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Il coraggio di credere

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“Sono io mamma quell’angelo…”

Il coraggio di credere

(estratto Convegno A.C.S.S.S. Padova 2014)


Questo titolo può portare a diverse interpretazioni. Per quanto mi riguarda il “credere” è vivere e  “credere” è anche comunicare, spezzare il pane della condivisione. Questa affermazione  non ha la pretesa di proporre quale sia la linea di vita praticabile e nemmeno che la proposta sia di per sé una vita di “valore”.

 L’espressione in sé non dice nulla sul significato della vita che si vuole rappresentare, né, tanto meno, descrive un indice della positività di tale significato.

 Da qualsiasi stato essa provenga non può condurre in maniera logica, consequenziale, al “valore” di un vissuto cui si fa riferimento. 

Per comprendere in maniera sufficientemente adeguata il “valore” di un’esperienza, occorre che il ricevente del messaggio si lasci coinvolgere in ciò che gli offre l’emittente, assumendone i valori. Il che dipende unicamente dalla predisposizione interiore del ricevente, che può essere più o meno favorita dalla forza attrattiva del messaggio e dello stesso emittente… in questo caso io stessa, con la mia storia e la mia condizione.

 

Narra un’antica storia orientale che a un uomo, da anni alla

ricerca del segreto della vita, fu detto che un pozzo possedeva la

risposta a cui egli così ardentemente aspirava.  Trovato il pozzo,

l’uomo pose la domanda e dalla profondità… giunse la risposta: “Vai

al crocicchio del villaggio: là troverai ciò che cerchi”.

Pieno di speranza, l’uomo obbedì, ma al luogo indicato trovò

soltanto tre botteghe: una bottega vendeva fili metallici, un’altra

legno e la terza pezzi di metallo. Nulla e nessuno in quei paraggi

sembrava avere a che fare con la rivelazione del segreto della

vita.

 

Credendo di essere stato ingannato l’uomo continuò le sue

peregrinazioni finché una notte sentì, in lontananza, suonare un

“sitar”. La musica era meravigliosa e l’uomo, affascinato, si

diresse verso il luogo dove era il suonatore e ne vide le mani che

suonavano abilmente uno strumento fatto di fili metallici, pezzi di

metallo e di legno.

 

L’indicazione datagli dal pozzo gli parve chiara: tutti abbiamo gli

elementi necessari per comporre la meravigliosa musica della nostra

vita, ma ogni elemento, ogni evento, ogni circostanza a sé stante é

vuota se viene separata dagli altri elementi.

 

Una melodia è qualcosa di completo perché composta da tante note,

in armonia tra loro. Così la psiche umana, composta di vari

elementi come impulsi, desideri, emozioni, intuizioni e via

dicendo, se non disposti in maniera organica, non possono creare

quella sinergia (nel senso di azione simultanea e coordinata) che é

necessaria per saper vivere.

 

Ecco allora il significato e la figura di sfondo del titolo:  una parola o  un’immagine portano in seno un aspetto di mille altre parole o  immagini. Il nostro linguaggio è una cascata: genera  di volta in volta  evocazioni e collegamenti. Beato chi li scopre e li vive.

 Ognuno comprenda bene dove mira il discorso: a rendere un po’ più manifesto, prima di illustrare il contenuto, a che cosa si riduca la capacità di instaurare mutui richiami fra quelle che ho chiamato «parole, immagini», ma che meglio dovrei definire  «simboli». Sono questi, i grandi unificatori del creato.

Pensavo a queste o a simili cose, il momento in cui mi sono raccolta per elaborare alcune idee circa il  modo di soffermarsi SUL VIVERE E SAPER VIVERE… e sul senso della VITA E SULLA MORTE /.

 Mi sono detta: può intuire e capire meglio IL SENSO DELLA VITA e sull’impulso religioso che essa promana, solo chi è disposto mentalmente a creare contatti tra una parola e l’altra, a instaurare  richiami  fra immagini, a uscire dal suo pragmatismo.

 E’ evidente che su una cosa siamo d’accordo tutti ed è che non

tutti siamo d’accordo, cioè tutti non condividiamo le stesse scelte. Ma

le opinioni diverse sono il risultato di quello che ciascuno di noi

è e vuole essere, cioè ciò che vuole per sé.

Da questa “volontà” di scegliere, siamo arrivati alla parola

chiave: libertà di vivere.

Tutte le religioni ci parlano della divinità, di una qualche divinità, in una maniera o nell’altra. Ma il superamento della morte fisica e il pensare ad una vita eterna per noi, ci può venire solo da un vero Dio, da un Dio nel senso pieno e assoluto, il quale non si limiti a creare un universo per poi lasciarlo a sé, ma veramente vi si incarni.

La vita eterna è molto, molto di più della sopravvivenza.

Profonda vocazione dell’uomo è di conseguire ogni bene, ogni perfezione, ogni pienezza di essere e felicità senza fine. È perseguire la creatività stessa del supremo Artista dell’universo.

 

Solo le visioni delle sfere superiori, quelle che sono state date come dono a rari uomini nella storia, vengono a noi per indicarci che la morte, ogni morte ha un suo significato e non avviene invano. E’ una causa determinante un effetto che non si limita al solo dolore, ma che reca qualcosa di più profondo.

 “CORAGGIO DI CREDERE”, nel mio caso, significa raccogliere

l’eredità di mio figlio, quanto ne è stato dei suoi ideali, delle

sue attese, delle speranze non concluse e farla nostra, perché se

la morte è portatrice di un effetto, essa non può essere solo

sottrazione o “nulla”, intendo il “nulla” nel quale stemperare,

come in un crogiolo, il nostro desiderio di vendetta o il nostro

nichilismo.

Il tempo è un dono che la vita ci fa. Lo è anche quando sembra non esserlo, quando stanchi affrontiamo il domani. Ed ogni anno che passa, ogni compleanno, è una tappa importante, un traguardo, una sorte di resa dei conti. Più gli anni passano e più i conti sballano anche se non ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo.

A questa chiamata possiamo non rispondere, possiamo lasciar perdere e piangerci addosso fino alla fine dei nostri giorni terreni, ma se risponderemo dobbiamo farlo con coraggio, con dedizione totale e piena fiducia che saremo ripagati al centuplo.

 

L’uomo d’oggi, impregnato di materialismo ha perduto la capacità di

rapportarsi alla dimensione divina. Nella società del rumore ha

dimenticato i percorsi, non si è preso cura di ascoltare il

richiamo della coscienza e, nel momento dell’ostacolo ha fatto come

colui che, da alpinista alle prime armi, rimane nel crepaccio,

senza darsi da fare ed attende i soccorsi che forse non giungeranno

in tempo.

 

“Cammina” ci dice Gesù “Arrotola la corda intorno ai tuoi fianchi e

guardando su, in alto, dove splende il sole limpido delle alte

vette, risali in cordata. Non occuparti del sangue che via via ti

scarnificherà le mani e i piedi. Guarda avanti, figliolo, e se con

te, vi saranno altri compagni di cordata, aiutali e non dimenticare

che io sono al tuo fianco.”


 

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Edda CattaniIl coraggio di credere

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