Edda Cattani

La chiesa del “grembiule”

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La chiesa del “grembiule”

 

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, la personalità, la testimonianza e gli innumerevoli scritti di Don Tonino, rimangono fonte inesauribile di ammirazione ed ispirazione. La freschezza del suo linguaggio, la vicinanza ai bisogni dell’uomo e soprattutto degli ultimi e la volontà di superare la monotonia dell’ovvio rappresentano un patrimonio di valori da trasmettere e soprattutto da incarnare nel nostro tempo.

 

Vediamo un tratto delle sue parole a commento del Vangelo:

 

“…Io amo parlare della chiesa del grembiule che è l’unico paramento sacro che ci viene ricordato nel Vangelo. ‘Gesù si alzò da tavola, depose le vesti si cinse un asciugatoio’, un grembiule l’unico dei paramenti sacri. Nelle nostre sacrestie non c’è e quando uno viene ordinato sacerdote gli regalano tante altre belle cose, però il grembiule nessuno glielo manda. E’ il grembiule che ci dobbiamo mettere come chiesa, dobbiamo cingerci veramente il grembiule. Sapete che significa ‘Si alzò da tavola?’ Significa che se noi non partiamo da qui, dall’altare, da una vita di preghiera è inutile che andiamo a chiacchierare di pace. Chi ci crede ? Non siamo credibili, se non siamo credenti. E credere significa abbandonarsi a Cristo, non significa soltanto accettare le Sue parole, le Sue verità. Quindi, anche noi, se vogliamo parlare di pace e di carità dobbiamo alzarci da tavola…”

 

Parole innovative, ancora oggi, che il Servo di Dio ci propone e l’indossare il “grembiule”  significa aprirsi al dialogo con i fratelli anche delle diverse confessioni religiose, facendo in modo che la parola del Signore non diventi una barriera di divisione o uno scudo difensivo bensì un mezzo di unione e di apertura all’altro.

 

Lo sentiamo perciò anche vicino al nuovo Papa che ha fatto sua questa prerogativa, scegliendo il nome Francesco come segno di un ritorno al Vangelo e simbolo di partecipazione e carità. D’altro canto, il proposito di una istituzione ecclesiastica povera, amante de poveri non è una scelta demagogica ma evangelica. Condivisa in principio da don Tonino, oggi la Chiesa deve anche essere serva perché non rappresenta l’assoluto ma deve essere subordinata all’assoluto, cioè a Dio, un Dio che “serve” in quanto si manifesta come “servitore” nostro (pensiamo alla lavanda dei piedi prima dell’ultima Cena).  Probabilmente l’ammirazione e la vicinanza fraterna all’attuale Vescovo di Roma scaturisce dal fatto che rappresenti appieno il volto visibile di quella che don Tonino ha definito Chiesa del “grembiule”.

 

 

In occasione delle celebrazioni si è anche pubblicata un’opera: “UNA Croce con le ali” che nasce dalla lettura e dall’analisi approfondita del ricco ed articolato patrimonio di scritti lasciato in eredità da don Tonino Bello e pubblicato in sei volumi con l’edizione diocesana “Luce e Vita”.

 

La sfida di tradurre in drammaturgia gli scritti di don Tonino ha comportato la selezione dei tanti testi e l’adattamento degli stessi alla messa in scena. Aderenza alle Sacre Scritture e fedeltà assoluta alle sue parole sono state le linee metodologiche seguite, unitamente alla ‘licenza’ di ricodificare alcuni scritti in una diversa tipologia testuale.

 

Attraverso la sinergica combinazione di ogni forma d’arte, dalla poesia al teatro-danza, dall’immagine alla grafica con effetti multimediali, dalla composizione musicale alle combinazioni vocali e sonore, i testi prendono vita in dieci quadri scenici incentrati su altrettante tematiche ‘Forti’ del suo appassionato apostolato.

L’incontro con gli “ultimi” e l’icona della “Chiesa del grembiule”; Maria e la centralità della Croce; l’impegno attivo ed infaticabile contro la guerra e contro ogni forma di violenza; la pace e la cultura non violenta; la “mistica arte” della politica; l’emergenza dello sbarco degli albanesi; la “marcia dei cinquecento” a Sarajevo: questi alcuni tra i temi trattati nell’opera.

 

Infine, affinché questa commemorazione non rimanga sterile esposizione ricordiamo la parte conclusiva di Don Tonino in “PER COLORO CHE NON TROVANO PACE”:

 

“…E ora, visto che mi sono messo ad assicurare preghiere un po’ per tutti, vorrei rivolgermi anche a voi che, pur non essendovi mai allontanati da Dio, non riuscite ugualmente a trovar riposo nella vostra vita.

Per sè parrebbe un controsenso. Perché Dio è la fontana della pace, e chi si lascia da lui possedere non può soffrire i morsi dell’inquietudine. Però sta di fatto che, o per difetto di affido alla sua volontà, o per eccesso di calcolo sulle proprie forze, o per uno squilibrio di rapporti tra debolezza e speranza, o chi sa per quale misterioso disegno, è tutt’altro che rara la coesistenza di Dio con l’insoddisfazione cronica dello spirito.

Mi rivolgo perciò a voi, icone sacre dell’irrequietezza, per dirvi che un piccolo segreto di pace ce l’avrei anch’io da confidarvelo.

 

A voi, per i quali il fardello più pesante che dovete trascinare siete voi stessi. A voi, che non sapete accettarvi e vi crogiolate nelle fantasie di un vivere diverso. A voi, che fareste pazzie per tornare indietro nel tempo e dare un’altra piega all’esistenza. A voi, che ripercorrete il passato per riesaminare mille volte gli snodi fatali delle scelte che oggi rifiutate. A voi, che avete il corpo qui, ma l’anima ce l’avete altrove. A voi, che avete imparato tutte le astuzie del «bluff» perché sapete che anche gli altri si sono accorti della vostra perenne scontentezza, ma non volete farla pesare su nessuno e la mascherate con un sorriso quando, invece, dentro vi sentite morire. A voi, che trovate sempre da brontolare su tutto, e non ve ne va mai a genio una, e non c’è bicchiere d’acqua limpida che non abbia il suo fondiglio di detriti.

 

A tutti voi voglio ripetere: non abbiate paura. La sorgente di quella pace, che state inseguendo da una vita, mormora freschissima dietro la siepe delle rimembranze presso cui vi siete seduti.

Non importa che, a berne, non siate voi. Per adesso, almeno.”

Ma se solo siete capaci di indicare agli altri la fontana, avrete dato alla vostra vita il contrassegno della riuscita più piena. Perché la vostra inquietudine interiore si trasfigurerà in «prezzo da pagare» per garantire la pace degli altri.

 

O, se volete, non sarà più sete di «cose altre», ma bisogno di quel «totalmente Altro» che, solo, può estinguere ogni ansia di felicità.

Vi auguro che stasera, prima di andare a dormire, abbiate la forza di ripetere con gioia le parole di Agostino, vostro caposcuola:

 

«O Signore, tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te».

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniLa chiesa del “grembiule”
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Spighe lasciate al sole

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Spighe lasciate al sole

 

 

Già dai primi anni ricordo il mio risveglio in una stanza fredda, con la sveglia vibrante in modo enorme per le mie piccole dimensioni e, sulla mensola, una mezza tazza di latte dove papà, prima di andare al lavoro, aveva messo un granellino di sale…”…vedrai Gagì che la sentirai dolce…”  ma per me sapeva sempre di sale. Poi scendevo dal lettone dove avevamo dormito tutti insieme, mi vestivo con il cappotto ormai stretto e sdrucito e mi caricavo sulle spalle la pesante cartella di cuoio. Chiudevo la porta dal cui soffitto scorgevo la luce (il tetto era bucato e c’era da augurarsi che non piovesse mai …. altrimenti ci si metteva la bacinella sotto… e si dormiva sentendo il gocciolare implacabile dell’acqua piovana).


 

Iniziavo il mio cammino scendendo quegli alti quaranta gradini…. (li avevo contati tante volte e per le mie piccole gambe non finivano mai), poi la lunga strada e l’affanno per il percorso interminabile che conduceva alla vecchia scuola allocata in un vecchio palazzo diroccato, dove mi aspettavano altre scale. Ciò che maggiormente mi creava ansia era la presenza di un “gendarme” ….un’anziana bidella che era implacabile con i ritardatari ed io, data la distanza, ero spesso fra quelli. Allora venivo accompagnata dalla direttrice che indossava un grembiule nero e che mi diceva di mostrare le mani… a quel punto un colpo secco non me lo risparmiava nessuno…. Ma poco dopo… almeno, il dolore era passato.


 

Il ritorno a casa non era allegro, specialmente d’inverno quando non mi aspettava un pasto caldo e una casa tiepida, ma dovevo arrangiarmi ad accendere la stufa a segatura (non senza qualche piccolo incidente), poi riordinavo la casa e preparavo qualcosa per i miei genitori che sarebbero tornati dal lavoro la sera tardi. La parte bella del pomeriggio era quando venivo raggiunta dalle mie amichette dei cortili vicini, meschine come me, alle quali davo ciascuna una bella fetta di pane… Eh sì…anche questa era il frutto sudato del mio babbo che andava la notte nei campi a “spigolare” raccogliendo le spighe rimaste a terra, poi con mamma le battevano sul tavolo della cucina e i chicchi venivano macinati con il macinino a manovella del caffè… mamma con la farina setacciata ne faceva una pagnotta che doveva durare tutta la settimana. In verità questo non avveniva perché io la distribuivo a tante creature, misere come me …. Ma quando mamma se ne accorgeva non mi risparmiava il famoso “tiro della ciabatta” mentre io scappavo a nascondermi.

 

Era solitudine la mia? No… la mia fantasia inventava, fate, principi e castelli e sapevo volare pensando ai tempi felici in cui avrei visto tante cose e goduto di tanta appagamento.

Questa condizione può viverla un bambino, ma per l’adulto la solitudine è una condizione, un sentimento umano nella quale l’individuo si isola per scelta propria, a volte per vicende personali e accidentali di vita, come è il caso di tante persone colpite da malattie o lutti gravi. Alle volte si viene isolati dagli altri esseri umani dando luogo ad un rapporto non tanto soddisfacente con se stessi.

Saudade (AM.G)

e guardare il mare
con lo sguardo perso in quella pozza di oro colato
guardare il mare
e sentire dentro, prepotente, 
la voglia di partire.

Saudade 
dolorosa e dolcissima, 
tristezza che non fa solo male, 
piacere che non fa solo bene
desiderio agrodolce, soave nostalgia
compagna della solitudine, 
amica dell’amore
uno squarcio di passione, 
una lieve tenerezza, 
un momento di affetto 
presenza dell’assenza.

Saudade 

e sentire il cuore cantare la melodia di un nome
vivere il SOGNO 
come una danza lenta alla quale vuoi solo abbandonarti
ad occhi chiusi
ad occhi aperti.

 

Ma ciascuno di noi viene al mondo per condividere, per spezzare il pane come facevo io da piccola e anche in condizione di solitudine è coinvolto sempre in un intimo dialogo con gli altri. Quindi, più che alla socialità, la solitudine si oppone alla socievolezza. Talvolta è il prodotto della timidezza e/o dell’apatia, talaltra di una scelta consapevole.

Il saggio conclude che l’uomo come essere sociale non può fare a meno degli altri per tempi molto lunghi, ma seguire un cammino di benessere psicofisico tendenzialmente condizionato da comportamenti etici collaborativi.

La mia solitudine attuale è creata dalla condizione dell’abbandono che mi è piovuto addosso a volte o per eventi imprevedibili, a volte per scelte di allontanamento da persone che ho creduto amiche. La mia casa è diventata una sorta di protezione ove posso camminare e parlare con i miei ricordi, ma se qualcuno suonerà il campanello troverà sempre quella fetta di pane fresco che saprò trovare nella madia del mio cuore.

Ed ora una “chicca” troppo ben scritta per non riportarla:

Sulle strade del mio vivere 
Non è stato sempre facile 
Ma dal dolore s’impara un po’ di più 

Quando il tempo no n è docile 
Quando tutto sembra immobile 
Io non mi fermo, io non mi butto giù 

Domani è un altro giorno 
E il mondo 
Avrà un respiro che si avvolgerà su me 
Poi mi chiedo, e credo 
Che il cambiamento sia la fonte della mia energia 

Il mio contrario mi aiuta a crescere 
A capire che si può perdere 
Ma l’importante è non darsi vinti mai

E così se cado mi rialzo sempre 
E rimango qui 
Contro le mie ombre 

Poi mi chiedo, e credo 
Che il cambiamento sia la fonte della mia energia 
Che il cambiamento dia un senso a questa vita mia

…e m’illudo che tutto possa ricominciare…così com’era ….prima….

Buena vida a tutti!!! 


Edda CattaniSpighe lasciate al sole
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Scavare il Cielo

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Scavare il Cielo

ascensione

Ascensione (Luca 24,46-53)“Il Cristo patirà e risorgerà il terzo giorno”. È vero, Signore, siamo figli del Terzo Giorno, figli di una promessa di Resurrezione, eppure facciamo davvero fatica a sentire vere le tue parole in queste nostre vite affaticate. Persi nel lungo cammino del primo giorno, dentro quel venerdì di dolore e di passione che sembra non finire mai, tempo di sogniarrestati, di tradite speranze, di vita che sbrana pezzi di carne da una colonna che continuiamo ad abbracciare per sfinimento. A volte invece ci sentiamo figli del secondo giorno, quel sabato di silenzio solo apparentemente meno violento: quello delle cose che non cambiano, quello del vuoto di futuro, camminiamo in un mondo che non volevamo così, tutto è fermo, niente cambia, noi, soprammobili lussuosi di uno sfondo nauseante. “Il Cristo patirà”, sì, lo sai bene, anche a noi è data la nostra parte di patimento. Nel cuore della Storia, cruda e spesso atroce, parlare di gioia diventa quasi fuori luogo. E mentre infastidisce certa retorica cattolica a buon mercato, rimaniamo ancora in ricerca di parole buone per osare dire quella speranza che in cuore nostro cerchiamo per arrivare al terzo giorno.

Non resta che cercare tra il pudore delle parole evangeliche, pagina figlia del bisogno di sopravvivere nel cuore dei due giorni, parole disegnate per camminare, magari lentamente, ma per camminare incontro al giorno terzo. Cerchiamo nella grammatica biblica qualche appiglio possibile e forse lo troviamo in quella promessa che lasci scivolare tra le pareti del nostro cuore. Poi ci porterai a Betania, luogo del cuore, dell’intimità, dell’amore, ma prima ci chiedi di restare per lasciarci “rivestire di potenza dall’alto”, queste le tue parole. Se ci avessi portato subito a Betania il nostro cuore sarebbe andato in frantumi, non avremmo retto, avevamo bisogno di stare ancora in Gerusalemme, luogo di passione. È la pedagogia dei due giorni, tempo di sepolcro vuoto, scavato nella roccia. Con le lacrime agli occhi Signore ci pare di capire che noi possiamo essere riempiti di Te solo se sappiamo lasciarci scavare, come roccia, sepolcro nuovo nella nostra intimità. Il dolore del primo giorno, le carni strappate a violenza, l’umiliazione e il tradimento; il feroce silenzio del secondo giorno, quel niente che succede ad altro niente, sono passaggi che creano vuoto dentro di noi. Il nostro cuore deve essere svuotato a sepolcro. È la vita stessa che scava. Ed è un vuoto che deve essere mantenuto tale. Intravedo un barlume di buona notizia, un timido raggio di luce. Noi siamo figli dei giorni del divino svuotamento e la nostra storia non è altro che riconoscerci come un Vuoto aperto all’Infinito. Per diventare preghiera, per implorare questo terzo giorno che sembra non venire mai. Chiamati a vivere con questo vuoto nel cuore, questo Niente in attesa di una carezza, di una benedizione. E mi pare di cominciare a comprendere, e forse vorrei non fosse così. Testimone credibile è colui che cammina nel mondo con quel vuoto brutale inchiodato nel cuore, è consegnare al fratello un cuore scavato di bisogno d’amore, dolore e nostalgia. Un cuore ferito, ricucito, rattoppato, sempre affamato, delicato come un pulcino appena nato… solo così noi possiamo tentare di essere testimoni credibili di conversione e di perdono: “saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono”. Perché è solo il vuoto che ci portiamo dentro, questa eterna nostalgia da marinai dell’Infinito, questa paurosa inquietudine, questa dilaniante fame di vita a parlare, in modo credibile, di Te. Senza il Vuoto il Terzo giorno sarebbe solo facile retorica.

Occorre sostare nei due giorni che precedono il Terzo. Occorre non voler affrettare il finale. Un Vangelo che mette in guardia contro i cuori troppo pieni di buone intenzioni, di tante consolazioni, di eccessive sicurezze, persino troppo pieni di una idea di Dio che diventa giudicante. Solo un cuore affamato può provare ad accogliere la promessa di Gesù, quella “potenza dall’alto” che risulta, come ogni riga del Vangelo, paradossale. Paradossalmente potente è Betania, la casa dell’intimità e della tenerezza, potente è l’amicizia, quella che piange la morte di un amico; potente è la cura delle piccole cose: una casa accogliente, il pane spezzato, le parole scambiate alla luce di un fuoco; potente è l’amore, di chi siede ai tuoi piedi e vive di Te. Potente, paradossalmente potente, è Betania, la casa degli affetti, casa di cuori innamorati. E non c’è niente di più affamato di un cuore innamorato, la potenza paradossale del Vangelo è imparare questa fame: vuoti a implorare una pienezza che solo un giorno sarà, nel Terzo tempo di questa storia che chiamiamo vita.
Solo un cuore affamato può accogliere la paradossale potenza dall’alto, che è una benedizione infinita sulla storia. Alla fine di tutto rimangono due mani ad accarezzare ogni spigolo di mondo. Gesù, benedicendo, tocca, dall’alto, ogni aspetto della vita, come a dire che ogni cosa rimanda a Lui. Ogni cosa canta o soffre o lamenta una fame d’Amore radicale. Da quel giorno il mondo implora amore dall’Alto. Non resta che liberarci dalla tentazione di una resurrezione a buon mercato, siamo popolo da traversata, barca in mezzo al mare, gente di primo e secondo giorno, cuori scavati dalla vita, come sepolcri in attesa di essere Oltre-passati dal Sacro Vuoto che lascia nostalgia d’Amore.

Signore, come ai discepoli della prima ora concedi anche a noi di lasciarci “condurre fuori”, primo movimento necessario del cuore affamato. Docilità di chi non basta a se stesso. Conduci fuori da noi stessi il nostro baricentro Signore, scavaci dentro il vuoto che parla del fratello, solo un cuore svuotato dal nostro egoismo può riscoprire l’inquietudine della fame. E sarà elogio del cammino.
“Mentre li benediceva si staccò da loro e veniva portato su, in cielo”. C’è un Vuoto grande sopra le nostre teste, un respiro infinito, e noi viviamo respirando da quel Grande Spazio. Dacci il coraggio di lasciare entrare Infinito dalle nostre pupille affaticate. Elogio del Cielo.
“Ed essi si prostrarono davanti a lui”, un grande definitivo inchino, elogio della terra, a baciare il visibile. A baciare questo amore che chiede carne per potersi raccontare. Ad evitare di fuggire il mondo, ad abitarlo e ad amarlo con tutte le sue tensioni.
Elogio del presente: “poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia”. Elogio sofferto di una vita che sarà scavo, scavo doloroso, che sarà ripetersi di primo e secondo giorno. La gioia è saper intravedere benedizione dentro le lacrime. Vorrei avere il coraggio di chiederti anche questo dono.

 

Edda CattaniScavare il Cielo
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Fiori: speranze esaudite

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Fra ricorrenze e Santi: ripropongo ogni anno…

I fiori sono le speranze esaudite della terra

(Pam Brown)

E’ ancora  il 22 Maggio e il mio giardino è esploso ancora una volta in tutta la sua bellezza…con il ricordo e l’incanto del linguaggio dei fiori:

 

…poche cose vorrei da te soltanto

zampilli di fresche parole

che, come acqua di fiume,

scorressero verso me…

 

 

Abbiamo registrato la nostra Associazione come Promozione Culturale e abbiamo finalmente un’immagine ufficiale… quella che con il profumo dei fiori, ho sempre cercato di trasmettere…

 

E’ tornata la festa di Santa Rita e non posso fare a meno di aggiornare questo articolo che ha testimoniato tante mie esperienze e la bellezza della comunicazione con i miei diletti che sempre mi accompagnano. Questo dialogo è stato condiviso da tanti cari amici a da alcune Mamme in particolare … sulla cui bacheca avevo postato questa ricorrenza.

Fra queste menziono Laura, la Mamma di Marian… divenuta una “Madre Coraggio” testimone a Roma all’udienza dal Papa per le Vittime della strada:

“S.RITA era la mia protettrice e di seguito quella di mia figlia… Anche io adoro i fiori ,il giardino e di seguito anche mia figlia… lavorava presso un vivaio e studiava i giardini e gli insetti… mi ha colpito proprio il sito …è tutto ciò che ero io ed era mia figlia… lei amava tanto S. RITA tanto che a sua figlia ha dato il suo nome… era anche una devota moglie (si sarebbe sposata quest’anno) ma più che altro ha nel suo breve tempo cercato di cambiare le idee di un ragazzo sfortunato sacrificandosi nella rinuncia… di questi tempi trovare ragazze così non è facile anzi son criticate …non è che ne voglia fare un’eroina ma è così che mi hanno detto coloro che  l’hanno conosciuta ….come S. RITA io i segni non li so….ma questo è già uno… anche se la rabbia è ancora tanta e tantissimo il dolore ….in casa sua non c’erano riviste …ma solo immagini …e statue e la sua adorata S. RITA…vorrei tanto saper come andare avanti e farmene una ragione …è tutto un mosaico la mia vita e non riesco ancora ad assemblarla… grazie!”

Il ventidue maggio, nel calendario dei santi si ricorda S.Rita da Cascia. Di questa grande Santa si raccontano eventi straordinari che io ho cominciato a comprendere fin da bambina. Nella chiesa parrocchiale vicina alla mia abitazione, vi era un altare con una statua a lei dedicato ed ogni devoto che entrava, si inginocchiava per rivolgere una preghiera. La Santa infatti viene definita “la Santa degli impossibili” per le grandi sciagure che avevano devastato la sua vita: la morte del marito prima e dei tre figli poi e la Sua grande Fede nel superarle. Nella mia città, quando ero bambina si facevano ancora le “processioni” con le statue dei Santi; il 22 maggio mio padre addobbava il portone d’ingresso e la mamma stendeva sulle finestre le più belle coperte di seta. Poi al passaggio della Santa si lasciavano cadere sul corteo petali di rosa multicolori raccolti dai giardini delle case.

Questo atto di devozione è legato al trapasso di Rita, quando una parente le fece visita in un giorno di inverno e la Santa disse che avrebbe desiderato una rosa.  La parente si recò nell’orticello e grande fu la meraviglia quando vide una bellissima rosa sbocciata che colse e portò a Rita. Essa disse: “ Quando me ne andrò farò cadere dal cielo una pioggia di rose”. Cosi S. Rita divenne la Santa della “Spina” e la Santa della “Rosa”. Era il 22 Maggio del 1447. S. Rita prima di chiudere gli occhi per sempre, ebbe la visione di Gesù e della Vergine Maria che la invitavano in Paradiso. Una sua consorella vide la sua anima salire al cielo accompagnata dagli Angeli e contemporaneamente le campane della chiesa si misero a suonare da sole, mentre un profumo soavissimo si spanse per tutto il Monastero e dalla sua camera si vide risplendere una luce luminosa come se vi fosse entrato il Sole.



La grande devozione a questa Santa, devota Sposa e Madre,  a cui mi sono da sempre affidata, ha riempito il mio cuore di tenerezza per tutta la mattinata di sabato, anche quando sono andata a portare le rose in cimitero.
Ho posato il capo sulla pietra nuda della cappella dove abbiamo composto le splendide spoglie del nostro adorato figlio Andrea ed ho avvertito che emanava un debole vapore. Ho azzardato una carezza ed un alito di vento mi ha accarezzato il volto, i capelli. Ho pensato: “Mancava questo soffio! Dio è qui!” Sulla mensola a fianco ho posto un cero, simbolo del  fuoco e sul ritratto ho appeso una colombina bianca. Ho pensato che l’indomani sarebbe stata la V Domenica di Pasqua ed ho avvertito una grande pace interiore. 

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.
Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto;
quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io.
E del luogo dove io vado, voi conoscete la via».


Giovedì in serata sono venuti a casa mia alcuni amici della nostra associazione con i quali ci eravamo dati appuntamento per scambiare liberamente, fra noi, commenti ed esperienze. E’ la prima volta che questo accade da quando sono rimasta sola e Mentore non è in mia compagnia, per cui si è trattato di una circostanza veramente speciale. La mia casa ha le pareti “benedette” perchè vi si respira un’aria fatta di mistiche presenze; per questo ne amo i colori e le mille piccole cose di cui è ricolma, anche se si tratta di oggetti senza valore, ma con il dolce sapore dei “ricordi”.

Ciò che però colpisce nell’entrare dal cancello è l’immensa fioritura multicolore che fa somigliare il mio giardino ad un piccolo paradiso. In esso vi sono piante fiorite di tutte le dimensioni e colore e alberi da frutto. Fin qui non vi sarebbe nulla di speciale, ma, da quando è mancata la mia mamma, l’inverno scorso, ogni anniversario o data importante viene accompagnata da una nuova scoperta. La mia mamma amava tanto i fiori e quando era mia ospite le compravo sempre una piantina di piccole rose che ponevo sul davanzale della sua finestra; poi, quando se ne andava, la interravo in un angolo del giardino. Ora tutte quelle pianticelle sono diventate roseti che mi regalano boccioli lungo tutto il corso dell’anno e quando apro le finestre al mattino sono curiosa nello scoprire quale sorpresa mi sia stata data.

Questa è la più bella ed è sbocciata il giorno della festa della Mamma

Questa bellissima orchidea è sbocciata per la seconda volta nell’anniversario della sua dipartita.

La mia piccola palma, regalatami dalle mie insegnanti qualche anno fa, è fiorita per la prima volta, il giorno di Pasqua!

Dovrei, ora creare un album fotografico per raccontare le mille esperienze vissute nel mio giardino incantato, ma esse fanno parte di quel linguaggio nascosto che accompagna le mie giornate, così dense di impegni, impregnate di sofferenza, ma calde di affetti silenziosi che parlano nel profondo del mio cuore. Per questo, cari amici volevo mettervene a conoscenza… perchè i segni sono tanti che il Signore ci dà a nostro conforto… basta saperli cogliere!

  Un saluto “fiorito” da un angolo della mia casa, con un grande abbraccio di Luce!

Edda CattaniFiori: speranze esaudite
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Un Grande Uomo divenuto Papa

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Un Grande Uomo divenuto Papa

SANTO GIOVANNI PAOLO II°

Papa Francesco ricorda Giovanni Paolo II, coraggioso testimone della fede

18/05/2019
Durante la messa all’altare di San Giovanni Paolo II,  il Papa ha ricordato che oggi ricorre il centesimo anniversario dalla nascita. Salutando i pellegrini ha detto:

“Cari sorelle e fratelli,“La preghiera, la vicinanza al popolo e l’amore alla giustizia”. Sono le tre “tracce” di san Giovanni Paolo II che il Papa ha ricordato nell’omelia, pronunciata a braccio, della messa trasmessa in mondovisione dall’altare collocato sopra la tomba del papa polacco, nella basilica di San Pietro, in occasione del centenario della nascita di Karol Wojtyla. “Il Signore ama il suo popolo”, ha esordito Francesco: “È una verità che Israele ama ripetere, e anche nei momenti brutti, sempre, il Signore ci ama”. “Il Signore ha visitato il suo popolo”, ha proseguito il Papa: “Lo stesso diceva la folla che seguiva Gesù, vedendo le cose che faceva Gesù: ‘Il Signore ha visitato il suo popolo’. E oggi possiamo dire che cento anni fa il Signore ha visitato suo popolo. Ha inviato un uomo , lo ha preparato per fare il vescovo e guidare la Chiesa”. “Facendo memoria di san Giovanni Paolo II, riprendiamo questo”, l’invito: “Il Signore ama il suo popolo, il Signore ha visitato il suo popolo, il Signore ha inviato un Pastore”. Delle “tante tracce di un buon Pastore che possiamo trovare in san Giovanni Paolo II”, Francesco ne ha indicate tre: “La preghiera, la vicinanza al popolo e l’amore alla giustizia”. “San Giovanni Paolo II è stato un uomo di Dio perché pregava, e pregava tanto”, ha spiegato il Papa: “Lui sapeva bene che il primo compito di un vescovo è pregare. E questo non lo ha fatto il Vaticano II, lo ha detto San Pietro, che quando hanno fatto i diaconi disse: ‘E a noi vescovi, il primo compito è pregare’.”

Quest’invito si è trasformato in un’incessante proclamazione del Vangelo della misericordia per il mondo e per l’uomo, la cui continuazione è quest’Anno Giubilare. Oggi desidero augurarvi, che il Signore vi dia la grazia della perseveranza in questa fede, questa speranza e quest’amore che avete ricevuto dai vostri avi e che conservate con cura. Nelle vostre menti e nei vostri cuori risuoni sempre l’appello del vostro grande Connazionale a risvegliare in voi la fantasia della misericordia, affinché possiate portare la testimonianza dell’amore di Dio a tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Infine, salutando i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli, ha invitato a seguire l’esempio di San Giovanni Paolo II:

“La sua coerente testimonianza di fede sia un insegnamento per voi, cari giovani, ad affrontare le sfide della vita; alla luce del suo insegnamento, cari ammalati, abbracciate con speranza la croce della malattia; invocate la sua celeste intercessione, cari sposi novelli, perché nella vostra nuova famiglia non manchi mai l’amore”.

 Giovanni Paolo II°

Giovanni Paolo II° dalla scomparsa agli altari

Sono passati vari anni da quel triste giorno. Era il 2 aprile 2005 quando il cuore di Papa Giovanni Paolo II smise di battere.

Sotto l’occhio attento dei media di tutto il mondo, il Pontefice si spense alle 21.37 nel Palazzo Apostolico della Città del Vaticano, in conseguenza di uno shock settico e di un collasso cardiocircolatorio. Ad accompagnare uno dei pontefici più longevi della storia della Chiesa sono stati i canti e le preghiere dei 70 mila fedeli presenti in piazza San Pietro.

Da quella sera e fino all’8 aprile, quando hanno avuto luogo le Esequie del defunto Pontefice, Giovanni Paolo II è stato pianto da una folla di più di 3 milioni di pellegrini, moltissimi cattolici nel mondo, e anche molti non cattolici, confluiti a Roma per rendere omaggio alla salma del Papa, attendendo in fila anche fino a 24 ore per poter accedere alla Basilica di San Pietro nella Città del Vaticano. In Polonia, i cattolici si riunirono nella chiesa di Wadowice, la città natale del pontefice. La televisione di Stato cancellò tutte le commedie dal palinsesto a partire dal 1º aprile 2005 e cominciò a trasmettere le celebrazioni liturgiche e speciali sul Papa. Molti leader mondiali hanno espresso le loro condoglianze:

Karol Wojtyla aveva 84 anni, era nato a Wadowice il 18 maggio 1920. Il suo pontificato, cominciato il 16 ottobre 1978, è durato quasi 27 anni. Sin dal principio del suo pontificato intraprese  una vigorosa azione politica e diplomatica contro il comunismo e l’oppressione politica, ed è considerato uno degli artefici del crollo dei sistemi del socialismo reale, già controllati dall’ex Unione Sovietica. Combatté la Teologia della Liberazione, intervenendo ripetutamente in occasioni di avvicinamenti di alcuni esponenti del clero verso soggetti politici dell’area marxista. Stigmatizzò inoltre il capitalismo sfrenato e il consumismo, considerati antitetici alla ricerca della giustizia sociale, causa d’ingiustificata sperequazione fra i popoli e lesivi della dignità dell’uomo. Nel campo della morale, si oppose fermamente all’aborto e all’eutanasia, e confermò l’approccio tradizionale della Chiesa sulla sessualità umana, sul celibato dei preti, sul sacerdozio femminile.

I suoi 104 viaggi in tutto il mondo videro la partecipazione di enormi folle (tra le più grandi mai riunite per eventi a carattere religioso).

E ancora, Karol Wojtyla è stato sempre, sin da quando era un giovane prete, un punto di riferimento per le nuove generazioni. Proclamato Papa, ha  immediatamente stabilito un rapporto speciale con i giovani. Con i ragazzi ha sempre scherzato, parlato a braccio, costruendo una nuova immagine di Pontefice romano, lontana da quella ieratica di molti dei suoi predecessori.

Era un Papa, un padre, un uomo umile che si faceva amare come nessuno mai. Negli occhi di tutti rimane il ricordo della sua ultima apparizione, quella del 30 marzo 2005,  con quella benedizione muta, quel tentativo estremo di strappare una tregua alla malattia, per trovare una parola e salutare chi lo attendeva in attesa in Piazza San Pietro.

Quel triste 2 aprile, Papa Giovanni Paolo II ha lasciato un vuoto immenso, un vuoto che nessuno riusciva ad accettare. Erano tutti lì in Piazza, in casa e in ogni altra parte del mondo a piangere un uomo di una bontà infinita e che rimarrà tale per sempre. E oggi, in  ricordo della sua morte anche gli utenti di Facebook hanno deciso di ricordarlo con frasi, immagini, post in suo onore.

La mia Scuola intitolata al Beato Karol Wojtyla

Questo quadro con l’immnagine di KAROL WOJTYLA  è stata posta nell’atrio della mia Scuola il giorno della intitolazione

Ecco le immagini della cerimonia avvenuta il 13 maggio 2006:

 

Il Parroco, io come Dirigente Scolastico e il Sindaco

Non mi fu facile ottenere l’intitolazione a pochi anni dalla morte del grande Papa per il quale ho sempre nutrito un profondo amore, ma oggi sono felice, con tutta la popolazione scolastica di avere fatto questa scelta. Inserisco il documento inviatomi dall’attuale Pontefice a conferma di quanto avvenuto.

 

Edda CattaniUn Grande Uomo divenuto Papa
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La voce del silenzio

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La voce del silenzio…nel silenzio.

Posted on 14/05/2020 (da Medicina narrativa)

 

Ed improvvisamente

ti accorgi che il silenzio

ha il volto delle cose che hai perduto…

(La voce del silenzio).

Una delle cose più impressionanti occorse durante la pandemia di SARS COV 2 è stato il silenzio, un silenzio nel silenzio.

Da tempo siamo ormai presi dalle immagini: la nostra vita può essere raccontata da immagini e per immagini ed anche quanto ci accade viene fissato da una o più immagini.

Durante il lockdown è apparso, oltre le immagini, un nuovo elemento: il silenzio.

Abituati come siamo a sentire musiche , suoni anche confusi e disturbanti, talvolta rumori e schiamazzi,  è sembrato irreale questo immenso e, pure, così vociante silenzio.

Il silenzio dei giochi dei bimbi, il silenzio proveniente dalle strade, il silenzio ridotto delle nostre attività quotidiane, il silenzio delle nostre abitudini.

Ma, insieme, il silenzio dei malati e del loro dolore.

Ormai anche in mezzo a sciagure, terremoti o disastri, non possiamo non ascoltare le voci di dolore delle vittime, quelle dei superstiti, il pianto dei familiari, l’imprecazione di chi è sopravvissuto e cerca i colpevoli.

Nella pandemia, salvo rari casi, il silenzio ha regnato sovrano: si è cercato di riempirlo con le nuove tecnologie, con i messaggi tramite tablet, talvolta con quelli tramite whatsupp.

Se dovessi associare la pandemia ad un suono, questo sarebbe  quello delle ruote dei mezzi militari che, in assoluto silenzio, conducono le salme di uomini  e donne deceduti verso la cremazione.

Ma i nuovi messaggi, le opportunità che la tecnologia offre non possono sostituire la voce: la voce è personale, direi, meglio, è persona.

La voce, il suono della parole emessa, la frase anche sgrammaticata è parte fondante di noi…in un bimbo ci ricordiamo la prima sillaba pronunciata, in un nonno che muore ci ricordiamo le sue ultime parole, di un amore teniamo a mente le note di una canzone che ce lo ricorda.

Il suono della voce costella e riempie la nostra storia ed la sua assenza la rende sfumata,  in ombra.

Il contagio, il distanziamento, la paura hanno tolto suoni, frasi, parole rendendo ancora più separate quella sofferenza e quella morte, non solo fisicamente lontane e, soprattutto, “in silenzio”.

Certo, in qualche caso si sono registrate le voci dei malati,  magari anche con immagini ma questo ci restituisce la persona o è un surrogato? e poi cosa ci offre il ricordo di tutto questo immane silenzio? e, infine, il silenzio in questo silenzio, oltre alla sofferenza, al dolore, ad un pianto muto, cosa ci lascia?

Non ho risposte a queste domande che faccio però mie ma ho un percorso da suggerire: quello di recuperare non solo il nome delle vittime della pandemia ma anche i loro visi, i loro sguardi, le parole che hanno pronunciato ed il loro timbro di voce, anche nei piccoli e banali eventi quotidiani.

Questo per ridare a tutti una dimensione umana e non solo statistica.

Per chi crede il Logos, la Parola è la Parola di Dio: la sua espressione, il suo essere per diventare e far diventare.

Credenti o meno abbiamo bisogno di parole, di suoni, abbiamo bisogno di recuperare, come archeologici, le parole dette ma non ascoltate, espresse ma non udite.

Quel silenzio, questo silenzio ha pertanto una forte voce: voce da coltivare nel racconto, nelle storie e ancora più, incredibilmente, nel silenzio del cuore.

Questo, penso, sia il modo migliore di recuperare e dare un senso a quanto accaduto, a non lasciare che i numeri altisonanti relativi a ricoveri, tamponi, guariti, decessi siano l’eredità di un evento cui non eravamo preparati, forti della nostra onnipotenza tecnologica, e che ora vorremo dimenticare in fretta perché ci ha comunque toccati.

L’ascolto e il riascolto delle voci non  espresse, non ascoltate o perdute nel mare del silenzio possono diventare canto, bellezza, vita nelle nostre vite.

E quel silenzio, presente nell’oceano del silenzio, riprende vita sussurrando: “io ci sono stato”.

E sarà solo il recepirle ormai, dar ancora voce, a  dare luce e vita anche a chi non vediamo più e siano esistiti perché ogni voce rappresenta un unicum di vita senza la quale anche la vita più ricca e bella appare mancare di qualcosa.

 

Edda CattaniLa voce del silenzio
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Il terzo segreto di Fatima

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IL MESSAGGIO DI FATIMA 

(Episodi a seguito delle apparizioni)

 A lato una copia fotostatica  della rivista “Ilustração Portuguesa

del 29 ottobre 1917 ritraente la folla che osserva il ‘miracolo del sole’.

Stanzione Don Marcello

L’angelo a Fatima si manifesta sotto la figura di un giovane di 14-15 anni, più bianco della neve che il sole faceva diventare trasparente come se fosse di cristallo, e di una grande bellezza come dichiara Lucia. La novità dell’apparizione angelica di Fatima sta nel gesto dello spirito celeste di offrire l’ostia e il calice del sangue eucaristico ai tre pastorelli affinchè facciano la santa Comunione. Una tale gesto angelico non è contenuto nei Vangeli e da diversi teologi è considerato “assai misterioso” ma Don Marcello Stanzione ne offre una esauriente spiegazione.

Don Marcello Stanzione è l’autore di due libri molto facili da leggere, sulla storia di Natuzza Evolo che si trova in “mistica e guarigioni”.

(v.anche biografia di Don Marcello in “Natuzza Evolo”)

FATIMA (Portogallo) – La “principale preoccupazione” di ogni sacerdote dev’essere la “fedeltà” e la “lealtà” verso la propria “vocazione”. E’ il richiamo pronunciato da Benedetto XVI nella cerimonia dei Vespri celebrata con il clero portoghese nella chiesa della Santissima Trinità, a Fatima, dove Ratzinger è stato accolto da circa diecimila fedeli e dalle campane che suonavano a distesa.

“Permettetemi di aprirvi il cuore – ha detto il Papa – per dirvi che la principale preoccupazione di ogni cristiano, specialmente della persona consacrata del ministro dell’Altare, dev’essere la fedeltà, la lealtà alla propria vocazione, come discepolo che vuole seguire il Signore”.

Il monito di Benedetto XVI a non tradire la missione sacerdotale arriva all’indomani delle parole con cui il Pontefice ha fatto presente che la più grande “persecuzione” contro la Chiesa oggi viene non dall’esterno ma dai “peccati” che esistono al suo interno.

“In quest’anno sacerdotale che volge al termine – ha aggiunto Ratzinger durante la cerimonia dei Vespri – scenda su tutti voi una grazia abbondante perché viviate la gioia della consacrazione e testimoniate la fedeltà sacerdotale fondata sulla fedeltà di Cristo”. E ancora:  “Guai al Pastore che rimane zitto vedendo Dio oltraggiato e le anime perdersi”.

“TERZO SEGRETO DI FATIMA”

Moltissimo si è ipotizzato, per ben più di mezzo secolo, sul famoso “Terzo segreto di Fatima”, cioè su quella parte del discorso della Madonna, alla sua terza apparizione, che Lucia non riporta nel proprio racconto in quanto la stessa Santissima Vergine le disse: «Questo non lo dite a nessuno. A Francesco sì, potete dirlo».Le prime due parti – se si vuole “i primi due segreti” del messaggio di Fatima, riguardanti la predizione della Seconda Guerra Mondiale e l’ascesa e il crollo del comunismo in Russia – furono messe per iscritto da suor Lucia nel 1941, su ordine del Vescovo di Leiria e le abbiamo lette prima. Nel 1944, suor Lucia mise per iscritto anche il Terzo segreto e, prima di consegnare all’allora Vescovo di Leiria-Fatima la busta sigillata contenente questa parte del messaggio della Madonna, scrisse sulla busta esterna che poteva essere aperta solo dopo il 1960 o dal Patriarca di Lisbona o dal Vescovo di Leiria.

 

Alla domanda molto diretta posta nel 2000 a suor Lucia dal Mons. Tarcisio Bertone «Perché la scadenza del 1960? È stata la Madonna ad indicare quella data?», suor Lucia aveva risposto: «Non è stata la Signora, ma sono stata io a mettere la data del 1960 perché, secondo la mia intuizione, prima del 1960 non si sarebbe capito: si sarebbe capito solo dopo».

La busta contenente il Terzo segreto di Fatima fu invece aperta, nel 1959, da Papa Giovanni XXIII, che dopo aver letto il segreto decise di rinviare la busta sigillata al Sant’Uffizio e di non rivelarlo. Papa Paolo VI lesse il contenuto nel 1965 e anch’egli si comportò come il suo predecessore. Papa Wojtyla, dopo l’attentato subito il 13 maggio 1981, richiese la busta, di cui lesse il contenuto il 18 luglio 1981, ma lo ha rivelato solo nel 2000, in occasione del passaggio dal Secondo al Terzo millennio (e quando già la sua salute era minata dal Parkinson).

 

Il testo del Terzo segreto, rivelato a Lucia il 13 luglio 1917 nella Cova di Iria a Fatima, secondo quanto divulgato con un documento ufficiale dal Vaticano il 26 giugno del 2000, è il seguente:

«Scrivo in atto di obbedienza a Voi mio Dio, che me lo comandate per mezzo di sua Ecc.za Rev.ma il Signor Vescovo di Leiria e della Vostra e mia Santissima Madre.
Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo, indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio». Tuy, 3-1-1944

Indubbiamente il Terzo Segreto si riferisce principalmente a un castigo spirituale. Di gran lunga peggiore, ancora più spaventoso delle carestie, delle guerre e delle persecuzioni, perché riguarda le anime, la loro salvezza o la loro eterna dannazione. Il defunto Padre Alonso, nominato nel 1966 archivista ufficiale di Fatima dal Vescovo Venancio, ha dimostrato che ciò è quanto contiene il Terzo Segreto.
.. Il 10 settembre 1984, il Vescovo Cosme do Amaral, attuale Vescovo di Leiria e Fatima, nell’Aula Magna dell’Università della Tecnica di Vienna, dichiarò ..: “Il Terzo Segreto di Fatima non parla né di bombe atomiche né di testate nucleari, né di missili SS20. Il suo contenuto”, ha aggiunto “riguarda solamente la nostra Fede. Identificare il Segreto con annunci catastrofici o con un olocausto nucleare vuol dire distorcere il significato del Messaggio. La perdita della Fede di un continente è cosa peggiore dell’annientamento di una nazione; ed è vero che, in Europa, la Fede è in continua diminuzione” [Il Vescovo poteva fare questa affermazione così grave perché è un dogma della Chiesa Cattolica che per essere salvato dalle fiamme eterne dell’inferno ogni Cattolico non deve perdere la Fede. Ovviamente l’annientamento fisico non è un male così grave come la perdita eterna delle anime nell’inferno. Ecco perché questa punizione proclamata nel Terzo Segreto è peggiore della guerra e della morte.]. .. Ciò significa che la tesi di Padre Alonso è ora confermata pubblicamente dal Vescovo di Fatima: concerne la terribile crisi all’interno della Chiesa. Si tratta della perdita della Fede nella nostra era predetta dall’Immacolata Vergine ..
.. “In Portogallo il dogma della Fede sarà sempre custodito, ecc.”. Questa breve frase che la veggente aggiunse intenzionalmente e con sicurezza quando scrisse per la seconda volta .. la conclusione del [terzo] Segreto nelle sue Memorie .. ci fornisce in modo molto discreto la chiave del Terzo Segreto. Ecco il ragionevole commento di Padre Alonso: “In Portogallo il dogma della fede sarà sempre custodito”. Questa frase implica in tutta chiarezza lo stato di crisi della Fede che avverrà nelle altre nazioni. Vi sarà quindi una crisi della Fede, mentre il Portogallo la salverà. .. Se ‘In Portogallo i dogmi della Fede saranno sempre custoditi’ si può dedurre con assoluta chiarezza che in altre parti della Chiesa questi dogmi stanno diventando oscuri o potranno persino andare perduti”.
.. Aggiungeremo che il Cardinale Ratzinger stesso ha parlato in tal senso a Vittorio Messori, affermando che il Terzo Segreto riguarda “i pericoli che minacciano la Fede e la vita dei Cristiani”.
.. il Terzo Segreto insiste sulle pesanti responsabilità delle anime consacrate, dei preti e persino degli stessi Vescovi in questa crisi della Fede senza precedenti che da 25 anni ha colpito la Chiesa. [Per] citare Padre Alonso: “E’ quindi assolutamente probabile che il testo del Terzo Segreto faccia allusioni concrete alla crisi della fede nella Chiesa e alla negligenza degli stessi pastori”. Egli parla inoltre di “lotte interne proprio in seno alla Chiesa e di gravi negligenze pastorali da parte delle alte gerarchie”, e di “deficienze da parte della più alta gerarchia della Chiesa”. [Questo..] spiega infine perché i Papi, fin dall’ottimista Giovanni XXIII, hanno esitato, ritardato e incessantemente rimandato la sua pubblicazione, cercando a ogni costo di tenerlo nascosto.


 

Edda CattaniIl terzo segreto di Fatima
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Madre come Maria

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Madre come Maria

maternita

Possiamo parlare di una sorta di “mal di madre” che si instaura nella  relazione e che coinvolge la donna e la sua creatura. Già al momento del concepimento inizia una interazione nell’ambiente intrauterino che continuerà in tutte le età successive.   I primi scambi avranno, pertanto, un peso decisivo nel formarsi della personalità che avverrà attraverso varie tappe e che sarà condizionata dalle scelte fatte.

 

Maria, Madre di Dio, è il fulgido esempio del dialogo esistente con quel Figlio nato anche per opera delle Sue carni. E’ la madre per eccellenza, Colei per la quale Cristo Gesù giunge a “trasgredire” nel compito affidatogli dal Padre e sui tempi stabiliti, compiendo, il primo miracolo della Sua missione terrena.

 

 Ricordiamo la supplica alle nozze di Cana: “Figlio, non hanno più vino”.   Questo amore porta Maria ai piedi della croce, sul Golgota. Quale colloquio si intreccia tra Maria e Gesù sull’altare del dolore? Quella profondità di amore vissuto nel dialogo di nove mesi di attesa, prima della nascita, ora ritorna con intensità. Da questa comunione dolcissima nascono le parole di Gesù a Giovanni: “Donna, ecco tuo figlio!”.   E’ il riconoscimento alla Madre Sua di un ruolo fondamentale nell’opera di salvezza; la proclamazione della maternità universale di Maria che termina con la consegna a Giovanni: “Figlio, ecco tua madre”!  

 

Nella madre, se il presente viene vissuto quale un completamento corporale di cui lei possiede l’attitudine, il futuro è legato all’ indeterminatezza dell’immagine del figlio.   E’ questo, per lei, motivo di una profonda debolezza che avverte di fronte alla difficoltà di “prevedere”, perciò di anticipare, con qualche precisione, quale sarà il corso della vita.  

 

Ed ecco allora, l’ineluttabile che quando giunge improvviso ed imprevisto spezza, in maniera dirompente, questa armonia, questo amplesso fatto di parole e di gesti, di sensazioni e di stati d’animo, di silenziose complicità di amorevolezza infinita.   Parlo della morte e di come la madre vive l’evento che la spezza perché a differenza di altre sofferenze, questa porta con sé la nebbia del mistero, perché invade un campo che è oscuro ed insieme sacro e solenne.   Di fronte a questo accadimento essa non trova risposta alla domanda: “Quale sorte è toccata al figlio che ho generato, che ho creduto fosse di mia proprietà  Dov’è andato quel soffio, quell’energia vitale?”  

 

La madre è attonita davanti al fatto che la coinvolge e si rende conto della caduta di tutte le certezze: cambia il modo di essere, di pensare, di vivere la quotidianità dell’ esistenza che, inesorabilmente, momento per momento, vede trascorrere e rinnovarsi, in tutte le sue forme.   Nasce in lei la lotta con il tempo della memoria che sembra voler coprire di un velo pietoso il mondo degli oggetti e delle immagini ad esso collegati, in una lacerazione che richiama il concetto junghiano di complesso nella connessione tra vissuto e simbolo.   Le situazioni, legate agli affetti, si caricano di un’emotività a volte esasperata, che si fa defluire nelle sfere della vita quotidiana svuotata di ogni senso, fino alla messa in dubbio cosmica del reale.  

 

Eppure una creatura tanto amata non può venire vissuta nelle forme e nelle rappresentazioni legate ad un’esperienza ormai perduta, contraffatta, che non si vuol dimenticare; l’io che si adopera per creare situazioni in cui ritrovare le immagini non rimane soddisfatto da ciò che lo porta a rivivere l’antica ferita.  

 

 Quando tutto sembra irrimediabilmente perduto, nella palude dove ci si trova invischiati, non rimane che appellarsi alla fede e al messaggio presente nella rivelazione che ci conforta e ci richiama alle radici profonde del nostro vivere e dell’esistenza che può e deve essere ancora vissuta in tutta la sua pienezza.  

 

E’ la disponibilità della madre che soffre qui, ma sa di essere davanti agli occhi del suo Dio, che fa pensare a Maria, Madre dei dolori di tutti gli uomini.   La preghiera assidua rigenera, allora, la vera immagine di Dio, a dispetto del male  che ci tocca sperimentare, perché quel Dio che ci è apparso come il nemico che ha distrutto la nostra esistenza, non può volere il male, altrimenti non sarebbe Dio. Egli può solo permetterlo sì senza alzare un dito.   Percepire   Dio   come  un  miraggio  inaffidabile ed attribuirgli la causa dei nostri mali ci darebbe l’immagine di un Dio infido la cui promessa sarebbe frustrante. 

 

Ed ecco allora che nella solitudine dell’attesa fiduciosa può accadere che la madre, io madre, nella profondità del mio essere, avverta una voce che mi parla e mi invita a procedere, ad andare avanti, perché quella creatura che credevo perduta per sempre non è mai partita e la ritrovo partecipe della mia vita nella “comunione dei Santi” che si estrinseca nel Corpo mistico di Cristo.  

 

Dall’esperienza quotidiana traggo elementi per testimoniare che avverto parole e ricevo segni di presenza inconfondibili: quel figlio, carne della mia carne e spirito tanto simile a me per affinità affettiva, quel figlio che ho tanto amato, giunge a me attraverso sensazioni profonde e strumenti, diciamo inconsueti, ma certamente reali.   Come io ho parlato a lui quando lo portavo in grembo, pur non vedendolo, ora ne percepisco la presenza in un’ampiezza di sfumature planetarie che si rapporta e si completa in un abbraccio universale che non teme, questo sì veramente, né rotture né limiti. 

 

Ho visto Andrea, pochi giorni dopo la sua dipartita, al mio fianco, nel dormiveglia, ai piedi del mio letto. Mi ha guardato sorridente e mi ha detto: “Sono partito per una missione di pace. Ho tanti incarichi da svolgere”.   Lui, ufficiale dell’Esercito Italiano, amava profondamente la sua missione e aveva pregato: “Signore che hai costituito di tanti popoli l’umana famiglia, guarda benigno a noi che abbiamo lasciato le nostre case per servire l’Italia” .   Anch’io ora procedo con questo obiettivo, al suo fianco, implorando Dio, creatore con me della mia creatura, secondo quanto ho dichiarato subito, la sera stessa dell’incidente mortale:  

 

“Ecco Signore, questo figlio che mi hai donato per ben 22 anni io te lo offro, ma servitene, come meglio vuoi, come tu sai. Lui è capace; l’ho educato buono e generoso. Ora è uno strumento nelle tue mani”.

 

 

 

 

Così quel Dio di amore, nella Sua grande misericordia ha permesso che il dialogo continuasse, perché l’amore non ha limiti o confini.   La mia vita perciò continua, in Dio e per Dio, al di là delle barriere spazio-temporali ed il lamento si è tramutato in fiduciosa attesa.   Vivo come realtà la presenza di mio figlio, visibilmente trapassato, che conserva verso di me le stesse premurose attenzioni, mi indica la strada da percorrere, mi protegge con indicazioni che sono peculiari del suo modo di essere e della sua personalità.   C’è  una  premura  costante,   nel  fare   appello  alla mia sensibilità e al  mio intuito, per farsi capire e comunicarmi messaggi indicativi di una  realtà parallela a noi molto vicina, anche se difficilmente immaginabile, di cui non possiamo avere più di tanti chiarimenti. Altrimenti perché la fede?  

Il  mio tormento  e la mia  caduta di senso vengono a trovare pace: attraverso il figlio giungo a percepire una Presenza benefica che mi offre un solido aiuto; che si interessa a me, nonostante  i miei fallimenti; una Presenza che non è una persona qualsiasi, ma la Persona di Dio al quale posso affidarmi totalmente, perché Egli è capace di soddisfare tutte le mie esigenze di verità e di amore.  

 

Trovo conferma di questa infinitezza, di questo stato di grazia, di completezza, di dinamicità in cui mio figlio vive nelle visioni descritte dai mistici contemporanei e, nella consapevolezza che ogni espressione è parziale, desidero leggere una comunicazione attribuita ad uno spirito elevato:     

“Come  descriverti lo  splendore della Via,  la Luce crescente ove gli astri perdono il  loro fulgore,  questo incendio fatto di tutti i soli, ma soprattutto di tutti gli splendori e di tutte le fiamme? Che termini adoperare per tradurti gli  accordi dell’Infinito; perché tutto brilla,  tutto  vibra,  tutto risplende  e risuona, tutto si  irradia e canta?  Le  parole umane servono  per le cose umane e la  parola muore dove comincia  l’Infinito…Ogni dolore, ogni  sforzo,  sono un passo fuori dall’ombra  a vantaggio della Luce…Io vedo dappertutto  sforzo  ed  equilibrio,  tutto segue immutabilmente   l’ordine   eterno.   L’Illimitato   non  è un condizionale.  L’Assoluto non sa che farsene  del relativo… No, qui non ci sono né dimensioni, né calcoli. L’algebra crolla sulla soglia  dell’Incalcolabile. L’Infinito si  aggiunge all’Immenso, l’Immenso all’Insondabile,  l’Insondabile  all’Assoluto,  ed  il totale di questa enorme addizione forma il piedistallo di Dio.”

 

( Brano tratto da M.C. e J.L.Victor “L’Appel des Etoiles”, Ed. du Phare, Cahors, Francia, 1967).                                 

Edda CattaniMadre come Maria
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Odore di Mamma

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2^ Domenica di Maggio.

Dio non si scopre attraverso un ragionamento teologico o sfidando l’eternità e l’infinito, ma lo si scopre soprattutto se ci si sente amati e si dona amore .. Dio non ha uno spazio tutto suo, è l’uomo lo spazio di Dio, sia in cielo come in terra .. siamo tutti immersi in un ambiente ‘divino’ .. perché Dio è in agguato all’angolo di ogni strada e di ogni stella .. e ci si deve impegnare per la libertà, per la giustizia e per la felicità, dentro la storia concreta e feriale degli uomini e delle donne, se si vuole incontrare lo Spirito del Vangelo di Gesù .. così l’uomo può incarnarsi nel Cielo .. e scoprire quell’andare ascensionale che appartiene ai nostri pensieri più veri, più intimi, più profondi ..  

(fra Benito)

Festa della Mamma


Bambino,
se trovi l’aquilone della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
e portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento
Alda Merini

Odore di mamma.

 

 

“Grazie a te, donna madre, sorriso di Dio, per il bimbo che viene alla luce, tu che guidi i suoi passi nel cammino della vita”  . Con queste parole del Santo Padre, ora beato, Giovanni Paolo II° vogliamo ricordare questa giornata del mese di maggio per coprire di profumo e di calore il grigiore delle giornate passate. Con il risveglio primaverile che già è arrivato con i suoi fiori, nidi e gridi di nuovi nati, la nostra realtà sembra acquistare vigore. Il miracolo della vita umana è anche questo ripetersi delle stagioni che, come le varie tappe del nostro tempo, pare darci una sferzata e richiamarci alla presenza, alla solidarietà, all’impegno. I miei nipotini Tommaso, Simone e Giulio navigano spediti nella scia della vita e anche il più piccolo ha superato l’ultimo anno della scuola dell’infanzia.

Gioie di mamma, dunque, e ricordi di infanzia, con le marmellate, il piumone della notte, la candela accesa nelle serate invernali e un focolare attorno cui si stava volentieri tutti insieme. Beato chi ha la mamma accanto per lungo tempo; la mia se n’è appena andata dopo aver varcato la soglia dei 98 anni ed è per me un conforto sentirmela accanto ancora più di prima. “Odore di mamma” è il sapere che cosa essa ha trasmesso, quanta vitalità, quanta energia interiore, quanto coraggio a tutti coloro che l’hanno avuta vicina. Si dice: “Non ci sono più le mamme di una volta…” ed è vero. Nessuno ti insegna a fare la madre e poi ti accorgi, un passo alla volta che ormai sei vecchia e i figli sono volati via, a volte, appena avevano spiccato il volo.

Amore di mamma …è una risposta alle richieste di ogni piccolo essere e dei suoi bisogni, ma volendo essere puntuali, possiamo dire che questo amore ha due volti; il primo è dato dalle cure necessarie alla preservazione della vita e della crescita. L’altro va oltre e diventa attitudine all’amore per tutto ciò che di bello la vita rappresenta: è bello essere vivi, è bello godere di tutte le bellezze del creato! Quante cose vorremmo dare ai nostri figli… cominciamo con la nutella e poi via via ci strappano il cuore dal petto e noi con stupore e attenzione guardiamo l’opera di Dio compiersi in tutta la sua trasparenza.

Dio creò il mondo e l’uomo e, come dicono le Scritture, disse che ciò era bello, così la madre, nel giardino della vita, fa sentire al suo bambino tutto il suo amore vedendolo bello come nessun altro e gli mostra la grazia di essere nato con il desiderio di restare vivo.

Quante volte ho sentito dire, nelle nostre riunioni, nei nostri convegni… “ mio figlio era bello e amava la vita… era felice di essere al mondo…” Beate mamme, che hanno trasmesso tanto amore e che ancora pensano alle sembianze corporee di quelle splendide creature. Ho anche sentito: “Dio ha scelto con cura  le piante per il suo giardino, voleva giovani speciali per dar loro una missione speciale” e questo conforta un po’ perché diversamente verrebbe da pensare, come si sente spesso: “L’è sta rubà!” come un tesoro prezioso che abbiamo visto trafugare.

Odore di mamma… che si manifesta in risposte di tenerezza da parte dei figlioli scomparsi al nostro sguardo e si fanno sentire in mille modi, come raccontano tante testimonianze;  quanta consolazione nel sapere che c’è stata una risposta, pervenuta da chissà quale distanza. I primi tempi della nostra storia mi fermavo a lungo a guardare le stelle e ogni volta che ne vedevo una che sembrava lampeggiare mi dicevo che Andrea doveva essere lassù e che mi stava parlando. Segni importanti di questi figli che non cessano mai di essere presenti per farci capire che ci sono, che ci amano, che sono vicino a noi e ci aspettano.

Questa sera, tornando a casa, ho trovato la prima rosa sbocciata nel giardino: è rosso porpora con il cuore giallo oro… sembra volermi dire ” è per te mamma, come una volta…”. Anche questa è una prova che posso dire mi ha turbato, come i tanti segni che rientrano in quella molteplicità di indizi sulla sopravvivenza di cui ci occupiamo. “Ti regalerò una rosa….” Fino a qualche tempo fa era Mentore a regalarmi la rosa rossa il giorno della “festa della Mamma”. Ora sarò io a portargliene una per ricordargli che, con questo figlio siamo sempre uniti. I nostri figli, dunque, ci sono, sono cresciuti e vanno avanti… e noi continuiamo la nostra opera di fede e di speranza. Quel nostro bambino, finché era debole e indifeso ha avuto bisogno delle nostre cure, delle nostre torte, della camicia stirata di fresco al profumo di lavanda, della pasta al sugo, del latte fumante…  Ma il bambino si è staccato da noi; è diventato un essere completamente indipendente, che si libra e attraversa spazi e dimensioni a noi ancora sconosciute. La vera essenza dell’amore materno è quella di lasciare che il bambino sia separato da noi dopo averlo tanto curato: è il trionfo dell’amore. “Mamma, lascia che io vada…!”

E’ questa anche la lezione di Maria, Madre delle Madri, che ha saputo rinunciare al Figlio fin da quando undicenne lo ritrovò fra i dottori nel tempio: “Lascia o Madre che mi occupi delle cose del Padre mio”! Cose difficili da capire, soprattutto quando ci sembra di avere diritto alla restituzione dell’amore; ma l’amore materno è anche questo altruismo che si manifesta in modo particolare quando la madre comprende che la sua generosità aiuterà il figlio ad andare avanti e a capire cosa significhi essere amati, e, a loro volta, che cosa significhi amare. E noi, l’abbiamo capito e sappiamo che la risposta dei nostri figli corrisponde e supera ogni nostra aspettativa. 

E’ molto rasserenante sapere che questi straordinari ragazzi sono curati da una tale madre; io custodisco gelosamente il primo messaggio che mi fu recapitato, dopo la dipartita di Andrea. Me lo consegnò una persona che, quasi timidamente si affacciò alla nostra porta per darci un foglietto piegato in cui, ci disse, c’erano parole a noi rivolte, ricevute da una veggente che aveva comunicazioni con la Madonna. In quel foglietto stavano scritte quelle rassicurazioni che sarebbero poi divenute certezze per tutta la nostra famiglia: “Andrea si è prostrato ai miei piedi e mi ha detto Madre poni fine a tanto dolore! Io l’ho consolato ed egli sta con me!” Non ho più visto quella donna che fu veramente per noi un messaggero speciale, ma credo che il nostro ragazzo, con la sua grande devozione a Maria, non potesse avere, nel momento del suo trapasso, un’accoglienza migliore.

Madre Santissima, tu che sei Madre, proteggi i nostri Figli, servitene come credi opportuno… Loro sono bravi, sono teneri, sono pieni d’amore e hanno addosso ancora tanto … odore di mamma.

 

 

 

Edda CattaniOdore di Mamma
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I bimbi “non nati”

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Un dramma quotidiano: vite spezzate nel nascere richiamano la nostra attenzione

Una “madre adottiva” racconta la sua esperienza per un messaggio d’amore 

GIULIANA VIAL

Il messaggio di  AURA  “la bambina non nata” continua…



La venuta di AURA ha cambiato la vita del nostro gruppo, ma soprattutto la mia: il ruolo
nuovo di “ Madre terrena” mi ha così coinvolta da farmi riconsiderare alcune fasi della mia vita con
conseguenze assai positive.
Detto questo, che riguarda l’aspetto personale, mi preme dire, che io sono la portavoce del nostro
Gruppo Umanità e Movimento, anche se responsabilizzata in più mansioni, ed é per questo che mi
trovo ora a rappresentarlo.
“ Umanità e Movimento é nato una decina di anni fa per desiderio di una Entità di Luce :
ENZO. Enzo si é manifestato attraverso la medianità di alcuni membri del gruppo. E’ il
simbolo di una scrittura E : L: Enzo- Luce nel cuore del sole.
Così il contatto visivo fra Lui e noi, e noi e Lui, ha aperto un altro filo comunicativo con l’Entità
AURA
Tra Enzo e Aura, c’é un rapporto di Luce e movimento che si fonde fra noi, Gruppo che si
distribuisce in tre luoghi ( Roma, Padova, Lugano) per divulgare aiuto agli altri e coinvolgerli nel
movimento umano di amore, ma anche riuniti nei momenti di incontri medianici quando le Anime
ci chiamano e alla conseguente nostra risposta.
Lei AURA si é presentata con malinconia, ma soprattutto tenera nei confronti di chi non ha
permesso il suo passaggio alla vita terrena per poi andare in un crescendo di gioia e amore e di
insegnamento, così é stata chiamata perché come luce nascente AURA- AURORA si é presentata
per brillare poi nel cielo e prati azzurri dove i colori sono inimmaginabili.
Questo, di oggi é il nostro secondo incontro, il nostro secondo “ viaggio” nella luce e della vita.
Questo incontro vuole concludere il messaggio di AURA ma noi resteremo spiritualmente
sempre uniti perché “ IL FIOCCO ROSA “ ha suggellato una nascita . . ( la Sua ), altre nascite
e chissà quanti bambini sono nati, alla vita spirituale, chissà quante mamme ci ascoltano ora!!
Ed é il Loro appello che la nostra Entità ci chiede di divulgare.
Ora Lei é la “ Capogruppo”, potremmo dire di una schiera di bambini mai nati ( di aborti)
é la voce di una piccola che con altre costituiscono una coralità, i loro messaggi continuano comunicandoci la loro gioia per aver realizzato il nostro primo incontro, sentito e salutato come la realizzazione di un grande progetto.
AURA ritorna ad essere fra noi il messaggio e la voce della vita in analogia con l’Enciclica “Evangelium Vitae “ sul principio e sul valore dell’esistenza e in difesa della vita.
Aura desidera lanciare un appello al non aborto per non bloccare il processo vitale evolutivo di ogni
bimbo, che, embrione, desidera nascere, venire al mondo.
Lei vuole anche riferirsi ai casi di aborti e richiamare quelle madri che hanno rifiutato i loro figli,
perché Lei vuole dare loro un nome, facendoli così evolvere nel cammino celeste unitamente alla Sua schiera.
Quanto detto é la sintesi del messaggio di Aura, Essa ha voluto tutto questo per scuotere la sensibilità
e la coscienza delle donne, ora il Suo compito terreno é terminato. E’ passata come una stella,
lasciandoci felici per aver fatto quanto ci aveva chiesto. La sua venuta é stata come un sasso
lanciato in uno stagno e gli effetti si sono manifestati diffondendosi come le onde in un moto quasi
incessante e concentrico.
Ma Lei dall’altra dimensione ci manda messaggi ove racconta che é ha capo di bimbi handicappati
che é STELLA TRA LE STELLE.
A questo punto Aura ha raggiunto la Dimensione Celeste, ha raggiunto quello che era
programmato per Lei, e ci ha mandato un ultimo messaggio a conclusione del suo passaggio terreno.

 

 “Mamma mammina mia bella, le campane stanno suonando a Festa nella cattedrale dell’universale coscienza.

Mamma tutto è stato fatto tutto è stato detto. Ora bisogna fermarsi e lasciare che gli altri possano prendere coscienza del
contenuto di un discorso che è stato portato avanti malgrado tutto e tutti.

“Mamma io ritornerò negli spazi infiniti dove tutto è poesia, poesia dell’amore della fedeltà e ti
invierò onde ondulate di amore universale. Ora io sono in te e attorno a te io sono tua madre e tu
mia figlia e ti dono l’amore che permea tutto il mio essere fatto di Luce.

 Mamma la vita viene donata al momento del
concepimento ma prende veramente corpo solo al momento della nascita a quella vita breve nel
tempo che si costruisce tra la nascita e la morte e questo solo nell’ambito terreno del termine poiché
anche durante la propria stasi terrena le nostre vibrazioni fanno parte del Tutto e dell’essere che sta
vivendo sulla terra. Mamma tutto questo è un perché molto importante. Dobbiamo vivere sulla terra
per costruire vita dopo vita il nostro essere scintilla divina.

Il non passaggio sulla terra non è cheintralci la nostra evoluzione, ma fa si che il tutto debba essere vissuto

in un’altra dimensione in un’altra galassia.
Mammina mia tu dovevi essere colei che scelta da me per questo compito importante avesse il
coraggio della rinuncia per poi avere il coraggio dell’accettazione di un tutto che non è stato facile
anzi è stata una grande sofferenza che ha maturato in te il germoglio di una vita interiore fatta dalle
tue energie riunitesi alle mie energie. Tutto stava scritto e tutto è successo.
Mamma cara io sono grande ora, di quella grandezza che tu mi hai donato con il tuo amore la tua
disponibilità il tuo coraggio.
Mamma io sono quel punto luminoso che illumina la tua coscienza nella notte buia di una vita che
viene da te vissuta in doppio per te e per me.”

Il discorso è terminato.
Mamma io sono il tuo Sole ,
la tua
Luna, le tue stelle.Io sono quel
tutto che riunisce in sé tutte le
tue memorie passate presenti e
future.

AURA
SPIRITO DEGLI SPIRITI
ANIMA ELETTA TRA
LE ANIME ELETTE. CIAO


 

Edda CattaniI bimbi “non nati”
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