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L’ulivo, simbolo di pace

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La domenica delle Palme

Di ritorno dalla Santa Messa, con la palma in mano dono e simbolo di questa domenica, vi porgo i miei auguri con le parole di Papa Francesco. Sia pure con brandelli di pelle e a volte gocce di sangue, lasciate sul mio cammino, continuo a porgermi come testimone della salvezza. Dal messaggio del Santo Padre, vero grande dono dato a questi tempi di “crisi” d’identità possiamo recepire che tutto quanto facciamo è sempre e solo “servizio” dato ai fratelli e noi non siamo che uno strumento, con tutta la nostra precarietà e la nostra provvisorietà. Non contano le parole, la quantità delle preghiere, le lodi e gli inni recitati… Di tutto questo rimarrà solo l’amore che avremo donato.

Ed ora dalla bacheca di Fra Benito nella odierna ricorrenza: 

“.. Padre perdonali, perché io desidero che loro vivano ..” .. L’uomo ha vinto, lo dice la morte che ha ridotto il suo Dio nella vergogna e nell’infamia .. da ora Dio sarà solo un concetto o un dogma dispotico, comunque un’invenzione del potere, un inganno da somministrare agli umili, ai disperati, ai diversi, a tutti gli uomini … per chiamare poi ‘Dio’ quell’Uomo e continuare a uccidere in suo nome, e crederlo come un Dio che fa paura, staccato dall’uomo, che ascolta solo lodi e vespri … Il Dio degli sconfitti, degli incompresi, degli offesi è morto .. è stato ucciso in nome degli uomini pavidi e d ei comandamenti del potere .. rinasce così il Dio vendicativo e solenne che giustifica la liturgia umana di ogni potere e di ogni ipocrisia … Ma l’uomo del potere si illude: dove inizia la sua vittoria incomincia sempre il suo fallimento … perché quell’Uomo che muore e che sanguina in croce ha ancora una parola di suprema sfida: ‘Padre, perdonali perché io desidero che loro vivano, desidero la loro vita anche se io sto per perderla’ … Nessuno ferma l’Amore, niente ferma la giustizia amante, e niente ferma chi sa morire perdonando .. nessuno ferma chi perdona una croce fatta di peccati .. anche se fabbricata da poteri iniqui che crocifiggono innocenti … nessuno ferma l’Amore .. nessuno .. se stiamo vicini a Dio nella sua sofferenza .. Dio si ricorderà .. la Croce non ci è stata data per capirla, ma per abbracciarla .. e Dio ricorda ogni abbraccio ..”

Oggi è la domenica delle Palme… OSANNA AL FIGLIO DI DAVIDE! … ma non vedremo la Resurrezione se non saremo passati attraverso il crogiuolo della sofferenza… e noi ci siamo dentro… Tutto è compiuto…

Rendiamo omaggio ad Alda Merini con questa lirica

La pace

La pace che sgorga dal cuore
e a volte diventa sangue,
il tuo amore
che a volte mi tocca
e poi diventa tragedia
la morte qui sulle mie spalle,
come un bambino pieno di fame
che chiede luce e cammina.
Far camminare un bimbo è cosa semplice,
tremendo è portare gli uomini
verso la pace,
essi accontentano la morte
per ogni dove,
come fosse una bocca da sfamare.
Ma tu maestro che ascolti
i palpiti di tanti soldati,
sai che le bocche della morte
sono di cartapesta,
più sinuosi dei dolci
le labbra intoccabili
della donna che t’ama.

(a Enrico Baj)

 

Ecco io mando un angelo avanti a te,

perchè ti guidi durante il cammino

e ti conduca al luogo che ti ho preparato.

Rispetta la sua presenza e ascolta la sua voce

 

Il bambino e l’ulivo

 C’era una volta un bambino abbandonato dal mondo.

Il bambino abbandonato dal mondo si sentiva molto solo e infelice.

” Il mondo non mi vuole. Il mondo non mi vuole”

Ripeteva.

” Chi portà mai volermi?”

Il piccolo bambino passava le giornate sotto un grande ulivo a ripetersi:

“Nessuno mi vuole… Nessuno”.

Un giorno passò davanti all’ulivo un vecchio gnomo

che trascinava un grosso sacco.

” Vuoi aiuto?”

Chiese il bambino.

“Oh, te ne sarei molto grato”

rispose lo gnomo.

Così il bambino aiutò lo gnomo a trascinare il sacco.

Arrivarono a una cascata grandissima, dove sotto si vedeva la Terra.

Lo gnomo allora slacciò il sacco, e lo svuotò sulla cascata.

Dal sacco uscirono tantissime pietro grosse,

che dalla cascata finirono sulla terra.

“Perchè butti le pietre sul mondo?”

Ma lo gnomo non rispose.

Il secondo giorno passò davanti all’ulivo una graziosa fanciulla,

alta non più di un metro, con un vestito rosa pallido ,

un mantello lunghissimo e due piccole ali rosa-gialle.

“Mi aiuti a portare il mantello?”

disse l’allegra fanciulla

“Certo fatina”

Il bambino sollevò il mantello che le strisciava per terra

e proseguì dietro di lei.

Arrivarono sulle fronde dell’albero più alto che avesse mai visto.

Un albero che alle proprie radici stringeva la Terra.

La fanciulla allora si tolse il mantello

e ne fece scivolare il contenuto sul tronco dell’albero.

Dal mantello uscirono tantissimi fiori uno più bello dell’altro,

profumatissimi e coloratissimi.

ma intorno ai petali si ergevano delle spine orribili ed affilate.

Scivolando dal tronco finirono sulla radici e poi sulla Terra.

“Perchè fai cadere sul mondo quei fiori con quelle spine orribili?”

Disse il bambino.

Ma non ottenne risposta.

Il terzo giorno passò davanti all’ulivo un mendicante.

Era lacero, pieno di stracci.

” Bambino, vuoi aiutarmi?”

Il piccolo annuì.

“Porta una mano sul tuo cuore, stringila a pugno e seguimi senza aprirla”

Il bambino fece come da lui richiesto.

Cammina cammina, arrivarono sulla cima di una stella.

Sotto di loro vi era tutto l’universo, con i suoi pianeti, le sue stelle,

e la Terra.

Quando furono arrivati,

il mendicante si tolse gli stracci che aveva addosso,

rivelandosi in realtà un meraviglioso Angelo.

Sorridendo disse al bambino:

“Apri la tua mano piccolo”

Il bambino l’aprì, e da essa comparve una luce leggera.

L’Angelo aprì a sua volta la sua mano,

dalla quale uscì una luce immensa;

prese con se anche la luce del piccolo,

e la unì alla sua.

Quella luce si divise in tanti raggi,

tanti quante erano le stelle

e da esse si dipartirono altri raggi che andarono sulla Terra.

L’angelo disse:

“Lo gnomo ha buttato le pietre sulla Terra,

per ricordare agli uomini le Difficoltà che devono affrontare,

per liberarsi dalle loro catene”

“La fata vi ha fatto cadere i fiori con le spine,

per ricordare agli uomini quanto bella e temibile sia la Natura,

con chi non la rispetta”

“E io dono Luce a tutti quegli uomini che hanno ancora tempo per vedere le Stelle.

Dono loro Luce per far loro ricordare che con Essa niente è impossibile,

che anche la notte più buia,

ha la sua stella per quanto minuscola essa sia.”

Poi volgendosi al bambino con un sorriso disse:

“Che t’importa se il mondo non ti vuole?

Non vedi quanto bella è meravigliosa sia la Terra?

Le opinioni del mondo non sono importanti.

La Terra ti ha accolto dal momento stesso in cui vi sei nato.”

Da quel giorno in avanti,

il bambino non ripetè più che il mondo non lo voleva,

ma trovò finalmente il coraggio di staccarsi dall’ulivo,

e abbandonarsi all’abbraccio della Terra.

 

 

Edda CattaniL’ulivo, simbolo di pace
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Maria Divina Provvidenza

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Maria Divina Provvidenza

Papa Francesco  ritorna sovente sulla condizione della donna-madre, paragonandola alla  divina Provvidenza. Ed è il profeta Isaia che tale la rappresenta piena di tenerezza, dicendo  «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (49,15).  Continua poi ricordandoci che Dio non si dimentica di noi, di ognuno di noi! Di ognuno di noi con nome e cognome. Ci ama e non si dimentica. Che bel pensiero … Questo invito alla fiducia in Dio trova un parallelo nella pagina del Vangelo di Matteo: «Guardate gli uccelli del cielo – dice Gesù –: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. … Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro» (Mt 6,26.28-29).

 

UNA TESTIMONE:   Madeleine Delbrel

Madeleine Delbrel 1904 -1964) è stata una mistica francese, assistente sociale e poetessa. A diciassette anni Madeleine professò un ateismo radicale e profondo, al punto da scrivere: «Dio è morto… viva la morte».

L’incontro con alcuni amici cristiani e in particolare l’ingresso nei domenicani del ragazzo che amava, l’hanno spinta a prendere in considerazione la possibilità dell’esistenza di Dio. Questo passo, fondato sulla riflessione e sulla preghiera, la condusse alla conversione, a un incontro con Dio che da quel giorno – 1924 – ha occupato tutto l’orizzonte della sua vita. La sua causa di beatificazione è stata introdotta a Roma nel 1994.

Nella mia comunità

Signore aiutami ad amare,

ad essere come il filo

di un vestito. Esso tiene insieme

i vari pezzi e nessuno lo vede se non il sarto

che ce l’ha messo.

Tu Signore mio sarto,

sarto della comunità,

rendimi capace di

essere nel mondo

servendo con umiltà,

perché se il filo si vede tutto è

riuscito male. Rendimi amore in questa

tua Chiesa, perché

è l’amore che tiene

insieme i vari pezzi.

 

La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo.

Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo

viverla con una certa grandezza.

Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che

ne scocchi l’ora.

Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover

essere consumati. Come un filo di lana tagliato

dalle forbici, così dobbiamo essere separati. Come un giovane

animale che viene sgozzato, così dobbiamo essere uccisi.

La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene.

 

Vengono, invece, le pazienze.

Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno

lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria,

di ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:

sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,

è l’autobus che passa affollato,

 Il latte che trabocca, gli spazzacamini che vengono,

   I bambini che imbrogliano tutto.                                                       

Sono gl’invitati che nostro marito porta in casa

e quell’amico che, proprio lui, non viene;

è il telefono che si scatena;

quelli che noi amiamo e non ci amano più;

è la voglia di tacere e il dover parlare,

è la voglia di parlare e la necessità di tacere;

è voler uscire quando si è chiusi

è rimanere in casa quando bisogna uscire;

è il marito al quale vorremmo appoggiarci

e che diventa il più fragile dei bambini;

è il disgusto della nostra parte quotidiana,

è il desiderio febbrile di quanto non ci appartiene.

 

Così vengono le nostro pazienze,

in ranghi serrati o in fila indiana,

e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando –

per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena.

Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami

che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che

i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.

Perché abbiamo dimenticato che se ci son fili di lana

tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno

per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.

Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:

ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita.

E’ la passione delle pazienze.

 

E in un’altra parte: trampolini per l’estasi,

II gomitolo di cotone per rammendare, la lettera da scrivere,

il bambino da alzare, il marito da rasserenare,

la porta da aprire, il microfono da staccare,

l’emicrania da sopportare:

altrettanti trampolini per l’estasi,

altrettanti ponti per passare dalla nostra povertà,

dalla nostra cattiva volontà alla riva serena dei tuo beneplacito.

 

Facci vivere la vita non come una partita a scacchi dove tutto è calcolo

 non come una gara dove tutto è arduo

non come un problema da romperci la testa

 non come un debito da pagare

 

 

 

 

Edda CattaniMaria Divina Provvidenza
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21 marzo: Alda Merini

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Alda Merini
21 marzo 1931 – 1°novembre 2009

 

“Oh primavera oscura
strano presagio d’amore
dimorare nel grembo di un ragazzo.
E come abbattere il sole
e il turbine del rancore
ti assottiglia le vene
e vedi crescere fra l’erba
un fiore scuro.”

 

Se cerchi un tesoro
devi cercarlo nei posti meno visibili,
non cercarlo nelle parole della gente,
troveresti solo vento.
Cercalo in fondo all’anima di chi
sa parlare con soli silenzi.
(Alda Merini)

Edda Cattani21 marzo: Alda Merini
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19 marzo: San Giuseppe

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19 Marzo: Festa del Papà

“Auguri Papà!”

O caro San Giuseppe, veglia e custodisci tutte le famiglie perché vivano l’armonia, l’unità, la fede, l’amore che regnava nella famiglia di Nazareth. Guarda con tenerezza particolare le famiglie dei disoccupati, dona a tutti un lavoro, affinché con la loro opera creino un mondo migliore e diano lode a Dio Creatore.

San Giovanni Paolo II

 

 

Chissà quanti Papà oggi riceveranno una letterina, magari la prima che custodiranno gelosamente, anche quando saranno ormai avanti negli anni e forse, quel bimbo che se ne è volato via, ora è un “Angelo di Luce”.

San Giuseppe è il Padre e un Protettore per tutti i Papà, anche per coloro i cui Figli hanno percorso la Via del Paradiso.

San Giuseppe Sposo della Beata Vergine Maria

19 marzo

Questa celebrazione ha profonde radici bibliche; Giuseppe è l’ultimo patriarca che riceve le comunicazioni del Signore attraverso l’umile via dei sogni. Come l’antico Giuseppe, è l’uomo giusto e fedele (Mt 1,19) che Dio ha posto a custode della sua casa. Egli collega Gesù, re messianico, alla discendenza di Davide. Sposo di Maria e padre putativo, guida la Sacra Famiglia nella fuga e nel ritorno dall’Egitto, rifacendo il cammino dell’Esodo. Pio IX lo ha dichiarato patrono della Chiesa universale e Giovanni XXIII ha inserito il suo nome nel Canone romano. (Mess. Rom.)

Patronato: Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali

Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall’ebraico

Emblema: Giglio

Martirologio Romano: Solennità di san Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia.
“Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. “Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare…”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia). Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a san Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste. Giovanni Paolo II ha confessato di pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori: il beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI.


Autore: Maria Di Lorenzo


 

Edda Cattani19 marzo: San Giuseppe
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Auguri Papa Francesco!

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Edda CattaniAuguri Papa Francesco!
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Tradizioni della Quaresima

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Riti e tradizioni italiane

in preparazione alla Pasqua.

 

La Pasqua, andandosene a spasso per l’Italia, è una rappresentazione teatrale ininterrotta della tragica/meravigliosa storia circa la morte e resurrezione di Cristo Nostro Signore, all’insegna di riti e tradizioni assai affascinanti.
Uomini incappucciati, incatenati, scalzi. Croci insanguinate, fuoco e colombe di pace. Urla: una catarsi collettiva – sono oltre tremila le celebrazioni censite – a piedi nudi e in catene lungo un percorso di espiazione che porta alla gioia della messa domenicale, quando le campane annunciano che il figlio dell’uomo è ancora “vivo” e che lo sarà per sempre.
In ogni borgo, in ogni contrada, in ogni cantone: ovunque c’è una storia da raccontare e da nord a sud è un tutto un susseguirsi di sacralità festosa e meditativa al tempo stesso.
Ed ora un piccolo viaggio nel folclore del nostro Paese, dritto al cuore dell’italica tradizione: Pasqua in Italy.
A Firenze la domenica di Pasqua si fa scoppiare il carro, che, trainato da buoi inghirlandati e scortato dagli sbandieratori, procede per le vie della città fino ad arrivare sul sagrato del Duomo, tra musica e grida. Il rito rappresenta la benedizione del fuoco e racconta una storia che risale alla prima crociata, nel 1096, quando Pazzino de’ Pazzi, cavaliere fiorentino al seguito di Goffredo di Buglione, piantò per primo lo stendardo cristiano a Gerusalemme. In ricompensa gli vennero donati alcuni frammenti di pietra del Santo Sepolcro, che riportò a Firenze e che usò per accendere il fuoco sacro del sabato santo. Da allora si rese la cerimonia più suggestiva costruendo un carro che portasse il fuoco tra le strade della città.

 

A Grassina, nel comune di Bagno a Ripoli, proprio alle porte di Firenze, la sera del venerdì santo si svolge una sacra rappresentazione, in due fasi contemporanee, che prevede un corteo di circa 500 figuranti, per la Via crucis attraverso le strade del paese, e scene della vita e della passione di Gesù sul “Calvario”, interpretate da circa 100 comparse. Si fa risalire la rappresentazione ai tempi della terribile epidemia di peste nera del 1634, come ringraziamento per aver risparmiato il paese. Da allora, la cerimonia è stata interrotta solo durante le due guerre mondiali e dopo l’alluvione del 1966. Ma è stato negli anni ’80, quando rinacque ad opera di un gruppo di volontari della zona, con nuovi allestimenti e nuove musiche, che ha assunto l’odierna dimensione spettacolare.

 

In Sardegna i riti della Settimana Santa sono particolarmente suggestivi. A Oliena, in provincia di Nuoro, si svolge l’originale rito della scrocifissione: le pie donne “staccano” Gesù dalla croce e la statua viene portata in due lunghe e sentite processioni lungo le vie del paese, fino al Duomo. La gente segue il corteo ai lati delle strade e sui balconi, da dove spara in aria con fucili e pistole, annunciando la resurrezione.

Ad Alghero la Pasqua ha forti radici ispaniche e si celebra con grande fervore. Per un’antica tradizione, che risale al 1501 (quando nella città si insediò una colonia di Aragonesi) una statua lignea del Cristo viene esposta alla devozione dei fedeli, mentre le donne vestite a lutto vi si affollano per chiedergli la Grazia. Anche qui il venerdì santo c’è il rito della schiodatura del Cristo dalla croce e la sua deposizione nella culla, quando dalla chiesa della Misericordia parte la processione a lume di candele ricoperte da cartoncini rossi. I fedeli avanzano con un antico passo di danza che mima l’atto del cullare il Cristo, mentre le Confraternite sfilano indossando cappucci a punta. La domenica di Pasqua il Cristo risorto incontra la Madonna tra voli di colombe e fuochi d’artificio.

A Cagliari sono le arciconfraternite ad incaricarsi dei numerosi riti pasquali che ruotano intorno ai momenti de “Su Scravamentu” (la deposizione dalla croce) “S’Iscravamentu“(la sepoltura) e “S’incontru” (l’incontro con la Madonna successivo alla resurrezione). Particolarmente suggestiva la Processione delle 7 chiese che risale all’antichissima tradizione medioevale dei pellegrini di far visita alle tombe di Pietro e Paolo. Tradizione che nel corso dei secoli, soprattutto con il primo grande Giubileo del 1300, aveva indicato le tappe che il devoto viaggiatore doveva compiere una volta giunto nella Roma degli apostoli e dei martiri. Si parte dalla Chiesa di Sant’Efisio listato a lutto (pennacchio nero) con i confratelli in abito penitenziale e cappuccio celeste. Una folla di fedeli si unisce in processione nella visita dei “Sepolcri” allestiti in ogni chiesa con il tradizionale addobbo de “su nènniri“. Quest’ultimo si rifà al ciclo agrario e ripropone il mito pagano dei “Giardini di Adone” e si prepara deponendo i chicchi di grano o altri legumi in un piatto con bambagia, da tenere bagnata, in un luogo caldo e buio. I chicchi germogliano mantenendo un colore giallognolo in quanto viene a mancare l’azione clorofilliana. Dopo essere stati abbelliti con nastri policromi i piatti vengono sistemati nei “Sepolcri”. La prima tappa del corteo è in genere nella chiesa dedicata a Sant’Antonio, e anche se ogni anno il tragitto cambia, mete sicure sono le chiese di S.Giovanni e di San Giacomo.

Processioni altamente spettacolari anche in Sicilia: quella dei Misteri di Trapani è la più celebre. Qui, i fedeli, completamente coperti da cappucci e tuniche, sfilano a piedi nudi in processione, seguendo un cerimoniale rigoroso stabilito già dal 1765 dalle Confraternite, le corporazioni di arti e mestieri di origine spagnola. Ognuna esibisce un certo numero di statue in rappresentanza di un mestiere (mistere), che il venerdì santo vengono portate – assieme all’urna del Cristo morto e a quella dell’Addolorata – per le strade e le piazze della città, fino alla cattedrale, per far si che vengano benedette.

 

A Palermo è tutto un tripudio di maschere della morte, a Caltanissetta spuntano gigantesche statue in cartapesta che rappresentano gli apostoli. A Enna, insieme alle croci si fanno sfilare i 24 simboli del martirio di Cristo: tra questi, l’immancabile borsa coi trenta denari, simbolo del tradimento di Giuda. In provincia di Messina, invece, la processione somiglia più a una sfilata carnascialesca – corse frenetiche, strepitìo di catene e squilli di trombe inondano l’aere. I devoti indossano elmetti sui quali sono dipinti motivi tratti dalla simbologia popolare. Sacro e profano si mischiano, la partecipazione popolare è da apoteosi.

 

In Puglia i fedeli incappucciati (perduni) di Taranto sfilano scalzi per la città a chiedere perdono, mentre in provincia di Bari, a Ruvo, si svolge la processione degli “otto Santi”: sfilata per le vie del centro, rischiarato dalle fiaccole portate dai confratelli e dalle bianche lenzuola appese ai balconi. Durante il corteo si assiste allo scoppio della Quarantana, un fantoccio che ha le sembianze di una vecchia signora vestita di nero, la cui esplosione segna la vittoria della vita sulla morte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ENNA vanta una tradizione di celebrazioni pasquali le cui origini risalgono al XVII secolo, mentre le confraternite, che come semplici rappresentanze sfilano nelle processioni, nate come cooperative di arti e mestieri, esistevano già nel Medio Evo. Le manifestazioni della Settimana Santa iniziano la mattina della domenica antecedente a quella di Pasqua, con la benedizione delle palme e dei rami d’ulivo nelle varie chiese, mentre nel pomeriggio tutte le confraternite si riuniscono al Duomo per l’adorazione del SS. Sacramento. Riti tradizionali si svolgono nei giorni seguenti ma di particolare suggestione è la processione del Venerdì Santo, che coinvolge l’intera cittadinanza e richiama fedeli dai paesi vicini.

Essa, nel suo percorso, si snoda nel più assoluto silenzio e nella massima compostezza. In atteggiamento ieratico sfilano migliaia di credenti, i quali, preceduti dal clero al completo e dalle quindici confraternite nei loro tradizionali costumi, seguono l’urna col Cristo Morto ed il fercolo dell’Addolorata alla luce delle torce. Il cupo e lento rullio dei tamburi ed il suono delle marce funebri contribuiscono a rendere più drammatica l’atmosfera.

La Settimana Santa si conclude con la processione della «Pace», il giorno di Pasqua/quando/al suono festoso delle campane, i simulacri del Cristo Risorto e della Madonna sono portati al Duomo, dove rimangono sino alla Domenica in Albis, quando sono ricollocati nelle rispettive chiese: il Cristo Risorto, nella chiesa del SS. Salvatore e la Madonna nella chiesa di San Giuseppe. Storicamente la cerimonia ricorda la pace stipulata, nel 1525, in occasione della festività, tra i cittadini di Enna e quelli di Fundrisi, trasferiti nel quartiere omonimo dopo la sconfitta subita ad opera del ne Martino V.

PIETRAPERZIA ha nel Venerdì Santo il momento di maggiore interesse della settimana pasquale. Prima della rituale processione, un nastro rosso, misurato sul corpo del Crocefisso, viene legato al braccio dei fedeli prima dell’ingresso nella chiesa del Carmine, gesto questo che si riallaccia ad un’antica credenza magico-apotropaica per cui tutto ciò che e stato a contatto del divino diventa elemento di protezione contro il male.

Al tramonto, dalla chiesa del Carmine e portato in piazza il «grande albero», una lunga asta in legno alla cui sommità e issato un cerchio dove i fedeli annodano fasce ornate di merletti per sciogliere cosi il voto fatto a Cristo Terminata questa operazione, prima di innalzare l’asta, sulla sua sommità e collocato, simbolo dell’universalità della Chiesa Cattolica, un globo multicolore, sul quale e posto un piccolo Crocefisso. Inizia quindi la processione preceduta dagli incappucciati, seguita dal Cristo delle Fasce, dalla baia del Cristo Molto e dall’Addolorata, che solo da qualche anno e poi tata dalle donne Anche questa cerimonia nella sua ideologia si ricollega agli antichi riti E se pel l’esperienza religiosa-arcaica l’albero, cioè la lunga asta, rappresenta la rinascita dalla natura in primavera, nel Cristianesimo diventa il simbolo di un evento che annualmente si ripete la morte e la resurrezione di Cristo

BARRAFRANCA, vede quale figura centrale del Venerdì Santo la Vergine dolente per l’offesa recata alla sua maternità E quindi la statua dell’Addolorata che, la mattina del venerdì, posta su una bara sormontata da un baldacchino nero guarnito da frange argentate, e portata in processione accompagnata dall’apostolo prediletto, San Giovanni, raffigurato da un caratteristico «santone» realizzato in cartapesta

Struggenti canti popolali sottolineano il mesto cammino. La processione più importante si ha nel pomeriggio ed e quella detta “u tronu”, dalla macchina usata per trasportare la statua del Cristo ornata da nastri (scocchi) di seta, essa e seguita dall’urna del Cristo Morto, dal fercolo dell’Addolorata e da San Giovanni. Una pantomima, che rappresenta la «giunta» – rincontro cioè della Madonna col figlio Risorto, trovato dagli apostoli -, segna la giornata pasquale La Madonna viene spogliata del suo manto nero ed appare in tutto il suo splendore in una veste bianca trapunta d’oro.

Meno scenografici sono i riti pasquali nel Nord Italia, ma fra i tanti si segnala quello di Romagnano Sesia, paese di origine medievale in provincia di Novara. Qui tre interi giorni sono dedicati alla sacra rappresentazione del Venerdì Santo. E’ una delle più significative manifestazioni di questo tipo. Scene della Passione di Cristo, sulla base dei i testi evangelici integrati da dialoghi appositamente composti in tempi molto lontani, prendono vita per le strade del borgo. Oltre 300 personaggi partecipano all’evento, al quale assiste un pubblico numeroso, che si fa parte della rappresentazione.

Edda CattaniTradizioni della Quaresima
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Un paese in maschera

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Un paese in maschera

 

Siamo in pieno carnevale mentre le emergenze e le sofferenze non si sopiscono mai nel mondo e in Italia. Stridono le notizie del telegiornale che accomunano femminicidi e festival di Sanremo, carri allegorici e maschere di Venezia.

Sappiamo che il carnevale è una festa che si celebra nei paesi di tradizione cristiana (ed in modo particolare in quelli di tradizione cattolica) nel periodo di tempo immediatamente precedente alla Quaresima; i principali eventi si concentrano comunque tra febbraio e marzo. I festeggiamenti si svolgono spesso in pubbliche parate in cui dominano elementi giocosi e fantasiosi; in particolare l’elemento più distintivo del carnevale è la tradizione del mascheramento.

La maschera è principalmente un oggetto usato per celare la propria identità, per esempio durante la festa; è usata con lo stesso scopo da molti personaggi immaginari della narrativa e dei fumetti. I nostri bambini amano imitarli e in questi giorni ne abbiamo visti travestiti da Uomo-Ragno, da Batman o semplicemente da principe o da pulcino, da bruco, da orsetto… una meraviglia guardare tanti piccoli innocenti lanciare minuscole palline di carta per le strade mentre soffiano con trombe di cartone, in un fracasso divertente, la loro gioia di vivere.

In psicologia indossare una maschera può indicare l’atto di essere momentaneamente un’altra persona, solitamente per sfuggire alla propria personalità. Ne sappiamo qualcosa noi, quando a seguito di un grave lutto indossiamo gli occhiali scuri e assumiamo quell’atteggiamento reticente, schivo e raccolto che ci rende incapaci di comunicare. Di fronte all’evento che non abbiamo potuto evitare rimaniamo impietriti e ci copriamo dietro la maschera quotidiana che ci fa essere nel lavoro e con gli altri simili alle statue di marmo. Questo non ci aiuta a sconfiggere le nostre piaghe quando vi sono tante emergenze simili alla nostra da condividere e in cui possiamo impegnarci per sentirci ancora utili.

I circuiti mediatici, come dicevo, tendono a trasmettere più la notizia che fa spettacolo e le altre necessità restano attutite, ai confini della nostra conoscenza ma non sono meno presenti e devastanti: non solo lontane da noi, ma dietro l’angolo di casa nostra c’è chi soffre e muore ogni giorno ed ha bisogno del nostro impegno.

Fra i tanti episodi del mio quotidiano, spesso cosparso di grandi lacerazioni, non mancano le conferme che vengono dall’alto, dai nostri Cari, sempre presenti in quella realtà di Luce verso la quale tutti siamo in viaggio. Il canale privilegiato è sempre quello di qualche anima provata nel cuore e nel fisico; in questo caso si tratta di una mia conoscente che mi è stata vicina in tutti questi anni e che ora è gravemente ammalata. Da tempo si trova a vivere episodi sconcertanti di comunicazione con entità che le danno prove certe della loro esistenza e come non poteva esserci fra queste il nostro Andrea che non può abbandonarci nella difficile realtà che stiamo attraversando? Ebbene una notte intera le ha dato ragguagli e prove certe della sua identità e del suo carattere e per non turbarmi ha detto di parlarne alla sorella che ne è rimasta felicemente esterrefatta.

La cosa che mi ha fatto enorme piacere è l’avermi confermato che con lui sta tutta la schiera dei parenti di cui lui è “l’ultimo anello” (infatti con Andrea si esaurisce la generazione dei Cattani) e che la spada che brandisce è molto più luminosa di quella che è appesa alla parete. A questo proposito debbo far sapere che la persona non sa che noi abbiamo messa in cornice sulle scale della nostra abitazione la sciabola che gli fu data quando fu nominato ufficiale dell’esercito. Questo conferma inoltre quello che ci ha sempre detto e che ha ripetuto: che lui è messo a difesa dei deboli, dei soldati che muoiono in guerra, dei bambini che soffrono…

Mi torna in mente l’immagine di San Michele Arcangelo con la spada sguainata che difende dal maligno, di cui sono sempre stata devota: il mio angelo di Luce, i nostri Angeli si occupano dei grandi problemi di cui noi sentiamo parlare fugacemente alla televisione: della fame nel mondo, della disoccupazione, della pace, del terrorismo; queste sono le quattro emergenze mondiali più preoccupanti.  E non posso, in questa circostanza, dimenticarmi di tanti ragazzi, ancora fra noi, che hanno fatto gli angeli “spazzini” fra le strade di Napoli per mettere ordine laddove un cattivo governo non ha saputo colmare le lacune e ad un tempo la povera gente che vive nei quartieri inquinati dove degrado e povertà ogni giorno aggiunge vittime alla dirompente condizione di vita.

Speriamo che questo carnevale, ormai giunto al termine, non lasci coscienze obnubilate, ma col riposo dello spirito giunga un reale risveglio e la volontà di compiere nella volontà di Dio, il proprio dovere e di impegnarci tutti a utilizzare i nostri talenti nel posto che occupiamo.

Papa Luciani, quando era ancora cardinale, scrisse qualcosa sulla biblica scala di Giacobbe: diceva che c’erano angeli con le ali, ma non volavano, salivano adagio, scalino su scalino. E commentava, cosa che può farci grande piacere, che le piccole cose, le azioni a volte meno importanti sono sovente così impegnative da costituire la via maestra per il cristiano. A noi dunque, piano, piano… il nostro compito…

 

 

 

Edda CattaniUn paese in maschera
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Auguri 2019!

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AUGURI 2019 !!!

 

Per noi questo bellissimo augurio!

 

“Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo. Solo tu puoi impedirle che vada in declino. In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano. Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.

 

Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.

Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell’anonimato. Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide,  incomprensioni e periodi di crisi. Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.

Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia. È attraversare deserti  fuori di sé, ma essere in grado di trovare un’oasi nei recessi della nostra anima.

 

È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.

È saper parlare di sé.

È aver coraggio per ascoltare un “No”.

È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.

È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.

Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.

È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.

È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.

È  avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.

È avere la capacità di dire: “Ti amo”.

Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice …

Che nelle tue primavere sii amante della gioia.

Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.

E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.

Poiché così  sarai più appassionato per la vita.

E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta.Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.

 

Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.

Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.

Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.

Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell’intelligenza.

Non mollare mai ….

Non rinunciare mai alle persone che ami.

Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!”

 

AUGURO A TUTTI VOI DI VIVERE UN FELICE 2019

 

 

Edda CattaniAuguri 2019!
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Sermoncini al Bambinello

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I  “Sermoncini” davanti al Presepe

 

In Romagna e forse in altre parti d’Italia, quando ero bambina si usava prepararsi alla recita del “sermoncino” di Natale. I bambini, accompagnati dai parenti, si recavano nelle chiese dove venivano allestiti veri capolavori d’arte del presepe e recitavano, uno alla volta, rispettando le precedenze, in religioso silenzio, ognuno il proprio sermoncino. Questo avveniva dalla vigilia di Natale fino alla Epifania e le Mamme, nonne, zie, santole … (ma spesso anche padri, nonni, zii …) si facevano vanto delle innocenti bellezze e delle capacità mnemoniche e recitative dei propri piccoli, che venivano sollecitati all’ esibizione con ogni sorta di stimolo, dall’affettuoso, al ricattatorio fino al minaccioso.  Durante la recitazione gli occhi dei parenti si riempivano di lucciconi. I più bravi meritavano anche una moneta di pochi centesimi che veniva donata a recitazione avvenuta.

Ricordo di essere stata molto piccola, e posta su un banchetto dove recitavo questa poesiola che tuttora non ho dimenticato:

Dicon tutti: “Lo sai il sermoncino?”

ed io: “Sicuro, me l’hanno insegnato!!”

“Vai dunque a dirlo a Gesù Bambino”

..e tosto qua mi sono incamminata.

Ma ohhh, cosa ho da dire…

io le parole più non so trovare….

se comincio, non so come finire…

ohhh che vergogna!! me ne voglio andare…

E tu dal cielo o vago Bambinello,

perdona se non dico il sermoncino…

Un bacio prendi ché sei tanto bello

un bacio e il cuore o pargolo d’amore!!!

Ed ecco allora per ricordare quei tempi altri semoncini raccolti fra le pagine dei ricordi:

 

Caro il mio Gesù Bambino, come stai? Ti trovi bene fra quel bue e quel somarino, in quel buco e in quello stallino? Tutti ti portano qualche piccola cosa, per dimostrarti che ti vogliono bene, io che sono il più piccino, lo farò con un bacino.

 

Son di tutti il più piccino, voglio dire un sermoncino e vi voglio dimostrare che i piccini sanno amare. Gesù bello, dolce amore, t’offro il piccolo mio cuore, e se ho fatto un po’ il folletto, d’ora in poi sarò un ometto.

 

Tutti vanno alla capanna per vedere cosa c’è, c’è il bambin che fa la nanna fra le braccia della mamma. Oh, se avessi un vestitino da donare a quel bambino! Un vestitino non ce l’ho, un bacino gli darò.

 

IL  LUMICINO

(alla Pierino)

 

Vedo in fondo un lumicino:

sarà un diamante?

sarà un rubino?

Oh ’na paletta (o altra espressione di sorpresa)

è Gesù bambino !

                            M.G. www.prourbino.it

 

 

Gesù bambino presso la tua culla

io ti guardo e ti prego con amore.

So che sei buono e non neghi nulla

ai bambini che amano il Signore.

Ti amo tanto, oh mio celeste amico

e con dolce speranza oggi ti dico:

«Il mio babbo e la mia mamma benedici,

fa che sian ognor sani e felici;

benedici il nonnino e la nonnetta,

i fratellini miei, la mia casetta.

Benedici, Gesù, con il tuo amore

chi soffre per la fame ed il dolore.

Manda la santa pace di Natale

dove cattivo e triste regna il male.

 

Mi hanno detto che questa notte è nato il nostro bambino e voglio proprio guardarlo da vicino. Ma guarda che razza di miseria che ha, è nato in una stalla e non in una casa. Oh, povero mio Signore, là dentro in quella stalla, fra un bue e un somaro e in mezzo a un poco di paglia! Vorrei venirti in aiuto portandoti degli stecchi e farti un po’ di fuoco per difenderti dal freddo. Ma questo non lo posso fare perché sono piccino e allora ti prometto di dirti sempre il mio bene. Di ubbidire alla mamma e anche al papà, di volere bene ai fratelli e alle sorelle che ho in casa. E’ questo, non è vero, il caldo che vuoi da coloro che sono al mondo al giorno d’oggi? E che si vogliano tutti bene come ci vogliamo in famiglia. Tò, prendi un bacino, che devo andare via.

 

 

Una piccola storia

Quanto gradevoli queste note che sanno di antico e di semplice come le storie e leggende raccontate ai bambini:

IL PETTIROSSO

 


Nella stalla dove stavano dormendo Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù, il fuoco si stava spegnendo. Presto ci furono soltanto alcune braci e alcuni tizzoni ormai spenti. Maria e Giuseppe sentivano freddo, ma erano così stanchi che si limitavano ad agitarsi inquieti nel sonno.
Nella stalla c’era un altro ospite: un uccellino marrone; era entrato nella stalla quando la fiamma era ancora viva; aveva visto il piccolo Gesù e i suoi genitori, ed era rimasto tanto contento che non si sarebbe allontanato da lì neppure per tutto l’oro del mondo.
Quando anche le ultime braci stavano per spegnersi, pensò al freddo che avrebbe patito il bambino messo a dormire sulla paglia della mangiatoia. Spiccò il volo e si posò su un coccio accanto all’ultima brace.
Cominciò a battere le ali facendo aria sui tizzoni perché riprendessero ad ardere. Il piccolo petto bruno dell’uccellino diventò rosso per il calore che proveniva dal fuoco, ma il pettirosso non abbandonò il suo posto. Scintille roventi volarono via dalla brace e gli bruciarono le piume del petto ma egli continuò a battere le ali finché alla fine tutti i tizzoni arsero in una bella fiammata.
Il piccolo cuore del pettirosso si gonfiò di orgoglio e di felicità quando il bambino Gesù sorrise sentendosi avvolto dal calore.
Da allora il petto del pettirosso è rimasto rosso, come segno della sua devozione al bambino di Betlemme.

 

 Sono andata alle recite di Natale dei miei nipotini. Non recitano il “sermoncino”, ma fanno le gare di X FACTOR per raggiungere Babbo Natale che passa con le renne e i pacchi regali. Il Bambinello è diventato un addobbo inutile… è troppo povero e non ha doni… Le mamme preparano torte da vendere fuori dalle scuole e fanno “i mercatini” per racimolare i fondi da mandare avanti la scuola che non ce la fa… Penso ai bambini che arrivavano dalle campagne con le scarpe bucate e un pezzo di legna bagnata sotto braccio per far caldo a scuola e quando cessava il fumo era ora di tornare a casa… dove era più freddo ancora… Ma oggi tutti si lamentano… e anch’io, ormai piena di acciacchi… Ma i bambini comunque sono sempre meravigliosi e sta a noi mantenerli con quell’innocenza che il Santo Bambino saprà loro gratuitamente donare in questa notte Santa!

Edda CattaniSermoncini al Bambinello
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E’ arrivato Natale!

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E’ arrivato Natale! 

Ed ecco giunta a noi la grande festa del Santo Natale. C’è stata aria di festa ovunque, infatti, fin dai primi giorni di novembre e con la celebrazione di Ognissanti sembra essere passato tutta la mestizia della ricorrenza dei morti. Dalla morte alla vita, dunque, è facile il transito e noi, che abbiamo sperimentato questo sentimento, respiriamo aria di passaggio. Mi sono commossa più volte in questi giorni, guardando il presepe esposto nelle vetrine, dalle modeste statuine di gesso ai costosi lavori artigianali fatti di perle e stoffa. Ho pensato al mio Natale di quando ero piccolissima e il mio babbo fece il nostro presepe, con le statuine modellate da lui, con la creta del fiume. Sono capolavori che conservo ancora perché fanno parte del sentimento e della memoria di un tempo felice e semplice pregno di innocenza e di trasporto. Così mi torna alla mente il pranzo preparato nella notte santa, il buon profumo di vaniglia e le pesche rosse e gocciolanti di rosolio con la ciambella secca che durava mesi e mesi. Da tutto questo, il ricordo passa allo stupore dei miei bambini che attendevano i doni e a cui facevo la vestina rossa per simboleggiare la gioia e i sermoncini sotto l’albero e tante cose ancora.

Nella notte santa ho voluto rinnovare questa magia guardando il presepe di Andrea che ho costruito in casa, in questo “Natale da poveri” come lui definì il nostro primo natale senza la sua presenza fisica ed ho cercato che ogni presenza spirituale fosse viva accanto al Santo Bambinello.

C’era Mentore con la sua prestanza, Nonna Lina con la sua guida prescrittiva, il mio Papà Lino con il suo affetto protettivo e c’erano soprattutto tutti i miei figli con Andrea davanti, nella sua divisa da tenente a rassicurarci che quanto stiamo attraversando ora è un sentiero arduo ma necessario che ci porterà ad una vita nuova.

“Gesù nasce” e il lieto messaggio ci porta anche a Betlemme, ai luoghi santi dove si è consumata la più grande tragedia tra Dio e il mondo e dove ancora si sparge tanto sangue. Questo nostro tempo storico, di guerre, di sofferenza, di miseria, di fame è simile all’epoca in cui il Salvatore delle genti ha stabilito di incarnarsi nell’uomo e di sollevarci dal peccato. Oggi, come allora, i potenti assumono il comando e si spartiscono i territori. Una moltitudine infinita di popoli senza speranza subisce persecuzioni, massacri, angherie di ogni genere e tanti bambini violentati, stuprati, affamati, senza casa e senza famiglia, si chiedono perché mai siano venuti al mondo. Quale speranza per il futuro? Ci ritroviamo come ai tempi biblici dell’Antica Alleanza corrotta dalle conseguenze del peccato che provocò l’ira di Dio. Giungerà a noi una Rinnovata Alleanza, una nuova Aurora che rischiari questa epoca di tenebre e di ingiustizie?

         La Madonna, la Santa Vergine eletta a protezione dell’umanità, Lei creatura predestinata fra le creature, ovunque è apparsa ha donato messaggi  di conforto, di speranza annunciando che ci ridonerà Gesù, la Luce Nuova e che, alla fine, il Suo Cuore Immacolato trionferà.

         Vediamo allora la venuta del Messia come lo fece il popolo dell’antica alleanza che ha atteso con crescente impazienza che i tempi fossero compiuti e che Dio mantenesse la promessa.

 Sentiamo il Natale con le parole di Madre Teresa di Calcutta:

 

E’ Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.
E’ Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l’altro.
E’ Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.
E’ Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.
E’ Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.
E’ Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.

Gesù è nato! Povero fra i poveri, simbolo di innocenza di pace e di fraternità universale. E’ un  po’ aprire la porta della nostra locanda per far sì che coloro che soffrono il freddo, la fame, la privazione, siano vicino a noi e sentano il nostro calore. Così l’Avvento è solidarietà ed i nostri Figli di Luce ci benedicono dall’Alto!

Quest’anno al nostro convegno di Padova abbiamo avuto Padre Gabriele Gastaldello

della comunità “ La scuola del villaggio” e ci ha inviato questa riflessione per il nostro Natale

NATALE  è nelle RADICI  di TUTTI

Natura – Nascere – Natale derivano dalla stessa parola.

 

Natale è inno alla vita. Non vivere in questo mondo come straniero, ma come nel grembo di una grande vita. Credi alla vita, credi nell’uomo, canta e cammina e l’arida vita si riempirà di luce.

Fa’ memoria delle tue origini. Entra nella consapevolezza della tua storia unica, originale, irrepetibile.

Anche chi non accoglie lo specifico senso cristiano della nascita del VERBO di DIO può condividere messaggi importanti in nome della comune umanità.    

“Adoro Dio per il mio Natale, per la mia infanzia che non ricordo ma che immagino da quello che fanno gli altri bambini. Rivivo l’esperienza del succhiare, del soddisfare i gusti, del piangere per i fastidi del corpo, del ridere, dormire, svegliarmi, del far noti i desideri, dimenare le membra, strillare, sdegnarmi coi grandi quando non accondiscendono, vendicarmi piangendo, …”  (Agostino, Confessioni).

Anche tu sei spuntato, apparso alla vita nella vasta placenta del mondo, sei connesso, collegato, intessuto ai fili misteriosi della solidarietà cosmica. Come potresti vivere se il sole non ti scaldasse, se l’aria non ti desse il respiro, se l’acqua non trasportasse gli umori della vita, se la terra non ti sostenesse e nutrisse?

Faremo la meditazione del nascere: tu puoi rivivere biograficamente la emozione del nascere; anche tu sei stato bambino. “Immaginati bambino sul punto di uscire dal grembo per venire alla luce. Osserva il volto della mamma ansiosa di vederti per la prima volta dopo averti ospitato per nove mesi nel suo grembo. Immagina il travaglio doloroso del parto presto dimenticato dallo stupore di vederti. Ascolta il grido della vita quando per la prima volta l’ossigeno ha inondato i polmoni. A quel primo respiro è legato il pellegrinaggio incessante dei tuoi respiri. Ascolta la musica dei respiri. Respira come fosse la prima volta. Celebra il miracolo di esistere. La vita è un nascere continuo”.

Poi costruiremo l’albero delle parole belle che andremo ad appendere per confermare, decorare la nostra mente e impegnarci a viverle affidandole alla memoria lunga. Esempio: “Celebra la gratuità di ogni giorno e di ogni respiro”; “Ogni mattina al tocco della luce ho un giorno nuovo davanti a me”; “Fa fiorire gli incontri umani che la strada ogni giorno ti regala”; “Ogni uomo è una stella, ogni stella ha il suo splendore, accogli ogni persona come messaggio per te”; “Vedo negli altri la mia umanità”; “Vedo bene… col cuore”; “Ciò che conta è amare”… quali altre parole belle appendi?

Cammino delle stelle. Natale è un viaggio alle radici, anche tu sei nato, sei stato cullato da una mamma e curato nel nido caldo di una famiglia. Celebra la vita che è arrivata fino a te lungo una collana immensa di vite. Celebra la natura, immensa placenta di vita. Celebra le stagioni, tutto ciò che vive è tuo prossimo, guarda la terra con rispetto e onore: “Laudato sii mio Signore per sorella Madre Terra la quale ci sostenta e ci governa” (Frate Francesco, Cantico delle Creature).

NATALE è un invito alla ECO-LOGIA, alla sobrietà, alla essenzialità.

Col primo libro della Bibbia (Genesi) celebra il Natale del mondo, il natale di ogni giorno, di ogni respiro, di ogni pensiero. La conservazione nella vita è un nascere continuo.

 

 

Edda CattaniE’ arrivato Natale!
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