Credere Non Credere

Ho bisogno di Te!

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La mia preghiera 

 

“Io ho bisogno di un Dio come Te, mio Dio. Ho necessità di sapere  che mi comprendi, che  stai dalla mia parte, Tu che ti chiami Padre, Dio mio!

 

Ho bisogno di Te per crescere e comprendere che anche Tu hai pianto con me quella notte mentre si azzerava il  mio senso di onnipotenza, che ti sdraiavi sulla croce mentre io graffiavo la lapide del sepolcro, che mi chiamavi a Te per darmi, nella mia vuota disperazione, il dono, come al Figliol Prodigo, della Tua mensa.

 

Voglio pensare che Tu hai un disegno su me, su tutti noi e soprattutto sui nostri Figli… perché desidero sapere che li impieghi bene, che Tu li adoperi in una  missione, in un cammino in cui sono portati all’evoluzione mentre si adoperano per gli altri. Ci hanno detto che hanno compiti da svolgere. E come potrebbe essere diversamente? Hai un buon esercito, Dio mio; giovani menti e cuori saldi e generosi.

 

In questo progetto voglio esserci anch’io, con le mie cadute, le mie esasperazioni, il mio modesto credere e la mia speranza di sapere aiutare chi mi incontra nel cammino!

 

Non sopporto, Signore, l’ignavia, la mollezza, l’indecisione, l’apatia e non mi va l’immagine di Te trionfante e immobile come ti avevo visto nei mosaici della mia Ravenna, quando, giovanetta, guardavo affascinata tutta quella ricchezza e quello sfavillio di pietruzze d’oro, acclamando la Tua Regalità e la Tua potenza. Non mi dicono nulla gli affreschi giotteschi con quella schiera di angeli tutti uguali ed immobili davanti alla Tua maestosità.

 

Di Te mi piace pensare come al vento impetuoso, al turbinare delle onde, al cielo stellato. Tu Dio mio, dalle innumerevoli facce, che mi dai immagini di Te sempre nuove, sono certa che avrai nuovi progetti sulla mia vita terrena ormai agli sgoccioli, come avrai trovato il modo di coinvolgere i miei adorati Figli, il mio Andrea, giovane soldato che ti definiva “Signore, Dio degli eserciti” e li avrai portati a svolgere ed a vivere, perché di vita si tratta, un’avventura affascinante, entusiasmante, sconvolgente.

 

Questi Nuovi Angeli sono i veri Tuoi messaggeri! Uno stuolo di anime belle, coinvolte in un disegno che solo Tu conosci e che, un giorno, vedremo anche noi e condivideremo nella patria celeste.”

 

 

 

E voglio terminare con le parole di Don Tonino Bello:

 

“Da quando l’Uomo della Croce è stato issato sul patibolo, quel legno del fallimento è divenuto il parametro vero di ogni vittoria, e le sconfitte non vanno più dimensionate sui naufragi in cui annegano i sogni. Anzi, se è vero che Gesù ha operato più salvezza con le mani inchiodate sulla Croce, nella simbologia dell’impotenza, che non con le mani stese sui malati, nell’atto del prodigio, vuol dire, cari fratelli delusi, che è proprio quella porzione di sogno, che se n’è volata via senza realizzarsi, a dare ai ruderi della nostra vita, come per certe statue monche dell’antichità, il pregio della riuscita.”

 

Edda CattaniHo bisogno di Te!
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Il silenzio e la misericordia

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Il “silenzio” e la “misericordia”

  

Mi sono trovata, anche in questi giorni, a vivere momenti di sconforto, di solitudine e l’ho comunicato a P.Alberto Maggi, il teologo servita che seguo da tempo… Ne ho ricevuto questa risposta: 

 

“Carissima Edda, nei vangeli Gesù non è presentato come una vittima sacrificale, ma come il campione dell’amore! La croce nelle sue mani da patibolo si trasforma in trofeo, lui è sempre vincitore, sempre, perché ama! Per questo poco prima di essere arrestato e assassinato dirà: Coraggio, Io ho vinto il mondo Non è una promessa per il futuro (vincerò), ma una constatazione: chi ama vince sulla morte, la verità sulla menzogna, e la luce sulle tenebre… e questo ci incoraggia! Buona domenica!”

 

 

 

Ho pensato allora, proprio in questi giorni, di ritornare sulle mie valutazioni, di rivedere cammini intrapresi, messaggi condivisi… intorno a questa riflessione intorno al dolore, alla sofferenza, alla  morte e sul  “trionfo” di Dio.

 

…Quante volte, come oggi, guardandoci intorno ci sentiamo Cristi crocifissi. Nella vita di ognuno di noi il dolore è presente. Ogni uomo ne è travolto, quotidianamente. Se è poi “una brava persona”, si dice… tocca ai più fragili, ai più buoni, ai più bravi…di più.

 

Difficile parlarne perché il dolore, sempre evitato, nascosto, perso nell’oblio delle vite private, apre tutti i telegiornali, diventa dibattito pubblico, opinione politica, guerra di parole.

 

Difficile perché il dolore, sempre osceno, sempre impudico, sempre guardato da lontano, con timore e ansia, ci viene sbattuto in faccia per obbligare a schierarci.

 

La morte improvvisa di uno sposo, la malattia di un bambino, il lutto che decima una famiglia, sono esperienze che, quando bussano alla porta, sminuzzano la fede con una lametta, facendola sanguinare e, spesso, spegnendola.

 

Certo, soffriamo, come gli alberi che perdono le foglie, come gli stambecchi che sentono la morte avvicinarsi, come il ciclo delle stagioni; siamo animali, perché dovremmo essere esenti dall’universale legge del cambiamento che regola l’Universo?

 

Eppure l’uomo è l’unico essere vivente che si pone domande sulla sua vita, sul suo camminare a vuoto (e sulla sua morte) anche se certe risposte ci lasciano, poi, ancora più perplessi.

 

I ragionamenti  che maldestramente tentiamo di opporre al non-senso del dolore rischiano di essere esercizi vuoti di retorica e di pietismo, e io non sono l’avvocato difensore di Dio, non so dare risposte, diffido di chi me le vuole rifilare, di chi usa la verità assoluta come si inzuppa il biscotto nel caffè-latte…

 

Non abbiamo bisogno di risposte, se Dio venisse e facesse una conferenza stampa in cui spiegasse la ragione della sofferenza, non avrei, comunque, nessuna soddisfazione.

 

Le parole diventano vuote, il volto di Dio offuscato, le gestualità prive di significato e di forza consolatrice.

 

Si può riflettere: “E tu Dio dov’eri? Che Dio sei Tu? Come posso credere in un Dio buono…come posso pregarlo?”

E’inutile che tergiversiamo, senza cercare una soluzione. I nostri percorsi divengono gli  interrogativi di tutti; questi sono problemi che riguardano gli uomini tutti; problemi  su cui è necessario riflettere per prendere in esame quello che è il “nostro” particolare problema. Non serve fare come lo struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere e per non sentire più nulla e nessuno, se vogliamo venirne fuori, se vogliamo sopravvivere.

 

 Il fatto è, nella nostra condizione, nel nostro turbamento, in prossimità della lacerazione di un rapporto, di un evento luttuoso, di una grave perdita, vorremmo capire e non capiamo più niente. Noi vorremmo capire da che parte stare, vorremmo capire dove sia la causa di tutto ciò, di chi è la ragione e di chi il torto. Se per tutto si riconosce una causa, se si va alla ricerca di un colpevole nelle situazioni della vita e sono ricercati i responsabili del bene e del male perché essere diversi?

 

Di una cosa, comunque, siamo certi e per questo basta guardarci intorno: non c’è limite alla miseria e alla sofferenza umana. Quando si pensa di non poterne più e di avere pagato il pedaggio, si ricomincia da capo.

 

Non è necessario pensare alla storia degli uomini e agli stermini, alle guerre, alle pestilenze e ancora ai bambini innocenti stuprati, dilaniati dalle bombe e alle madri senza latte da dare ai piccoli e alla  miseria dei ghetti delle grandi città industrializzate.

 

E’ notizia di tutti i giorni e alcune storie rischiano di scorrerci davanti senza che ce ne accorgiamo. Ma nell’era dell’esplosione mediatica e dello tsunami delle informazioni, cose come distrazione, ignoranza o indifferenza diventano scelte pregne di responsabilità. Perché oggi nessuno può più dire “io non c’entro, non sapevo” e illudersi di essere innocente.

 

Le espulsioni dei migranti dalla Libia verso il deserto del Tenerè in Niger, le morti in mare dei migranti (giovani spose, bambini, vecchi alla ricerca di un pezzo di pane in una terra libera non ci possono lasciare indifferenti e mi chiedo: “A sud di Lampedusa cosa è cambiato nella vita di tante genti?”

 

Morte, distruzione, violenza sugli innocenti… assassinii impetosi… alcuni non rilevabili all’occhio umano, come quelli dell’anima soffocata, oppressa…

 

Se voglio trovare una risposta al mio desiderio di chiarezza, debbo continuare il mio monologo con Dio ed andare alla ricerca delle parole che Egli ha impresso, a lettere di fuoco, nella Rivelazione. La Sua Parola rispecchia il cammino dell’umanità e, la storia dei profeti, non è certo esente da tutta una serie di  imprecazioni sul senso della sofferenza e sull’impassibilità di Dio. Ricordiamo Geremia, Tobia, Giobbe… e perché no?  …. anche il ritorno dopo gli errori, come Davide, il salmista di Dio.

 

E la risposta di Dio è sempre sconcertante. Alle domande di ogni uomo c’è un richiamo rivolto a chi, anziché rinnovare la speranza, sceglie la via del tribunale al quale l’abbiamo invitato a presentarsi. E’ una risposta anche a noi, quando poniamo il problema della giustizia, intendendolo alla maniera umana; quella che non perdona, che si basa su una corrispondenza fra colpa e castigo, che usa la forza e la violenza, che non si lascia commuovere.

 

 Ma il Dio che io non posso bestemmiare è un Padre che si incarna in Gesù Cristo; è  “il nostro Padre celeste che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti”(Mt 5,45) La Sua giustizia è diversa dalla nostra ed il suo desiderio è che il mondo cambi strada e che la vita rappresenti per noi un dono di amore e non una maledizione dalla quale sfuggire.

Un Padre… ma Dio ci è Padre davvero? O questo termine è un fatto linguistico di sapore mieloso e lacrimevole? Perché allora io non ci sto più. E’ finito il tempo del collo torto, dei fioretti, delle pie, ripetitive devozioni, delle litanie mnemoniche.  Io sono cambiata… sono una donna adulta finalmente… Con fatica ho conquistato la mia autonomia da tutto e da tutti. Non posso essere schiava di pagliacciate impietose che mi lasciano l’amaro in bocca.

 

E’ indispensabile allora ridimensionare il discorso cristiano su Dio. Perché non mi salva più  quel costume di interpretazione della sofferenza che ha reso il cristianesimo insopportabile a molti.

 

Una simile interpretazione che spesso si è rifatta ai canti del servo sofferente nel libro di Isaia non corrisponde all’immagine che Gesù ci ha proposto attraverso la Sua grande disponibilità, il Suo grande amore verso il Padre, l’offerta di sé che costituiscono la salvezza degli uomini. Dio Padre, per puro amore ha progettato da sempre l’incarnazione del Figlio per assumere fino in fondo l’umana finitudine e trascenderla nella sua vita divina.

 

Dopo Gesù Cristo, il grande mistero non è più “perché il dolore”; l’immenso, meraviglioso mistero, da contemplare in commossa adorazione è come Dio abbia potuto amarci tanto da farsi uno di noi, da soffrire con noi, da morire con noi e per noi, per farci sentire Suoi figli.

 

Edda CattaniIl silenzio e la misericordia
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Natale pagano?

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Natale: fr. Semeraro (monaco benedettino), oggi c’è “un’atmosfera parallela”

 

M.Michela Nicolais

natale

Da una parte, i cristiani come “piccolo resto”. Dall’altra, un Natale “ri-paganizzato”. Fratel MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino, ci spiega perché la festa cristiana per eccellenza può essere l’occasione per valorizzare “un’atmosfera parallela”. Con rispetto, e senza pregiudizi.

Il Natale rimane una festa cristiana, ma solo per “un piccolo resto”. Per chi non condivide la nostra fede, si è “ri-paganizzato”. Parola di fratel MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino, che esorta ad andare oltre le polemiche che ogni anno risorgono valorizzando questa “atmosfera parallela”, in cui credenti e non credenti possono convivere tramite il rispetto. Anche quando non è reciproco. Il segreto? Imparare la differenza tra un Natale “ostentato” e un Natale “invitato”.

Michael Davide Semeraro

Se pensiamo al Natale di quando eravamo bambini, tutti noi ci ricordiamo la particolare atmosfera che ci circondava. Secondo lei si respira ancora, quell’aria di Natale, o se ne è perso il sapore?
L’atmosfera del Natale è cresciuta con noi e si è trasformata con le persone e con la storia. Sicuramente il Natale è cambiato, sono cambiati i luoghi e le abitudini con cui la gente vive le feste. Il Natale, allora come oggi, è anche una festa legata alla famiglia, all’intimità dei luoghi. Attualmente, è cambiato per l’aspetto commerciale e soprattutto perché

il Natale ha recuperato la sua origine pagana.

Noi non conosciamo il giorno in cui il Signore è nato, e abbiamo scelto la data del “sol invictus”, quando le giornate con il solstizio d’inverno ricominciano a crescere. Si trattava, dunque, di una festa nata per salutare l’accrescere della luce che poi i cristiani hanno trasformato nel Natale di Gesù. Oggi questo meccanismo si è invertito:

il Natale rimane una festa cristiana, ma soprattutto da quelli che non frequentano i nostri circuiti viene ripreso, rilanciato, anzi ancora più amplificato l’aspetto pagano.

Un fenomeno, questo, che però non va visto in senso negativo: gli umani hanno bisogno di riti, e anche la nostra civiltà secolarizzata e desacralizzata in realtà si “ri-sacralizza”, anche se a livello commerciale e mediatico.

Vuole dire che ci sono due modi di vivere il Natale?
Direi che siamo in presenza di un’atmosfera parallela: da una parte ci sono coloro che celebrano il mistero dell’incarnazione e i riti liturgici, dall’altra c’è una “ri-paganizzazione” della festa del solstizio d’inverno, come nell’antichità. Un fenomeno, questo, che va registrato con semplicità, senza pregiudizio o spavento. La nostra non è più, ormai da diversi decenni, una civiltà cristiana: è un dato di fatto che bisogna saper registrare e accogliere, comprendendo che il Natale è ridiventato pagano per molti, che lo vivono come una pausa durante l’inverno per ritrovarsi in famiglia o andare a sciare. I cristiani, come nei primi secoli, sono oggi un piccolo resto, che in questo contesto di ripaganizzazione della società continuano a celebrare la festa dell’incarnazione del Signore.

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Mentre prima il senso del Natale cristiano era diffuso, ora respiriamo un’atmosfera parallela

che chiama alla coesistenza, alla capacità d’integrarsi con grande semplicità e senza alcun giudizio negativo. Del resto, chi non condivide la nostra fede non può condividere il Natale cristiano. Anche i nostri padri celebravano la festa del “sol invictus”: noi, a nostra volta, possiamo partecipare o invitare alla festa del Natale, sapendo che l’elemento liturgico rituale continua ad appartenere a un piccolo resto.

È recente la provocazione del filosofo Massimo Cacciari per cui “sono i cristiani i primi ad aver abolito il Natale”. Si è smarrito il senso della “differenza” cristiana?
Ogni anno sorge una polemica sul Natale. Dobbiamo saper gestire sapientemente la possibilità di manifestare i segni della nostra fede, da una parte, ma anche la libertà di sapercene privare, quando viene fuori l’esigenza del rispetto della libertà altrui. Per noi cristiani il rispetto è sempre unilaterale, non ci aspettiamo niente in cambio. Se c’è una cosa che Gesù ci ha regalato, è la libertà davanti ai nostri usi religiosi: questa è la “differenza” evangelica, in confronto alle altre religioni.

Bisogna, di anno in anno, reimparare a riappropriarsi della differenza tra un Natale “ostentato” e un Natale “invitato”.

Eravamo abituati, nella nostra civiltà cristiana, a ostentare i nostri simboli cristiani: oggi la comunità cristiana dovrebbe invitare nella propria intimità gli amici, sapendo che nei luoghi pubblici sarà sempre più impossibile farlo. Ciò produrrà senza dubbio un guadagno, in termini di convinzione, perché ci aiuterà ad essere il soggetto delle nostre feste liturgiche: prima ci pensava la cultura e la società, oggi bisogna impegnarsi in prima persona con la nostra testimonianza. È una bella sfida.

Papa Francesco parla spesso del Natale associandolo alla speranza cristiana. È l’incarnazione di Gesù che, ancora oggi, dà senso alla storia, nonostante lo scenario plumbeo che incombe su di noi?
Il fatto che Dio si è incarnato, si è fatto uno di noi assumendo le nostre fragilità, dovrebbe darci la speranza che possiamo diventare un po’ più umani, se vogliamo e ce la mettiamo tutta. Se Dio si è incarnato, possiamo pensare a un’umanità sempre più affidabile e portatrice di speranza.

Gesù ci ha insegnato che tutto ciò che è umano non ci è estraneo, per questo i cristiani non rinunciano a essere lievito di umanità in qualunque situazione, anche in quelle più disumane.

È la fiducia che Dio ci ha dato, tramite l’incarnazione di suo figlio, che ci permette di sperare l’impossibile.

 

Edda CattaniNatale pagano?
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Il perdono

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Il perdono

Dal perdono umano, a quello divino… Cosa dicono i Padri della Chiesa.

Perché questa riflessione?

Ho seguito la storia di un femminicidio e mi sono avvicinata a genitori sconvolti dalla terribile vicenda che ha distrutto la famiglia. Ho parlato sommessamente alla madre per stringerla al cuore, in un fraterno abbraccio ed ho raccolto questo grido disperato…

Giorni infiniti in cui la tua assenza fa’ sempre più male ..
giorni in cui ti ho cerco nei miei ricordi .. nei miei sogni …
giorni che ho sussurrato il tuo nome guardando le tue foto sparse per casa …
giorni in cui penso se avessi potuto evitare ciò che e’ successo …
giorni che scorrono sempre con il pensiero rivolto a te …
tanti mi dicono Dio aveva bisogno di un angelo e ha preso te ..

 

bella consolazione ……. inaccettabile .. incomprensibile … disumano …
e allora oggi mi rivolgo pure a te Dio …
se hai creato tutto l’universo non potevi farti il tuo angelo uguale e lasciarmi 
mia figlia ? 

che Dio sei ?
Un giorno se ti vedrò Dio dovrai darmi una risposta …
e già da adesso posso dirti che e’ inaccettabile …

Ci sono sempre parole che feriscono, suscettibilità che si urtano, delitti che sconvolgono equilibri familiari e non sempre basta la giustizia degli uomini a dare pace. Al contrario… E allora occorre guardarsi dentro e cancellare questa immagine brutta di un Dio giustiziere,  che ha bisogno di un fiore in più nel suo giardino, dove sono i nostri adorati figli, perché non corrisponde alla mia fede. Io penso che questa sia lo svolgersi della vita che ci riserva brutte sorprese  perché, a volte,  gli uomini compiono atti terribili e disonesti. Dio è un padre d’amore e non ci ha tolto mai i nostri figli che vegliano su di noi e penso che, questa giovane, abbia perdonato anche il suo assassino.  Ma è tanto difficile credere … Chiedere e accogliere il perdono è un processo umano e un percorso divino. Comincia con un atto di coraggio che, trasformando le relazioni umane, possiede la capacità di rivelare il volto originale di Dio.

 

 

 

 

La pratica del perdono

Chiedere perdono come anche perdonare non sono azioni spontanee, naturali. Sono valori entrati a far parte della cultura cristiana e che il cristiano è chiamato a vivere con la forza che scaturisce dalla vita nuova ricevuta con il Battesimo.

 “Ma lei ha perdonato coloro che hanno ucciso, il figlio… il marito?…”

“ E lei ha chiesto perdono alla famiglia?”.

Quante volte, a seconda dei casi, abbiamo sentito porre dai giornalisti questi tipi di domande  a coloro che sono ancora straziati da un dolore o che hanno appena commesso un reato!

E quante volte abbiamo disapprovato la mancanza di tatto in momenti così delicati avvertendo, anche inconsciamente, che il perdono da chiedere o da ricevere non è automatico ma un processo lento, progressivo, che coinvolge tutta la sfera della persona. Ci risulta faticoso chiedere perdono perché la nostra società incoraggia a salvare la faccia, a giustificarci in ogni caso, a dare prova di spirito di potenza, a non incontrare la propria debolezza. Ammettere di aver sbagliato, infatti, presuppone una grande attenzione alla propria interiorità e ai propri valori, tanto morali quanto spirituali.

Per un perdono senza equivoci

Perdonare non significa pronunciare la parola magica del perdono  e magari aspettarsi un effetto istantaneo, anch’esso magico. Può essere facile pronunciare la parola perdono, ma ha poco valore se non c’è il cuore, se non è coinvolta tutta la persona. L’atto della volontà è necessario (come diceva sant’Agostino)  ma non è sufficiente. Sono indispensabili risorse come l’intelligenza, il cuore, la sensibilità, il buonsenso, altrimenti risulta un perdono artificioso.

 

Perdonare non significa dimenticare il torto subito. Spesso sentiamo dire: «Va bene, dimentichiamo, voltiamo pagina, perdoniamoci… ». In questo caso non si avrebbe niente da perdonare. Esercitare il perdono esige invece una buona memoria e una coscienza lucida dell’offesa. Anzi, alcuni suggeriscono di ricordare, anche dettagliatamente, il torto ricevuto per poterci liberare delle ferite che esso può aver provocato. In effetti, se si giunge a perdonare un’offesa ciò significa che il suo ricordo non ci causa più sofferenza ma sarà un ricordo come un altro che contribuirà ad acquistare maggiore saggezza. “Il perdono non è dimenticare le colpe del passato, ma un dilatarsi del cuore in uno scambio di vita” (Giovanni Vannucci)

Nel vangelo Gesù dice:

“Sapete che fu detto: occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5,38-41).

 

Per un perdono cristiano

Charles Duquoc, commentando questo brano, afferma che Gesù non è un ingenuo, non comanda la passività, non chiede di rinunciare alla lotta contro il male. Egli vuole mostrare che l’equivalenza nel male, fosse anche nel nome della giustizia, non trasforma la società umana. Ci vuole un atteggiamento che non si misuri su quanto è già stato fatto: occorre un gesto innovativo, un gesto creatore.

Il perdono rappresenta questa innovazione.

Il credente imita Dio creatore quando, tralasciando l’imperativo della giustizia legale, apre un’altra relazione con colui al quale egli perdona. Così il perdono, trasformando le relazioni umane, possiede la capacità di rivelare il volto originale di Dio. Il perdono comincia con un atto di coraggio.

Perdonare come il Signore perdona noi

“L’animo sia ben disposto, umile, pieno di misericordia, facile a perdonare. Chi sa di avere offeso, chieda perdono. E’ indubbiamente elemosina assai meritevole perdonare le colpe al fratello, come il Signore perdona le nostre. E’ solo questione di volontà. Qualcuno può dire: “Ho mal di stomaco: non posso digiunare”, oppure: “vorrei dare qualcosa ai poveri, ma non posso, ho appena il sufficiente per me”. Ma chi oserà dire:”Non concedo il perdono a chi me lo chiede perché la salute non me lo permette, o mi manca la mano con cui stringere la sua?” . Perdona e sarai perdonato. Non si richiede uno sforzo fisico: L’anima non ha bisogno di fatica muscolare per compiere quanto le viene richiesto. Essendo scritto: Non lasciate tramontare il sole, senza che abbiate prima perdonato (Ef 4,26) ditemi, fratelli carissimi, se può chiamarsi cristiano colui che, neanche in questi giorni di quaresima vuol finirla con i rancori, che non avrebbe mai dovuto alimentare” (Agostino, Sermone 210,12).

Dio dice: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,8-9).
Se noi, quando i nostri servi hanno commesso molte mancanze,
perdoniamo loro, se promettono di correggersi,
e li rimettiamo all’onore di prima
e talvolta persino concediamo loro una maggior fiducia,
molto più lo farà Dio.
Se Dio ci avesse creato allo scopo di poterci castigare,
avresti ragione di disperare
e di dubitare della tua salvezza;
ma dal momento che ci ha creato per sua sola bontà
e per farci godere dei beni eterni,
e per questo fa di tutto
dal primo giorno della nostra esistenza, fino a ora,
che cosa ci può rendere dubbiosi?
Chi semina non mieterà,
se dopo la semina non si attende la messe.
Chi vorrebbe mai fare una gran fatica,
se questa non gli porta nessun frutto?
Così chi semina parole, lacrime e confessione,
se non fa questo con la speranza di averne bene,
non potrà staccarsi dal peccato,
poiché lo trattiene il male della disperazione;
anzi, come il contadino che non spera di mietere,
non bada a togliere ciò che danneggia il campo,
così chi piange e riconosce i suoi peccati,
ma da ciò non si aspetta alcuna utilità,
non potrà mai eliminare ciò che guasta il suo pentimento.

Da Invito a penitenza di Giovanni Crisostomo

 

Edda CattaniIl perdono
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Ti do’ la freschezza

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Ti do’ la freschezza

 

Viene un momento nella vita in cui si abbandona ogni cosa e si cerca una sorgente di acqua pura.  Penso che basti sentirne il bisogno, noi siamo ciò che è il nostro cuore e non diversamente.(M. De Maio)

 

 

Ti dò la freschezza
dell’acqua che corre felice,
zampilla, si perde e poi
riprende il suo corso.
Vivi e dissetati alla mia
sorgente, mentre io mi disseto
anche della tua ombra.

 

“Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana?” I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”.

Gli disse la donna: “Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?.

Rispose Gesù: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”.

 

Estratto dal Vangelo di Giovanni 4, 6-14

Edda CattaniTi do’ la freschezza
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La chiesa del “grembiule”

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La chiesa del “grembiule”

 

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, la personalità, la testimonianza e gli innumerevoli scritti di Don Tonino, rimangono fonte inesauribile di ammirazione ed ispirazione. La freschezza del suo linguaggio, la vicinanza ai bisogni dell’uomo e soprattutto degli ultimi e la volontà di superare la monotonia dell’ovvio rappresentano un patrimonio di valori da trasmettere e soprattutto da incarnare nel nostro tempo.

 

Vediamo un tratto delle sue parole a commento del Vangelo domenicale:

 

“…Io amo parlare della chiesa del grembiule che è l’unico paramento sacro che ci viene ricordato nel Vangelo. ‘Gesù si alzò da tavola, depose le vesti si cinse un asciugatoio’, un grembiule l’unico dei paramenti sacri. Nelle nostre sacrestie non c’è e quando uno viene ordinato sacerdote gli regalano tante altre belle cose, però il grembiule nessuno glielo manda. E’ il grembiule che ci dobbiamo mettere come chiesa, dobbiamo cingerci veramente il grembiule. Sapete che significa ‘Si alzò da tavola?’ Significa che se noi non partiamo da qui, dall’altare, da una vita di preghiera è inutile che andiamo a chiacchierare di pace. Chi ci crede ? Non siamo credibili, se non siamo credenti. E credere significa abbandonarsi a Cristo, non significa soltanto accettare le Sue parole, le Sue verità. Quindi, anche noi, se vogliamo parlare di pace e di carità dobbiamo alzarci da tavola…”

 

Parole innovative, ancora oggi, che il Servo di Dio ci propone e l’indossare il “grembiule”  significa aprirsi al dialogo con i fratelli anche delle diverse confessioni religiose, facendo in modo che la parola del Signore non diventi una barriera di divisione o uno scudo difensivo bensì un mezzo di unione e di apertura all’altro.

 

Lo sentiamo perciò anche vicino al nuovo Papa che ha fatto sua questa prerogativa, scegliendo il nome Francesco come segno di un ritorno al Vangelo e simbolo di partecipazione e carità. D’altro canto, il proposito di una istituzione ecclesiastica povera, amante de poveri non è una scelta demagogica ma evangelica. Condivisa in principio da don Tonino, oggi la Chiesa deve anche essere serva perché non rappresenta l’assoluto ma deve essere subordinata all’assoluto, cioè a Dio, un Dio che “serve” in quanto si manifesta come “servitore” nostro (pensiamo alla lavanda dei piedi prima dell’ultima Cena).  Probabilmente l’ammirazione e la vicinanza fraterna all’attuale Vescovo di Roma scaturisce dal fatto che rappresenti appieno il volto visibile di quella che don Tonino ha definito Chiesa del “grembiule”.

 

 

In occasione delle celebrazioni si è anche pubblicata un’opera: “UNA Croce con le ali” che nasce dalla lettura e dall’analisi approfondita del ricco ed articolato patrimonio di scritti lasciato in eredità da don Tonino Bello e pubblicato in sei volumi con l’edizione diocesana “Luce e Vita”.

 

La sfida di tradurre in drammaturgia gli scritti di don Tonino ha comportato la selezione dei tanti testi e l’adattamento degli stessi alla messa in scena. Aderenza alle Sacre Scritture e fedeltà assoluta alle sue parole sono state le linee metodologiche seguite, unitamente alla ‘licenza’ di ricodificare alcuni scritti in una diversa tipologia testuale.

 

Attraverso la sinergica combinazione di ogni forma d’arte, dalla poesia al teatro-danza, dall’immagine alla grafica con effetti multimediali, dalla composizione musicale alle combinazioni vocali e sonore, i testi prendono vita in dieci quadri scenici incentrati su altrettante tematiche ‘Forti’ del suo appassionato apostolato.

L’incontro con gli “ultimi” e l’icona della “Chiesa del grembiule”; Maria e la centralità della Croce; l’impegno attivo ed infaticabile contro la guerra e contro ogni forma di violenza; la pace e la cultura non violenta; la “mistica arte” della politica; l’emergenza dello sbarco degli albanesi; la “marcia dei cinquecento” a Sarajevo: questi alcuni tra i temi trattati nell’opera.

 

Infine, affinché questa commemorazione non rimanga sterile esposizione ricordiamo la parte conclusiva di Don Tonino in “PER COLORO CHE NON TROVANO PACE”:

 

“…E ora, visto che mi sono messo ad assicurare preghiere un po’ per tutti, vorrei rivolgermi anche a voi che, pur non essendovi mai allontanati da Dio, non riuscite ugualmente a trovar riposo nella vostra vita.

Per sè parrebbe un controsenso. Perché Dio è la fontana della pace, e chi si lascia da lui possedere non può soffrire i morsi dell’inquietudine. Però sta di fatto che, o per difetto di affido alla sua volontà, o per eccesso di calcolo sulle proprie forze, o per uno squilibrio di rapporti tra debolezza e speranza, o chi sa per quale misterioso disegno, è tutt’altro che rara la coesistenza di Dio con l’insoddisfazione cronica dello spirito.

Mi rivolgo perciò a voi, icone sacre dell’irrequietezza, per dirvi che un piccolo segreto di pace ce l’avrei anch’io da confidarvelo.

 

A voi, per i quali il fardello più pesante che dovete trascinare siete voi stessi. A voi, che non sapete accettarvi e vi crogiolate nelle fantasie di un vivere diverso. A voi, che fareste pazzie per tornare indietro nel tempo e dare un’altra piega all’esistenza. A voi, che ripercorrete il passato per riesaminare mille volte gli snodi fatali delle scelte che oggi rifiutate. A voi, che avete il corpo qui, ma l’anima ce l’avete altrove. A voi, che avete imparato tutte le astuzie del «bluff» perché sapete che anche gli altri si sono accorti della vostra perenne scontentezza, ma non volete farla pesare su nessuno e la mascherate con un sorriso quando, invece, dentro vi sentite morire. A voi, che trovate sempre da brontolare su tutto, e non ve ne va mai a genio una, e non c’è bicchiere d’acqua limpida che non abbia il suo fondiglio di detriti.

 

A tutti voi voglio ripetere: non abbiate paura. La sorgente di quella pace, che state inseguendo da una vita, mormora freschissima dietro la siepe delle rimembranze presso cui vi siete seduti.

Non importa che, a berne, non siate voi. Per adesso, almeno.”

Ma se solo siete capaci di indicare agli altri la fontana, avrete dato alla vostra vita il contrassegno della riuscita più piena. Perché la vostra inquietudine interiore si trasfigurerà in «prezzo da pagare» per garantire la pace degli altri.

 

O, se volete, non sarà più sete di «cose altre», ma bisogno di quel «totalmente Altro» che, solo, può estinguere ogni ansia di felicità.

Vi auguro che stasera, prima di andare a dormire, abbiate la forza di ripetere con gioia le parole di Agostino, vostro caposcuola:

 

«O Signore, tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniLa chiesa del “grembiule”
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Lunedì dell’Angelo

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Lunedì dell’Angelo

 

Vieni, è Primavera, sugli alberi fioriscono le gemme, la linfa risale al cielo, torna a cantare l’usignolo “Il nostro diletto parla, alzati amata mia, bella mia vieni poiché l’inverno è passato, la pioggia è cessata, se ne è andata, ritornano i fiori sulla terra, Il tempo del Canto è venuto. Cantico dei cantici.

Il Lunedì dell’Angelo, detto anche Lunedì di Pasqua, Lunedì dell’Ottava di Pasqua o Pasquetta, è il giorno successivo alla Pasqua e prende il suo nome dal fatto che in questo giorno si ricorda l’incontro dell’Angelo con le donne giunte al Sepolcro.

Il Vangelo racconta che Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Salòme andarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli olii aromatici per imbalsamare il corpo di Gesù. Vi trovarono il grande masso che chiudeva l’accesso alla tomba spostato; le tre donne erano smarrite e preoccupate e cercavano di capire cosa fosse successo, quando apparve loro un angelo che disse: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto” (Mc 16,1-7). E aggiunse: “Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli”, ed esse si precipitarono a raccontare l’accaduto agli altri.

La tradizione ha spostato questi fatti dalla mattina di Pasqua al giorno successivo (lunedì), forse perché i Vangeli indicano “il giorno dopo la Pasqua”, anche se evidentemente quella a cui si allude è la Pasqua ebraica, che cadeva di sabato.

L’espressione “lunedì dell’Angelo” è tradizionale e non appartiene al calendario liturgico ufficiale della Chiesa cattolica, il quale lo indica come lunedì dell’Ottava di Pasqua. Non è giorno di precetto per i cattolici. 

Edda CattaniLunedì dell’Angelo
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E sia Pasqua per tutti

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E sia Pasqua per tutti

 

‘Buona Pasqua a tutti, a chi crede, a chi non crede, a chi crede di credere e a chi crede di non credere.’

Oggi siamo tutti presi dalla preoccupazione di vivere,
e in questa corsa con il tempo,
spesso dimentichiamo il piacere di esistere.
Romano Battaglia

 

 

RESURREZIONE E’ VIVERE
Resurrezione è lasciarsi raggiungere da ciò che si è vissuto, e ascoltarlo nuovamente e dare nuove interpretazioni. Resurrezione è ricominciare a vivere una vita che non si accontenta più di rimanere appiattita sul presente. È avere tempo e saggezza per lasciar parlare le radici. Vivere da risorti è sentire che noi siamo il frutto di una storia che chiede continuamente di ripensarsi. È imparare ad essere grati della vita, anche dei momenti più tragici, è sentire che le ombre, se riconosciute e amate, sono feritoie di luce: ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”… vivere da risorti è imparare a leggere il presente con la saggezza maturata da un cuore che sa ricordare. Resurrezione è il tempo reso eternamente presente. Alessandro Dehò

 

 

Edda CattaniE sia Pasqua per tutti
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Il Vangelo del teologo

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… ce ne sono di preti che predicano il Vangelo con competenza…

“Incomprensibile” vangelo

( intervista  ad Alberto Maggi di Silvia Pettiti)

 

“La violenza verbale adoperata da Gesù o dagli evangelisti nei confronti dei farisei non è per una polemica verso il mondo giudaico, ma è un monito sempre attuale perché all’interno della comunità cristiana non rinascano gli elementi tossici della religione: l’idea della supremazia, del merito, della gerarchia.”

Lo studio è affollato di libri, oggetti etnici, fotografie, icone. Sul tavolo di lavoro è aperto un libro pieno di sottolineature, a sinistra il testo in greco a destra quello in lingua italiana. Sono i vangeli, che padre Alberto Maggi frequenta quotidianamente per preparare il commento settimanale che trasmette attraverso internet per raggiungere i “fedeli” che lo seguono sparsi in tutta Italia e non solo. Sta lavorando anche alla traduzione del vangelo di Giovanni e, insieme a Ricardo Perez, il frate spagnolo che vive con lui a Montefano dal 1995, a quella del vangelo di Matteo, “lavori senza scadenza, per non obbligarci a lavorare nella fretta perdendo la calma e l’attenzione che sono necessarie.”

Tra le tante fotografie che arredano le librerie, una lo ritrae con don Carlo Molari, un’altra con Arturo Paoli, un’altra ancora con Vito Mancuso. Amici comuni. “Don Carlo l’ho conosciuto quand’ero studente al Marianum, tempi in cui le sue lezioni di teologia mi scandalizzavano… me lo ricorda sempre quando ci incontriamo!”.

La conoscenza con Arturo risale agli anni in cui cercava la strada religiosa più adatta a lui, “i piccoli fratelli mi attiravano molto, la  spiritualità radicale di Charles de Foucauld mi entusiasmava, ma io volevo dedicarmi allo studio della Scrittura mentre le fraternità esigevano l’impegno nel lavoro manuale”.

Gli anni di preparazione al sacerdozio avevano messo in crisi Alberto Maggi.

Io pensavo che a noi futuri preti, durante gli studi di teologia, venissero insegnati i vangeli, invece ricevemmo un’infarinatura generale senza una lettura sistematica e precisa dei testi. Poi si diventa preti e nell’Eucarestia si deve annunciare un vangelo che noi per primi non conosciamo.

Andai in crisi perché sentivo di avere strumenti insufficienti, dovevo convincere gli altri di qualcosa di cui non potevo essere convinto. La crisi grossa scoppiò di fronte al brano del capitolo 11 di Marco, un brano inquietante in cui Gesù esce in campagna, ha fame, si avvicina all’albero, cerca dei frutti ma non li trova e anziché pensare: che sbadato, non è la stagione dei fichi!, sembra maledica il povero fico che si secca fin dalle radici. È un episodio inquietante, e perfido l’evangelista aggiunge: ma non era la stagione dei fichi. Capii che c’era qualcosa di incomprensibile nei vangeli e incontrai uno straordinario biblista, Juan Mateos, che vide la mia passione per la Scrittura e mi accolse al suo seguito.”

Da 40 anni padre Alberto studia le Scritture, i vangeli in particolare. “che interpreta a servizio della giustizia e non del potere” come si legge nel risvolto di copertina di uno dei suoi ultimi libri Versetti pericolosi (Fazi 2012).

Il primo brano che Juan Mateos gli affidò fu il racconto del fico sterile.

Che cosa hai scoperto riguardo ad esso?

Gli evangelisti oltre ad essere dei grandi teologi, sono dei letterati che usano gli schemi letterari della loro epoca. Uno di questi era lo schema del trittico che si sviluppa in tre scene, una centrale e due secondarie, che si comprendono in relazione alla centrale. In questo episodio la scena centrale è la cacciata dal tempio non solo dei mercanti ma anche di quanti sono lì per comprare: Gesù mette fine al culto, che presenta un Dio insaziabile che continuamente chiede e pretende. Il Dio di Gesù al contrario offre, si dona. Questo è il senso dell’episodio centrale del trittico, anticipato dall’episodio del fico, albero che rappresentava la vita. Questo fico, che genera soltanto foglie cioè apparenza ma non frutti che nutrono, rappresenta l’istituzione religiosa. Gesù non maledice il fico ma dice: che nessuno ne mangi più. È un invito ad allontanarsi da un’istituzione religiosa che è soltanto apparenza ma che non nutre. L’espressione di Marco “non era la stagione dei frutti” si rifà all’annunzio di Gesù all’inizio della sua predicazione: “il tempo è compiuto”. Dio aveva infatti stabilito un’alleanza con il suo popolo, se voi osservate le mie leggi io mi prendo cura di voi. Ma questa alleanza era fallita non solo perché Israele non era un popolo migliore degli altri, ma in esso l’ingiustizia, l’oppressione, il dominio venivano perpetrati in nome di Dio.

Gli scribi, i farisei, i dottori della legge sono al centro della polemica che continuamente ribadisci.

Chiariamo subito una cosa importante per la comprensione e la lettura dei vangeli: la violenza verbale adoperata da Gesù o dagli evangelisti nei confronti dei farisei non è per una polemica verso il mondo giudaico, nei confronti del quale la comunità cristiana si fosse ormai radicalmente staccata, ma è un monito sempre attuale perché all’interno della comunità cristiana non rinascano gli elementi tossici della religione: l’idea della supremazia, del merito, della gerarchia.

Per portare un esempio, nella parabola del samaritano Gesù presenta i due opposti della religione: da un lato il samaritano, l’uomo eretico, scomunicato, lontano da Dio; dall’altro il sacerdote, la persona che la cultura dell’epoca considera la più vicina a Dio. Il sacerdote aveva compiuto il suo servizio settimanale di culto al tempio di Gerusalemme e stava scendendo verso Gerico. È in condizioni di purezza rituale perfetta. Perché non si avvicina al malcapitato e non se ne prende cura? Qual è per lui il comandamento più importante, l’amore e l’onore di Dio o l’amore del prossimo? Chiaro che l’amore verso Dio viene prima di quello per il prossimo. Gesù non è d’accordo,

Egli insegna e pratica che onorando l’uomo si è sicuri di onorare anche Dio mentre spesso per onorare Dio si fanno soffrire le persone. Quando si trova in conflitto tra il rispetto della legge divina e il bene dell’uomo Gesù sceglie sempre il secondo. Questo è un criterio importante che gli evangelisti ci trasmettono: il bene dell’uomo è l’unico valore sacro e assoluto, se a fianco o sopra si pone una verità, una dottrina, un comandamento, prima o poi, in nome di quella verità, dottrina, comandamento, inevitabilmente si causerà sofferenza all’uomo.

Se gli scribi e i farisei sono incompatibili con il messaggio di Gesù, coloro che si rivelano pronti ad accoglierlo sono invece gli emarginati: dai pastori ai pubblicani, alle prostitute…

Questa è la grande rivoluzione: mentre la religione divide tra puri e impuri, meritevoli e no, peccatori e no, Dio ha mostrato che nessuna persona può essere considerata impura. Nessuna persona, qualunque sia la sua condizione, può essere esclusa dall’amore di Dio. Questa è la buona notizia che gli emarginati, che erano disprezzati dalla religione e non si potevano avvicinare al tempio, hanno accolto. La novità portata da Gesù è che lui è diventato l’unico vero santuario da cui si irradia l’amore di Dio. Un santuario che va incontro alle persone che non potevano avvicinarsi al santuario di Gerusalemme, al quale si accedeva soltanto se si osservavano determinate condizioni di purificazione, per cui molte persone non potevano avvicinarsi. Gesù, che manifesta la divinità, non attende che le persone si rechino al tempio ma è lui che va incontro a queste persone, demolendo quello che la religione insegna.

Questo messaggio rivoluzionario non è stato capito neppure dalle persone più vicine a Gesù, né dai suoi familiari né dai discepoli che lo hanno seguito. Perché?

Gesù ha commesso un grande errore che lo ha reso incomprensibile e che ha pagato con la vita. Non è stato capito dai suoi familiari, come rivela l’episodio drammatico che soltanto Marco conserva, quello del tentativo di cattura da parte dei suoi familiari che pensavano fosse impazzito. Non è stato capito dai suoi discepoli, non è stato compreso dalla folla e tanto meno dall’istituzione religiosa.

Se si fosse presentato come un uomo che, grazie ai suoi meriti e alle sue capacità, ha raggiunto la pienezza divina, questo sarebbe stato accettato e comprensibile. A quell’epoca infatti tutti coloro che detenevano un potere si consideravano delle divinità. Gesù invece non si è presentato come l’uomo salito alla condizione divina; al contrario ha presentato un Dio che si abbassa per farsi uomo.

Questo è inaccettabile e incomprensibile. Gesù è Dio che si è fatto uomo non l’uomo che è salito a una condizione divina: il che significa che più si è umani più ci si avvicina alla divinità. In una società dove le persone, attraverso la spiritualità salivano verso Dio e si separavano dagli altri, Gesù ha presentato un Dio completamente diverso. Basti pensare l’episodio dello smarrimento di Gesù al tempio raccontato da Luca: Maria e Giuseppe sono convintissimi che Gesù segua le orme dei padri, mentre Gesù non fa questo, lui segue le orme del Padre e invita i suoi genitori a fare altrettanto.

Gesù presenta un Dio che si situa al di là della religione, e si incontra nell’umano. Questo lo ha reso inaccettabile e incomprensibile.

Per la cultura dell’epoca, le donne sono impure e lontane da Dio. I discepoli non le vogliono al seguito di Gesù, san Paolo afferma che debbono restare sottomesse e tacere in assemblea… eppure Gesù riconosce alla donna una dignità e una posizione completamente diversa.

Sentenzia il talmud: Dio non ha mai rivolto la parola a una donna. La donna è considerata in una condizione permanente di impurità, è l’essere più lontano dalla divinità. Dio ha parlato a ogni genere di maschi, dai re ai delinquenti, dai sacerdoti agli assassini, ma alla donna ha parlato una sola volta, e siccome Sara gli ha risposto con una innocente bugia Dio da quella volta non ha più parlato a nessuna donna. Questo fa comprendere la cultura dell’epoca, nell’ambiente di vita di Gesù le donne sono segregate in casa, è inconcepibile la loro presenza in un gruppo. Ci sono due episodi talmente scandalosi che per diversi secoli sono stati censurati. Uno è quello dell’adultera: per tre secoli nessuna comunità cristiana ha voluto che questo episodio fosse inserito nel canone, perché secondo la testimonianza di Agostino, la misericordia di Dio verso l’adultera poteva risultare come un lasciapassare all’adulterio. L’altro episodio ancora più scandaloso è quello della prostituta che entra nella casa di Simone il fariseo durante il banchetto con Gesù: questa donna si avvicina a lui, lo tocca, gli bacia i piedi, glieli bagna con le lacrime e poi li asciuga con i suoi capelli. Tutti gesti “ambigui”, gesti di seduzione che Gesù non respinge ma ai quali restituisce un valore di relazione diverso: gesti di amore che una donna peccatrice compie a differenza di Simone che lo ha invitato ma poi non lo ha accolto. Ciò che più scandalizza è che Gesù non le abbia detto: va e non peccare più, come aveva fatto in tante altre occasioni. Non era concepibile che Gesù non avesse obbligato la prostituta cambiare vita.

D’altra parte a quei tempi per una donna sola le alternative erano poche: la prostituzione o l’emarginazione. Cosa avrà fatto questa donna dopo l’incontro con Gesù? È probabile che sia stata accolta nel gruppo dei discepoli, senza troppo calore da parte loro ma soprattutto alimentando ancora più chiacchiere nei confronti di questo gruppo che si presentava con personaggi incompatibili secondo i canoni dell’epoca.

 


Edda CattaniIl Vangelo del teologo
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Il giorno del silenzio

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Il giorno del silenzio

 

Per antica tradizione, in questo giorno la Chiesa non celebra il sacrificio eucaristico. Sabato Santo è il giorno nel quale la Chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua passione e morte. Gesù discende agli inferi, per risalirne vittorioso insieme ai nostri progenitori e a tutti i giusti dell’Antico Testamento.

Incastonato tra il dolore della Croce e la gioia della Pasqua, questo giorno si colloca al centro della nostra fede. È un giorno denso di sofferenza, di attesa e di speranza; segnato da un profondo silenzio.

I discepoli hanno ancora nel cuore le immagini dolorose della morte di Gesù. In quel giorno sperimentano il silenzio di Dio, la pesantezza della sua apparente sconfitta, la disperazione dovuta all’assenza del Maestro. A ciò si aggiunge la vergogna d’essere fuggiti e d’aver rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente e al futuro, mancando ancora quei segni che incominceranno a scuoterli a partire dal mattino della Domenica con il racconto del sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto.

Ma questo giorno è anche il Sabato di Maria. Ella lo vive nelle lacrime unite alla forza della fede. Veglia nell’attesa fiduciosa e paziente; sa che le promesse di Dio si avverano per la potenza divina che risuscita i morti. Così Maria, con la sua forza d’animo, sorregge la fragile speranza dei discepoli amareggiati e delusi.

Con il suo esempio, dunque, Maria aiuta anche noi ad essere sempre, pur nelle difficoltà che possiamo incontrare, fiduciosi nel Signore e testimoni della speranza che non muore.

PER IL SABATO SANTO 1953

(di Gherardo del Colle) a Nando Fabro

Il gallo s’è sgolato per millenni.
E Cefa ha pianto. E dondolò dall’albero
lo scheletro dei Giuda. Balza fuori,
rovescia sopra il tetro nostro suolo,
o Signore, la pietra che Ti chiude.
Te Risorto presentono nei solchi
turgide gemme e pallidi frumenti.
Ripercorrono ansiosi i Due di Emmaus
l’antica strada. E là Maria di Magdala
nell’orto attende che Tu la sorprenda.
Hora est jam: il tedio e il lamento
vano, che noi tardi di cuore a credere
a guardia riponemmo del Sepolcro,
un Tuo urlo disperda, o Tu più forte
d’ogni morte, Gesù: de somno surge.
E gli Angioli, alleluja, e le campane
Annuncino alleluia, che Tu ritorni.
Per domani, Signore? Oh, da domani
s’inizino, coll’alba, i giorni nuovi,
alleluia, viso Domino. Alleluia!

Edda CattaniIl giorno del silenzio
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