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L’ultima beatitudine

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L’ultima beatitudine

 

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Un avvenimento in cui siamo stati coinvolti e un libro da non dimenticare!

Frate Alberto Maggi offre parole ricche di serenità e speranza, lontanissime da quell’inesauribile repertorio di frasi fatte che non solo non consolano, ma gettano nel più profondo sconforto quanti sono nel lutto e nel pianto, anche quando vengono da uomini di fede. Grazie a queste pagine è possibile comprendere e accogliere l’aspetto naturale della morte, per renderla davvero una sorella come poeticamente suggeriva san Francesco, una compagna di viaggio nell’esistenza dell’individuo. In questa prospettiva viene scacciato tutto ciò che può deprimere o rattristare, permettendoci così di vibrare in un crescente, pieno accordo con quella grande sinfonia che è la vita.
( da Il libraio.it)
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Edda CattaniL’ultima beatitudine
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La Pasqua del teologo

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Alberto Maggi sul numero di Pasqua de “La Repubblica”.

Un’interessante intervista di Antonio Gnoli.

 

<<Cosa ti dà la certezza di essere sulla strada giusta?>>, chiede il giornalista.

<<Avere ricevuto qualcosa dai cuori delle persone, dai tanti che mi scrivono e con cui parlo; e avere reso questo convento un microcosmo bello: luogo di preghiera, certo. E di accoglienza degli emarginati. Ma anche centro di studi biblici aperto a tutti: atei e agnostici, cattolici e credenti di altre regioni>>, risponde un ispirato Alberto Maggi, all’intervista ritratto che gli dedica il giornalista Antonio Gnoli. Questo è uno dei primi passi di un pa lunga intervista a Padre Alberto Maggi.

L’articolo di due pagine con disegno di Riccardo Mannelli, è pubblicato oggi su “La Repubblica”, con un impaginazione importante e centrale nel prestigioso quotidiano.
Gnoli parla con Alberto Maggi della sua vita, della attività di scrittore e divulgatore che lo impegna assiduamente ma senza mai dimenticare l’amore per le persone.
Quando ho chiesto ad Alberto nei giorni fa, una sintesi dell’intervista, mi ha risposto con la sua umanità diretta e simpatica schiettezza: <<… È difficile dirlo, sono state ben quattro ore di intervista dall’infanzia a oggi: gli studi, la vita, la fidanzata, il rapporto con i vescovi… insomma si è parlato di tutto. Ne è venuto fuori un ritratto narrato con conversando…>>.

Alberto ha parole importanti anche per Montefano: <<In questo lembo di terra, è rinata tanta gente>>. Ma il suo primo impatto con il convento di Montefano non fu del tutto felice. <<Fui allontanato dalla Facoltà di Teologia dell’Università Gregoriana da un Padre Provinciale, dopo una sorta di processo canonico, e spedito in un posto remoto Montefano>>. <<Che luogo trovasti?>>, gli chiede il giornalista. <<Desolante. Ormai inattivo da tempo, trovai nel convento un vecchio frate. A Montefano non c’erano libri, non c’era nulla in convento. Riempivo il tempo dedicandomi all’oro e alle galline. Poi un giorno vennero dei giovani, trascorsero alcuni giorni con me. Vollero che gli leggessi e commentassi dei passi del Vangelo. Provai, mostrando tutta la mia inadeguatezza. Fu allora che chiesi il permesso continuare a studiare…>>. In questo episodio si può trovare quella sintesi dell’intervista che chiedevo ad Alberto, anche perché si toccano gli aspetti della sua quasi “eresia”. Nel suo ordine dei Servi di Maria, ci sono stati tanto gli inquisitori del Santo Uffizio, quanto chi dava lavoro al Santo Uffizio. La sua vita, la sua stessa presenza con gli altri, genera rinascita, a partire dall’aridità delle coscienze: basta avere la sua stessa voglia curiosa per la vita e la conoscenza, senza fermarsi alle comode apparenze. Da un luogo bucolico e pieno di orti, la presenza di Alberto Maggi ha trasformato il convento di Montefano in quello che è oggi diventato, con l’insostituibile presenza umana e teologica, oltre che di raffinata cultura di Padre Ricardo Perez Marquez. 

Un’intervista da leggere tutta, appena aperto il quotidiano.

 

Edda CattaniLa Pasqua del teologo
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Il Vangelo del teologo

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… ce ne sono di preti che predicano il Vangelo con competenza…

“Incomprensibile” vangelo

( intervista  ad Alberto Maggi di Silvia Pettiti)

 

“La violenza verbale adoperata da Gesù o dagli evangelisti nei confronti dei farisei non è per una polemica verso il mondo giudaico, ma è un monito sempre attuale perché all’interno della comunità cristiana non rinascano gli elementi tossici della religione: l’idea della supremazia, del merito, della gerarchia.”

Lo studio è affollato di libri, oggetti etnici, fotografie, icone. Sul tavolo di lavoro è aperto un libro pieno di sottolineature, a sinistra il testo in greco a destra quello in lingua italiana. Sono i vangeli, che padre Alberto Maggi frequenta quotidianamente per preparare il commento settimanale che trasmette attraverso internet per raggiungere i “fedeli” che lo seguono sparsi in tutta Italia e non solo. Sta lavorando anche alla traduzione del vangelo di Giovanni e, insieme a Ricardo Perez, il frate spagnolo che vive con lui a Montefano dal 1995, a quella del vangelo di Matteo, “lavori senza scadenza, per non obbligarci a lavorare nella fretta perdendo la calma e l’attenzione che sono necessarie.”

Tra le tante fotografie che arredano le librerie, una lo ritrae con don Carlo Molari, un’altra con Arturo Paoli, un’altra ancora con Vito Mancuso. Amici comuni. “Don Carlo l’ho conosciuto quand’ero studente al Marianum, tempi in cui le sue lezioni di teologia mi scandalizzavano… me lo ricorda sempre quando ci incontriamo!”.

La conoscenza con Arturo risale agli anni in cui cercava la strada religiosa più adatta a lui, “i piccoli fratelli mi attiravano molto, la  spiritualità radicale di Charles de Foucauld mi entusiasmava, ma io volevo dedicarmi allo studio della Scrittura mentre le fraternità esigevano l’impegno nel lavoro manuale”.

Gli anni di preparazione al sacerdozio avevano messo in crisi Alberto Maggi.

Io pensavo che a noi futuri preti, durante gli studi di teologia, venissero insegnati i vangeli, invece ricevemmo un’infarinatura generale senza una lettura sistematica e precisa dei testi. Poi si diventa preti e nell’Eucarestia si deve annunciare un vangelo che noi per primi non conosciamo.

Andai in crisi perché sentivo di avere strumenti insufficienti, dovevo convincere gli altri di qualcosa di cui non potevo essere convinto. La crisi grossa scoppiò di fronte al brano del capitolo 11 di Marco, un brano inquietante in cui Gesù esce in campagna, ha fame, si avvicina all’albero, cerca dei frutti ma non li trova e anziché pensare: che sbadato, non è la stagione dei fichi!, sembra maledica il povero fico che si secca fin dalle radici. È un episodio inquietante, e perfido l’evangelista aggiunge: ma non era la stagione dei fichi. Capii che c’era qualcosa di incomprensibile nei vangeli e incontrai uno straordinario biblista, Juan Mateos, che vide la mia passione per la Scrittura e mi accolse al suo seguito.”

Da 40 anni padre Alberto studia le Scritture, i vangeli in particolare. “che interpreta a servizio della giustizia e non del potere” come si legge nel risvolto di copertina di uno dei suoi ultimi libri Versetti pericolosi (Fazi 2012).

Il primo brano che Juan Mateos gli affidò fu il racconto del fico sterile.

Che cosa hai scoperto riguardo ad esso?

Gli evangelisti oltre ad essere dei grandi teologi, sono dei letterati che usano gli schemi letterari della loro epoca. Uno di questi era lo schema del trittico che si sviluppa in tre scene, una centrale e due secondarie, che si comprendono in relazione alla centrale. In questo episodio la scena centrale è la cacciata dal tempio non solo dei mercanti ma anche di quanti sono lì per comprare: Gesù mette fine al culto, che presenta un Dio insaziabile che continuamente chiede e pretende. Il Dio di Gesù al contrario offre, si dona. Questo è il senso dell’episodio centrale del trittico, anticipato dall’episodio del fico, albero che rappresentava la vita. Questo fico, che genera soltanto foglie cioè apparenza ma non frutti che nutrono, rappresenta l’istituzione religiosa. Gesù non maledice il fico ma dice: che nessuno ne mangi più. È un invito ad allontanarsi da un’istituzione religiosa che è soltanto apparenza ma che non nutre. L’espressione di Marco “non era la stagione dei frutti” si rifà all’annunzio di Gesù all’inizio della sua predicazione: “il tempo è compiuto”. Dio aveva infatti stabilito un’alleanza con il suo popolo, se voi osservate le mie leggi io mi prendo cura di voi. Ma questa alleanza era fallita non solo perché Israele non era un popolo migliore degli altri, ma in esso l’ingiustizia, l’oppressione, il dominio venivano perpetrati in nome di Dio.

Gli scribi, i farisei, i dottori della legge sono al centro della polemica che continuamente ribadisci.

Chiariamo subito una cosa importante per la comprensione e la lettura dei vangeli: la violenza verbale adoperata da Gesù o dagli evangelisti nei confronti dei farisei non è per una polemica verso il mondo giudaico, nei confronti del quale la comunità cristiana si fosse ormai radicalmente staccata, ma è un monito sempre attuale perché all’interno della comunità cristiana non rinascano gli elementi tossici della religione: l’idea della supremazia, del merito, della gerarchia.

Per portare un esempio, nella parabola del samaritano Gesù presenta i due opposti della religione: da un lato il samaritano, l’uomo eretico, scomunicato, lontano da Dio; dall’altro il sacerdote, la persona che la cultura dell’epoca considera la più vicina a Dio. Il sacerdote aveva compiuto il suo servizio settimanale di culto al tempio di Gerusalemme e stava scendendo verso Gerico. È in condizioni di purezza rituale perfetta. Perché non si avvicina al malcapitato e non se ne prende cura? Qual è per lui il comandamento più importante, l’amore e l’onore di Dio o l’amore del prossimo? Chiaro che l’amore verso Dio viene prima di quello per il prossimo. Gesù non è d’accordo,

Egli insegna e pratica che onorando l’uomo si è sicuri di onorare anche Dio mentre spesso per onorare Dio si fanno soffrire le persone. Quando si trova in conflitto tra il rispetto della legge divina e il bene dell’uomo Gesù sceglie sempre il secondo. Questo è un criterio importante che gli evangelisti ci trasmettono: il bene dell’uomo è l’unico valore sacro e assoluto, se a fianco o sopra si pone una verità, una dottrina, un comandamento, prima o poi, in nome di quella verità, dottrina, comandamento, inevitabilmente si causerà sofferenza all’uomo.

Se gli scribi e i farisei sono incompatibili con il messaggio di Gesù, coloro che si rivelano pronti ad accoglierlo sono invece gli emarginati: dai pastori ai pubblicani, alle prostitute…

Questa è la grande rivoluzione: mentre la religione divide tra puri e impuri, meritevoli e no, peccatori e no, Dio ha mostrato che nessuna persona può essere considerata impura. Nessuna persona, qualunque sia la sua condizione, può essere esclusa dall’amore di Dio. Questa è la buona notizia che gli emarginati, che erano disprezzati dalla religione e non si potevano avvicinare al tempio, hanno accolto. La novità portata da Gesù è che lui è diventato l’unico vero santuario da cui si irradia l’amore di Dio. Un santuario che va incontro alle persone che non potevano avvicinarsi al santuario di Gerusalemme, al quale si accedeva soltanto se si osservavano determinate condizioni di purificazione, per cui molte persone non potevano avvicinarsi. Gesù, che manifesta la divinità, non attende che le persone si rechino al tempio ma è lui che va incontro a queste persone, demolendo quello che la religione insegna.

Questo messaggio rivoluzionario non è stato capito neppure dalle persone più vicine a Gesù, né dai suoi familiari né dai discepoli che lo hanno seguito. Perché?

Gesù ha commesso un grande errore che lo ha reso incomprensibile e che ha pagato con la vita. Non è stato capito dai suoi familiari, come rivela l’episodio drammatico che soltanto Marco conserva, quello del tentativo di cattura da parte dei suoi familiari che pensavano fosse impazzito. Non è stato capito dai suoi discepoli, non è stato compreso dalla folla e tanto meno dall’istituzione religiosa.

Se si fosse presentato come un uomo che, grazie ai suoi meriti e alle sue capacità, ha raggiunto la pienezza divina, questo sarebbe stato accettato e comprensibile. A quell’epoca infatti tutti coloro che detenevano un potere si consideravano delle divinità. Gesù invece non si è presentato come l’uomo salito alla condizione divina; al contrario ha presentato un Dio che si abbassa per farsi uomo.

Questo è inaccettabile e incomprensibile. Gesù è Dio che si è fatto uomo non l’uomo che è salito a una condizione divina: il che significa che più si è umani più ci si avvicina alla divinità. In una società dove le persone, attraverso la spiritualità salivano verso Dio e si separavano dagli altri, Gesù ha presentato un Dio completamente diverso. Basti pensare l’episodio dello smarrimento di Gesù al tempio raccontato da Luca: Maria e Giuseppe sono convintissimi che Gesù segua le orme dei padri, mentre Gesù non fa questo, lui segue le orme del Padre e invita i suoi genitori a fare altrettanto.

Gesù presenta un Dio che si situa al di là della religione, e si incontra nell’umano. Questo lo ha reso inaccettabile e incomprensibile.

Per la cultura dell’epoca, le donne sono impure e lontane da Dio. I discepoli non le vogliono al seguito di Gesù, san Paolo afferma che debbono restare sottomesse e tacere in assemblea… eppure Gesù riconosce alla donna una dignità e una posizione completamente diversa.

Sentenzia il talmud: Dio non ha mai rivolto la parola a una donna. La donna è considerata in una condizione permanente di impurità, è l’essere più lontano dalla divinità. Dio ha parlato a ogni genere di maschi, dai re ai delinquenti, dai sacerdoti agli assassini, ma alla donna ha parlato una sola volta, e siccome Sara gli ha risposto con una innocente bugia Dio da quella volta non ha più parlato a nessuna donna. Questo fa comprendere la cultura dell’epoca, nell’ambiente di vita di Gesù le donne sono segregate in casa, è inconcepibile la loro presenza in un gruppo. Ci sono due episodi talmente scandalosi che per diversi secoli sono stati censurati. Uno è quello dell’adultera: per tre secoli nessuna comunità cristiana ha voluto che questo episodio fosse inserito nel canone, perché secondo la testimonianza di Agostino, la misericordia di Dio verso l’adultera poteva risultare come un lasciapassare all’adulterio. L’altro episodio ancora più scandaloso è quello della prostituta che entra nella casa di Simone il fariseo durante il banchetto con Gesù: questa donna si avvicina a lui, lo tocca, gli bacia i piedi, glieli bagna con le lacrime e poi li asciuga con i suoi capelli. Tutti gesti “ambigui”, gesti di seduzione che Gesù non respinge ma ai quali restituisce un valore di relazione diverso: gesti di amore che una donna peccatrice compie a differenza di Simone che lo ha invitato ma poi non lo ha accolto. Ciò che più scandalizza è che Gesù non le abbia detto: va e non peccare più, come aveva fatto in tante altre occasioni. Non era concepibile che Gesù non avesse obbligato la prostituta cambiare vita.

D’altra parte a quei tempi per una donna sola le alternative erano poche: la prostituzione o l’emarginazione. Cosa avrà fatto questa donna dopo l’incontro con Gesù? È probabile che sia stata accolta nel gruppo dei discepoli, senza troppo calore da parte loro ma soprattutto alimentando ancora più chiacchiere nei confronti di questo gruppo che si presentava con personaggi incompatibili secondo i canoni dell’epoca.

 


Edda CattaniIl Vangelo del teologo
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