Festività Anniversari Ricorrenze

Auguri Figlio mio!

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Il 7 ottobre sei venuto a me!

…e mi è caro pensarti con questo stralcio…

 

Non pianger più. Torna il diletto figlio

 a la tua casa.

 

 Vieni; usciamo. Il giardino abbandonato

 serba ancóra per noi qualche sentiero.

 Ti dirò come sia dolce il mistero

 che vela certe cose del passato.

 

 Ancóra qualche rose è ne’ rosai,

 ancóra qualche timida erba odora.

 Ne l’abbandono il caro luogo ancóra

 sorriderà, se tu sorriderai.

 

 Ti dirò come sia dolce il sorriso

 di certe cose che l’oblìo afflisse.

 Che proveresti tu se fiorisse

 la terra sotto i piedi, all’improvviso?

 

 Perché ti neghi con lo sguardo stanco?

 La madre fa quel che il buon figlio vuole.

 Bisogna che tu prenda un po’ di sole,

 un po’ di sole su quel viso bianco.

 

Se noi andiamo verso quelle rose,

 io parlo piano, l’anima tua sogna.

 

 Sogna, sogna, mia cara anima! Tutto,

 tutto sarà come al tempo lontano.

 Io metterò ne la tua pura mano

 tutto il mio cuore. Nulla è ancor distrutto.

 

 Sogna, sogna! Io vivrò de la tua vita.

 In una vita semplice e profonda

 io rivivrò. La lieve ostia che monda

 io la riceverò da le tue dita.

 

 Tutto sarà come al tempo lontano.

 L’anima sarà semplice com’era;

 e a te verrà, quando vorrai, leggera

 come vien l’acqua al cavo de la mano.

Da “Consolazione” di G.D’Annunzio

 

 

 

Edda CattaniAuguri Figlio mio!
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Per ricordarti!

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Auguri Figlio mio!

 

 

 

Fu uno splendido autunno quello! A differenza degli anni precedenti vi furono giornate piene di sole; un buon auspicio per me che, godendo del congedo per maternità potevo dedicarmi interamente al mio bambino, nato proprio in quell’anno, il 7 ottobre, giorno della S.Vergine del Rosario, alla cui protezione avevo affidato la mia creatura.  

 

Nell’altalena dei ricordi pervade l’animo mio il momento della tarda mattinata, quando dopo aver terminato tutte le faccende domestiche, prendevo in braccio quell’involtino di lana calda e profumata da cui spuntava un visetto sorridente e guardandolo, parlandogli, con i termini non decodificabili che ogni madre usa, lo avvicinavo al mio seno per allattarlo.   In quell’istante, con quel rito sacro e arcano, una pace profonda, una dolcezza infinita mi avvolgeva: il divino e l’umano sembravano prendere corpo nella simbiosi di quell’atto di amore, mentre un raggio di sole, che penetrava attraverso le imposte socchiuse, ci illuminava entrambi, quasi a voler manifestare la mano benedicente del Creatore.  

 

Espressione della mia gioia interiore era la preghiera riconoscente: “…la mia mente esulta in Dio, mio Salvatore” mentre, con la mia partecipazione alla Creazione, mi sentivo vicina a Maria, Madre di tutti i viventi.   Quell’abbraccio profondo, intimo, spirituale, significava la continuità la stabilità del mio essere nel rapporto con la creatura da me nata: mio Figlio; legame forte, saldo, indissolubile che nessuna circostanza e nessuno mai avrebbero potuto spezzare.  

 

 “I figli sono frecce scagliate nell’universo”recita il poeta indiano Kahil Gibran. Quella creatura tanto amata avrebbe concluso il suo percorso terreno alla verde età di 22 anni. 

 

Fermarsi di tanto in tanto, alzare lo sguardo da ciò che ci tiene impegnati e fare delle riflessioni generali è molto importante, perché aiuta a vivere più pienamente la vita nella sua ferialità specialmente nel momento storico in cui ciascuno di noi è chiamato a percorrere delle scelte, quale è quella di essere genitori.  

 

In mezzo alla gente, fra la gente, la donna in particolare, a cui sono affidati i grandi ruoli di madre, di sposa, di educatrice, deve essere individuata come creatura privilegiata nel suo affrontare una condizione di vita che si presenta sempre più complessa; si deve rispettarne il suo “toccare con mano” il grande mistero della nascita, senza avere la pretesa di volere tutto comprendere e spiegare.  

 

Per consentire ad essa il riappropriarsi di questa dignità è necessario riconoscerle la peculiare condizione ed il suo ruolo, al di là degli aspetti consumistici che la presentano come simbolo dell’efficienza e della competitività senza dichiarare la valenza del grande progetto di cui è partecipe.   Si pone, a questo punto, il problema della donna e del suo completamento naturale, quale la maternità come profondità dell’evento di amore che si realizza nella coppia prima e nel rapporto madre-figlio poi.  

 

Amore, sessualità e concepimento di un figlio sono tappe obbligate di uno stesso discorso, ma l’evento miracolistico e il senso della sacralità si completano nell’atto dello sbocciare di una vita, perché esso è comprensivo del senso della vita stessa e dell’esistenza tutta.   Non solo la scienza dichiara questo, ma tutte le grandi religioni che accennano alla componente sacra dell’uomo che è in grado di riprodursi e si sente coinvolto nell’opera della creazione.  

 

 

 

Vorrei ricordare, a questo proposito, un esempio significativo riportatoci nelle Scritture: è il desiderio di Anna, colei che diverrà la madre di Samuele (1Sam 1, 1-2), per il dono di un figlio.   Anna è sterile e vive consapevolmente il suo stato di umiliante emarginazione, ma non perde il coraggio davanti al Signore, fino a giungere a fargli, con la sua supplica, una solenne promessa:   “Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me e mi darai un figlio maschio, io te lo offrirò per tutti i giorni della sua vita.”   In questa promessa c’è un insegnamento sorprendente: Anna dice: “…concedimi un figlio ed io te lo ridarò. Sembra a noi che, posta in questi termini, la creazione avvenga per il concorso di una donna e di Dio. Anna non chiede un figlio per vezzeggiarlo e stringerlo al cuore per tutti gli anni della sua vita. Lo chiede per darlo e così riceve. Il Dio degli umili, degli afflitti, dei bisognosi si china verso di lei come si protende verso gli “anawim”, i poveri, “per rialzarli dalla polvere e proteggere il loro cammino”. 

 

La nascita di Samuele (nome che deriva dal verbo ebraico sha’al = domandare) premia la preghiera fiduciosa di Anna che innalza il suo inno di ringraziamento:   “Il mio cuore esulta nel Signore, la mia fronte s’innalza grazie al mio Dio…”   Questo canto ricorda il Magnificat di Maria, madre di Gesù si tratta di due donne a cui miracolosamente viene dato un figlio “come un dono”. Maria è la “vergine”, Anna è la “sterile”.   E Samuele, uomo straordinario, ultimo dei Giudici, realizzerà l’unità delle tribù di Israele.   Quanto grande deve essere stato il merito e quanta parte deve avere avuto nell’opera del figlio questa madre, sofferente, umile e disponibile ad offrire la propria creatura ancor prima che le sia stata data.   E immaginiamo come sarà stato forte il legame di Anna con suo figlio, Samuele, già destinato ad una missione così rilevante!  

 

 

Questa consapevolezza é in noi, già presente come immagine riflessa e tende a volere rendere tutt’uno la femminilità con la sacralità. Si sente perciò sacro il concepimento, la gravidanza, il parto, la nascita, come è sacra la vita del bambino che nasce e che non rimane, semplicemente, una condizione assegnata e registrata; è il fatto di esistere che diviene “progetto” e perciò scelta obbligata e percorribile.  

 

Quando una donna dice: “Aspetto un bambino”  è come se affermasse: “Io ho un figlio che vive da sempre dentro di me”. Il bambino che dovrà vedere la luce era già in noi, presente nella nostra coscienza disposta a generarlo, era nel pensiero della madre quando ha sentito il suo corpo come luogo adatto ad ospitare una vita.   La donna in attesa di un figlio ha pronta una culla nel suo cuore e nel suo seno. In essa dimora tutto il suo essere, il suo futuro, la sua speranza.  

 

E durante la gravidanza, la madre avvia un dialogo, una comunicazione, con quel bambino; questo accade, con sua “sorpresa”, quando riconosce il “meraviglioso” che sta accadendo nel figlio tramite la sua persona, anche al di là della sua intenzione.   La meraviglia crea una immagine promettente del mondo, perché essa riconosce il fatto straordinario che è premessa di quell’unione fisica, psicologica e spirituale, sopravvenuta dopo il concepimento.  

 

 

Sentiamo le espressioni usate in questa lirica da un poeta non noto, con cui viene sentita la maternità

   ” Istanti…forse secoli, in cui pulsa la coscienza   e il suo ritmo è gioia:  

gioia dentro, gioia fuori,   gioia ovunque.    

Cellule di vita, immense quanto l’universo,  

in esse tutto è presente: la notte dei tempi   e un futuro ciclico,

 meravigliosamente riassunti   in un istante cangiante.    

Energie sottili che vorticano in un centro,   che si individualizza e si nutre di sé espandendosi.    

Madre dentro, madre fuori, madre me, madre lei.  

Madre nella madre in un’esplosione a catena   che si espande al rallentatore   (o forse in istanti di sogno).     Lei diventa me, io ritornerò a lei.   

 Lei mi nutre dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri;   i miei sentimenti e i miei pensieri torneranno a lei.     Come una vibrazione che percorre  un’unica coscienza  

come amore che effonde dall’indicibile.” 

Edda CattaniPer ricordarti!
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La festa dei nonni

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2 ottobre: Festa dei Nonni

I nonni ti vedono crescere, sapendo che ti lasceranno prima degli altri. Forse è per questo che ti amano più di tutti.

La Festa dei nonni è una ricorrenza civile introdotta in Italia con la Legge 159 del 31 luglio 2005, quale momento per celebrare l’importanza del ruolo svolto dai nonni all’interno delle famiglie e della società in generale.

Viene festeggiata il 2 ottobre, data in cui la chiesa cattolica celebra gli Angeli custodi.

 

Il brano dal titolo “Ninna Nonna”, scritto da Igor Nogarotto e Gregorio Michienzi, due autori astigiani (in arte I 2 Così), dal 2006 è stato ufficialmente riconosciuto come “Canzone Italiana dei Nonni”

 

 

Roma, 2 ottobre 2011 – Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha rivolto alle nonne e ai nonni d’Italia, nella giornata di festa a loro dedicata, un messaggio: “Celebriamo oggi la festa dei nonni, divenuta ormai un appuntamento fortemente sentito e ricco di iniziative per ricordare, nel segno dell’affetto e della riconoscenza, il loro insostituibile ruolo nella vita familiare.

I nonni, con il loro patrimonio di umanita’, saggezza ed esperienza, offrono quotidianamente generoso e prezioso sostegno alla crescita ed allo sviluppo dei piu’ piccoli, che seguono sin dalla nascita nel percorso educativo e formativo ed ai quali trasmettono conoscenze, tradizioni e valori della loro generazione.

Al peso e al ruolo assunti dagli anziani non puo’ non rispondere l’impegno nell’attuale contesto sociale da parte delle istituzioni e della collettivita’ a difendere e salvaguardare quei diritti che rappresentano una conquista fondamentale per la vita e la dignita’ della persona in quella fascia di eta’. Con questo auspicio e con sentimenti di vicinanza e di ideale condivisione dello spirito che anima questa giornata, rivolgo alle nonne e ai nonni d’Italia un caloroso saluto augurale”.

Per citare una bella frase di Maria Rita Parsi: ” I nonni sono coloro che vengono da lontano e vanno per primi, ad indagare oltre la vita; sono i vecchi da rispettare per essere rispettati da vecchi; sono il passato che vive nel presente ed i bambini sono il presente che vedrà il futuro

La psicologa Maria Rita Parsi a Cattolica 2012 

 

Edda CattaniLa festa dei nonni
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La rosa di San Valentino

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Dai ricordi…

 

Mi sono alzata al levar del sole pensando alle tante promesse dei ragazzi nell’esuberanza della giovane vita, intrise di speranza e palpiti del cuore e una marea di ricordi ha accarezzato la mia mente vagante incontro ad immagini ormai sbiadite dal tempo. C’è il festival di Sanremo in questi giorni e anche questo evento richiama la vita nel suo fiorire…una passerella di esordienti si esibisce davanti ad un uditorio di entusiasmi giovanili … gli anziani non fanno spettacolo, non comprano dischi, non festeggiano San Valentino…

 

Nella mia solitudine accarezzo i ricordi, i vissuti, i pensieri… alla ricerca di quella tenerezza che mi manca, comunque mi manca… e a chi non manca una carezza, un sentirsi ancora giovane e vitale, a volere toccare con mano l’affettività di coloro che rimangono comunque presenti? Ho acquistato la rosa rossa e le orchidee bianche per i miei “tesori” e sono andata in cappella a contemplarmi quanto resta della loro “corporeità … So bene che non sono lì, ci mancherebbe! Le tombe non servono ai morti, ma ai vivi … infatti loro non sono morti … Ci parlo ogni giorno, interloquisco nel mio vagare e correre e … loro mi danno risposte, non udibili all’orecchio umano ma che io sento, che io so provenire da ciò che resta di quel filo che invisibilmente ci unisce ancora.

 

Ieri mi ha chiamato Gemma per chiedermi di tenere una relazione a Taranto … A Taranto? Per me è in capo al mondo … L’aereo? Non l’ho mai preso … in cielo preferisco andarci quando non mi trascinerò più addosso questo corpo malandato … Ma intanto che parlavamo, a lei che è dotata di carismi particolari, è apparso qualcosa: “A tuo marito piacevano i cavalli?” “Certo, ne ho una coppia dipinta da lui che ho messo in bacheca su FB!” “Ecco lo vedo che sta bene, anzi, ora cavalca quei cavalli!” Quel quadro rappresenta un po’ la nostra storia; Mentore l’aveva dipinto in tempi non sospetti, quando eravamo ancora attraversati dalla completezza della nostra famiglia, con il lavoro a tempo pieno, i bambini da accudire, le nostre forze ed energie ancora fresche!

Li aveva chiamati “Nella bufera”, ma né lui né io avremmo mai immaginato che saremmo poi stati attraversati da una marea di eventi tanto sconcertanti! “Ora cavalca…”

 

Crederci o no per me in questi giorni di malinconia è un conforto del cuore che mi fa sentire meno sola… “… la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore. (C.Baudelaire-da Opere postume)… ed è così!

 

Ed ecco il ritrovarmi dunque in questo luogo di culto, di ricordi … tenerezze … sospiri … Altrove non mi è permesso … ma qui sì … Posso asciugarmi in pace una lacrima, posso addolcire il cuore abbracciandomi, e dicendo loro: “Statemi accanto, perché non ho più nessuno che mi accarezza!” … e ne ho necessità!

 

E ricordo ancora… come ricordo… Desidero riproporre il tempo di quando ancora speravo in una guarigione e portavo Mentore ogni giorno al diurno di Casa Madre Teresa…

 

“Ti regalerò una rosa”

 

 

Torniamo a casa da “Madre Teresa” e al semaforo c’è il solito ragazzo che offre un mazzo di rose agli automobilisti. M. lo guarda e poi sussurra: “… oggi è San Valentino…”  Capisco al volo, ma non c’è tempo, ormai è già verde e bisogna correre. Gli dico: “Vuoi regalarmi una rosa?” “Sì”. “Bene andiamo a comprarla, come tutti gli anni sarai tu a regalarmela.” E mi torna in mente la canzone di Simone Cristicchi:

Ti regalerò una rosa
Una rosa rossa per dipingere ogni cosa
Una rosa per ogni tua lacrima da consolare
E una rosa per poterti amare
…Dei miei ricordi sarai l’ultimo a sfumare…

Non sono ancora scomparse le abitudini e gli affettuosi ricordi e mi chiedo quanto ancora potranno durare le tue delicate tenerezze. Andiamo avanti e continua la nostra conversazione che è quasi un monologo:”Com’è andata la giornata?” “Bene” “E cosa hai fatto oggi con i tuoi amici?”  “Abbiamo letto” E’ un po’ difficile per lui sapermi dire cosa esattamente abbia recepito, ma mi basta qualcosa che l’ha interessato, che l’ha coinvolto, che gli è rimasto nella mente. “Raccontami su… avete letto il quotidiano?”     “ Siì “  “…e di cosa avete parlato?”  “…di tante cose!” Ci risiamo, è più furbo di me. Vediamo un po’… “ Ma ti diverti quando leggete le notizie?” “No, perché dicono che il pane costa tanto.” Ecco, ci siamo. Allora possiamo fare un ragionamento. Infatti dopo un certo periodo mi dice: “Dobbiamo pensare anche all’avvenire dei nostri bambini!” Povero caro, debbo pur ricordargli che i nostri bambini sono ormai grandi e anzi abbiamo i nipotini che hanno bisogno di noi, che vogliono vedere il nonno star bene, che sono cresciuti e vanno alla scuola materna.

Da quando veniamo a “Madre Teresa” M. sa che questa è la sua “scuola”, così gliel’ho presentata quando ne abbiamo parlato e siamo venuti a visitarla, una scuola per i nonni, dove si imparano tante cose e dove si lavora e si sta insieme. Dopo le prime ore di diffidenza, forse più mia che sua, si è stabilita una muta arrendevolezza ed io per prima mi sono “lasciata andare” e mi sono avviata verso un percorso difficile ma accettabile. Quello che capita ai familiari di coloro che sono colpiti da questo male subdolo e tremendo è che ci si sente coinvolti in una situazione che non si conosce, in quanto la persona che avevi vicina, a poco a poco, si allontana e diviene quasi un soggetto da cui difendersi e, ad un tempo, da difendere. C’è uno stravolgimento del contesto in cui ci si trovava a vivere e spesso subentra una tendenza a rinchiudersi a riccio, a nascondere la propria disgrazia o a non volerla riconoscere; di qui l’abbattimento morale e psicologico. Non sei più padrone di controllare i tuoi tempi, il tuo aspetto, le tue cose, i tuoi interessi anche minimi, le amicizie mentre cerchi disperatamente di rincorrere quella mente amata che ti sfugge, che diviene sempre più evanescente… uno stillicidio continuo che distrugge tutti i legami familiari.

Ho cercato di andare alla ricerca delle cause, se pure ce ne possano essere state: so che il tempo è passato e quanto abbiamo vissuto insieme ci ha sempre tenuto uniti, ancor più in un comune dolore, quello della perdita del nostro ragazzo, mancato all’età di 22 anni. La nostra esperienza è confluita nel credo religioso della “comunione dei santi” convinti della presenza di nostro figlio accanto a noi e del suo aiuto. M. con A. aveva un colloquio privato particolarissimo e si dicevano cose che io non ho potuto condividere. Nel muto silenzio di entrambi sono celate tante verità che potrò conoscere solo un giorno quando tutti saremo uniti in paradiso.

Nel frattempo io ho continuato il lavoro e ho lasciato M. nella sua solitudine coi suoi pensieri, con le sue letture e i suoi impegni, in casa con il gattino Max che lui accudiva con tanto amore. Ogni mattina mi portava la cartella in macchina e mi aspettava sorridente la sera con la cena pronta chiedendomi: “Com’è andata, stella?”. Poi c’è stata l’encefalite del nipotino a cui è seguito il necessario abbandono del mio lavoro.

Quando tutto si è risolto e finalmente ho potuto fermarmi e mi sono guardata intorno ho visto che in casa c’era il vuoto… M. parlava sempre meno e Max ormai beveva solo acqua e rimaneva a dormire troppo a lungo. Fui costretta a portare quell’esserino pelle e ossa in clinica  il mattino presto e a lasciarlo perché non c’era più niente da fare. M. non mi disse, né chiese nulla; ora che il suo caro amico non c’era più cominciarono ad accentuarsi i motivi di disinteresse e di assenza… solo una sera l’ho sentito mormorare: “A. sta bene, è in cielo che gioca con il suo gattino”.

 

Allora ho cominciato ad osservare il ripetersi di quei comportamenti nel lasciarsi andare, nel non partecipare, non interessarsi… a cui i medici non avevano saputo dare risposte… si parlava di depressione, di crisi dell’età, di bisogno di compagnia… Quante porte ho bussato, senza alcun risultato! E’ terribile quando non si ha una diagnosi, quando non hai mai sentito parlare di una malattia che distrugge il cervello… lui che aveva una risposta e una soluzione per tutto, che mi era stato maestro e guida, angelo consolatore… E quando non ne puoi più e anziché abbracciare la croce, come Cristo, ti ci sdrai sopra, ancora una volta una luce viene dall’alto e c’è qualcuno che giunge quando ormai non ti aspetti più nulla da nessuno.

 

Avevo sentito parlare di “Madre Teresa” ma non ne sapevo abbastanza per metterla in conto… poi ho preso il coraggio a quattro mani e sono andata… Così ho saputo che sì, ci sono altri come il mio M. che non vengono lasciati soli, ma che hanno lo stesso male e pur non potendo essere curati, perché ciò è impossibile, sono accolti e seguiti da personale preparato e disponibile che inizia con loro un programma. Gli “ospiti” con i loro operatori svolgono delle attività che li fanno sentire ancora utili e vitali; insieme vivono la giornata in un clima di serena festosità .

 

All’inizio mi sembrava  di dover “parcheggiare” quella creatura a me tanto cara, che accarezzavo come un bambino e riempivo di baci, vedendolo così debole e indifeso, temendo che si potesse deriderlo, non comprenderlo e mi raccomandavo: “…anche se non parla, capisce tutto, poi me lo dice…”

Quante lacrime i primi giorni, fra casa e Madre Teresa…. mi fermavo nell’atrio e trovavo tante anime caritatevoli che mi aiutavano nel mio difficile percorso: “Vedrà che poi ne avrà sollievo… che sarà più serena… che anche M: verrà volentieri….”

E’ vero, M. è sempre andato volentieri, fin dall’inizio, perchè da tutti abbiamo ricevuto aiuto: dall’ingresso con il buongiorno del mattino, al ritorno e al saluto della sera quando lo vado a riprendere, non già da un “parcheggio” ma da un luogo ove lui è stato bene e ha vissuto una giornata serena e in armonia.

Non so cosa stia accadendo nella mente di mio marito, cosa realmente sia successo e cosa intuisca ora della sua trasformazione così repentina, del cambiamento di ciò che quotidianamente viviamo insieme. So che questa la sentiamo un po’ “casa nostra”, una casa in cui ci si ritrova con volti familiari, con persone con gli stessi problemi, dove si può versare una lacrima senza provare vergogna e dove il tuo caro è guardato con amore e rispetto e considerato una creatura unica e irripetibile, come è nella mente di Dio.

Dice W.GRIESINGER.
” A che servirebbe, se conoscessimo tutto ciò che accade nel cervello durante la sua attività, se potessimo penetrare tutti i processi chimici, elettrici e così via, fino all’ultimo dettaglio? Qualsiasi oscillazione e vibrazione, qualsiasi evento chimico e meccanico, non è mai uno stato d’animo, un’ idea. Comunque vadano le cose, quest’enigma resterà insoluto fino alla fine dei tempi, e io credo che se oggi venisse un angelo dal cielo e ci spiegasse tutto, il nostro intelletto non sarebbe nemmeno capace di comprenderlo “

                                                                                                  E. C.

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniLa rosa di San Valentino
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Papa Francesco: quaresima

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Quaresima: il Mercoledì delle Ceneri

(a ricordo della Quaresima 2016)

Papa Francesco manda messaggio su Telegram ai giovani

 

 

Il messaggio del Pontefice sui social: “Quando facciamo qualcosa di bene, a volte siamo tentati di essere apprezzati e di avere una ricompensa: la gloria umana. Ma si tratta di una ricompensa falsa perché ci proietta verso quello che gli altri pensano di noi”. La condanna del fenomeno dell’usura: “Tante famiglie ne sono vittima. È un grave peccato che porta ai suicidi”

 

Papa Francesco ha voluto iniziare la Quaresima del Giubileo in modo social inviando attraverso Telegram un audio messaggio ai giovani: “Quando facciamo qualcosa di bene, a volte siamo tentati di essere apprezzati e di avere una ricompensa: la gloria umana. Ma si tratta di una ricompensa falsa perché ci proietta verso quello che gli altri pensano di noi. Gesù ci chiede di fare il bene perché è bene”

“Tante famiglie sono vittime dell’usura. È un grave peccato che grida al cospetto di Dio e porta ai suicidi”. È il messaggio che Papa Francesco ha rivolto nell’udienza generale del mercoledì del ceneri con il quale la Chiesa cattolica inizia la Quaresima, i 40 giorni di preparazione alla Pasqua che ricordano il tempo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua predicazione pubblica. “Quante situazioni di usura siamo costretti a vedere – ha sottolineato Bergoglio – e quanta sofferenza e angoscia portano alle famiglie. E quanti uomini per la disperazione finiscono nel suicidio perché non ce la fanno, non hanno la speranza. Non hanno una mano tesa che li aiuta, ma soltanto la mano che chiede di pagare”. Francesco ha spiegato ai numerosi fedeli presenti in piazza San Pietro che “se il Giubileo non arriva nelle tasche non è autentico. E questo è nella Bibbia, non lo inventa questo Papa”. 

 

Edda CattaniPapa Francesco: quaresima
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Mercoledì delle Ceneri

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Mercoledì delle Ceneri

 

 Il giorno dopo Carnevale e martedì grasso è la data in cui cade il mercoledì delle Ceneri. 

Ecco cosa sono le Ceneri, significato religioso e teologico e frasi sulle Sacre Ceneri.

ll mercoledì delle Ceneri dell’astinenza e digiuno non è festa di precetto, pertanto ci si reca a lavoro e a scuola senza osservare alcun riposo. Questa data segna l’inizio della Quaresima, che è il periodo di meditazione e conversione al Vangelo che ciascun fedele deve osservare. Ecco cosa si festeggia durante le Sacre Ceneri e che cos’è la Quaresima.

Il significato del mercoledì delle Ceneri è spiegato all’inIterno della stessa Bibbia. Numerose sono le frasi e le immagini in cui l’uomo è associato alla cenere,e proprio in esse è possibile cogliere il senso di questo rito molto importante per la Chiesa.

Infatti in questa data inizia quel periodo di penitenza pubblica che culminerà con il perdono dei peccati di Giovedì Santo.

In molti si chiedono se durante il giorno delle Ceneri si mangia la carne. In realtà in questa data, che cambia ogni anno, bisogna astenersi non solo dal mangiare la carne, ma anche durante tutto il periodo della Quaresima bisogna rispettare il digiuno e la penitenza. In particolare ricordiamo che tutti i venerd’ di Quaresima non si mangia carne.

Nel Libro della Genesi compaiono queste parole che spiegano cosa sono le Sacre Ceneri e cosa si ricorda in questa data.“Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”. E’ con queste parole che Dio, dopo il peccato originale, caccia Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden, condannandolo alla fatica del lavoro e alla morte. “Con il sudore della fronte mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”.

Il senso del mercoledì delle Ceneri e la sua storia risiedono proprio in queste due frasi. Da un lato si coglie tutto il senso di precarietà e caducità che avvolge la condizione umana. L’uomo è fragile, e per vivere nella gloria di Do deve fare penitenza e chiedere perdono dei propri peccati. Dall’altro lato partecipare al rito delle Sacre Ceneri, nonché fare digiuno e penitenza privatamente durante il periodo della Quaresima, è il primo passo della conversione. Non a caso, l’originaria formula con cui si versavano le ceneri sul capo dei fedeli è stata convertita dopo il Concilio del Vaticano II in “Convertitevi e credete al Vangelo”.

 (dal web)

Anche la cenere, intenso simbolo quaresimale, parla di un ritorno, un ritorno dell’uomo alla polvere da dove fu tratto, un ritorno alla consapevolezza della nostra mortalità. La cenere è però anche e il ritorno alla comprensione vera della nostra natura: noi siamo fuoco, bruciamo dello stesso fuoco d’amore che Gesù è venuto a portare sulla terra, la nostra vita non si disperderà come la cenere ma resterà, fuoco nel Fuoco. Resteranno in Dio le parole che hanno scaldato le nostre storie, resterà il fuoco che ha bruciato di passione per amore, resterà il fuoco che si è preso cura del freddo che oscurava nei cuori delle persone vicine. Il fuoco divino che brucia in noi, ogni gesto infuocato d’amore non va perso, rimane. E allora la Quaresima sia invito a bruciare d’amore, a bruciare ancora di più, a bruciare per più persone possibili.

La preghiera, il digiuno e l’elemosina diventano degli aiuti per riscoprire quale il vero pane, quale la vera parola che ci salva, il vero pane che ci nutre, il vero bene che ci riempie: il vero fuoco a cui tornare per scaldarci. Siano parole infuocate d’amore le nostre preghiere, il digiuno ci regali delle brucianti fami relazioni buone, l’elemosina sia calore condiviso.

Una strada illuminata dal fuoco dell’amore, una strada che ci riporta a casa, eco la Quaresima, strada per tornare al centro della nostra storia e riscoprirne il Senso profondo.

(A. Dehò)

Edda CattaniMercoledì delle Ceneri
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Un paese in maschera

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Dopo il Coronavirus imperversa il Carnevale!

Un paese in maschera

 

Siamo in pieno carnevale mentre le emergenze e le sofferenze non si sopiscono mai nel mondo e in Italia. Stridono le notizie del telegiornale che accomunano femminicidi e festival di Sanremo, carri allegorici e maschere di Venezia.

Sappiamo che il carnevale è una festa che si celebra nei paesi di tradizione cristiana (ed in modo particolare in quelli di tradizione cattolica) nel periodo di tempo immediatamente precedente alla Quaresima; i principali eventi si concentrano comunque tra febbraio e marzo. I festeggiamenti si svolgono spesso in pubbliche parate in cui dominano elementi giocosi e fantasiosi; in particolare l’elemento più distintivo del carnevale è la tradizione del mascheramento.

La maschera è principalmente un oggetto usato per celare la propria identità, per esempio durante la festa; è usata con lo stesso scopo da molti personaggi immaginari della narrativa e dei fumetti. I nostri bambini amano imitarli e in questi giorni ne abbiamo visti travestiti da Uomo-Ragno, da Batman o semplicemente da principe o da pulcino, da bruco, da orsetto… una meraviglia guardare tanti piccoli innocenti lanciare minuscole palline di carta per le strade mentre soffiano con trombe di cartone, in un fracasso divertente, la loro gioia di vivere.

In psicologia indossare una maschera può indicare l’atto di essere momentaneamente un’altra persona, solitamente per sfuggire alla propria personalità. Ne sappiamo qualcosa noi, quando a seguito di un grave lutto indossiamo gli occhiali scuri e assumiamo quell’atteggiamento reticente, schivo e raccolto che ci rende incapaci di comunicare. Di fronte all’evento che non abbiamo potuto evitare rimaniamo impietriti e ci copriamo dietro la maschera quotidiana che ci fa essere nel lavoro e con gli altri simili alle statue di marmo. Questo non ci aiuta a sconfiggere le nostre piaghe quando vi sono tante emergenze simili alla nostra da condividere e in cui possiamo impegnarci per sentirci ancora utili.

I circuiti mediatici, come dicevo, tendono a trasmettere più la notizia che fa spettacolo e le altre necessità restano attutite, ai confini della nostra conoscenza ma non sono meno presenti e devastanti: non solo lontane da noi, ma dietro l’angolo di casa nostra c’è chi soffre e muore ogni giorno ed ha bisogno del nostro impegno.

Fra i tanti episodi del mio quotidiano, spesso cosparso di grandi lacerazioni, non mancano le conferme che vengono dall’alto, dai nostri Cari, sempre presenti in quella realtà di Luce verso la quale tutti siamo in viaggio. Il canale privilegiato è sempre quello di qualche anima provata nel cuore e nel fisico; in questo caso si tratta di una mia conoscente che mi è stata vicina in tutti questi anni e che ora è gravemente ammalata. Da tempo si trova a vivere episodi sconcertanti di comunicazione con entità che le danno prove certe della loro esistenza e come non poteva esserci fra queste il nostro Andrea che non può abbandonarci nella difficile realtà che stiamo attraversando? Ebbene una notte intera le ha dato ragguagli e prove certe della sua identità e del suo carattere e per non turbarmi ha detto di parlarne alla sorella che ne è rimasta felicemente esterrefatta.

La cosa che mi ha fatto enorme piacere è l’avermi confermato che con lui sta tutta la schiera dei parenti di cui lui è “l’ultimo anello” (infatti con Andrea si esaurisce la generazione dei Cattani) e che la spada che brandisce è molto più luminosa di quella che è appesa alla parete. A questo proposito debbo far sapere che la persona non sa che noi abbiamo messa in cornice sulle scale della nostra abitazione la sciabola che gli fu data quando fu nominato ufficiale dell’esercito. Questo conferma inoltre quello che ci ha sempre detto e che ha ripetuto: che lui è messo a difesa dei deboli, dei soldati che muoiono in guerra, dei bambini che soffrono…

Mi torna in mente l’immagine di San Michele Arcangelo con la spada sguainata che difende dal maligno, di cui sono sempre stata devota: il mio angelo di Luce, i nostri Angeli si occupano dei grandi problemi di cui noi sentiamo parlare fugacemente alla televisione: della fame nel mondo, della disoccupazione, della pace, del terrorismo; queste sono le quattro emergenze mondiali più preoccupanti.  E non posso, in questa circostanza, dimenticarmi di tanti ragazzi, ancora fra noi, che hanno fatto gli angeli “spazzini” fra le strade di Napoli per mettere ordine laddove un cattivo governo non ha saputo colmare le lacune e ad un tempo la povera gente che vive nei quartieri inquinati dove degrado e povertà ogni giorno aggiunge vittime alla dirompente condizione di vita.

Speriamo che questo carnevale, ormai giunto al termine, non lasci coscienze obnubilate, ma col riposo dello spirito giunga un reale risveglio e la volontà di compiere nella volontà di Dio, il proprio dovere e di impegnarci tutti a utilizzare i nostri talenti nel posto che occupiamo.

Papa Luciani, quando era ancora cardinale, scrisse qualcosa sulla biblica scala di Giacobbe: diceva che c’erano angeli con le ali, ma non volavano, salivano adagio, scalino su scalino. E commentava, cosa che può farci grande piacere, che le piccole cose, le azioni a volte meno importanti sono sovente così impegnative da costituire la via maestra per il cristiano. A noi dunque, piano, piano… il nostro compito…

 

 

 

Edda CattaniUn paese in maschera
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30 novembre : Sant’Andrea

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30 novembre : Sant’Andrea

L’avevamo chiamato “Andrea”…

L’avevamo chiamato Andrea perché questo avevano voluto le sorelle. Non c’era stato alcun dubbio, fin dall’inizio dell’attesa. A quel tempo non c’era l’ecografia che dava notizia del sesso del nascituro, ma c’era una certezza: sarebbe stato Andrea in ogni caso. Ricordo con tanta commozione quello che fu uno dei più bei momenti della mia vita, quando l’ostetrica lo sollevò tenendo per i piedini quel bambolotto urlante e disse: “E’ un bel maschione!” L’avevo desiderato fin dall’inizio un figlio maschio che supportasse la nostra famiglia in crescita e che potesse sostituire un giorno anche suo padre nella guida della famiglia. C’era chi mi diceva: “…quelli che si chiamano “Andrea” sono tutti bambini tremendi…” In verità Andrea era dolcissimo, ma chi l’avrebbe mai tenuto fermo? Ricordo quando con una mano mangiava il panino sfogliando il Topolino, mentre aveva il quaderno dei compiti e seguiva la televisione e ascoltava musica dallo stereo… Ci chiedevamo come facesse… eppure riusciva a fare tutto… Per lui non esistevano barriere, traguardi, sponde invalicabili… raggiungere l’obiettivo che si era prefisso era una meta obbligatoria. Quando chiedeva qualcosa (mai nulla di costoso o non lecito) ti tormentava finchè non l’avevi accontentato….Non ricordo, nemmeno da neonato di averlo mai sentito piangere… Non conosceva farmaci, era allergico agli antibiotici, non aveva un difetto fisico, non un foruncolo… gli era stata risparmiata anche l’eruzione cutanea della barba, propria degli adolescenti… Vestiva semplicemente: jeans, maglietta bianca e scarpe da tennis. Non chiedeva nulla di particolare e guardava con indulgenza le sorelle quando si provavano i vestiti. Quella macchina potente l’aveva presa usata, a rate che ogni mese versava puntualmente a suo padre e a me (eravamo noi i creditori) eppure non è mancato su quel bolide… ma da trasportato sulla macchina di un collega.

Quel 30 novembre del 1991 avevo deciso di fargli un regalo fuori dell’ordinario. Ormai aveva compiuto 22 anni, era ufficiale dell’esercito, iscritto a giurisprudenza, caposcuola guida della “Scuola Trasporti e Materiali” alla Caserma di Prato della Valle… non poteva più andare in giro con i giubbini logori quando cambiava l’uniforme… Uscii presto da scuola quella mattina e mi recai a Vicenza in un negozio di alta moda e comprai quello che doveva essere il suo primo soprabito. Era blue, un Berbery che con le sue larghe spalle e la sue altezza di m.1.92 l’avrebbero valorizzato ancor più… Mi batteva il cuore al pensiero che l’avrei visto finalmente con un abito “elegante”. Tornai a casa e lo distesi sul letto, mentre aspettavo la sua uscita dalla caserma e il suo ritorno a casa… ma quella sera tardava… ma perché tardava tanto!?! Arrivò oltre l’orario previsto… da qualche giorno non rispettava i tempi ed aveva uno sguardo velato, quasi perso nel vuoto… Mi abbracciò commosso quando vide la “sorpresa” quasi intenerito…”Vedi, così a capodanno potrai andare al ballo degli ufficiali ben vestito! Cerca una bella ragazza che ti accompagni!”  “Non so neanche se ci sarò a capodanno…! Non so cosa sia mamma, ma quando ci penso non mi sembra di dovere fare programmi!” ”Possibile? Ma non preoccuparmi con questi pensieri, hai tutta la vita davanti! Piuttosto mettilo stasera per uscire con i tuoi amici… è la tua festa!”  Non rispose… Fece la doccia e dopo poco lo sentii allontanarsi come aveva programmato per una “pizzata” con gli amici. Il mattino dopo mi disse: “Sai mamma… non potevo mettere quel cappotto ieri sera; tu non sai come veste Roby… ha uno spolverino leggero e scolorito… non ha soldi per comprarsene un altro…!” Avevo capito… al solito se avesse potuto avrebbe regalato all’amico il suo soprabito… Così era fatto Andrea e dovevo rassegnarmi all’idea che non l’avrei distolto dalla sua estrema generosità. Misi nell’armadio il capo e pensai che ormai erano prossime le feste e avrebbe avuto altre occasioni per indossarlo. Ma cinque giorni più avanti, non fece ritorno a casa dopo l’uscita in cui volle accontentare un amico giunto da Milano che gli mostrò la sua nuova auto… Tre ragazzi drogati, poveri ragazzi come tanti che viaggiano per le strade, li rincorsero e la macchina sbandando, centrò una grande quercia… Solo Andrea prese il colpo in testa… lui, vestito come sempre… se ne andò senza aver rinnovato il suo primo cappotto importante, senza che io abbia mai potuto vederlo vestito da “uomo”. Ragazzo sempre, il mio Ragazzo di Luce… con la sua maglietta bianca e i suoi jeans che portava a coprire tanta scultorea bellezza… ! “Come sei adesso Figlio mio… eri tanto bello!!!” gli dissi in una registrazione…”Di più, di più di prima… tanto! “ …fu la risposta!

rosa

I vostri figli
I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.
Kahlil Gibran (Gibran Khalil Gibran)

Edda Cattani30 novembre : Sant’Andrea
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Santa Madre Teresa

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Madre Teresa di Calcutta è santa

Vogliamo ricordarla così:

La proclamazione di Papa Francesco:

“Non esiste alternativa alla carità”

teresa di calcutta

 

Il Santo Padre ha letto la formula in latino e subito dopo cʼè stato un applauso da parte dei fedeli. Accanto allʼaltare sono state collocate le reliquie della nuova santa.

papa teresa

Il Pontefice ha esortato i fedeli a seguire l’esempio della santa albanese per attuare “quella rivoluzione della tenerezza iniziata da Gesù Cristo con il suo amore di predilezione ai piccoli”. Nell’omelia della messa di canonizzazione, Papa Francesco ha detto: “Non esiste alternativa alla carità: quanti si pongono al servizio dei fratelli, benché non lo sappiano, sono coloro che amano Dio”.

“La vita cristiana tuttavia, non è un semplice aiuto che viene fornito nel momento del bisogno. Se fosse così sarebbe certo un bel sentimento di umana solidarietà che suscita un beneficio immediato, ma sarebbe sterile perché senza radici. L’impegno che il Signore chiede, al contrario, è quello di una vocazione alla carità con la quale ogni discepolo di Cristo mette al suo servizio la propria vita, per crescere ogni giorno nell’amore”.

 

teresa

“Mise i potenti davanti ai loro crimini di povertà” – Madre Teresa “si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato”, ha proseguito il Papa. “Ha fatto sentire la sua voce ai potenti della Terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini, dinanzi ai crimini, della povertà creata da loro stessi. La misericordia è stata per lei il ‘sale’ che dava sapore a ogni sua opera, e la ‘luce’ che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere la loro povertà e la loro sofferenza”.

“E’ la santa di un mondo sfiduciato, avido di tenerezza” – “Oggi – ha detto ancora  – consegno questa emblematica figura di donna e di consacrata a tutto il mondo del volontariato: lei sia il vostro modello di santità”. E ancora: “Questa instancabile operatrice di misericordia ci aiuti a capire sempre più che l’unico nostro criterio di azione è l’amore gratuito, libero da ogni ideologia e da ogni vincolo e riversato verso tutti senza distinzione di lingua, cultura, razza o religione, che porta speranza a umanità sfiduciata”.

“Anche da santa continueremo a chiamarla madre” – “Penso che forse avremo un po’ di difficoltà nel chiamarla santa Teresa, la sua santità è tanto vicina a noi, tanto tenera e feconda che spontaneamente continueremo a dirle ‘madre Teresa’”, ha detto poi il Pontefice, in un inserto a braccio dell’omelia.

Migliaia di fedeli hanno posizionato mazzi di fiori sulla tomba di madre Teresa e hanno intonato canti per celebrare la sua canonizzazione. A Calcutta la cerimonia che si è svolta in Vaticano è stata seguita nella casa della congregazione, meta di un pellegrinaggio continuo sulla tomba dove con i petali sono stati lasciati messaggi dei fedeli.

 

Edda CattaniSanta Madre Teresa
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Il “pane” spezzato

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“ Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”

La domenica successiva alla Solennità della SS. Trinità si celebra la festa del Corpo e del Sangue del Signore. Prima della riforma liturgica era nota come festa del Corpus Domini (distinta dalla festa del Sanguis Christi celebrata in luglio). La festa del Corpus Domini trova le sue origini nella ambiente fervoroso della Gallia belgica – che San Francesco chiamava “amica Corporis Domini”. Solitamente in giugno, si tiene a Bolsena la festa del Corpus Domini a ricordo del miracolo eucaristico avvenuto nel 1263. Un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell’Eucarestia, nello spezzare l’ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo. A fugare i suoi dubbi, dall’ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il corporale (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell’altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina in Bolsena. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell’Eucaristia.

 “ Per la vita del mondo”: questa parola evangelica deve pulsare dentro di noi, come pulsava nel cuore di Gesù.

Chi si nutre del pane eucaristico diviene presenza discreta, è un credente, che si ricorda di fare del bene, cioè di dare tutto, ma nello stile di Gesù lasciandosi plasmare da Lui. E’ capace anche di silenzio, di ascolto; di quel silenzio che rende possibile l’ascolto e l’accoglienza delle parole di chi ci vive accanto, delle parole della fragilità e della debolezza, della malattia di chi ci vive accanto, della sofferenza e della morte, ma anche le parole dal significato alto.

E’ un credente capace di gratuità, la cui gioia non sta tanto nell’affermazione di sé ma nel portare “ vita” al mondo, nel testimoniare Gesù,  vita per l’uomo.

Chi si nutre del pane eucaristico è messo in grado di volere il bene dell’altro e di promuoverlo, sapendo che questo “pane” verrà a lui di ritorno…

 Dal mio percorso di vita…

Anch’io ho spezzato quotidianamente un pane al capezzale del mio sposo affetto da un male incurabile, cercando per lui  “amore incondizionato e perfetto”, “tenendolo curato oltre ogni sforzo perché non perdesse in dignità”

Nella mia ricerca di conferme mi viene inviato questo scritto:

…Ecco, voglio dirti semplicemente questo: il pane che hai spezzato per il tuo compagno, ritorna a te in questo tempo.

Ascolta cosa scrive Erri De Luca: “Valencia è una città spagnola sul Mare Mediterraneo. Una volta aveva un fiume che l’attraversava, il Guadalaviar, ma ora il suo corso è stato deviato. E’ l’unica città del mondo, che io sappia, che si sia sbarazzata di un fiume. Ci sono stato l’anno scorso in ferie, invitato da un editore che aveva tradotto un mio libro nella bella lingua del posto, la catalana. Ho percorso la città a piedi, la sola unità di misura che possiedo per conoscere i posti altrui. Ho visto mercatini puliti e lotterie, mura romane e lavori in corso, ma cercavo il fiume che non c’era più. Infine l’ho trovato, il letto vuoto, i ponti su di lui come se ci fosse ancora.

Al posto di una corrente che già sente il mare vicino, hanno piantato palme e costruito un lungo stagno con pesci rossi. Dall’alto del ponte vedevo quel parco sotto di me, dubitando del senno dei cittadini di Valencia. Presso la riva dello stagno un uomo anziano con un cane forse ancora più anziano passeggiava. Lo vidi avvicinarsi al bordo dell’acqua e cavare dalla sacca delle pagnotte vecchie. Pezzo a pezzo le gettò ai pesci. Restai a guardarlo, affascinato dalla monotonia dei suoi gesti. Non durò poco. Solo alla fine della provvista capii che stavo guardando il verso uno del capitolo undici di Kohèlet. “Manda il tuo pane sul volto delle acque.” Un uomo anziano nell’autunno del ’93 in una città spagnola eseguiva alla lettera l’invito, dando al verso il suo unico verso.

Compiva quel gesto di offerta tra sé e i pesci da molto tempo, ma quel giorno lo compiva anche per un muratore italiano pieno di Bibbia. Lo compiva perché potessi capire: potevo ben azzardarmi a cambiare la traduzione di un verso sacro, potevo pure avere ragione di farlo e di leggere: “in molti giorni lo ritroverai”, anziché “dopo”, purchè ricordassi che chi aveva letto quel verso altrimenti era stato ugualmente felice della sua lettura e di certo aveva offerto più pane di me. Così un uomo di una città remota, accompagnato da un cane e vicino a un fiume prosciugato, era un verso dell’Antico Testamento, lontano molte mattine, che tornava dopo molti giorni.

Per un gioco delle correnti il pane spezzato si allontanava dal lanciatore in direzione della sponda opposta, verso il mare, seguendo un fiume che non c’era più, secondo il suo verso”.

 “ G r a z i e !!!”

 

Edda CattaniIl “pane” spezzato
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