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Dal diario di un malato.

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Dal diario di un malato

Tutto me stesso prima di morire.

Un gentile navigatore del nostro sito che sempre porge un erudito contributo alle nostre modeste pagine, mi ha inviato un capitolo tratto da un libro del giornalista Carlo Massa. L’autore muore il 19 agosto 2007 e le ultime note sono del 16. Quando il tumore si fa davvero “ingombrante”, l’autore decide di scrivere di questo “ingombro”, di raccontare sia i nudi fatti (gli ospedali, i medici, le cure), sia la vicenda interiore fatta di speranze e di paure, d”indignazione e di riflessione sulla figura e sul trattamento del “paziente”. Nel tempo, questi temi restano sullo sfondo e viene sempre più in primo piano l’interrogazione della morte e della malattia, come problemi esistenziali, e la relazione con l’altro e con se stessi, come palestra dove fino all’ultimo è doveroso, opportuno, significativo esercitarsi. Forte è il richiamo etico: di come si debba, si possa, si cerchi di vivere e morire secondo un’etica forte, densa di valori e di stoicismo.

Ringrazio Peter Versac per questo prezioso inserto che pubblico con emozione e gradimento, in quanto tanti sono stati gli spunti per meditare sul mio percorso, sulla realtà della vita e della morte, e come dalla sofferenza possa nascere il grande bisogno di “amare”.

La malattia e la sofferenza sono sempre state tra i problemi più gravi che mettono alla prova la vita umana. Nella malattia l’uomo fa l’esperienza della propria impotenza, dei propri limiti e della propria finitezza. Ogni malattia può farci intravedere la morte. Essa può condurre all’angoscia, al ripiegamento su di sè, talvolta persino alla disperazione e alla ribellione contro Dio. Ma può anche rendere la persona più  matura, aiutarla a discernere nella propria vita ciò che è essenziale e far tornare la persona a Dio, il solo che può guarirla da tutto.

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Ho paura, sono felice. Sono felice, ho paura. L’una cosa marcia di pari passo con l’altra.

È anche in qual­che modo visibile fisicamente. Da una parte la Bestia avanza, silenziosa e sotterranea – in buona parte sot­tocute come una talpa maligna che scava notte e gior­no, colpisce improvvisa, provoca danni più o meno rovinosi. Ho perso l’occhio e l’orecchio sinistri e sen­to che fra non molto, se non cambia qualcosa, toc­cherà al braccio. Dall’altra parte, l’appetito da tempo è tornato, mangio, provo un piacere infantile nel buon cibo, ho ripreso a passeggiare, godo dell’aria, degli alberi, del verso degli uccelli, della terra dei parchi che calpesto, dell’odore della pioggia.

Godo degli altri, specie di quelli che, standomi più vicini, mostrano attenzioni che mi riscaldano e che provocano anche in loro dei cambiamenti.

Sono loro grato perché non c’è pietismo, non c’è retorica, non c’è nessuna gara di buoni sentimenti. Tant’è che la vita continua anche con i fastidi quotidiani, con le piccole incomprensioni, con gli scontri attorno ai vecchi motivi del contendere che, in qual­che modo, mi danno la rassicurante conferma di non essere stato isolato sotto una campana di vetro.

Godo di tutto questo come di una scoperta, come di un nuovo inizio, pur sapendo che è una fine.

Com’è possibile che ciò avvenga? Non lo so e mi limito a constatarlo. Mi limito a rimanere aderente alla mia esperienza, senza tentare di razionalizzare né dì teorizzare niente. Sento semplicemente che il mio corpo e la mia mente sono campo di battaglia di due opposte forze che, poi, opposte forse non sono ma, semplicemente le facce della stessa medaglia. Diffici­le da accettare ma è così.

Mi viene spesso in niente l’immagine dì un film che ho già precedentemente citato e che, più passa il tempo, più mi appare come una metafora perfetta della mia condizione: la partita a scacchi che il cava­liere al ritorno dalle crociate ingaggia con la morte, nel Settimo sigillo di Bergman. L’uomo sa che per­derà, ma tenta ugualmente, chiedendo al suo avver­sario, in caso di vittoria, una semplice dilazione per avere il tempo di rivedere la donna amata. In realtà è il tempo stesso della partita il gioco degli scacchi, si sa, può anche durare molto a lungo per legittime pause – a concedere al cavaliere ciò che vuole. In una notte di orrore e di magia riscoprirà che l’unico sen­so che offre la vita è l’amore. L’amore tra esseri uma­ni e per la natura, con il mistero che sottende. Que­sta scoperta o ri-scoperta fa in realtà di lui il vincito­re della partita.

Anch’io sono impegnato in una lunga partita a scacchi, anch’io so di perdere, ma, avendo accettato di giocarla, sto scoprendo l’amore così come non mi era mai capitato prima. Un amore di cui mi viene continuamente di parlare perché mi sembra che ri­vesta caratteristiche nuove e per me sconosciute. Un amore che, giorno dopo giorno, cresce attorno a me, suscitato anche da una mia attenzione per gli al­tri che non è mai stata così forte. Un amore che ge­nera amore, al di là della paura e della morte o for­se proprio perché tutte le persone che mi amano ti­fano per me in questa partita, iniziando a compren­dere che la vera posta in gioco non è la mia soprav­vivenza fisica.

Da qui e solo da qui scaturisce la forza che mi aiu­ta a combattere la paura, una paura che non si può mai sconfiggere una volta per sempre e che, quando meno me l’aspetto, mi afferra alla gola. E questa for­za che cresce anch’essa parallela, sempre più produ­ce gioia perché mi allontana dall’incubo nel quale sa­rei immerso se non avessi trovato queste risorse.

L’incubo che vedo vivere ad altri compagni di strada più sfortunati.

Mi lascio andare alla corrente, per così dire, alla corrente nella quale confluisce il mio istinto vitale e che mi suggerisce di non oppormi a qualcosa che ap­pare ineluttabile, perché il dolore nasce essenzial­mente dalla non accettazione, dalla recriminazione, dalla rabbiosa rivolta dell’io che tende a non vedere limiti all’appagamento dei propri desideri e bisogni.

Quante volte nel corso della vita ho remato con­tro, facendomi del male e adesso mi appare improv­visamente liberatoria questa mia nuova visione delle cose. Il fiume che va verso il mare ed io con esso. Non voglio sottraimi ad un inevitabile ciclo in cui i binomi si incontrano e si fondono, dolore e gioia, vi­ta e morte. Tutto qua.

Suggestioni poetiche di una mente che “vuole”, che “deve” trovare pace, per non farsi travolgere dal­l’angoscia e dall’orrore? Tutto è possibile, natural­mente, per chi si esercita come me da tanto tempo a stare in guardia contro le suggestioni, le mistificazio­ni e i deliri della mente. Tutto è possibile quando, in qualche modo, c’è “convenienza” a pensare una cosa piuttosto che un’altra. Quando, principalmente, non c’è autorità esterna a fornire appoggio o conferma.

Eppure una sorta di istinto vitale, una voce che parte dal profondo, una voce che rispecchia una “sua” verità mi suggerisce dì andare avanti così, di seguire con calma e con serenità ciò che il cuore, pri­ma della mente, mi suggerisce. Confido nel fatto, tut­to umano, di essere stato riconosciuto sino ad oggi come intellettualmente onesto. È sufficiente, non è sufficiente? Me Io farò bastare.

Riflettevo in questi giorni sul fatto che il cortisone

che mi stanno somministrando e che è alla base della mia “rinascita” fisica ha, come tutti Ì medicinali, del­le pesanti controindicazioni. Si può fare finché i van­taggi superano gli svantaggi, mi ha spiegato il mio buon medico. Ma non è così per ogni cosa della vita? Non hanno tutte le cose belle sempre delle “con­troindicazioni”? Che forse l’amore stesso di una ma­dre – per dire il massimo della bellezza e della dedi­zione – non ne ha? E, se così accade per tutto ciò che ci circonda, non ci sarà in questo un significato profondo da cogliere e sul quale riflettere?

Questa mia lotta quotidiana contro il dolore e le menomazioni che avanzano, contro la paura che tut­to ciò provoca, contro la morte, in definitiva, che diventa un’immagine sempre più concreta, rafforza in me la capacità e la voglia di resistere. L’amore che ve­do negli occhi, prima ancora che nelle parole, di chi mi sta vicino, si trasforma lentamente in gioia e, a tratti, inspiegabilmente, in allegria. In paradossale voglia di giocare, di lasciarmi andare, di far emergere quell’io-bambino soffocato da anni di “maturità” e che adesso, timidamente e con imbarazzo, bussa alla porta.

Qualche sera fa, mentre ero già a letto e mia figlia mi consolava per un improvviso attacco di dolore, ho visto nei suoi occhi un sorriso diverso dal solito. Un sorriso se­reno e tranquillo di chi ha intuito che ce la facevo a vin­cere quel momento e che, per questo, era felice.

Vivo, insomma. Essendomi adattato anche stavol­ta alle nuove botte, ai nuovi colpi di catapulta – per continuare nella metafora della fortezza assediata –che mi stanno smantellando pezzo a pezzo.

Vivo anche e sempre con la curiosità delle fron­tiere che continuamente sono costretto ad attraversa­re in una geografia del dolore e della paura che non avrei creduto possibile affrontare.

La prua di una nave che scompare sotto ondate di schiuma in un mare affollato di giganteschi iceberg, un gruppo di inuit siberiani che si intravedono dietro a una montagna di aringhe, cavalli ai galoppo in una nuvola di polvere, un raggio di sole carico di pulvi­scolo che fende l’ombra di un vicolo della vecchia Istanbul, un bambino che mi osserva dietro un vetro rigato dalla pioggia, immagini, frammenti di immagi­ni che si mescolano a una fitta di dolore, a un mo­mento di paura. La malattia è per me anche questo, un frequente contrappunto tra ciò che il mio vissuto mi offre di bello e di vitale e la negatività che mi si ro­vescia contro, in un assalto sempre più serrato. È come se, nel momento in cui il mio essere rischia di es­sere travolto dalla sua fragilità, gli venisse in soccor­so con queste immagini la sua parte onirica. Quella parte di sogno-avventura che, in un periodo della mia vita, sono riuscito a realizzare. Quel sogno che ha risvegliato ogni volta il mio io-bambino: la molla principale per rispondere all’insorgere della malattia con la scrittura. Scrittura terapeutica senz’altro, per­ché senza di essa non sarei riuscito a vivere bene que­sti ultimi anni e a fare il percorso che credo di aver fatto. Ed è così che mi viene da pensare, con emozio­ne, che dal sogno di un bambino ormai alle soglie della morte si è dipanato un filo lungo una vita che ha prodotto realtà capaci di contrastarla.

Avevo lasciato da qualche giorno queste pagine per tornarci ancora sopra, quando la situazione è ul­teriormente peggiorata. Tanto da rendere consiglia­bile un breve ricovero all ‘hospìce dove mi curano amorevolmente. Oltre ad essermi indebolito tanto da fare molta fatica nel sollevarmi da solo, oggi la bocca mi si è ulteriormente chiusa. Faccio sempre più fati­ca a mangiare e, quindi, anche a parlare. Ma la voglia di scrivere non mi abbandona e vorrei testimoniarla finché è possibile. Perché è in questo scrivere il mio conforto e la mia forza, la sicurezza di sapere che non resterò veramente solo finché sarò in grado di comu­nicare. Il peggio è tutto avanti a me e allora ho biso­gno di pensare alle persone a me care che mi stanno intorno perché è da loro che nasce in definitiva il nu­trimento della mia scrittura. Da mio figlio che a giorni si laurea, da mia figlia che ha finito oggi la sua ses­sione estiva di esami, dalla mia ex-compagna che mi sta vicino e mi legge con amore un libro, dalla mia ex- moglie che mi ha riempito il freezer con i suoi buoni piatti. Dai miei amici tutti che telefonano e mi vengono a trovare e mi raccontano storie. Da tutte queste persone care insomma che mi danno il senso prezioso di una vita che continua, così grande e ge­nerosa da accogliere come sua “logica” componente anche la mia morte.

 


13 luglio 2007

 

 

 

 

 

Edda CattaniDal diario di un malato.
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L’amore come dono

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L’AMORE COME DONO NON COME PREMIO

 

Maggi

 

Alberto Maggi (Ancona, 1945) è un teologo, biblista cattolico e religioso dell’Ordine dei Servi di Maria italiano.

Ha studiato nelle Pontificie facoltà teologiche “Marianum” e “Gregoriana” di Roma e all'”École biblique et archéologique” di Gerusalemme.

Dal 1995 dirige il Centro studi biblici Giovanni Vannucci a Montefano (MC), dove insieme al confratello Ricardo Perez Marquez, si dedica alla divulgazione degli studi biblici attraverso incontri, pubblicazioni e trasmissioni radiotelevisive.

Scrive per la rivista «Rocca» e ha condotto per la Radio Vaticana la trasmissione «La Buona Notizia è per tutti!».

Dal sito del Centro studi biblici trasmette in diretta, tramite la piattaforma Livestream gli incontri della prima e seconda domenica del mese sul vangelo di Giovanni, e ogni giovedì sera la lettura e commento del vangelo della domenica.

terra

Di Alberto Maggi

Il Signore non ha chiesto ai pastori di pentirsi del loro comportamento, non li ha invitati a far penitenza per i loro peccati, neanche ha imposto loro di purificarsi o di recare offerte al tempio. Li ha amati, e l’amore rende liberi, ma non solo. I pastori hanno sperimentato l’amore come regalo e non come premio, come dono e non come frutto dei loro meriti.
Una volta che si fa esperienza di questo amore, e lo si accoglie, non esistono più barriere tra Dio e gli uomini, non si è più gli stessi di prima, perché Dio non e piu lo stesso.

I pastori credevano di essere i più lontani da Dio per la loro condizione di impurità, di illegalità, di peccato e si ritrovano di colpo a essere i più vicini al Signore, al punto che se ne ritornano alle loro greggi «glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20), svolgendo il ruolo dei sette angeli ammessi al servizio di Dio’°, gli esseri piu vicini a lui che avevano come compito quello di glorificarlo e di lodarlo.
E questo è solo l’anticipo della buona notizia che il neonato Gesù porterà al mondo, per la gioia dei peccatori e l’ira furibonda dei pii, per l’allegria degli emarginati dalla religione e l’astio della casta sacerdotale al potere, perché, si sa, «nessun profeta è accetto nella sua patria», proprio come succederà a Gesù (Lc 4,16-30).
(da A.Maggi, Non c’è più religione)

 

Edda CattaniL’amore come dono
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S.Agostino: Tardi ti ho amato

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Tardi ti ho amato!

 (prepariamoci alla S.Pasqua)


«Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova; tardi ti ho amato!

Tu eri dentro di me, e io stavo fuori, ti cercavo qui, gettandomi, deforme,

sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te.

Mi tenevano lontano da te le creature che, pure, se non esistessero in te,

non esisterebbero per niente.

Tu mi hai chiamato e il tuo grido ha vinto la mia sordita’;

hai brillato, e la tua luce ha vinto la mia cecita’;

hai diffuso il tuo profumo, e io l’ho respirato, e ora anelo a te;

ti ho gustato, e ora ho fame e sete di te; mi hai toccato,

e ora ardo dal desiderio della tua pace»

(S.Agostino di Tagore al Signore)

 

Lo sfondo del mare, espressione di bellezza e profondità,

è una ripresa  fatta a Ladispoli.

 


BLOG A PIU' VOCI


Penso sia bella la forma nuova di portare avanti questo spazio. Offrire agli amici la possibilità di postare è una forma di collaborazione, che darà una marcia in più al nostro andare  e divenire sempre più “testimoni digitali”.
La prima ad esprimersi oggi è S. L., con una sua originale riflessione sulla preghiera di S. Agostino “ Tardi ti ho amato”.Seguiamola con stima ed interesse, mentre personalmente la ringrazio del suo prezioso contributo.

Carissimi amici
Dopo aver letto sul Blog questa preghiera di S. Agostino ho continuato a meditarla facendola diventare parola mia. Da questo scritto emerge chiaramente come il Santo sia stato toccato da Dio in tutta la sua umanità. Nell’incontro con Dio tutta la sua persona è stata coinvolta. Dio non scavalca mai la nostra umanità ma la coinvolge per redimerla e realizzarla in pienezza. Agostino è toccato da Dio in tutti i suoi sensi, ed è per questo che mi permetto di offrirvi qualche riflessione proprio relativa ad ognuno di essi.
Bellezza tanto antica e tanto nuova […] hai brillato, e la tua luce ha vinto la mia cecita’
La prima realtà che ha affascinato S. Agostino è la bellezza ed in particolare la bellezza delle creature. In questo senso egli è molto vicino ai giovani d’oggi. Egli stesso afferma di essere stato ammaliato da questa bellezza fino a quando, continuando a ricercare la verità, la bellezza di Dio lo ha vinto. Fissando il volto di Dio, o meglio ancora, lasciando che quel Volto lo penetrasse in profondità, l’infinita Bellezza (che in greco è anche Bontà), come dice egli stesso lo “ha vinto”. I Santi spesso si sono soffermati a fissare il Volto di Cristo, S. Teresa d’Avila invitava spesso le sue figlie a “guardare” Gesù, il volto dell’Amato: “non vi chiedo altro che lo guardiate”. Sono sempre più numerosi i giovani che pongono domande di senso riguardo la propria esistenza. Come afferma il Santo Padre essi manifestano il desiderio di “voler vedere il Volto di Gesù” e spesso chiedono di insegnar loro ad avvicinarsi a Lui e di insegnar loro quella dinamica dell’incontro con Lui che è la preghiera.
Uno dei momenti iniziali della preghiera potrebbe proprio essere quello del guardare Gesù con amore, come si guarda l’immagine di colui a cui si vuole bene e da cui ci si sente amati. Agostino però in questa preghiera evidenzia ancora un’altra realtà. Egli afferma: “la tua luce ha vinto la mia cecità”. Solo quando Dio si presenta a noi siamo in grado di distinguere bene dal male, luce da tenebre, è solo “alla tua luce vediamo la luce” (Sl 35).
Agostino ha lottato con Dio ma solo nel momento in cui ha riconosciuto la sua cecità Dio ha potuto avvolgerlo con la Sua Luce. Come insegna il prologo del Vangelo di Giovanni la “Luce brilla nelle tenebre ma le tenebre non l'hanno sopraffatta”. Quando Agostino ha permesso alla Luce di invaderlo è stato un vero e proprio invaghimento e come Geremia ha potuto affermare: “mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza, e hai prevalso” (Ger 20,7). La luce di Dio ha infranto le tenebre del suo peccato e il suo essere, tutto il suo essere è divenuto luminoso.
La bellezza di Dio, il “pastore bello” attende di essere guardato, amato, attende di brillare anche in noi. Ognuno può diventare ciò che guarda.

Edda CattaniS.Agostino: Tardi ti ho amato
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Nuovi Angeli : Valentina Giovagnini

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Aveva 28 anni. E' rimasta vittima di un incidente stradale
All'Ariston, al festival di Sanremo,  nel 2002 si era classificata seconda nella categoria giovani

…  sono in volo, sono libera, non ho confini intorno a me,sono un pensiero, sono musica…

 

 

L'amore non ha fine

……

Non mi senti non mi senti l'amore non ha fine
Orizzonti su orizzonti superando le rapide
Non mi senti non mi senti ti vengo a cercare
Sulla bocca del vento mi vedrai


http://www.valentinagiovagnini.it/

 

 

 

12 pezzi (più 2 ghost-tracks) compongono il disco che i familiari dell’artista hanno voluto fortemente vedere pubblicato, i ricavati delle vendite finanzieranno l’Associazione no profit intitolata alla sua memoria. A seguire trovate copertina, tracklist e un filmato in cui è possibile ascoltare qualche “assaggio” dell’opera.

 

http://www.piuvitaonlus.org/

 


Edda CattaniNuovi Angeli : Valentina Giovagnini
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