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La chiesa del “grembiule”

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La chiesa del “grembiule”

 

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, la personalità, la testimonianza e gli innumerevoli scritti di Don Tonino, rimangono fonte inesauribile di ammirazione ed ispirazione. La freschezza del suo linguaggio, la vicinanza ai bisogni dell’uomo e soprattutto degli ultimi e la volontà di superare la monotonia dell’ovvio rappresentano un patrimonio di valori da trasmettere e soprattutto da incarnare nel nostro tempo.

 

Vediamo un tratto delle sue parole a commento del Vangelo:

 

“…Io amo parlare della chiesa del grembiule che è l’unico paramento sacro che ci viene ricordato nel Vangelo. ‘Gesù si alzò da tavola, depose le vesti si cinse un asciugatoio’, un grembiule l’unico dei paramenti sacri. Nelle nostre sacrestie non c’è e quando uno viene ordinato sacerdote gli regalano tante altre belle cose, però il grembiule nessuno glielo manda. E’ il grembiule che ci dobbiamo mettere come chiesa, dobbiamo cingerci veramente il grembiule. Sapete che significa ‘Si alzò da tavola?’ Significa che se noi non partiamo da qui, dall’altare, da una vita di preghiera è inutile che andiamo a chiacchierare di pace. Chi ci crede ? Non siamo credibili, se non siamo credenti. E credere significa abbandonarsi a Cristo, non significa soltanto accettare le Sue parole, le Sue verità. Quindi, anche noi, se vogliamo parlare di pace e di carità dobbiamo alzarci da tavola…”

 

Parole innovative, ancora oggi, che il Servo di Dio ci propone e l’indossare il “grembiule”  significa aprirsi al dialogo con i fratelli anche delle diverse confessioni religiose, facendo in modo che la parola del Signore non diventi una barriera di divisione o uno scudo difensivo bensì un mezzo di unione e di apertura all’altro.

 

Lo sentiamo perciò anche vicino al nuovo Papa che ha fatto sua questa prerogativa, scegliendo il nome Francesco come segno di un ritorno al Vangelo e simbolo di partecipazione e carità. D’altro canto, il proposito di una istituzione ecclesiastica povera, amante de poveri non è una scelta demagogica ma evangelica. Condivisa in principio da don Tonino, oggi la Chiesa deve anche essere serva perché non rappresenta l’assoluto ma deve essere subordinata all’assoluto, cioè a Dio, un Dio che “serve” in quanto si manifesta come “servitore” nostro (pensiamo alla lavanda dei piedi prima dell’ultima Cena).  Probabilmente l’ammirazione e la vicinanza fraterna all’attuale Vescovo di Roma scaturisce dal fatto che rappresenti appieno il volto visibile di quella che don Tonino ha definito Chiesa del “grembiule”.

 

 

In occasione delle celebrazioni si è anche pubblicata un’opera: “UNA Croce con le ali” che nasce dalla lettura e dall’analisi approfondita del ricco ed articolato patrimonio di scritti lasciato in eredità da don Tonino Bello e pubblicato in sei volumi con l’edizione diocesana “Luce e Vita”.

 

La sfida di tradurre in drammaturgia gli scritti di don Tonino ha comportato la selezione dei tanti testi e l’adattamento degli stessi alla messa in scena. Aderenza alle Sacre Scritture e fedeltà assoluta alle sue parole sono state le linee metodologiche seguite, unitamente alla ‘licenza’ di ricodificare alcuni scritti in una diversa tipologia testuale.

 

Attraverso la sinergica combinazione di ogni forma d’arte, dalla poesia al teatro-danza, dall’immagine alla grafica con effetti multimediali, dalla composizione musicale alle combinazioni vocali e sonore, i testi prendono vita in dieci quadri scenici incentrati su altrettante tematiche ‘Forti’ del suo appassionato apostolato.

L’incontro con gli “ultimi” e l’icona della “Chiesa del grembiule”; Maria e la centralità della Croce; l’impegno attivo ed infaticabile contro la guerra e contro ogni forma di violenza; la pace e la cultura non violenta; la “mistica arte” della politica; l’emergenza dello sbarco degli albanesi; la “marcia dei cinquecento” a Sarajevo: questi alcuni tra i temi trattati nell’opera.

 

Infine, affinché questa commemorazione non rimanga sterile esposizione ricordiamo la parte conclusiva di Don Tonino in “PER COLORO CHE NON TROVANO PACE”:

 

“…E ora, visto che mi sono messo ad assicurare preghiere un po’ per tutti, vorrei rivolgermi anche a voi che, pur non essendovi mai allontanati da Dio, non riuscite ugualmente a trovar riposo nella vostra vita.

Per sè parrebbe un controsenso. Perché Dio è la fontana della pace, e chi si lascia da lui possedere non può soffrire i morsi dell’inquietudine. Però sta di fatto che, o per difetto di affido alla sua volontà, o per eccesso di calcolo sulle proprie forze, o per uno squilibrio di rapporti tra debolezza e speranza, o chi sa per quale misterioso disegno, è tutt’altro che rara la coesistenza di Dio con l’insoddisfazione cronica dello spirito.

Mi rivolgo perciò a voi, icone sacre dell’irrequietezza, per dirvi che un piccolo segreto di pace ce l’avrei anch’io da confidarvelo.

 

A voi, per i quali il fardello più pesante che dovete trascinare siete voi stessi. A voi, che non sapete accettarvi e vi crogiolate nelle fantasie di un vivere diverso. A voi, che fareste pazzie per tornare indietro nel tempo e dare un’altra piega all’esistenza. A voi, che ripercorrete il passato per riesaminare mille volte gli snodi fatali delle scelte che oggi rifiutate. A voi, che avete il corpo qui, ma l’anima ce l’avete altrove. A voi, che avete imparato tutte le astuzie del «bluff» perché sapete che anche gli altri si sono accorti della vostra perenne scontentezza, ma non volete farla pesare su nessuno e la mascherate con un sorriso quando, invece, dentro vi sentite morire. A voi, che trovate sempre da brontolare su tutto, e non ve ne va mai a genio una, e non c’è bicchiere d’acqua limpida che non abbia il suo fondiglio di detriti.

 

A tutti voi voglio ripetere: non abbiate paura. La sorgente di quella pace, che state inseguendo da una vita, mormora freschissima dietro la siepe delle rimembranze presso cui vi siete seduti.

Non importa che, a berne, non siate voi. Per adesso, almeno.”

Ma se solo siete capaci di indicare agli altri la fontana, avrete dato alla vostra vita il contrassegno della riuscita più piena. Perché la vostra inquietudine interiore si trasfigurerà in «prezzo da pagare» per garantire la pace degli altri.

 

O, se volete, non sarà più sete di «cose altre», ma bisogno di quel «totalmente Altro» che, solo, può estinguere ogni ansia di felicità.

Vi auguro che stasera, prima di andare a dormire, abbiate la forza di ripetere con gioia le parole di Agostino, vostro caposcuola:

 

«O Signore, tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniLa chiesa del “grembiule”
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Lunedì dell’Angelo

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Lunedì dell’Angelo

 

Vieni, è Primavera, sugli alberi fioriscono le gemme, la linfa risale al cielo, torna a cantare l’usignolo “Il nostro diletto parla, alzati amata mia, bella mia vieni poiché l’inverno è passato, la pioggia è cessata, se ne è andata, ritornano i fiori sulla terra, Il tempo del Canto è venuto. Cantico dei cantici.

Il Lunedì dell’Angelo, detto anche Lunedì di Pasqua, Lunedì dell’Ottava di Pasqua o Pasquetta, è il giorno successivo alla Pasqua e prende il suo nome dal fatto che in questo giorno si ricorda l’incontro dell’Angelo con le donne giunte al Sepolcro.

Il Vangelo racconta che Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Salòme andarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli olii aromatici per imbalsamare il corpo di Gesù. Vi trovarono il grande masso che chiudeva l’accesso alla tomba spostato; le tre donne erano smarrite e preoccupate e cercavano di capire cosa fosse successo, quando apparve loro un angelo che disse: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto” (Mc 16,1-7). E aggiunse: “Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli”, ed esse si precipitarono a raccontare l’accaduto agli altri.

La tradizione ha spostato questi fatti dalla mattina di Pasqua al giorno successivo (lunedì), forse perché i Vangeli indicano “il giorno dopo la Pasqua”, anche se evidentemente quella a cui si allude è la Pasqua ebraica, che cadeva di sabato.

L’espressione “lunedì dell’Angelo” è tradizionale e non appartiene al calendario liturgico ufficiale della Chiesa cattolica, il quale lo indica come lunedì dell’Ottava di Pasqua. Non è giorno di precetto per i cattolici. 

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E sia Pasqua per tutti

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E sia Pasqua per tutti

 

‘Buona Pasqua a tutti, a chi crede, a chi non crede, a chi crede di credere e a chi crede di non credere.’

Oggi siamo tutti presi dalla preoccupazione di vivere,
e in questa corsa con il tempo,
spesso dimentichiamo il piacere di esistere.
Romano Battaglia

 

 

RESURREZIONE E’ VIVERE
Resurrezione è lasciarsi raggiungere da ciò che si è vissuto, e ascoltarlo nuovamente e dare nuove interpretazioni. Resurrezione è ricominciare a vivere una vita che non si accontenta più di rimanere appiattita sul presente. È avere tempo e saggezza per lasciar parlare le radici. Vivere da risorti è sentire che noi siamo il frutto di una storia che chiede continuamente di ripensarsi. È imparare ad essere grati della vita, anche dei momenti più tragici, è sentire che le ombre, se riconosciute e amate, sono feritoie di luce: ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”… vivere da risorti è imparare a leggere il presente con la saggezza maturata da un cuore che sa ricordare. Resurrezione è il tempo reso eternamente presente. Alessandro Dehò

 

 

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Portare la croce

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Portare la Croce

 

Dirvi che sulla croce un giorno ci è salito un uomo innocente, e che sul retro della croce c’è un posto vuoto dove un altro innocente è chiamato a fare compagnia ai rantoli di Cristo, appartiene al messaggio inquietante, eppur dolcissimo, che un ministro della Parola non può né accorciare né mettere tra parentesi.

 

“Se voi riuscirete a liberarvi dalla rassegnazione, se riporterete maggiore fiducia nella solidarietà, se la romperete con lo stile pernicioso della delega, se non vi venderete la dignità per un piatto di lenticchie, se sarete così tenaci da esercitare un controllo costante su coloro che vi amministrano, se provocherete i credenti in Cristo a passare armi e bagagli dalla vostra parte, non tarderemo a vedere i segni gaudiosi della risurrezione.””Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece un gran buio su tutta la terra”. Ci viene da chiedere all’evangelista:”E poi, dopo?”. Dopo Gesù emise lo Spirito. La crocifissione non è un’operazione a lunga conservazione. La crocifissione durerà soltanto poche ore. Al di là di quelle tre ore Dio non la permette più nè a Suo Figlio, nè ai suoi figli. Ecco perchè dobbiamo avere davanti a noi la luce, la gioia, la speranza.La consapevolezza di partecipare, attraverso la sua malattia, alla passione di Cristo, porta don Tonino a mettersi alla guida dello strano popolo, quello dei malati, per condividere la passione di Gesù, “capo del sindacato dei sofferenti”.Dal letto del suo dolore parte un annuncio di speranza. E’ il 12 marzo 1993, don Tonino pronuncia la sua ultima Via Crucis dai microfoni di un’emittente locale.  Dopo poco più di un mese vivrà la sua Pasqua.

 

 

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Il perdono

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Il perdono

( Ne abbiamo parlato anche i giorni scorsi alla Solange)

Dal perdono umano, a quello divino… Cosa dicono i Padri della Chiesa.

Perché questa riflessione?

Ho seguito la storia di un femminicidio e mi sono avvicinata a genitori sconvolti dalla terribile vicenda che ha distrutto la famiglia. Ho parlato sommessamente alla madre per stringerla al cuore, in un fraterno abbraccio ed ho raccolto questo grido disperato…

Giorni infiniti in cui la tua assenza fa’ sempre più male ..
giorni in cui ti ho cerco nei miei ricordi .. nei miei sogni …
giorni che ho sussurrato il tuo nome guardando le tue foto sparse per casa …
giorni in cui penso se avessi potuto evitare ciò che e’ successo …
giorni che scorrono sempre con il pensiero rivolto a te …
tanti mi dicono Dio aveva bisogno di un angelo e ha preso te ..

 

bella consolazione ……. inaccettabile .. incomprensibile … disumano …
e allora oggi mi rivolgo pure a te Dio …
se hai creato tutto l’universo non potevi farti il tuo angelo uguale e lasciarmi 
mia figlia ? 

che Dio sei ?
Un giorno se ti vedrò Dio dovrai darmi una risposta …
e già da adesso posso dirti che e’ inaccettabile …

Ci sono sempre parole che feriscono, suscettibilità che si urtano, delitti che sconvolgono equilibri familiari e non sempre basta la giustizia degli uomini a dare pace. Al contrario… E allora occorre guardarsi dentro e cancellare questa immagine brutta di un Dio giustiziere,  che ha bisogno di un fiore in più nel suo giardino, dove sono i nostri adorati figli, perché non corrisponde alla mia fede. Io penso che questa sia lo svolgersi della vita che ci riserva brutte sorprese  perché, a volte,  gli uomini compiono atti terribili e disonesti. Dio è un padre d’amore e non ci ha tolto mai i nostri figli che vegliano su di noi e penso che, questa giovane, abbia perdonato anche il suo assassino.  Ma è tanto difficile credere … Chiedere e accogliere il perdono è un processo umano e un percorso divino. Comincia con un atto di coraggio che, trasformando le relazioni umane, possiede la capacità di rivelare il volto originale di Dio.

 

 

 

 

La pratica del perdono

Chiedere perdono come anche perdonare non sono azioni spontanee, naturali. Sono valori entrati a far parte della cultura cristiana e che il cristiano è chiamato a vivere con la forza che scaturisce dalla vita nuova ricevuta con il Battesimo.

 “Ma lei ha perdonato coloro che hanno ucciso, il figlio… il marito?…”

“ E lei ha chiesto perdono alla famiglia?”.

Quante volte, a seconda dei casi, abbiamo sentito porre dai giornalisti questi tipi di domande  a coloro che sono ancora straziati da un dolore o che hanno appena commesso un reato!

E quante volte abbiamo disapprovato la mancanza di tatto in momenti così delicati avvertendo, anche inconsciamente, che il perdono da chiedere o da ricevere non è automatico ma un processo lento, progressivo, che coinvolge tutta la sfera della persona. Ci risulta faticoso chiedere perdono perché la nostra società incoraggia a salvare la faccia, a giustificarci in ogni caso, a dare prova di spirito di potenza, a non incontrare la propria debolezza. Ammettere di aver sbagliato, infatti, presuppone una grande attenzione alla propria interiorità e ai propri valori, tanto morali quanto spirituali.

Per un perdono senza equivoci

Perdonare non significa pronunciare la parola magica del perdono  e magari aspettarsi un effetto istantaneo, anch’esso magico. Può essere facile pronunciare la parola perdono, ma ha poco valore se non c’è il cuore, se non è coinvolta tutta la persona. L’atto della volontà è necessario (come diceva sant’Agostino)  ma non è sufficiente. Sono indispensabili risorse come l’intelligenza, il cuore, la sensibilità, il buonsenso, altrimenti risulta un perdono artificioso.

 

Perdonare non significa dimenticare il torto subito. Spesso sentiamo dire: «Va bene, dimentichiamo, voltiamo pagina, perdoniamoci… ». In questo caso non si avrebbe niente da perdonare. Esercitare il perdono esige invece una buona memoria e una coscienza lucida dell’offesa. Anzi, alcuni suggeriscono di ricordare, anche dettagliatamente, il torto ricevuto per poterci liberare delle ferite che esso può aver provocato. In effetti, se si giunge a perdonare un’offesa ciò significa che il suo ricordo non ci causa più sofferenza ma sarà un ricordo come un altro che contribuirà ad acquistare maggiore saggezza. “Il perdono non è dimenticare le colpe del passato, ma un dilatarsi del cuore in uno scambio di vita” (Giovanni Vannucci)

Nel vangelo Gesù dice:

“Sapete che fu detto: occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5,38-41).

 

Per un perdono cristiano

Charles Duquoc, commentando questo brano, afferma che Gesù non è un ingenuo, non comanda la passività, non chiede di rinunciare alla lotta contro il male. Egli vuole mostrare che l’equivalenza nel male, fosse anche nel nome della giustizia, non trasforma la società umana. Ci vuole un atteggiamento che non si misuri su quanto è già stato fatto: occorre un gesto innovativo, un gesto creatore.

Il perdono rappresenta questa innovazione.

Il credente imita Dio creatore quando, tralasciando l’imperativo della giustizia legale, apre un’altra relazione con colui al quale egli perdona. Così il perdono, trasformando le relazioni umane, possiede la capacità di rivelare il volto originale di Dio. Il perdono comincia con un atto di coraggio.

Perdonare come il Signore perdona noi

“L’animo sia ben disposto, umile, pieno di misericordia, facile a perdonare. Chi sa di avere offeso, chieda perdono. E’ indubbiamente elemosina assai meritevole perdonare le colpe al fratello, come il Signore perdona le nostre. E’ solo questione di volontà. Qualcuno può dire: “Ho mal di stomaco: non posso digiunare”, oppure: “vorrei dare qualcosa ai poveri, ma non posso, ho appena il sufficiente per me”. Ma chi oserà dire:”Non concedo il perdono a chi me lo chiede perché la salute non me lo permette, o mi manca la mano con cui stringere la sua?” . Perdona e sarai perdonato. Non si richiede uno sforzo fisico: L’anima non ha bisogno di fatica muscolare per compiere quanto le viene richiesto. Essendo scritto: Non lasciate tramontare il sole, senza che abbiate prima perdonato (Ef 4,26) ditemi, fratelli carissimi, se può chiamarsi cristiano colui che, neanche in questi giorni di quaresima vuol finirla con i rancori, che non avrebbe mai dovuto alimentare” (Agostino, Sermone 210,12).

Dio dice: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,8-9).
Se noi, quando i nostri servi hanno commesso molte mancanze,
perdoniamo loro, se promettono di correggersi,
e li rimettiamo all’onore di prima
e talvolta persino concediamo loro una maggior fiducia,
molto più lo farà Dio.
Se Dio ci avesse creato allo scopo di poterci castigare,
avresti ragione di disperare
e di dubitare della tua salvezza;
ma dal momento che ci ha creato per sua sola bontà
e per farci godere dei beni eterni,
e per questo fa di tutto
dal primo giorno della nostra esistenza, fino a ora,
che cosa ci può rendere dubbiosi?
Chi semina non mieterà,
se dopo la semina non si attende la messe.
Chi vorrebbe mai fare una gran fatica,
se questa non gli porta nessun frutto?
Così chi semina parole, lacrime e confessione,
se non fa questo con la speranza di averne bene,
non potrà staccarsi dal peccato,
poiché lo trattiene il male della disperazione;
anzi, come il contadino che non spera di mietere,
non bada a togliere ciò che danneggia il campo,
così chi piange e riconosce i suoi peccati,
ma da ciò non si aspetta alcuna utilità,
non potrà mai eliminare ciò che guasta il suo pentimento.

Da Invito a penitenza di Giovanni Crisostomo

 

Edda CattaniIl perdono
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Bernardette Soubirous

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Bernardette Soubirous

La più ignorante dei Pirenei

A proposito di Lourdes è stato detto – e a ragione – che “la prova migliore dell’apparizione è Bernadette stessa” . Bassa di statura (non arrivava neanche al metro e mezzo (m. 1,40), dalla testa troppo grande, analfabeta, tarda di comprendonio (non era stata ammessa alla prima comunione perché non riusciva ad imparare neanche la formule del catechismo, e “che ignorava “persino il mistero della santissima Trinità” ). Una ragazzina non più devota delle altre, ma tanto imbranata da non sapere neanche che età avesse (“tredici… o 14 anni)”, disprezzata, appartenente a famiglia emarginata, nota per l’enorme miseria economica e morale. Bernadette è nata infatti nella famiglia più povera di Lourdes, tanto misera da non avere neanche un’abitazione ed era costretta ad abitare in un autentico tugurio: l’ex prigione abbandonata perché insalubre. Con un padre arrestato nel 1857 sotto l’imputazione di furto aggravato. La moralità della madre non è meno dubbia. “È a tutti notorio che questa donna si abbandona all’ubriachezza…” (dal rapporto del Procuratore Imperiale Dutour).

Neanche i suoi parenti godono di buona fama: due sue zie erano state scacciate dalle “figlie di Maria” per essere rimaste incinta prima del matrimonio, cosa che a quei tempi era abbastanza riprovevole. A dispetto dei tanti ritrattini ascetici che le verranno costruiti addosso ancora vivente, Bernadette, ragazza normale che non disdegnava il vino (abitudine che probabilmente le era venuta quando da piccola serviva al bancone dell’osteria di sua zia Bernarde), verrà apostrofata come “ubriacona”, “sgualdrina”, dal Commissario Jacomet al suo primo interrogatorio. In Bernadette sembra trovare conferma il metodo di Dio, che per le sue azioni sceglie sempre ciò che agli occhi degli uomini non è degno di stima (1 Cor 1,27). “Se la santa Vergine ha scelto me, è perché ero la più ignorante. Se ne avesse trovata un’altra più ignorante, avrebbe scelto lei” affermava Bernadette.

 

(da Alberto Maggi)

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Testimoni del tempo

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P. Davide Maria Turoldo

 

 

Energia, tenerezza, forza, leggerezza, assenza: «Io non ho mani che mi accarezzino il volto» Quanta vita si esprime attraverso le mani! Ci sono mani che si “allenano” ad una appassionata ricerca del bene, che salvano, pregano, curano e comunicano. Oppure, al contrario, mani che uccidono, infangano, violentano e sprecano, in una sorta di danza del bene e del male che intrecciano le loro radici in modo spesso inestricabile. «Perché sono stanche le mie mani di pregare; stanco il mio cuore di perdonare; la mia bocca di benedire Tu mi perdonerai». «Tengo le tue mani e le stringo al mio petto. Tento di riempire le mie braccia della tua bellezza…». Attraverso la metafora delle mani e la forza della musica, tra i lasciti dell’eredità di David Maria Turoldo, la contemplazione e la lotta, la solidarietà e il dialogo, passi indispensabili per una convivenza non solo possibile ma felice e fruttuosa. «Forse è la musica, il suono puro che ti conviene: cantare con libera voce e lasciare i salmi tumultuosi perché non vale dire quanto di te soffersi…» (O sensi miei…, p. 628).

 L’ideale di tutta la mia vita
fu quello di servire e testimoniare
tanto da fratello di chi crede
quanto da fratello di chi cerca.

    D. m. Turoldo

A oltre XX anni dalla morte di padre David Maria Turoldo, avvenuta il 6 febbraio 1992, vi proponiamo l’articolo-intervista di Roberto Vinco al poeta friulano della povera gente, pubblicata da un quotidiano locale il 1 novembre 1991 e presentata anche nel corso dell’annuale incontro-memoriale su Turoldo che si tiene alla Pieve di Colognola ai Colli (Vr). Una intervista per tutti, credenti e non credenti, sul dolore, la malattia, la sofferenza e la morte. 

IL POETA DI DIO SFIDA LA MORTE
Intervista a Padre Davide Maria Turoldo sul dolore, la malattia, la sofferenza e la morte, di Roberto Vinco

(L’intervista è stata pubblicata sul giornale «Il Gazzettino» – edizione di Verona «Il nuovo Veronese» del 1 novembre 1991)

Gli avevano dato non più di sei mesi di vita. Lo avevano operato ad un tumore all’intestino. Dal punto di vista medico non c’era nessuna speranza. Dopo tre anni, padre David Maria Turoldo, il poeta di Dio, il monaco ribelle ma fedele, lo abbiamo risentito qualche settimana fa (settembre 1991, vedi foto) ancora una volta in Arena con i «Beati i costruttori di pace» a cantare la sua speranza di pace e il suo amore per l’uomo.
Dopo ben tre operazioni, il corpo smagrito, visibilmente stremato dalla malattia, non ha ancora perso il suo vigore e la sua straordinaria forza e carica umana. Ha vissuto sempre “fuori delle mura”, sempre in diaspora, sempre in cammino… in conflitto con il potere, con le istituzioni, con la Chiesa. La vita di Turoldo è insieme un canto e un pianto. Il canto di chi crede e il pianto di chi soffre.
A Verona padre David ha molti amici. Come monaco servita è stato ospite per alcuni mesi della comunità dei Servi di Maria della chiesa cittadina di Santa Maria della Scala. Proprio con un gruppo di amici veronesi siamo andati a trovarlo nella sua meravigliosa abbazia di Sant’Egidio a Sotto il Monte in provincia di Bergamo. É visibilmente stanco, ma quando incontra gli amici, quasi si ricarica, recupera tutte le sue antiche forze, ritrova tutto il suo profondo spirito profetico. Della sua malattia parla con serenità. Il suo tumore lo chiama «Il drago che si è insediato nel ventre». Con il cancro ha imparato a lottare e a convivere.
«La mia malattia – ci dice – è un’esperienza consapevole, giocata a carte scoperte. Alle pietose menzogne dei medici ho preferito la verità. In un primo momento è tremendo, è crudele. Ma accettare il cancro è già metterlo a disagio, sfidarlo». Da tre anni sfida con il canto e la poesia anche la morte, accettata con serenità come l’altra faccia della vita.
«Per me la morte è sempre stata come una fessura attraverso cui guardare i colori della vita, apprezzarne i valori. La morte è una presenza positiva, fa apprezzare meglio il tempo, fa giudicare meglio le cose. Ogni mattina dico, se questo è il mio ultimo giorno non posso perderlo. Vivo ogni giorno, non come fosse l’ultimo, ma il primo. Penso che non ci sia nemmeno un di qua e un di là, ma semplicemente un prima e un dopo. Una continuità. Questo certamente è il senso misterioso della nostra fede, ma non è assolutamente un discorso che si fa soltanto per chi ha fede. Il discorso sulla continuità della vita, si può farlo anche con chi non crede, con chi non ha fede. Non è un discorso consolatorio, ma di constatazione. Io posso anche dire «non so come sarà dopo», ma nessuno mi può dire che non ci sia».
Il tema di tutta la sua poesia è Dio. Un Dio che non è ricerca astratta, ma ricerca che si coniuga con la vita, con la realtà umana di tutti i giorni. Un Dio che non ti dà sicurezze e certezze, ma la speranza di guardare sempre avanti con coraggio. Un Dio che non è lì per controllarti e punirti, ma un Dio che ti è vicino, ti capisce, ti ascolta, ti ama.

– Ma come si può conciliare questo Dio con la sofferenza, con la malattia?

«Io penso che il dolore, la malattia, la morte, non siano soltanto il dramma dell’uomo, ma anche il dramma di Dio».

– In che senso?

«Nel senso che il limite di Dio è la libertà dell’uomo. Mi spiego. Dio ha un amore tale per l’uomo, per la sua creatura, che non può non lasciarla libera. Se accettiamo un Dio che vuole che l’ordine della creazione e della storia abbiano una loro valenza autonoma; se Dio vuole che gli uomini siano liberi: liberi di usare e di abusare, liberi di fare il bene o di fare il male, Dio, per primo, deve rispettare questa autonomia e questa libertà. Perciò se tu vuoi che per ogni caso Dio intervenga, tu annulli quello che si chiama il gioco delle cause seconde, gli spazi per la libertà umana».

– Ma allora, secondo questa logica, a Dio non si può nemmeno chiedere la guarigione.

«Io non penso che sia giusto pregare perché Dio mi guarisca. Proprio perché è impossibile che Dio abbia a che fare con la mia malattia. É impensabile che il Dio di Gesù Cristo voglia il cancro. Se fosse stato veramente Dio a mandarmi il tumore, come potrei curarmi? Dovrei andare contro la volontà di Dio».

– Allora sbagliano quelli che pregano perché Dio li guarisca?

«Li posso capire, ma solo a livello umano. Lo posso ammettere come sfogo necessario, come rimedio all’angoscia. É stata anche per me una scoperta di questi anni di malattia, una scoperta terribile, ma consolante».

– E nei momenti di sconforto, di disperazione, quando si rivolge a Dio, cosa gli dice, cosa gli chiede?

«Io non prego perché Dio intervenga. Chiedo la forza di capire, di accettare, di sperare. Io prego perché Dio mi dia la forza di sopportare il dolore e di far fronte anche alla morte con la stessa forza di Cristo. Io non prego perché cambi Dio, io prego per caricarmi di Dio e possibilmente cambiare io stesso, cioè noi, tutti insieme, le cose. Infatti se, diversamente, Dio dovesse intervenire, perché dovrebbe intervenire solo per me, guarire solo me, e non guarire il bambino handicappato, il fratello che magari è in uno stato di sofferenza e di disperazione peggiore del mio? Perché Dio dovrebbe fare queste preferenze? Perché dire: Dio mi ha voluto bene, il cancro non ha colpito me ma il mio vicino! E allora: era un Dio che non voleva bene al mio vicino? E se Dio intervenisse per tutti e sempre, non sarebbe un por fine al libero gioco delle forze e dell’ordine della creazione? Per questo per me Dio non è mai colpevole. Egli non può e non deve intervenire. Diversamente, se potendo non intervenisse, sarebbe un Dio che si diverte davanti a troppe sofferenze incredibili e inammissibili. Ecco perché, come dicevo prima, il dramma della malattia, della sofferenza e della morte è anche il dramma di Dio».

– Di fronte al dolore quindi, anche per un credente, ci può essere solo rassegnazione?

«Non rassegnazione, ma pazienza, che è tutt’altra cosa. Per il credente l’unica risposta al dolore e alla morte è la resurrezione di Cristo. La sua resurrezione infatti è la vendetta di Dio sul male del mondo. Quindi la risposta migliore è sempre quella di Cristo, che alla fine dice: «Padre, nelle tue meni rimetto il mio spirito». Una risposta però da non dire solo alla fine, ma dirla sempre; e forse così si riuscirà ad essere perfino “beati nel pianto”».

– Spesso ci si trova di fronte ad amici colpiti da qualche malattia grave o dalla morte di qualche persona cara. Cosa si può dire in questi casi?

«Ci sono dolori per cui non esistono parole in nessun dizionario. Dolori e angosce davanti alle quali la risposta migliore è il silenzio. Di fronte a certe tragedie, a certe sofferenze non servono né filosofie, né prediche.E il rimedio migliore, dico rimedio, non risposta, sarà semplicemente la tua partecipazione di amico, la tua presenza amorosa, il tuo «essere con» la persona sofferente, l’ammalato. La migliore risposta pratica quindi è «l’essere con», è il silenzio, l’accettazione per quanto possibile. Anche se questo non deve significare rinuncia a lottare, a cercare ogni sforzo per guarire. L’importante è non darsi mai per vinti e ricominciare ogni volta da capo». 

 

FA’ DI ME UN FIUME

Fa’di me, Signore, un fiume
un fiume ampio, disteso,
che dal Monte si snodi flessuoso:
e poi si allarghi sulla pianura
e sfoci e ritorni a perdersi
dolcemente nel tuo mare.
Un fiume che raccolga tutte le acque
della tua divina Ispirazione,
le impetuose acque cui si dissetarono
i profeti, le calme
amate acque della Vergine e dei santi:
l’acqua della fonte zampillante…
E sia un unico fiume: il fiume
irrorato dal fiotto
ininterrotto di sangue e acqua
che scorre dalla ferita
sempre rossa del tuo costato.
E raccolga l’infinito sangue
che scende dagl’innumeri patiboli,
il pianto muto delle madri
dietro gli stendardi dei figli uccisi
– nuove icone sul mondo -,
in processione da capitale a capitale.
Sia così, Signore!

NOTA BIOGRAFICA

PADRE DAVID MARIA TUROLDO
Un profeta che canta la speranza degli ultimi.

Nato a Coderno nel Friuli nel 1916, David Maria Turoldo, diventa sacerdote e frate dei Servi di Maria. Di origini contadine, si laurea in filosofia alla Università Cattolica di Milano con una tesi su «Per una ontologia dell’uomo» discussa con il filosofo Gustavo Bontadini. Per 15 anni vive a Milano nel convento di San Carlo. Partecipa alla Resistenza fondando un giornale clandestino: «L’uomo».
Successivamente, insieme con Padre Camillo De Piaz, dà il via al Centro Culturale «Corsia dei Servi» a Milano. Divennero famose la sue omelie tenute per dieci anni dal 1943 al 1953 nel Duomo di Milano. Strinse amicizia e collaborazione con i protagonisti della vita culturale ed ecclesiale degli anni del concilio Vaticano II°. In particolare con don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci, don Zeno Saltini, il sindaco di Firenze Giorgio La Pira, il rettore della Cattolica Giorgio Lazzati.
Si ritira poi nel convento di Sant’Egidio a Sotto il Monte in provincia di Bergamo, e di lì ha diretto fino alla morte, avvenuta a Milano il 6 febbraio del 1992, il Centro Studi Ecumenici Giovanni XXIII. Le sue opere sono principalmente di poesia, di teatro, di saggistica e di riflessione biblico-teologica. Ha scritto anche lavori di drammaturgia, sacre rappresentazioni contemporanee, come «La terra non sarà distrutta» del ’51, «La passione di san Lorenzo» del ’78, rappresentata anche a San Miniato, un «Oratorio in memoria di Frate Francesco» dell’82 e «La morte ha paura» e «Sul monte la morte» entrambe dell’83.
Ha inoltre scritto la sceneggiatura di un film sul suo Friuli, «Gli ultimi», realizzato nel ’62 per la regia di Vito Pandolfi. Come traduttore ha dato alle stampe una versione esemplare dei Salmi del breviario e della liturgia dal titolo «La chiesa che canta», in sette volumi, edizioni Dehoniane. Con il biblista Gianfranco Ravasi ha curato una traduzione e commento ai Salmi pubblicata da San Paolo «Lungo i fiumi. I Salmi» 1987. Moltissime le sue opere di riflessione biblico-teologica. Tra queste: «Non hanno più vino», «Tempo dello spirito», «Laudario della Vergine», «Bibbia storia dell’uomo», «Il diavolo sul pinnacolo».
Le sue poesie dal 1948 al 1988 sono state raccolte nel volume pubblicato da Rizzoli, «Oh sensi miei.» (1990). L’editrice Garzanti ha pubblicato nel 1991 «Canti Ultimi» e nel 1992 «Mie notti con Qoelet». Per le Edizioni Piemme è stato pubblicato nel 1991 «Anche Dio è infelice», nel 1992 «Il fuoco di Elia profeta», nel 1994 «Dialogo tra cielo e terra» nel 1995 «Inquietudine dell’Universo», nel 1996 «Oltre la foresta delle fedi».

 


 


Edda CattaniTestimoni del tempo
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Ho bisogno di Te!

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La mia preghiera 

 

“Io ho bisogno di un Dio come Te, mio Dio. Ho necessità di sapere  che mi comprendi, che  stai dalla mia parte, Tu che ti chiami Padre, Dio mio!

 

Ho bisogno di Te per crescere e comprendere che anche Tu hai pianto con me quella notte mentre si azzerava il  mio senso di onnipotenza, che ti sdraiavi sulla croce mentre io graffiavo la lapide del sepolcro, che mi chiamavi a Te per darmi, nella mia vuota disperazione, il dono, come al Figliol Prodigo, della Tua mensa.

 

Voglio pensare che Tu hai un disegno su me, su tutti noi e soprattutto sui nostri Figli… perché desidero sapere che li impieghi bene, che Tu li adoperi in una  missione, in un cammino in cui sono portati all’evoluzione mentre si adoperano per gli altri. Ci hanno detto che hanno compiti da svolgere. E come potrebbe essere diversamente? Hai un buon esercito, Dio mio; giovani menti e cuori saldi e generosi.

 

In questo progetto voglio esserci anch’io, con le mie cadute, le mie esasperazioni, il mio modesto credere e la mia speranza di sapere aiutare chi mi incontra nel cammino!

 

Non sopporto, Signore, l’ignavia, la mollezza, l’indecisione, l’apatia e non mi va l’immagine di Te trionfante e immobile come ti avevo visto nei mosaici della mia Ravenna, quando, giovanetta, guardavo affascinata tutta quella ricchezza e quello sfavillio di pietruzze d’oro, acclamando la Tua Regalità e la Tua potenza. Non mi dicono nulla gli affreschi giotteschi con quella schiera di angeli tutti uguali ed immobili davanti alla Tua maestosità.

 

Di Te mi piace pensare come al vento impetuoso, al turbinare delle onde, al cielo stellato. Tu Dio mio, dalle innumerevoli facce, che mi dai immagini di Te sempre nuove, sono certa che avrai nuovi progetti sulla mia vita terrena ormai agli sgoccioli, come avrai trovato il modo di coinvolgere i miei adorati Figli, il mio Andrea, giovane soldato che ti definiva “Signore, Dio degli eserciti” e li avrai portati a svolgere ed a vivere, perché di vita si tratta, un’avventura affascinante, entusiasmante, sconvolgente.

 

Questi Nuovi Angeli sono i veri Tuoi messaggeri! Uno stuolo di anime belle, coinvolte in un disegno che solo Tu conosci e che, un giorno, vedremo anche noi e condivideremo nella patria celeste.”

 

 

 

E voglio terminare con le parole di Don Tonino Bello:

 

“Da quando l’Uomo della Croce è stato issato sul patibolo, quel legno del fallimento è divenuto il parametro vero di ogni vittoria, e le sconfitte non vanno più dimensionate sui naufragi in cui annegano i sogni. Anzi, se è vero che Gesù ha operato più salvezza con le mani inchiodate sulla Croce, nella simbologia dell’impotenza, che non con le mani stese sui malati, nell’atto del prodigio, vuol dire, cari fratelli delusi, che è proprio quella porzione di sogno, che se n’è volata via senza realizzarsi, a dare ai ruderi della nostra vita, come per certe statue monche dell’antichità, il pregio della riuscita.”

 

Edda CattaniHo bisogno di Te!
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Il silenzio e la misericordia

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Il “silenzio” e la “misericordia”

  

Mi sono trovata, anche in questi giorni, a vivere momenti di sconforto, di solitudine e l’ho comunicato a P.Alberto Maggi, il teologo servita che seguo da tempo… Ne ho ricevuto questa risposta: 

 

“Carissima Edda, nei vangeli Gesù non è presentato come una vittima sacrificale, ma come il campione dell’amore! La croce nelle sue mani da patibolo si trasforma in trofeo, lui è sempre vincitore, sempre, perché ama! Per questo poco prima di essere arrestato e assassinato dirà: Coraggio, Io ho vinto il mondo Non è una promessa per il futuro (vincerò), ma una constatazione: chi ama vince sulla morte, la verità sulla menzogna, e la luce sulle tenebre… e questo ci incoraggia! Buona domenica!”

 

 

 

Ho pensato allora, proprio in questi giorni, di ritornare sulle mie valutazioni, di rivedere cammini intrapresi, messaggi condivisi… intorno a questa riflessione intorno al dolore, alla sofferenza, alla  morte e sul  “trionfo” di Dio.

 

…Quante volte, come oggi, guardandoci intorno ci sentiamo Cristi crocifissi. Nella vita di ognuno di noi il dolore è presente. Ogni uomo ne è travolto, quotidianamente. Se è poi “una brava persona”, si dice… tocca ai più fragili, ai più buoni, ai più bravi…di più.

 

Difficile parlarne perché il dolore, sempre evitato, nascosto, perso nell’oblio delle vite private, apre tutti i telegiornali, diventa dibattito pubblico, opinione politica, guerra di parole.

 

Difficile perché il dolore, sempre osceno, sempre impudico, sempre guardato da lontano, con timore e ansia, ci viene sbattuto in faccia per obbligare a schierarci.

 

La morte improvvisa di uno sposo, la malattia di un bambino, il lutto che decima una famiglia, sono esperienze che, quando bussano alla porta, sminuzzano la fede con una lametta, facendola sanguinare e, spesso, spegnendola.

 

Certo, soffriamo, come gli alberi che perdono le foglie, come gli stambecchi che sentono la morte avvicinarsi, come il ciclo delle stagioni; siamo animali, perché dovremmo essere esenti dall’universale legge del cambiamento che regola l’Universo?

 

Eppure l’uomo è l’unico essere vivente che si pone domande sulla sua vita, sul suo camminare a vuoto (e sulla sua morte) anche se certe risposte ci lasciano, poi, ancora più perplessi.

 

I ragionamenti  che maldestramente tentiamo di opporre al non-senso del dolore rischiano di essere esercizi vuoti di retorica e di pietismo, e io non sono l’avvocato difensore di Dio, non so dare risposte, diffido di chi me le vuole rifilare, di chi usa la verità assoluta come si inzuppa il biscotto nel caffè-latte…

 

Non abbiamo bisogno di risposte, se Dio venisse e facesse una conferenza stampa in cui spiegasse la ragione della sofferenza, non avrei, comunque, nessuna soddisfazione.

 

Le parole diventano vuote, il volto di Dio offuscato, le gestualità prive di significato e di forza consolatrice.

 

Si può riflettere: “E tu Dio dov’eri? Che Dio sei Tu? Come posso credere in un Dio buono…come posso pregarlo?”

E’inutile che tergiversiamo, senza cercare una soluzione. I nostri percorsi divengono gli  interrogativi di tutti; questi sono problemi che riguardano gli uomini tutti; problemi  su cui è necessario riflettere per prendere in esame quello che è il “nostro” particolare problema. Non serve fare come lo struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere e per non sentire più nulla e nessuno, se vogliamo venirne fuori, se vogliamo sopravvivere.

 

 Il fatto è, nella nostra condizione, nel nostro turbamento, in prossimità della lacerazione di un rapporto, di un evento luttuoso, di una grave perdita, vorremmo capire e non capiamo più niente. Noi vorremmo capire da che parte stare, vorremmo capire dove sia la causa di tutto ciò, di chi è la ragione e di chi il torto. Se per tutto si riconosce una causa, se si va alla ricerca di un colpevole nelle situazioni della vita e sono ricercati i responsabili del bene e del male perché essere diversi?

 

Di una cosa, comunque, siamo certi e per questo basta guardarci intorno: non c’è limite alla miseria e alla sofferenza umana. Quando si pensa di non poterne più e di avere pagato il pedaggio, si ricomincia da capo.

 

Non è necessario pensare alla storia degli uomini e agli stermini, alle guerre, alle pestilenze e ancora ai bambini innocenti stuprati, dilaniati dalle bombe e alle madri senza latte da dare ai piccoli e alla  miseria dei ghetti delle grandi città industrializzate.

 

E’ notizia di tutti i giorni e alcune storie rischiano di scorrerci davanti senza che ce ne accorgiamo. Ma nell’era dell’esplosione mediatica e dello tsunami delle informazioni, cose come distrazione, ignoranza o indifferenza diventano scelte pregne di responsabilità. Perché oggi nessuno può più dire “io non c’entro, non sapevo” e illudersi di essere innocente.

 

Le espulsioni dei migranti dalla Libia verso il deserto del Tenerè in Niger, le morti in mare dei migranti (giovani spose, bambini, vecchi alla ricerca di un pezzo di pane in una terra libera non ci possono lasciare indifferenti e mi chiedo: “A sud di Lampedusa cosa è cambiato nella vita di tante genti?”

 

Morte, distruzione, violenza sugli innocenti… assassinii impetosi… alcuni non rilevabili all’occhio umano, come quelli dell’anima soffocata, oppressa…

 

Se voglio trovare una risposta al mio desiderio di chiarezza, debbo continuare il mio monologo con Dio ed andare alla ricerca delle parole che Egli ha impresso, a lettere di fuoco, nella Rivelazione. La Sua Parola rispecchia il cammino dell’umanità e, la storia dei profeti, non è certo esente da tutta una serie di  imprecazioni sul senso della sofferenza e sull’impassibilità di Dio. Ricordiamo Geremia, Tobia, Giobbe… e perché no?  …. anche il ritorno dopo gli errori, come Davide, il salmista di Dio.

 

E la risposta di Dio è sempre sconcertante. Alle domande di ogni uomo c’è un richiamo rivolto a chi, anziché rinnovare la speranza, sceglie la via del tribunale al quale l’abbiamo invitato a presentarsi. E’ una risposta anche a noi, quando poniamo il problema della giustizia, intendendolo alla maniera umana; quella che non perdona, che si basa su una corrispondenza fra colpa e castigo, che usa la forza e la violenza, che non si lascia commuovere.

 

 Ma il Dio che io non posso bestemmiare è un Padre che si incarna in Gesù Cristo; è  “il nostro Padre celeste che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti”(Mt 5,45) La Sua giustizia è diversa dalla nostra ed il suo desiderio è che il mondo cambi strada e che la vita rappresenti per noi un dono di amore e non una maledizione dalla quale sfuggire.

Un Padre… ma Dio ci è Padre davvero? O questo termine è un fatto linguistico di sapore mieloso e lacrimevole? Perché allora io non ci sto più. E’ finito il tempo del collo torto, dei fioretti, delle pie, ripetitive devozioni, delle litanie mnemoniche.  Io sono cambiata… sono una donna adulta finalmente… Con fatica ho conquistato la mia autonomia da tutto e da tutti. Non posso essere schiava di pagliacciate impietose che mi lasciano l’amaro in bocca.

 

E’ indispensabile allora ridimensionare il discorso cristiano su Dio. Perché non mi salva più  quel costume di interpretazione della sofferenza che ha reso il cristianesimo insopportabile a molti.

 

Una simile interpretazione che spesso si è rifatta ai canti del servo sofferente nel libro di Isaia non corrisponde all’immagine che Gesù ci ha proposto attraverso la Sua grande disponibilità, il Suo grande amore verso il Padre, l’offerta di sé che costituiscono la salvezza degli uomini. Dio Padre, per puro amore ha progettato da sempre l’incarnazione del Figlio per assumere fino in fondo l’umana finitudine e trascenderla nella sua vita divina.

 

Dopo Gesù Cristo, il grande mistero non è più “perché il dolore”; l’immenso, meraviglioso mistero, da contemplare in commossa adorazione è come Dio abbia potuto amarci tanto da farsi uno di noi, da soffrire con noi, da morire con noi e per noi, per farci sentire Suoi figli.

 

Edda CattaniIl silenzio e la misericordia
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Dio è amore infinito

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DIO E’ AMORE  INFINITO

 

Credo in me, un piccolo nulla cui il Padre ha regalato un cuore. Innestato nel suo.Se ogni mattina, a ogni risveglio, sapessi ascoltare la sua voce che mi sussurra: «Io ti amo, io ti amo, io ti amo», allora diventerei come un bambino preso in braccio, che anche se è sollevato da terra, anche se si trova in una posizione instabile, si abbandona felice e senza timore fra le braccia dei suoi genitori. E questa è la fede!  Ermes Ronchi(Il cuore semplice della fede)

 

Una telefonata, la ricerca disperata di conoscere qualcuno che ascolti e capisca lo smarrimento, il brancolare nel buio alla ricerca di una parola di conforto che confermi che quel figlio non è morto, che c’è ancora ed anzi è più vivo di prima e ci si deve solo mettere in ascolto per renderlo felice. Sono tante le persone che si affacciano timidamente alla nostra porta perché conoscono la nostra vicenda… Dio sa come vorremmo raggiungerle tutte per portare in pienezza la nostra testimonianza che, attraverso gli anni, si è arricchita di sempre nuove conoscenze e di tangibili interventi dei nostri Cari che ci seguono e ci indicano il percorso da seguire.

Difficile è trovare da soli questo percorso; ci sono i convegni, ma costano e, a volte, sono lontani dalla nostra dimora. Ecco allora nascere tanti piccoli gruppi di volonterosi che si ritrovano, ogni settimana, ogni mese in un luogo  ove scambiare le proprie esperienze, le proprie preoccupazioni, i pensieri, le incertezze. Presenta difficoltà anche trovare il luogo adatto; tutti noi si vorrebbe l’aiuto di un sacerdote, magari illuminato, diciamo più aperto e disposto ad ascoltarci. Non sempre capita, come è successo a me di individuare una persona che, messa a conoscenza della nostra straordinaria esperienza, si è inginocchiata e con umiltà, ha ringraziato il Signore per aver conosciuto, in modo così tangibile, la Sua Grazia.

Come dicevo sono tante piuttosto le lagnanze, le lacerazioni che si incontrano, in alcune località in cui i ministri della chiesa non ci aiutano e puntano il dito ad indicarci che non sappiamo accettare la volontà di Dio ed anzi parliamo con esseri che sono più vicino al demonio, o, peggio ancora che noi, con la nostra ricerca, disturbiamo i Nostri Amati e li costringiamo ad un percorso in cui non c’è evoluzione, anzi c’è tormento e assenza di Luce. Ma come?!? …se i nostri Ragazzi facessero parte di questo contesto non chiederebbero la comunicazione con noi e noi stessi non sentiremmo le loro parole di amore e di speranza!

Quanti delusi, in rivolta contro Dio hanno ritrovato la Fede vera, non quella della messa la domenica e dell’attività in parrocchia, ma piuttosto del contatto diretto con quel Dio che i nostri Cari, ora, come dice S.Paolo, vedono “faccia a faccia”. Abbiamo, attraverso gli anni, acquistato anche l’umiltà nel sentirci derisi e non compresi, quasi fossimo reietti, lebbrosi dai quali guardarci. Ma i Figli stessi ci indicano come comportarci: “… Papà, mamma… abbi coraggio! Fate tutto zitti, zitti…” Quanta tenerezza, quante attenzioni… mi chiedo, a volte, se la nostra sia piuttosto una grande ricompensa che ci è stata data, piuttosto che una perdita. Ma quello che può convincere i più scettici è la testimonianza attraverso i comportamenti, i fatti di tutti i giorni che denotano il nostro atteggiamento di disponibilità, di compassione, di amore generoso verso il prossimo, di partecipazione autentica nel senso di sapere “patire insieme” agli altri.

 

Parlavo della telefonata che mi ha raggiunto qualche sera fa, al termine della quale, dopo che si era parlato di passaggio, di un mondo di completezza in cui potremo raggiungere i nostri figlioli, mi sono sentita dire: “Ma allora… Dio è amore!” Certo, Dio è amore e bastano, a convincerci di questo, alcune parti del primo documento ufficiale del pontificato del grande Papa che ha sostituito degnamente il precedente Giovanni Paolo II°.

“Deus Caritas Est”: Dio è amore. E’ la prima enciclica  di Papa Benedetto XVI a raccogliere le nostre riflessioni e a interessare la nostra fede. Questo documento  contiene infatti un’appassionata presentazione dell’amore, che ci coinvolge e ci fa sentire simili quando affermiamo la difesa spirituale della nostra identità. Anche noi, Mamme del Movimento della Speranza, sentiamo profondamente il nostro essere oggetto di questo amore divino, quando con la stessa passione affermiamo la nostra comunione e la nostra comunicazione con i nostri Figli per l’amore che Dio ci ha dato come dono in seguito al nostro grido disperato di aiuto.

Nell’enciclica assieme alla valorizzazione della preghiera, vi sono alcune righe di grande fascino sulla situazione di noi credenti nel mondo odierno: «I cristiani infatti continuano a credere, malgrado tutte le incomprensioni e confusioni del mondo circostante, nella “bontà di Dio” e nel “suo amore per gli uomini”. Essi, pur immersi come gli altri uomini nella drammatica complessità delle vicende della storia, rimangono saldi nella certezza che Dio è Padre e ci ama, anche se il suo silenzio rimane incomprensibile per noi».

Ancora una volta si parla di “silenzio di Dio” da cui nascono tutti i nostri perché: “ Perché Signore, perché la morte, perché è toccato proprio a me…?” Ma Dio, contrariamente a quanto si dice non è silenzioso, Dio parla alla nostra mente e al nostro cuore anche se noi, persi nella nostra disperazione, lo rifiutiamo e non ascoltiamo il Suo richiamo. Abbiamo più volte parlato di segni dei tempi e di carismi, dati a gente semplice ed umile che non aveva chiesto nulla; ed è Dio stesso a cercare queste povere creature e a dare Loro risposta a tanti essenziali interrogativi.

Il nostro cammino deve essere perciò, conoscere, condividere e partecipare: ce lo chiedono i nostri Figli che da una realtà d’amore ci danno segnali di grande speranza che diviene meravigliosa certezza. Era la sera dell’ultimo anniversario della dipartita di Andrea ed io, ormai molto stanca, ritornavo a tarda sera alla mia abitazione. Poche le macchine per strada e tutto buio intorno. Pregavo sottovoce: “Figlio mio, oggi non ho avuto il tempo di pensarti, di parlarti, di sentire la tua presenza accanto a me…” Improvvisamente mi sono trovata davanti all’abbazia di Praglia che si stagliava luminosa, con tutte le sue luci, inspiegabilmente accese, contro il colle ove dimora. Un’immagine stupenda e di grande fascino che parla attraverso i secoli della storia e della fede degli uomini… e dalla radio dove fino a qualche tempo prima, trasmettevano un dibattito politico mi hanno raggiunto all’istante le dolci e meste note della canzone di Freddy Mercuri, “I’ll survive! … Io sopravviverò… la stessa che lui ascoltava quella terribile sera del trapasso.

Sì, i nostri Figli sopravvivono e ci aspettano. Ce lo confermano ad ogni istante e ci chiedono impegno, dedizione, partecipazione finché un giorno li raggiungeremo per condividere il meraviglioso loro cammino… e sarà gioia senza fine!

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniDio è amore infinito
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