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“Vi do un dono di Dio”

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"Vi do un dono di Dio!"

            

 

   Andrea si è manifestato dicendo: “Vi do un dono di Dio” e come dono abbiamo vissuto la nostra esperienza di comunicazione, unitamente a tutti quei piccoli indizi che ci hanno dato conferma della sopravvivenza, dopo la vita terrena.

         Ho posato il capo sulla pietra nuda della cappella dove abbiamo composto le splendide spoglie del nostro adorato figlio Andrea ed ho avvertito che emanava un debole vapore. Ho azzardato una carezza ed un alito di vento mi ha accarezzato il volto, i capelli. Ho pensato: “Mancava questo soffio! Dio è qui!” Sulla mensola a fianco ho posto un cero, simbolo del  fuoco e sul ritratto ho appeso una colombina bianca.

 

         La mia Fede nei doni dello Spirito, questo gigante invisibile che tutto sostiene, questo architetto che progetta e crea, è una Fede poverella ma che tutto attende, perché tanto mi ha sostenuto e mi ha dato la certezza che tutto riconduce  a Lui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

          Dono dello Spirito, dunque. Non gradisco mi si dica che sono un soggetto “dotato” o che si parli di medianità. “Medium” dicono gli studiosi, è il soggetto che fa da tramite tra la dimensione terrena e quella spirituale, tra l’aldiqua e l’aldilà e che produce fenomenologie psichiche. Notiamo “produce”. Con tutto il rispetto per questi soggetti “dotati” alcuni dei quali si prodigano per lenire cuori straziati, come madre non desidero che gli incontri con mio figlio, quei momenti di adorabili amplessi fra il cielo e la terra, siano pasticciati da illazioni spiritistiche.

         Vivo nel silenzio, in devoto, fiducioso ascolto quanto lo Spirito vuole ispirarmi, nella consapevolezza che mentre arranco, cado, mi riprendo, Andrea di là mi sostiene nella quotidiana fatica e mi indica la via da seguire.

         Solo un grande dono poteva  riuscire a colmare il vuoto ed un grande dono ha pervaso la mia debolezza, la mia disperazione. Dio mi ha visto povera fra i poveri ed ha avuto pietà di me, inviandomi, come una nuova Pentecoste il carisma dell’ascolto e dell’autentica partecipazione alla Comunione dei Santi.

         I Santi non sono quelli con l’aureola, ma tutti i vivi in Cristo Signore, come è vivo il mio Andrea e tutti i “Ragazzi” che si definiscono “di Luce”, i nostri cari Figli che ci hanno preceduto e ci preparano il cammino verso la terra del Padre.

         Lo so che questi figli ci mancano, che mio Figlio mi manca…tanto! Sarei tentata di dire che mi è stato rubato nella stagione più bella della vita e che aveva diritto di vivere. ma so anche che non possono essersene andati per un tragico gioco, per un nonnulla, per lasciarci sole in questa palude in cui sembriamo imputridire.

         “Orfane dei figli” ci definisce Mario Mancigotti e i nostri figli, come Roland, come Andrea, lo sappiamo, ci guidano e ci tengono per mano come bambini, come noi abbiamo fatto con loro fin dalla nascita terrena.

         Le madri della speranza, checché ne dicano o ne scrivano  hanno superato l'atteggiamento di un amore egoistico, fine a se stesso, per divenire apostoli di un amore universale rivolto ai sofferenti, agli umili, per vivere l'esistenza come un cammino verso la terra del Padre, in un inesauribile dono di se stesse.

         La “speranza” non è un termine da manuale, fatto per dare prestigio all’immagine del nostro Movimento; la Speranza, come indica S.Paolo ai Corinzi,  è uno dei doni più grandi dello Spirito. Essa ha un ruolo fondamentale nella vita e si colloca al livello soprannaturale delle virtù derivate dalla grazia; è offerta ad ogni uomo che non è ancora giunto alla visione. Pensiamoci bene: i nostri Figli non hanno bisogno di questo dono. Non debbono più sperare in ciò che hanno già, che già vedono, di cui già godono.

         Per noi, la speranza è un dono che, in un certo modo, ci fa “passare al di là del velo” come dice la lettera agli Ebrei.

 

Lo Spirito soffia dove e quando vuole!

 

         In questo giorno, a Lui dedicato dalla chiesa tutta, lo Spirito Santo non ha bisogno della mia campagna pubblicitaria ed  io vorrei parlarne senza annoiare, né limitarmi a gargarizzare parole. Unica condizione è quella che insieme proviamo a srotolare la vela della buona volontà per avere la costanza e la gioia di scattare in avanti e prendere al volo il soffio dello spirito per non essere anime “sotto spirito”.

         Lo Spirito si manifesta come “vento che si abbatte gagliardo” sta scritto negli atti degli Apostoli. La risposta è nel vento, disse Papa Giovanni Paolo II, parlando dell’approssimarsi della fine del Millennio e riflettendo sul rinnovamento del cristiano.

         Immagine indovinatissima quella del vento. Cosa c’è di più libero e impalpabile? Lo senti, ma non sai da dove viene e dove va. Agisce come e quando vuole: tutti possiamo diventare protagonisti della storia. Buttiamo via la veste dell’egoismo, del pianto inutile, della mestizia. C’è tanto bisogno di anime forgiate dallo Spirito, nella carità, nella disponibilità, nell’aiuto fraterno.

         Lo Spirito è Fuoco, come sta scritto negli Atti: “Videro lingue come di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro”. Lo Spirito è dunque Luce. Nella Luce dicono di essere i nostri amati Figli. Essi sono illuminati dal dono della Scienza, dell’intelletto, hanno superato la barriera dell’invisibile per vivere nell’avventura appassionante dell’amore eterno. Dice S.Paolo ai Romani “ Se lo Spirito di colui che ha resuscitato Gesù dai morti abita in voi, darà vita anche ai vostri corpi mortali”

         Terza immagine dello Spirito Santo è la colomba che fin dalle prime righe della Bibbia si legge che “aleggiava sulle acque. E, ancora, con il ramoscello d’ulivo dopo il diluvio universale. La colomba è simbolo di pace. Uno dei primi messaggi di Andrea diceva “Sono partito per una missione di pace”

         Una “missione”… dopo qualche perplessità giungo ad una conclusione: chi può proibirmi di pensare che  "mio figlio", questi figli di Luce, questi ragazzi che si definiscono Nuovi Angeli, non abbiano importanti compiti e vere e proprie missioni da compiere?

         Se faccio un bilancio di questa lunga mia vita che ho trascorso cercandolo in ogni volto che incontravo, ho visto tanta giovani, strumentalizzati dai mass media per la loro bellezza e la loro forza fisica. Li ho visti ridicolizzati, spogliati, spettinati, con i capelli tinti, rapati a zero scambiarsi epiteti scurrili in un’ebbrezza collettiva e pianificata dalla quale è fatto divieto di uscire.

         Mi sono detta che forse mio Figlio vede e guarda questa povera gioventù, sfruttata a fini pubblicitari, catturata dal consumismo, frastornata dal rumore e dai fumi delle discoteche. Sono certa che è ancora vicino ai suoi amici, comprende i loro problemi e le loro angosce… aveva tanti amici ed era con loro solidale e disponibile e, come ha sempre fatto, vuole e può ancora aiutarli. Ed io, allora, perché non dovrei essere anche adesso al suo fianco, con la mia opera di educatrice, aiutandolo nei suoi impegni, come facevo quando gli spiegavo le lezioni… Lui, ora, vede più in là di me e  può comunicarmi quello che può essere  il mio compito quotidiano.

         Questa non è una pia illusione, o una induzione parapsicologica.

         La posta è molto più alta!

         “A ciascuno è dato un dono dello spirito”, dice S.Paolo ed io ritengo che tutto sia dono. Il tempo, il dolore e le difficoltà. Non è un merito avere la bellezza fisica o possedere ricchezze. Non è un merito avere questa forza, questa certezza che nulla è andato perduto, che la vita non si spezza che la comunicazione continua “al di là del velo”.

         Questo è un dono  ricevuto, come è un dono la vita che ci è data ogni giorno e che va accettata. Il percorso dell’esistenza umana è programmato da Dio con tappe e soste, a noi non sempre chiare, ma tutte ugualmente importanti. E’ dovere di ciascuno “celebrarsi”, cioè vivere con forza il mistero  di ogni giorno. Guai se mancassimo all’impegno! Ho pensato fin dall’inizio della nostra vicenda che non volevo perdermi per non perdere Dio e mio Figlio in Lui.

         Nel prefazio sesto delle Domeniche del tempo ordinario, la liturgia dà una sublime risposta alla domanda che il poeta Giacomo Leopardi pone alla luna: “Dimmi ove tende questo vagar mio breve?”. Cioè, che senso ha la mia vita e quindi il mio attendere. sperare, patire e morire?

         “Ogni giorno, dice il testo liturgico, del nostro pellegrinaggio sulla terra è un dono sempre nuovo, o Signore, del tuo amore per noi, è un pegno della vita immortale, poiché possediamo fin da ora le primizie del tuo spirito e viviamo nell’attesa che si compia la beata speranza nella Pasqua eterna del Tuo Regno!”

         A questo richiamo si aggiungono i messaggi che dall’alto, istruiti dai loro maestri ci  inviano i nostri Ragazzi, a loro volta istruiti dallo spirito.

         Questa solidarietà tra gli uomini della carne e uomini dello spirito è la vera interpretazione della Comunione dei Santi.

         Convinciamoci che i messaggeri che provengono dall’oltre, da una dimensione invisibile nella quale spaziano liberi di amare, ammirare, aiutare, comunicare come veri e propri ripetitori, ricevono direttamente da Dio la loro missione.

         Ed in Dio, con i nostri cari, ci sono schiere di Santi, di pensatori, di mistici, di profeti, di apostoli. come Padre Pio e Madre Teresa e infine il nostro amato Papa Giovanni Paolo II°.

         In questi tempi si è aggiunta a loro una schiera sempre più vasta di giovani perché dal cielo comunichino all’umanità ciò che essa non vuole e non ha saputo ancora riconoscere.

         Scrive Jean Prieur: “I messaggi, come quelli di Roland, raggi emanati dal Cuore divino, sono uno dei mezzi utilizzati dal Signore per dar corpo all’amore che nutre per noi, per accrescere la conoscenza e per restituire alla terra il suo ruolo originale di Paradiso.”

 

 

 

 

 

 

 

 

“AU DIAPASON DU CIEL:

LO SPIRITO SOFFIA DOVE E QUANDO VUOLE.”

 

 

“Mamma, ti ho messo in sintonia col diapason del Cielo”.

 

         Negli anni quaranta una piccola donna, Marcelle de Jouvenel, appartenente alla cerchia dei più illustri talenti della Belle Époque parigina, perde il suo unico figlio non ancora quindicenne e, ad una donna di mondo quale lei era, è data una esperienza unica, a quel tempo, di comunicazione con il giovane Roland che le detta meravigliosi messaggi che egli definisce “le mie tavolette d’Oro”. Persona di particolare fascino, colta, scrittrice e poetessa, elegante e artificiosa, mondana negli atteggiamenti, era sprovvista di qualsiasi formazione religiosa

         Lo Spirito soffia dove e quando vuole. E’ forse capriccioso il soffio dello Spirito? No, diciamo piuttosto che è libero.

         Ma perché a Marcelle de Jouvenel è dato di essere partecipe di una vicenda tanto singolare? Non vi erano state forse altre madri che avevano perso i figli nella catastrofe della guerra? Viene da pensare che, nel periodo postbellico, nella desolazione del contesto europeo,  fosse necessario che il “diapason del cielo” raggiungesse un personaggio noto, capace di influenzare gli uomini e le donne del suo tempo. Marcelle, infatti, dichiara: “Sono stata gettata in un’avventura che, senza dubbio, all’inizio, mi ha più spaventata che convinta. Libera di scegliere, mi sarei sottratta a quel compito…”

         Ma il figlio tanto amato non l’abbandona e la porta ad intraprendere un percorso spirituale straordinario e sconvolgente, che l’avvicina ai vissuti dei grandi mistici. Marcelle si dispone attenta agli insegnamenti del figlio che la forgia spiritualmente e la porta a stilare contenuti e concetti, inerenti la dottrina cattolica, a lei ignoti, che l’affascinano e le fanno mutare le scelte di vita e la portano a rendere un’incisiva testimonianza con la pubblicizzazione dei messaggi di Roland.

         L’ambiente in cui si propaga la notizia e che  viene posto davanti all’eterna questione della sopravvivenza post-mortem e delle comunicazioni con l’aldilà è quello dell’élite intellettuale francese.

         Siamo nell’immediato dopoguerra; i messaggi vengono raccolti e pubblicati riscuotendo commozione ed interesse, oltre che a qualche naturale scetticismo.

 “Au diapason  du Ciel” è un libro scritto a quattro mani, da una parte Roland, dall’altra Marcelle; una madre ed un figlio che si parlano, si amano come un tempo, nella vita terrena. Roland ricolma la madre di premure, di tenerezze. Quando lei cede egli la raddrizza, le fa coraggio, le chiede di parlare alla gente del loro contatto.

         Finalmente qualcosa di tangibile per chi è disperato! Le parole scritte sembrano offrire una risposta segreta ad una speranza diffusa, che non è una semplice pia scappatoia, alle madri che avevano perso giovani figli, soprattutto nelle campagne di Francia del 30/40 e del  44/45 a cui si sarebbero aggiunti i caduti d’Indocina e d’Algeria.

         Perché a Marcelle questo dono dello Spirito, perché questo compito? Nessun filosofo, nessuno scienziato, nessun giornalista, nessuno di quelli che fanno opinione avrebbero ottenuto la stessa risonanza intorno a fenomeni di cui, fino ad allora, si era parlato solo a bassa voce.

         Intervengono illustri esponenti della chiesa, quali Padre Daniélou che nella rivista “Études” definisce il testo dei messaggi “un documento prezioso, in grado di far risuonare la certezza che l’aldilà sia lo sviluppo reale dell’essere”;  il Rev.do Padre Valette, domenicano, così si esprime “niente di questo insegnamento si oppone ai dati più certi della fede” il Rev.do padre Louis Beirnaert scrive “Dio si serve di tutto per raggiungere il cuore dell’uomo. “Au diapason du ciel” è tutt’altro che un racconto di un’esperienza parapsicologica. Ricondotto al suo contenuto è soprattutto la testimonianza di un’ascesa spirituale verso la fede”.

         La ferita che si apre nel cuore di una madre per la morte di un figlio, schiude la porta di Dio e ci rende partecipi dei doni dello Spirito.

         “Mamma, ti ho messo in sintonia col diapason del Cielo”, dice Roland. Il “diapason” è il punto più alto, la massima intensità del Cielo.

Non c’è Pasqua, non c’è Resurrezione che non passi dal crogiolo del Venerdì Santo. La Passione, la sofferenza portano alla Pentecoste.

 

     

 

 

 

 

 

 

Edda Cattani“Vi do un dono di Dio”
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