nel tempo e dare un’altra piega all’esistenza. A voi, che ripercorrete il passato per riesaminare mille volte gli snodi fatali delle scelte che oggi rifiutate. A voi, che avete il corpo qui, ma l’anima ce l’avete altrove. A voi, che avete imparato tutte le astuzie del «bluff» perché sapete che anche gli altri si sono accorti della vostra perenne scontentezza, ma non volete farla pesare su nessuno e la mascherate con un sorriso quando, invece, dentro vi sentite morire. A voi, che trovate sempre da brontolare su tutto, e non ve ne va mai a genio una, e non c’è bicchiere d’acqua limpida che non abbia il suo fondiglio di detriti.

 

A tutti voi voglio ripetere: non abbiate paura. La sorgente di quella pace, che state inseguendo da una vita, mormora freschissima dietro la siepe delle rimembranze presso cui vi siete seduti.

Non importa che, a berne, non siate voi. Per adesso, almeno.”

Ma se solo siete capaci di indicare agli altri la fontana, avrete dato alla vostra vita il contrassegno della riuscita più piena. Perché la vostra inquietudine interiore si trasfigurerà in «prezzo da pagare» per garantire la pace degli altri.

 

O, se volete, non sarà più sete di «cose altre», ma bisogno di quel «totalmente Altro» che, solo, può estinguere ogni ansia di felicità.

Vi auguro che stasera, prima di andare a dormire, abbiate la forza di ripetere con gioia le parole di Agostino, vostro caposcuola:

 

«O Signore, tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniLa chiesa del “grembiule”
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Lunedì dell’Angelo

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Lunedì dell’Angelo

 

Vieni, è Primavera, sugli alberi fioriscono le gemme, la linfa risale al cielo, torna a cantare l’usignolo “Il nostro diletto parla, alzati amata mia, bella mia vieni poiché l’inverno è passato, la pioggia è cessata, se ne è andata, ritornano i fiori sulla terra, Il tempo del Canto è venuto. Cantico dei cantici.

Il Lunedì dell’Angelo, detto anche Lunedì di Pasqua, Lunedì dell’Ottava di Pasqua o Pasquetta, è il giorno successivo alla Pasqua e prende il suo nome dal fatto che in questo giorno si ricorda l’incontro dell’Angelo con le donne giunte al Sepolcro.

Il Vangelo racconta che Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Salòme andarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli olii aromatici per imbalsamare il corpo di Gesù. Vi trovarono il grande masso che chiudeva l’accesso alla tomba spostato; le tre donne erano smarrite e preoccupate e cercavano di capire cosa fosse successo, quando apparve loro un angelo che disse: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto” (Mc 16,1-7). E aggiunse: “Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli”, ed esse si precipitarono a raccontare l’accaduto agli altri.

La tradizione ha spostato questi fatti dalla mattina di Pasqua al giorno successivo (lunedì), forse perché i Vangeli indicano “il giorno dopo la Pasqua”, anche se evidentemente quella a cui si allude è la Pasqua ebraica, che cadeva di sabato.

L’espressione “lunedì dell’Angelo” è tradizionale e non appartiene al calendario liturgico ufficiale della Chiesa cattolica, il quale lo indica come lunedì dell’Ottava di Pasqua. Non è giorno di precetto per i cattolici. 

Edda CattaniLunedì dell’Angelo
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E sia Pasqua per tutti

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E sia Pasqua per tutti

 

‘Buona Pasqua a tutti, a chi crede, a chi non crede, a chi crede di credere e a chi crede di non credere.’

Oggi siamo tutti presi dalla preoccupazione di vivere,
e in questa corsa con il tempo,
spesso dimentichiamo il piacere di esistere.
Romano Battaglia

 

 

RESURREZIONE E’ VIVERE
Resurrezione è lasciarsi raggiungere da ciò che si è vissuto, e ascoltarlo nuovamente e dare nuove interpretazioni. Resurrezione è ricominciare a vivere una vita che non si accontenta più di rimanere appiattita sul presente. È avere tempo e saggezza per lasciar parlare le radici. Vivere da risorti è sentire che noi siamo il frutto di una storia che chiede continuamente di ripensarsi. È imparare ad essere grati della vita, anche dei momenti più tragici, è sentire che le ombre, se riconosciute e amate, sono feritoie di luce: ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”… vivere da risorti è imparare a leggere il presente con la saggezza maturata da un cuore che sa ricordare. Resurrezione è il tempo reso eternamente presente. Alessandro Dehò

 

 

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Il Vangelo del teologo

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… ce ne sono di preti che predicano il Vangelo con competenza…

“Incomprensibile” vangelo

( intervista  ad Alberto Maggi di Silvia Pettiti)

 

“La violenza verbale adoperata da Gesù o dagli evangelisti nei confronti dei farisei non è per una polemica verso il mondo giudaico, ma è un monito sempre attuale perché all’interno della comunità cristiana non rinascano gli elementi tossici della religione: l’idea della supremazia, del merito, della gerarchia.”

Lo studio è affollato di libri, oggetti etnici, fotografie, icone. Sul tavolo di lavoro è aperto un libro pieno di sottolineature, a sinistra il testo in greco a destra quello in lingua italiana. Sono i vangeli, che padre Alberto Maggi frequenta quotidianamente per preparare il commento settimanale che trasmette attraverso internet per raggiungere i “fedeli” che lo seguono sparsi in tutta Italia e non solo. Sta lavorando anche alla traduzione del vangelo di Giovanni e, insieme a Ricardo Perez, il frate spagnolo che vive con lui a Montefano dal 1995, a quella del vangelo di Matteo, “lavori senza scadenza, per non obbligarci a lavorare nella fretta perdendo la calma e l’attenzione che sono necessarie.”

Tra le tante fotografie che arredano le librerie, una lo ritrae con don Carlo Molari, un’altra con Arturo Paoli, un’altra ancora con Vito Mancuso. Amici comuni. “Don Carlo l’ho conosciuto quand’ero studente al Marianum, tempi in cui le sue lezioni di teologia mi scandalizzavano… me lo ricorda sempre quando ci incontriamo!”.

La conoscenza con Arturo risale agli anni in cui cercava la strada religiosa più adatta a lui, “i piccoli fratelli mi attiravano molto, la  spiritualità radicale di Charles de Foucauld mi entusiasmava, ma io volevo dedicarmi allo studio della Scrittura mentre le fraternità esigevano l’impegno nel lavoro manuale”.

Gli anni di preparazione al sacerdozio avevano messo in crisi Alberto Maggi.

Io pensavo che a noi futuri preti, durante gli studi di teologia, venissero insegnati i vangeli, invece ricevemmo un’infarinatura generale senza una lettura sistematica e precisa dei testi. Poi si diventa preti e nell’Eucarestia si deve annunciare un vangelo che noi per primi non conosciamo.

Andai in crisi perché sentivo di avere strumenti insufficienti, dovevo convincere gli altri di qualcosa di cui non potevo essere convinto. La crisi grossa scoppiò di fronte al brano del capitolo 11 di Marco, un brano inquietante in cui Gesù esce in campagna, ha fame, si avvicina all’albero, cerca dei frutti ma non li trova e anziché pensare: che sbadato, non è la stagione dei fichi!, sembra maledica il povero fico che si secca fin dalle radici. È un episodio inquietante, e perfido l’evangelista aggiunge: ma non era la stagione dei fichi. Capii che c’era qualcosa di incomprensibile nei vangeli e incontrai uno straordinario biblista, Juan Mateos, che vide la mia passione per la Scrittura e mi accolse al suo seguito.”

Da 40 anni padre Alberto studia le Scritture, i vangeli in particolare. “che interpreta a servizio della giustizia e non del potere” come si legge nel risvolto di copertina di uno dei suoi ultimi libri Versetti pericolosi (Fazi 2012).

Il primo brano che Juan Mateos gli affidò fu il racconto del fico sterile.

Che cosa hai scoperto riguardo ad esso?

Gli evangelisti oltre ad essere dei grandi teologi, sono dei letterati che usano gli schemi letterari della loro epoca. Uno di questi era lo schema del trittico che si sviluppa in tre scene, una centrale e due secondarie, che si comprendono in relazione alla centrale. In questo episodio la scena centrale è la cacciata dal tempio non solo dei mercanti ma anche di quanti sono lì per comprare: Gesù mette fine al culto, che presenta un Dio insaziabile che continuamente chiede e pretende. Il Dio di Gesù al contrario offre, si dona. Questo è il senso dell’episodio centrale del trittico, anticipato dall’episodio del fico, albero che rappresentava la vita. Questo fico, che genera soltanto foglie cioè apparenza ma non frutti che nutrono, rappresenta l’istituzione religiosa. Gesù non maledice il fico ma dice: che nessuno ne mangi più. È un invito ad allontanarsi da un’istituzione religiosa che è soltanto apparenza ma che non nutre. L’espressione di Marco “non era la stagione dei frutti” si rifà all’annunzio di Gesù all’inizio della sua predicazione: “il tempo è compiuto”. Dio aveva infatti stabilito un’alleanza con il suo popolo, se voi osservate le mie leggi io mi prendo cura di voi. Ma questa alleanza era fallita non solo perché Israele non era un popolo migliore degli altri, ma in esso l’ingiustizia, l’oppressione, il dominio venivano perpetrati in nome di Dio.

Gli scribi, i farisei, i dottori della legge sono al centro della polemica che continuamente ribadisci.

Chiariamo subito una cosa importante per la comprensione e la lettura dei vangeli: la violenza verbale adoperata da Gesù o dagli evangelisti nei confronti dei farisei non è per una polemica verso il mondo giudaico, nei confronti del quale la comunità cristiana si fosse ormai radicalmente staccata, ma è un monito sempre attuale perché all’interno della comunità cristiana non rinascano gli elementi tossici della religione: l’idea della supremazia, del merito, della gerarchia.

Per portare un esempio, nella parabola del samaritano Gesù presenta i due opposti della religione: da un lato il samaritano, l’uomo eretico, scomunicato, lontano da Dio; dall’altro il sacerdote, la persona che la cultura dell’epoca considera la più vicina a Dio. Il sacerdote aveva compiuto il suo servizio settimanale di culto al tempio di Gerusalemme e stava scendendo verso Gerico. È in condizioni di purezza rituale perfetta. Perché non si avvicina al malcapitato e non se ne prende cura? Qual è per lui il comandamento più importante, l’amore e l’onore di Dio o l’amore del prossimo? Chiaro che l’amore verso Dio viene prima di quello per il prossimo. Gesù non è d’accordo,

Egli insegna e pratica che onorando l’uomo si è sicuri di onorare anche Dio mentre spesso per onorare Dio si fanno soffrire le persone. Quando si trova in conflitto tra il rispetto della legge divina e il bene dell’uomo Gesù sceglie sempre il secondo. Questo è un criterio importante che gli evangelisti ci trasmettono: il bene dell’uomo è l’unico valore sacro e assoluto, se a fianco o sopra si pone una verità, una dottrina, un comandamento, prima o poi, in nome di quella verità, dottrina, comandamento, inevitabilmente si causerà sofferenza all’uomo.

Se gli scribi e i farisei sono incompatibili con il messaggio di Gesù, coloro che si rivelano pronti ad accoglierlo sono invece gli emarginati: dai pastori ai pubblicani, alle prostitute…

Questa è la grande rivoluzione: mentre la religione divide tra puri e impuri, meritevoli e no, peccatori e no, Dio ha mostrato che nessuna persona può essere considerata impura. Nessuna persona, qualunque sia la sua condizione, può essere esclusa dall’amore di Dio. Questa è la buona notizia che gli emarginati, che erano disprezzati dalla religione e non si potevano avvicinare al tempio, hanno accolto. La novità portata da Gesù è che lui è diventato l’unico vero santuario da cui si irradia l’amore di Dio. Un santuario che va incontro alle persone che non potevano avvicinarsi al santuario di Gerusalemme, al quale si accedeva soltanto se si osservavano determinate condizioni di purificazione, per cui molte persone non potevano avvicinarsi. Gesù, che manifesta la divinità, non attende che le persone si rechino al tempio ma è lui che va incontro a queste persone, demolendo quello che la religione insegna.

Questo messaggio rivoluzionario non è stato capito neppure dalle persone più vicine a Gesù, né dai suoi familiari né dai discepoli che lo hanno seguito. Perché?

Gesù ha commesso un grande errore che lo ha reso incomprensibile e che ha pagato con la vita. Non è stato capito dai suoi familiari, come rivela l’episodio drammatico che soltanto Marco conserva, quello del tentativo di cattura da parte dei suoi familiari che pensavano fosse impazzito. Non è stato capito dai suoi discepoli, non è stato compreso dalla folla e tanto meno dall’istituzione religiosa.

Se si fosse presentato come un uomo che, grazie ai suoi meriti e alle sue capacità, ha raggiunto la pienezza divina, questo sarebbe stato accettato e comprensibile. A quell’epoca infatti tutti coloro che detenevano un potere si consideravano delle divinità. Gesù invece non si è presentato come l’uomo salito alla condizione divina; al contrario ha presentato un Dio che si abbassa per farsi uomo.

Questo è inaccettabile e incomprensibile. Gesù è Dio che si è fatto uomo non l’uomo che è salito a una condizione divina: il che significa che più si è umani più ci si avvicina alla divinità. In una società dove le persone, attraverso la spiritualità salivano verso Dio e si separavano dagli altri, Gesù ha presentato un Dio completamente diverso. Basti pensare l’episodio dello smarrimento di Gesù al tempio raccontato da Luca: Maria e Giuseppe sono convintissimi che Gesù segua le orme dei padri, mentre Gesù non fa questo, lui segue le orme del Padre e invita i suoi genitori a fare altrettanto.

Gesù presenta un Dio che si situa al di là della religione, e si incontra nell’umano. Questo lo ha reso inaccettabile e incomprensibile.

Per la cultura dell’epoca, le donne sono impure e lontane da Dio. I discepoli non le vogliono al seguito di Gesù, san Paolo afferma che debbono restare sottomesse e tacere in assemblea… eppure Gesù riconosce alla donna una dignità e una posizione completamente diversa.

Sentenzia il talmud: Dio non ha mai rivolto la parola a una donna. La donna è considerata in una condizione permanente di impurità, è l’essere più lontano dalla divinità. Dio ha parlato a ogni genere di maschi, dai re ai delinquenti, dai sacerdoti agli assassini, ma alla donna ha parlato una sola volta, e siccome Sara gli ha risposto con una innocente bugia Dio da quella volta non ha più parlato a nessuna donna. Questo fa comprendere la cultura dell’epoca, nell’ambiente di vita di Gesù le donne sono segregate in casa, è inconcepibile la loro presenza in un gruppo. Ci sono due episodi talmente scandalosi che per diversi secoli sono stati censurati. Uno è quello dell’adultera: per tre secoli nessuna comunità cristiana ha voluto che questo episodio fosse inserito nel canone, perché secondo la testimonianza di Agostino, la misericordia di Dio verso l’adultera poteva risultare come un lasciapassare all’adulterio. L’altro episodio ancora più scandaloso è quello della prostituta che entra nella casa di Simone il fariseo durante il banchetto con Gesù: questa donna si avvicina a lui, lo tocca, gli bacia i piedi, glieli bagna con le lacrime e poi li asciuga con i suoi capelli. Tutti gesti “ambigui”, gesti di seduzione che Gesù non respinge ma ai quali restituisce un valore di relazione diverso: gesti di amore che una donna peccatrice compie a differenza di Simone che lo ha invitato ma poi non lo ha accolto. Ciò che più scandalizza è che Gesù non le abbia detto: va e non peccare più, come aveva fatto in tante altre occasioni. Non era concepibile che Gesù non avesse obbligato la prostituta cambiare vita.

D’altra parte a quei tempi per una donna sola le alternative erano poche: la prostituzione o l’emarginazione. Cosa avrà fatto questa donna dopo l’incontro con Gesù? È probabile che sia stata accolta nel gruppo dei discepoli, senza troppo calore da parte loro ma soprattutto alimentando ancora più chiacchiere nei confronti di questo gruppo che si presentava con personaggi incompatibili secondo i canoni dell’epoca.

 


Edda CattaniIl Vangelo del teologo
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Il giorno del silenzio

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Il giorno del silenzio

 

Per antica tradizione, in questo giorno la Chiesa non celebra il sacrificio eucaristico. Sabato Santo è il giorno nel quale la Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua passione e morte. Gesù discende agli inferi, per risalirne vittorioso insieme ai nostri progenitori e a tutti i giusti dell’Antico Testamento.

Incastonato tra il dolore della Croce e la gioia della Pasqua, questo giorno si colloca al centro della nostra fede. È un giorno denso di sofferenza, di attesa e di speranza; segnato da un profondo silenzio.

I discepoli hanno ancora nel cuore le immagini dolorose della morte di Gesù. In quel giorno sperimentano il silenzio di Dio, la pesantezza della sua apparente sconfitta, la disperazione dovuta all’assenza del Maestro. A ciò si aggiunge la vergogna d’essere fuggiti e d’aver rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente e al futuro, mancando ancora quei segni che incominceranno a scuoterli a partire dal mattino della Domenica con il racconto del sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto.

Ma questo giorno è anche il Sabato di Maria. Ella lo vive nelle lacrime unite alla forza della fede. Veglia nell’attesa fiduciosa e paziente; sa che le promesse di Dio si avverano per la potenza divina che risuscita i morti. Così Maria, con la sua forza d’animo, sorregge la fragile speranza dei discepoli amareggiati e delusi.

Con il suo esempio, dunque, Maria aiuta anche noi ad essere sempre, pur nelle difficoltà che possiamo incontrare, fiduciosi nel Signore e testimoni della speranza che non muore.

PER IL SABATO SANTO 1953

(di Gherardo del Colle) a Nando Fabro

Il gallo s’è sgolato per millenni.
E Cefa ha pianto. E dondolò dall’albero
lo scheletro dei Giuda. Balza fuori,
rovescia sopra il tetro nostro suolo,
o Signore, la pietra che Ti chiude.
Te Risorto presentono nei solchi
turgide gemme e pallidi frumenti.
Ripercorrono ansiosi i Due di Emmaus
l’antica strada. E là Maria di Magdala
nell’orto attende che Tu la sorprenda.
Hora est jam: il tedio e il lamento
vano, che noi tardi di cuore a credere
a guardia riponemmo del Sepolcro,
un Tuo urlo disperda, o Tu più forte
d’ogni morte, Gesù: de somno surge.
E gli Angioli, alleluja, e le campane
Annuncino alleluia, che Tu ritorni.
Per domani, Signore? Oh, da domani
s’inizino, coll’alba, i giorni nuovi,
alleluia, viso Domino. Alleluia!

Edda CattaniIl giorno del silenzio
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O Croce di Cristo!

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O Croce di Cristo!

 

 

Papa Francesco, preghiera-invettiva alla via crucis 2016. Contro preti pedofili, terroristi, corrotti, indifferenti…

 

Una dura denuncia in “O Croce di Cristo!”, l’orazione scritta da Bergoglio per il Venerdì Santo al Colosseo. Rivolta a “ministri infedeli che spogliano gli innocenti della propria dignità”. Alle “coscienze insensibili e narcotizzate” di fronte al “cimitero del Mediterraneo”. A chi si vende “nel misero mercato dell’immoralità”. E al “silenzio vigliacco” sul massacro dei cristiani “Vediamo la croce di Cristo nei preti pedofili, nel cimitero insaziabile del Mar Mediterraneo, nei profughi, nei terroristi e nei corrotti”.

È la forte denuncia che Papa Francesco ha rivolto in “O Croce di Cristo!”, una lunga e struggente preghiera scritta e letta al termine della via crucis del Giubileo che si è svolta come ogni venerdì santo al Colosseo (leggi il testo integrale della preghiera). Dopo aver ascoltato in silenzio sul Colle Palatino le meditazioni delle 14 stazioni, scritte quest’anno dal cardinale di Perugia Gualtiero Bassetti, Bergoglio ha condannato con forza i mali che attualmente affliggono l’umanità. Ed è partito dalla pedofilia del clero proprio come aveva fatto l’allora cardinale Joseph Ratzinger nel venerdì santo del 2005, poche settimane prima di essere eletto vescovo di Roma, con Wojtyla che lentamente andava spegnendosi.

 “Quanta sporcizia – aveva affermato in quella occasione il futuro Papa tedesco – c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui”. “O Croce di Cristo, – ha affermato dopo 11 anni Bergoglio – ancora oggi ti vediamo nei ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità”. Francesco ha puntato il dito contro “l’odio che spadroneggia e acceca i cuori e le menti di coloro che preferiscono le tenebre alla luce”. Con una nuova forte denuncia dei tanti migranti morti in mare nei loro viaggi della speranza nel Mediterraneo e nell’Egeo “divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata”. Una nuova condanna della “globalizzazione dell’indifferenza” che Francesco aveva fatto a Lampedusa, primo viaggio del suo pontificato. 

Per Bergoglio oggi la croce di Cristo rivive “nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco”, “nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilato con le mani lavate”. Denuncia che Francesco ha fatto anche aprendo la settimana santa del Giubileo straordinario della misericordia. Dopo gli attentati di Bruxelles, dietro i quali per il Papa ci sono i “fabbricatori e i trafficanti di armi”, Bergoglio ha sottolineato che vediamo la croce di Cristo “nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze”.

Ma le parole di Francesco si sono rivolte anche contro i “potenti e i venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli”; per i “traditori che per trenta denari consegnano alla morte chiunque”; per i “ladroni e i corrotti che invece di salvaguardare il bene comune e l’etica si vendono nel misero mercato dell’immoralità” e per i “distruttori della nostra ‘casa comune’ che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni”. Il Papa ha lodato anche tanto bene presente nei “ministri fedeli” della Chiesa, “nelle famiglie che vivono con fedeltà e fecondità la loro vocazione matrimoniale” e ha invitato a non abbandonare “gli anziani, i disabili, i bambini denutriti e scartati dalla nostra egoista e ipocrita società”.

Durante le meditazioni della via crucis, mentre la croce veniva portata anche da persone provenienti dalla Cina, dalla Russia, dalla Siria, dal Kenya, dall’Uganda e dalla Repubblica Centrafricana, al Colosseo si era pregato per i profughi e per i divorziati: “Dov’è Dio nei campi di sterminio? Dov’è Dio nelle miniere e nelle fabbriche dove lavorano come schiavi i bambini? Dov’è Dio nelle carrette del mare che affondano nel Mediterraneo?”. “Come non vedere il volto del Signore – era stata la riflessione della sesta stazione – in quello dei milioni di profughi, rifugiati e sfollati che fuggono disperatamente dall’orrore delle guerre, delle persecuzioni e delle dittature? Per ognuno di loro, con il suo volto irripetibile, Dio si manifesta sempre come un soccorritore coraggioso”. Mentre la pedofilia era stata al centro della decima stazione con “le piaghe dei bambini profanati nella loro intimità”.

Edda CattaniO Croce di Cristo!
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Portare la croce

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Portare la Croce

 

Dirvi che sulla croce un giorno ci è salito un uomo innocente, e che sul retro della croce c’è un posto vuoto dove un altro innocente è chiamato a fare compagnia ai rantoli di Cristo, appartiene al messaggio inquietante, eppur dolcissimo, che un ministro della Parola non può né accorciare né mettere tra parentesi.

 

“Se voi riuscirete a liberarvi dalla rassegnazione, se riporterete maggiore fiducia nella solidarietà, se la romperete con lo stile pernicioso della delega, se non vi venderete la dignità per un piatto di lenticchie, se sarete così tenaci da esercitare un controllo costante su coloro che vi amministrano, se provocherete i credenti in Cristo a passare armi e bagagli dalla vostra parte, non tarderemo a vedere i segni gaudiosi della risurrezione.””Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece un gran buio su tutta la terra”. Ci viene da chiedere all’evangelista:”E poi, dopo?”. Dopo Gesù emise lo Spirito. La crocifissione non è un’operazione a lunga conservazione. La crocifissione durerà soltanto poche ore. Al di là di quelle tre ore Dio non la permette più nè a Suo Figlio, nè ai suoi figli. Ecco perchè dobbiamo avere davanti a noi la luce, la gioia, la speranza.La consapevolezza di partecipare, attraverso la sua malattia, alla passione di Cristo, porta don Tonino a mettersi alla guida dello strano popolo, quello dei malati, per condividere la passione di Gesù, “capo del sindacato dei sofferenti”.Dal letto del suo dolore parte un annuncio di speranza. E’ il 12 marzo 1993, don Tonino pronuncia la sua ultima Via Crucis dai microfoni di un’emittente locale.  Dopo poco più di un mese vivrà la sua Pasqua.

 

 

Edda CattaniPortare la croce
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Tutto è vibrazione!

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Tutto è vibrazione

 

A Mentore sarebbe piaciuto e glielo dedico! Me lo invia Felice Masi come ricevuto da un Cerchio Medianico:

 

“…ciascuna forma di vita anche la più minuscola… per raggiungere l’illuminazione … un sentimento d’amore per la propria divinità originaria, questo sentimento d’amore, ravvivato, diviene veicolo della penetrazione per le forze superiori. L’umano deve incarnare il super-umano. Aprite il cuore alla calda energia d’amore. Nessuna paura e calcolo. Siate sempre positivi, disponibili e attivi per la comprensione. Pulite la mente e il cuore da qualsiasi sentimento di rabbia e di rancore perché siete scintille divine nate tutte da un’unica fonte d’amore. Spandete luce come il sole attraverso il vostro cuore. Una speciale trasmissione al di fuori delle scritture, nessuna dipendenza da lettere e parole: Puntate direttamente al centro dell’anima dell’essere umano riscoprendo la propria natura. Ciascuna forma di vita, anche la più minuta è l’universo in miniatura e per conseguire l’illuminazione ogni essere vivente risponde alla legge: “divieni ciò che sei”. Non ci sono trucchi, non ci sono formule, l’unica verità è diventare puri come bambini perché il cuore possa emanare vibrazioni pure in perfetta risonanza con la fonte originaria, la musica dell’universo, con la sua virtù originaria. Esseri di luce, angeli, Dio non ha creato il male. E’ l’essere umano con le sue credenze e con i suoi pensieri… Ricordate: Dio vi manda solo angeli! Ripeto: l’amore è l’origine di tutto, l’amore è respiro e crescita, dove c’è amore c’è vita ed espansione. Ogni respiro di Dio è un puro atto d’amore che penetra nei vostri corpi sostenendo la vita stessa. Il vostro battito, sono delle pulsazioni d’amore. Imparate a cambiarle attraverso il respiro. Attraverso l’inspirazione e l’espirazione c’è la fusione tra onda eterica divina e onda eterica sanguigna. Amore, devozione, saggezza, sapienza, ordine, sapere, intelligenza attiva, sono sette energie che giungono da diverse distanze dell’universo, arrivano sulle costellazioni dell’Orsa Maggiore e delle Pleiadi e amplificate da Sirio vengono proiettate sul vostro sistema solare. Queste energie realizzano e potenziano ogni pensiero. Iniziate a ringraziare tutto ciò che vi circonda: la luna che illumina le vostre notti e che porta consigli, il sole che illumina e vi riscalda, la vostra casa, il pianeta terra che è un paradiso e state facendo di tutto per trasformarlo in un inferno. Ringraziate voi stessi, quel cuoricino che batte per voi sin dalla vostra nascita, batte senza fermarsi mai, batte perché vi ama. Vi chiedo solo questo: amate voi stessi e tutto ciò che vi circonda perché amando voi stessi cambierete la vibrazione del cuore. Sono vibrazioni potentissime che investono e cambiano qualsiasi cosa si mette davanti. Grazie a tutti.”

 

Ed è lo stesso riscontro che riscontrai nel brano con cui terminai la mia prima relazione ad Arezzo, nel 1993. E’ il brano più bello per rappresentare l’Eterno, l’Infinito!

 

Trovo conferma,  di questo stato di  grazia, nelle espressioni poetiche  e più enfatiche,  ma certamente non più significative, delle pagine medianiche di Symbole:

 

 “Come  descriverti lo  splendore della Via,  la Luce crescente ove gli astri perdono il  loro fulgore,  questo incendio fatto di tutti i soli, ma soprattutto di tutti gli splendori e di tutte le fiamme? Che termini adoperare per tradurti gli  accordi dell’Infinito; perché tutto brilla,  tutto  vibra,  tutto risplende  e risuona, tutto si  irradia e canta?  Le  parole umane servono  per le cose umane e la  parola muore dove comincia  l’Infinito…Ogni dolore, ogni  sforzo,  sono un passo fuori dall’ombra  a vantaggio della Luce…Io vedo dappertutto  sforzo  ed  equilibrio,  tutto segue immutabilmente   l’ordine   eterno.   L’Illimitato   non   è un condizionale.  L’Assoluto non sa che farsene  del relativo… No, qui non ci sono né dimensioni, né calcoli. L’algebra crolla sulla soglia  dell’Incalcolabile. L’Infinito si  aggiunge all’Immenso, l’Immenso all’Insondabile,  l’Insondabile  all’Assoluto,  ed  il totale di questa enorme addizione forma il piedistallo di Dio.”

 

(Brano tratto da M.C. e J.L.Victor  “L’Appel des Etoiles”, Ed. du Phare, Cahors, Francia, 1967).

 

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Io sono Chiesa

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Io sono chiesa

Oggi ho aperto la giornata leggendo il commento al Vangelo di Don Luciano Locatelli:

Buongiorno mondo! Il Vangelo di oggi (Lc 24,13-35) è il famosissimo testo di Emmaus che vi invito anzitutto a leggere per intero perché, per ovvii motivi di spazio, non mi pare opportuno riportarlo qui.
Non sono pochi coloro che oggi guardano alla Chiesa con pessimismo e delusione. Non è la Chiesa che desidererebbero. Vorrebbero una Chiesa viva e dinamica, fedele a Gesù Cristo, impegnata per davvero nella costruzione di una società più umana.

A questo un attento lettore ha voluto rispondere con questo brano di Carlo Carretto, quanto mai bello ed attuale…

 

 

“Quanto mi hai fatto soffrire, Chiesa, eppure…
Carlo Carretto

Quanto sei contestabile, Chiesa, eppure quanto ti amo!
Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto a te devo!
Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza.
Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità!
Nulla ho visto al mondo di più oscurantista, più compresso, più falso e nulla ho toccato di più puro, di più generoso, di più bello.
Quante volte ho avuto la voglia di sbatterti in faccia la porte della mia anima, quante volte ho pregato di poter morire tra le tue braccia sicure.
No, non posso liberarmi di te, perché sono te, pur non essendo completamente te.
E poi, dove andrei?
A costruirne un’altra?
Ma non potrò costruirla se non con gli stessi difetti, perché sono i miei che porto dentro. E se la costruirò, sarà la mia Chiesa, non più quella di Cristo.
Sono abbastanza vecchio per capire che non sono migliore degli altri.
L’altro ieri un amico ha scritto una lettera ad un giornale: “Lascio la Chiesa perché, con la sua compromissione con i ricchi, non è più credibile”. Mi fa pena!
O è un sentimentale che non ha esperienza, e lo scuso; o è un orgoglioso che crede di essere migliore degli altri.
Nessuno di noi è credibile finché è su questa terra…
La credibilità non è degli uomini, è solo di Dio e del Cristo.
Forse che la Chiesa di ieri era migliore di quella di oggi? Forse che la Chiesa di Gerusalemme era più credibile di quella di Roma?
Quando Paolo arrivò a Gerusalemme portando nel cuore la sua sete di universalità, forse che i discorsi di Giacomo sul prepuzio da tagliare o la debolezza di Pietro che si attardava con i ricchi di allora e che dava lo scandalo di pranzare solo con i puri, poterono dargli dei dubbi sulla veridicità della Chiesa, che Cristo aveva fondato fresca fresca, e fargli venire la voglia di andarne a fondare un’altra ad Antiochia o a Tarso?
Forse che a Santa Caterina da Siena, vedendo il Papa che faceva una sporca politica contro la sua città, poteva saltare in capo l’idea di andare sulle colline senesi, trasparenti come il cielo, e fare un’altra Chiesa più trasparente di quella di Roma cosi spessa, così piena di peccati e così politicante?
…La Chiesa ha il potere di darmi la santità ed è fatta tutta quanta, dal primo all’ultimo, di soli peccatori, e che peccatori!
Ha la fede onnipotente e invincibile di rinnovare il mistero eucaristico, ed è composta di uomini deboli che brancolano nel buio e che si battono ogni giorno contro la tentazione di perdere la fede.
Porta un messaggio di pura trasparenza ed è incarnata in una pasta sporca, come è sporco il mondo.
Parla della dolcezza dei Maestro, della sua non-violenza, e nella storia ha mandato eserciti a sbudellare infedeli e torturare eresiarchi.
Trasmette un messaggio di evangelica povertà, e non fa’ che cercare denaro e alleanze con i potenti.
Coloro che sognano cose diverse da questa realtà non fanno che perdere tempo e ricominciare sempre da capo. E in più dimostrano di non aver capito l’uomo.
Perché quello è l’uomo, proprio come lo vede visibile la Chiesa, nella sua cattiveria e nello stesso tempo nel suo coraggio invincibile che la fede in Cristo gli ha dato e la carità dei Cristo gli fa vivere.
Quando ero giovane non capivo perché Gesù, nonostante il rinnegamento di Pietro, lo volle capo, suo successore, primo Papa- Ora non mi stupisco più e comprendo sempre meglio che avere fondato la Chiesa sulla tomba di un traditore, di un uomo che si spaventa per le chiacchiere di una serva, era un avvertimento continuo per mantenere ognuno di noi nella umiltà e nella coscienza della propria fragilità.
No, non vado fuori di questa Chiesa fondata su una roccia così debole, perché ne fonderei un’altra su una pietra ancora più debole che sono io.
…E se le minacce sono così numerose e la violenza del castigo così grande, più numerose sono le parole d’amore e più grande è la sua misericordia. Direi proprio, pensando alla Chiesa e alla mia povera anima, che Dio è più grande della nostra debolezza.
E poi cosa contano le pietre? Ciò che conta è la promessa di Cristo, ciò che conta è il cemento che unisce le pietre, che è lo Spirito Santo. Solo lo Spirito Santo è capace di fare la Chiesa con delle pietre mai tagliate come siamo noi!…
E il mistero sta qui.
Questo impasto di bene e di male, di grandezza e di miseria, di santità e di peccato che è la Chiesa, in fondo sono io…
Ognuno di noi può sentire con tremore e con infinito gaudio che ciò che passa nel rapporto Dio-Chiesa è qualcosa che ci appartiene nell’intimo.
In ciascuno di noi si ripercuotono le minacce e la dolcezza con cui Dio tratta il suo popolo di Israele, la Chiesa. A Ognuno di noi Dio dice come alla Chiesa: “Io ti farò mia sposa per sempre” (Osea 2, 21), ma nello stesso tempo ci ricorda la nostra realtà: “La tua impurità è come la ruggine. Ho cercato di toglierla, fatica sprecata! E’ così abbondante che non va via nemmeno col fuoco” (Ezechiele 24, 12).
Ma poi c’è ancora un’altra cosa che forse è più bella. Lo Spirito Santo, che è l’Amore, è capace di vederci santi, immacolati, belli, anche se vestiti da mascalzoni e adulteri.
Il perdono di Dio, quando ci tocca, fa diventare trasparente Zaccheo, il pubblicano, e immacolata la Maddalena, la peccatrice.
E’ come se il male non avesse potuto toccare la profondità più intima dell’uomo. E’ come se l’Amore avesse impedito di lasciar imputridire l’anima lontana dall’amore.
“Io ho buttato i tuoi peccati dietro le mie spalle”, dice Dio a ciascuno di noi nel perdono, e continua: “Ti ho amato di amore eterno; per questo ti ho riservato la mia bontà. Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine Israele” (Geremia 3 1, 3-4).
Ecco, ci chiama “vergini” anche quando siamo di ritorno dall’ennesima prostituzione nel corpo, nello spirito e nel cuore.
In questo, Dio è veramente Dio, cioè l’unico capace di fare le “cose nuove”.
Perché non m’importa che Lui faccia i cieli e la terra nuovi, è più necessario che faccia “nuovi” i nostri cuori.
E questo è il lavoro di Cristo.
E questo è l’ambiente divino della Chiesa…”

Edda CattaniIo sono Chiesa
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