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Dalle ferite

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Dalle ferite

Di Alessandro Dehò

(Giovanni 13,31-33.34-35)
V domenica di Pasqua 2016

 

Deho 

E Giuda lascia un vuoto. Risucchiato dalla notte tremenda, notte che puzza di tradimento e di sangue. Masticato a morte da quel buio che si portava dentro e che, ad un cero punto, non è più riuscito a contenere, ucciso da se stesso, dall’incapacità di convertire la sua attesa di Dio. Giuda lascia un vuoto. L’ennesimo, non l’ultimo nella vita del Maestro. Messia costantemente chiamato a fare i conti con una vita che ferisce, che abbandona, che disegna spazi di solitudine in un cuore che chiedeva solamente di essere amato. Gesù da sempre deve fare i conti con il Vuoto. Quello lasciato da affetti che si allontanano, tradimenti, incomprensioni, silenzi.

La vita di Gesù è segnata da questi continui squarci, da queste ferite, mancanze, svuotamenti, da questo incessante doversi scoprire, come se la vita lo prendesse a morsi e lo spogliasse continuamente. Come se il Vuoto e l’Assenza fossero condizione essenziale del suo manifestarsi. Spogliato, Dio nudo tra le braccia di Maria, fasciato e deposto in una mangiatoia che già parla di donazione. Dio nudo ed esposto scagliato contro l’ipocrisia del potere politico e religioso. Dio nudo sulla croce, spogliato della veste, come l’antico Giuseppe di Genesi, entrambi venduti dai fratelli. Gesù, il Dio dell’Assenza, quella che lascia dietro di sé svuotando un sepolcro e lasciando solo fasce, piegate, a parlare di Lui.

Giuda, tradendo, lascia il suo vuoto. Un amico che tradisce, un’altra strada, un’altra verità, la morte appesa ad un ramo: l’identità dei dodici sfregiata per sempre: Giuda sceglie una via, una verità e una vita diverse da quelle di Gesù: è una ferità al volto di Dio. Gli altri, in diverso modo, lo seguiranno. Giuda lascia il suo vuoto e Gesù avrebbe avuto vita facile, poteva utilizzare quel movimento per mettere in guardia gli amici rimasti, poteva sfogare sul traditore il risentimento e la paura invece. Invece: mistica dell’Assenza, trasfigurazione del Vuoto, la ferita non sanguina parole amare ma Gloria. “Il figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui”. Io immagino il silenzio di stupore, Giuda esce di scena e il vuoto non si riempie di risentimento, non una parola, solo silenzio e stupore per quelle parole pacificate: come se da una ferita sanguinasse luce. Questa mi sembra essere la mistica dell’Assenza che siamo chiamati a imparare. Come se da un legno secco germogliasse primavera. Come se dalla violenza si potesse generasse vita. Il Vuoto diventa così condizione essenziale dalla Gloria, la violenza dell’Assenza diventa occasione per la Pace, il tradimento opportunità per rilanciare l’Amore.

La ferita non sanguina parole amare ma Gloria. La Gloria del Figlio dell’uomo è la manifestazione della Luce a partire dal dolore. Gloria è l’epifania del Volto di Dio, la narrazione del Divino. Glorificare è lasciar fluire l’amore dalle ferite che la vita infligge. Ecco cosa significa glorificare il figlio dell’uomo. La vita di Gesù è questo mistero d’amore commovente in cui niente gli è stato risparmiato, l’avventura umana vissuta nella sua feroce totalità, dalle vette dell’amore impossibile ai tradimenti dagli affetti più vicini, l’intensità dell’Amore e del suo contrario ma sempre, sempre, la scelta di Gesù è quella di lasciar fluire luce anche dalle ferite. È una sfida con la morte, da subito, da sempre. La resurrezione non è il colpo di teatro finale e inaspettato ma la pienezza di una vita che è riuscita a non lasciarsi conformare alla violenza. Vita che è riuscita a trasformare la violenza stessa in possibilità di vita. Persino il tradimento di un amico diventa motivo di Gloria. L’uomo glorificato è colui che non si vendica, che non umilia chi sbaglia, che riesce a custodire la scelta di amare oltre misura. L’uomo glorificato è l’uomo che riesce a non disumanizzarsi, nemmeno quando la vita si scaglia con violenza ingiusta e terribile. Giuda lascia un vuoto ma quel vuoto diventa possibilità. Giuda ferisce ma da quella carne aperta soffre la luce.

Mi pare questa la mistica del Vuoto, la trasfigurazione a cui siamo chiamati. In modo certo più quotidiano, accettando i limiti e gli inevitabili compromessi con la nostra mediocrità. Ma questo è il passaggio richiesto dalla Parola per non ridurre l’amore vicendevole a parola senza suono, senza senso.

L’amore è la manifestazione della Gloria di Dio. Dio è stato glorificato in lui. La manifestazione di Dio passa dalla vita ferita. La Gloria passerà dalla vita ferita sulla croce, l’assenza di quella che chiamiamo gloria umana in verità sarà il passaggio per mostrare il vero volto di Dio. La manifestazione di Dio attraversa l’Assenza. Respira da un sepolcro che non mostra niente se non il Vuoto. Allora capiamo le parole di Gesù ancora per poco sono con voi, Gesù non fa altro che preparare i suoi ad un vuoto radicale: la sua assenza. E loro saranno chiamati a riempire quell’Assenza, trasformando la ferita in feritoia di luce.

Come trasfigurare l’Assenza? Con l’amore. Un amore vicendevole che non dimentichi però l’insegnamento evangelico. Non un imperativo moralistico ma l’Amore come manifestazione della identità profonda dell’Uomo. L’amore come glorificazione di Dio. L’amore secondo il Vangelo non può raccontarsi se non partendo dal Vuoto che è in noi, riconoscendolo. Amandolo.

Noi siamo umanità ferita, bisognosa di amore. Noi siamo assenza di Senso se due occhi non ci avvolgono di tenerezza. Noi siamo vuoto se nessuna parola di Amore arriva a toccarci il cuore. Solo quando riusciremo a narrare con verità questo profondo bisogno che ci abita sapremo uscire da noi stessi. Solo quando sapremo guardare l’uomo che abbiamo davanti riconoscendo in lui la ferita che chiede carezze, il vuoto che chiede parola, l’assenza che supplica sguardi, solo allora riusciremo a non ridurre l’amore vicendevole a comandamento imposto o ad inutile ripetizione di gentili inutili a parole senza carne.
La mistica dell’Assenza è la grammatica indispensabile per non svuotare di senso la parola Amore, peccato grave che spesso compiamo. È l’unico modo per vivere la fedeltà alla terra. La fedeltà a questa vita umana che chiede solo di essere pazientemente trasfigurata. Dalle ferite, la luce.

 


Edda CattaniDalle ferite
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Naufragi e soglie

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Naufragi e soglie

(Luca 7,11-17)
X domenica Tempo Ordinario C

lampadine

Qualcuno dice che Nain significhi “sorriso” ma oggi Nain vorrebbe cambiare nome. Il sorriso è cariato dal padre di tutti i dolori, una donna ha perso tutto, prima il marito e ora l’unico figlio. Un corteo sta spingendo lontano dalla città la madre e il figlio, emorragia dolorosa, due detriti portati alla deriva da una folla che non può far altro che rifiutare ciò che non può comprendere. Una donna non più madre ed un ragazzo non più vivo sono segno di quel naufragio che diventa la vita quando non rispetta i patti più elementari della natura: i padri devono essere seppelliti dai figli, non viceversa.

L’impressione è che quella donna, a Nain, non farà più ritorno. Non ci sarà più “sorriso” per lei, solo la folla refluirà, come onda che ha esaurito lo sfogo del rabbioso dolore, a continuare, in fondo sollevati per non essere stati toccati dalla tragedia, in fondo in muta attesa che qualcosa capiti anche a loro, prima o poi. Così è la vita. Il morto, intanto, è spinto fuori dalla porta, per adesso ci si può illudere di aver rubato qualche passo alla morte.

Un altro naufrago, relitto sospinto da un corteo altrettanto inutile, sta camminando, ma in direzione opposta. Ma non sarà per sempre così. Anche lui sarà spinto fuori da una città fortificata, anche lui lascerà una donna, già senza marito, anche senza figlio. Relitto aggrappato a un pezzo di legno lotterà per mettere in salvo e non per salvarsi. Forse è per questo che Gesù, alla vista del corteo funebre non chiude gli occhi ma: “vede”. Forse perché, guardando, anche, “si vede”. Si vede per quel che sarà, vede quella madre e pensa a Maria, vede quel corteo e pensa alla Via Crucis, vede quel dolore e pensa che lo conoscerà da vicino. Gesù vede e decide di raccogliere la sfida e raccontare a quei tristi cortei il Senso profondo della vita. Quella vita a cui non basta un Nain, un “sorriso”, quella vita che deve fare i conti con la morte, con il dolore, con la sconfitta, con una vita che sembra contraddire se stessa.

Gesù vede. Ed è la prima soglia da oltrepassare. Perché sì, il segreto della vita è quello di oltrepassare soglie, andare oltre, entrare dentro. Gesù non fa parte del corteo superficiale, Gesù vede e, mettendo i suoi occhi a servizio del reale, supera la soglia. Lascia entrare la morte dagli occhi. Se nella vita vuoi solo sorridere gli occhi li chiudi, Gesù no, non gli basta “Nain”, non gli basta sorridere, lui vuole nutrirsi della vita, nutrirsene fino in fondo, scoprirne il senso. E allora lascia entrare tutto ciò che scorre, tutto ciò che respira, tutto ciò che soffre. I discepoli chiuderanno gli occhi sul Calvario, lui no, occhi aperti a forzare la prima reazione, quel riflesso condizionato dalla paura, quegli occhi che vorrebbero chiudersi, quei cortei che vorrebbero sbarazzarsi il più in fretta possibile della morte.

Poi la compassione. Gesù forza la seconda frontiera, oltrepassa il limite ed accetta di entrare nel cuore del dolore. La donna si lascia guardare, la donna lo lascia entrare. Credo si sia accorta, sempre ci si accorge se qualcuno entra fin nelle profondità del dolore. E se non dice nulla, la donna, è solo perché non ci sono parole. Gesù entra, accetta il rischio della “compassione” della sofferenza condivisa. Senza questo movimento qualsiasi tentativo di parola sarebbe stato violento. Perché il dolore, come l’amore, per non essere violentato, chiede di essere abitato dolcemente da dentro. Solo allora si possono osare parole che altrimenti non avrebbero senso, che avrebbero solo ferito, che avrebbero solo offeso.
Ora, da dentro, dal cuore, Lui osa persino sussurrare: “non piangere”. E mentre consola la vedova di Nain Gesù sembra piangere per sua madre. La terza soglia da forzare è quella delle lacrime. Non possiamo permettere al dolore di svuotarci lo sguardo, il rischio è quello di perdere la verità, di confondere vita e morte, di non riconoscere la resurrezione.

Poi il corteo si ferma. Entrambi i cortei si fermano. Siamo alla porta della città. Il corteo di morte è fermato da un sguardo, da un cuore e da parole coraggiose. Quello che accompagnava Gesù è bloccato perché non è possibile raggiungere il “sorriso” senza immergersi nel dolore, la gioia evangelica è possibile solo per cuori provati dalla vita, senza dolore rimane solo lo stordimento del divertimento, ma divertirsi è “divergere”, cambiare strada, non passare attraverso la porta. Fermi, silenziosi, immobili. Davanti alla porta. Si guardano Gesù e quella donna, i due cortei sono svuotati di senso, senza movimento diventano umanità smarrita. Dal basso, dalla terra, salgono le domande e le paure. Gesù e la donna si guardano. C’è una porta da attraversare e Gesù lo sa, Lui che sta attraversando le porte della vita per andare a raggiungere il cuore di quella donna, Lui che conosce bene il rischio di questi passaggi di soglia, Lui che sente il dolore che si prova ad immergersi nell’umano, Lui che non resiste e che addirittura si definirà “porta”, luogo di passaggio unico, battesimo definitivo del mistero del mondo. Da quel silenzio immobile fiorisce un tocco. Uno spostamento minimo di aria, un cenno, un battito d’ali, una rivoluzione. Gesù tocca la bara. Con la stessa solenne ordinarietà del Dio di Genesi: tocca la morte. Ed è questo l’attraversamento più rischioso: ci si può perdere in quel ventre buio. A Nain è solo un tocco, preludio di quell’attraversamento lungo tre giorni. Della vita non puoi dire niente se non confrontandoti con la morte. Per gli ebrei era impuro toccare un cadavere, per Gesù è impuro tenersi a distanza. Tocca e permette alla donna di continuare a essere madre. Stavolta non serve specificare, dalla croce dovrà trovare le parole: “madre ecco tuo figlio”.

Il ragazzo si siede e parla. Siede sulla morte come un angelo e racconta la vita. Siede sul confine su quel sepolcro in equilibrio. E noi capiamo che a Nain la storia ha camminato incontro a Gesù, gli è come venuta incontro. Il tocco su di Lui sarà quello del Padre, la chiameremo Resurrezione e quando qualcuno porterà la notizia alla madre ritrovata di Nain lei risponderà con un sorriso materno, uno di quelli che teneramente dice, senza parole, “non avevo dubbi”.
A noi rimane una pagina splendida, rimane un invito: camminare incontro alla vita come ha fatto Gesù. Uscire dal corteo e fermarsi. Poi vedere e commuoversi e aggrapparsi alle lacrime e infine toccarla, la morte. Che se non la tocchi Nain rimane un sorriso troppo insicuro. Superarle tutte le soglie, che poi sono le paure che ci portiamo dentro. È solo toccando il dolore che si impara la vita. Fa male, è una passione. Il prezzo è altissimo. La posta in gioco però è semplicemente “Tutto”. Vivere la vita lasciandosi trascinare prima di venire trascinati al sepolcro oppure farsi male ma vivere, vivere lasciando entrare tutto ciò che scorre, tutto ciò che respira, tutto ciò che soffre.

(Alessandro Dehò)

Edda CattaniNaufragi e soglie
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