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Maranathà Vieni Signore!

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Maranathà Vieni Signore!

Maran ‘atha’ è un aramaico parola che si verifica due volte nel Nuovo Testamento si traduce come: “Signore nostro, vieni!” ma che potrebbe anche essere tradotto come: “Nostro Signore è venuto”

 

Iniziare ogni giornata con la preghiera è qualcosa di estremamente semplice… Come si scende dal letto e si apre la finestra per far entrare la luce nella stanza e l’aria nei polmoni, così la richiesta immediata che ci sale dal cuore è quella di metterci di fronte alla verità dell’essere.

Un tempo c’era più possibilità e più modalità educative per giungere a questo: era la mamma che svegliando i propri bambini per accudirli  diceva loro “Chiediamo a Gesù, alla Madonnina e all’angioletto di proteggerci e di seguirci durante tutto il giorno!” Ricordo che il risveglio alle volte non era proprio “pacifico” e che venivo raggiunta da un “uffa! a scuola anche quest’oggi” ma poi ci si rasserenava.

Oggi si corre, si corre tutti, si corre sempre e a malapena ci si saluta e allora ci si dimentica anche di pregare. Eppure questo non è difficile e può avvenire in molti modi… per qualcuno può essere un paesaggio di montagna, un momento di solitudine nel bosco, l’ascolto di una musica che ci fa dimenticare un po’ le realtà immediate, che ci distacca per un momento da noi stessi. Quando andavo a scuola erano quegli squarci panoramici delle colline e dei piccoli campi, sovrastati dalle prealpi che in questa stagione erano innevate, ad assumere colori variegati che richiamavano naturale il mio canto:

Ti ringrazio, o mio Signore…

 

Sono questi momenti di verità dell’essere, nei quali ci sentiamo un po’ come tratti fuori dalla schiavitù delle invadenze quotidiane, dalla schiavitù delle cose che ci sollecitano continuamente; facciamo un respiro più largo del solito, sentiamo qualcosa che ci si muove dentro, e allora in questi momenti di grazia naturale, in questi momenti felici nei quali ci sentiamo pienamente noi stessi, è molto facile, quasi istintivo, che si elevi questa preghiera: «Mio Dio ti ringrazio», «Signore, quanto sei grande! »… è la preghiera naturale, la preghiera dell’essere…

Oltre  la preghiera dell’essere… c’è  la preghiera dell’essere cristiano. Essa non è semplicemente la risposta mia alla realtà dell’essere che mi circonda, o alla sensazione di autenticità che provo dentro di me, ma è lo Spirito che prega in me.

Nelle prime festività di questo mese abbiamo trovato i “vangeli dell’infanzia” con la storia dei primi tempi della vita di Gesù, dove scopriamo il suo primo andare, il suo divenire. Ci siamo lasciati con l’incontro dei Magi, sono passati i giorni e la liturgia ci ha portato avanti a riconoscere, giorno dopo giorno, un fanciullo divenuto uomo che si fa battezzare nel fiume Giordano da un precursore chiamato Giovanni, appunto il “battista”. Abbiamo trovato Gesù che “salendo dall’acqua”, quasi anticipando la resurrezione, ne sale fuori e vede “squarciarsi i cieli”. A questo punto Gesù inizia il suo impegno di accoglienza in mezzo alla gente, mentre Giovanni ritorna nel deserto e di lui non sentiremo più parlare.

Questo mi ha fatto riflettere sull’apostolato come preghiera e sul raccoglimento nel deserto, che troveremo ancora più avanti con il monito a Marta e Maria… quale migliore preghiera?

Nella Lettera ai Romani si dice: lo Spirito prega in noi (Rm 8,14-27)… non siamo noi come cristiani a pregare, è lo Spirito che prega in noi. L’educazione alla preghiera consiste allora sia nel cercare di favorire quelle condizioni che mettono la persona in stato di autenticità, sia nel cercare dentro di noi la voce dello Spirito che prega, per dargli spazio, per dargli voce. Non sono le condizioni esteriori che creano l’autenticità della ricerca, non è l’allontanamento delle persone, del lavoro, degli affetti che fanno il vuoto e ci permettono di trovare l’autenticità dell’essere.

Senza questa premessa non c’è la preghiera cristiana: è lo Spirito dentro di noi che prega in qualsiasi condizione noi ci troviamo ad operare. E questa è la caratteristica propria, tipica della preghiera cristiana.

 

  FARE DESERTO

II deserto è un’immagine guida che ti aiuta a sgombrare, pulire e vuotare la mente e a disporti all’ascolto delle voci sottili dell’anima.

“Fare deserto significa di tanto in tanto distaccarsi da uomini e cose, principio indiscusso di sanità mentale. Significa ritirarsi in una stanza, restare soli in una chiesa deserta, costruirsi un luogo appartato dove riprendere respiro, ritrovare pace. Significa dedicare tempo alla meditazione, partire per un monte solitario, alzarsi soli nella notte a pregare ” (Carlo Carretto, Al di là delle cose).

L’esperienza del deserto migliora la qualità della vita e aiuta a coltivare l’intimità spirituale che è insieme dono e mistero. Custodiscila con rispetto perché protegge e promuove la tua dignità.

Va sereno tra l’agitazione della vita, coltiva l’amore al silenzio e alla pace.

Donati tempo per abitare con te fuori dai rumori, dalle chiacchiere e dagli ingorghi mentali.

Il deserto educa il carattere alla consapevolezza e al buon governo di sé.

C’è un modo sano e un modo malato di guardare il volto delle parole “solitudine” e “silenzio” e c’è un livello fisico, psicologico e spirituale nell’esplorare i loro significati.

C’è una solitudine negativa ed amara che è incapacità di costruire relazioni, assenza di dialogo con l’anima. La solitudine più temibile è quando hai perso il contatto con la tua interiorità.

Invece c’è una solitudine sana e serena che ti affeziona alla vita e al dialogo con i tuoi pensieri. Diventi consapevole della luce con cui vedi, del fiato che respiri, della linfa che abbevera le tue membra, del suolo che ti sostiene, dello spazio che ti avvolge. L’onda del respiro che viene e va ti ricorda la gratuità della vita.

Puoi guarire la paura, l’ansia e il panico di trovarti vuoto, puoi imparare a far fiorire dalla solitudine immagini, pensieri ed emozioni che ti danno luce, energia e armonia.

Hai bisogno di deserto per ritrovare te stesso, il tuo io migliore, il tuo buon consigliere interiore.

Il deserto è una grande psicoterapia. Il deserto ti educa ad una vita semplice, sobria, essenziale.

Ed ora concludendo :

Chiediamo al Signore Gesù, il dono di lasciarci amare: com’è difficile lasciarci amare! Significa arrendersi, cedere il timone a Dio, non nascondersi al suo sguardo di tenerezza, perché noi stessi possiamo riconoscerci nelle nostre miserie con occhi di speranza. Significa ascoltare docili la sua parola che ci indica la via della vita vera e della gioia. Sempre la via del bene è in salita, ma sempre dona ciò che promette, la pienezza dell’anima e la letizia, quella stessa letizia, silente e profonda, che ha invaso l’anima dei Magi sulla via del ritorno. Essi tornavano sui loro passi con un tesoro ben più grande e splendente dei tesori umani deposti ai piedi del divino Bambino. Si era inginocchiati davanti a Lui, e per la prima volta si erano sentiti veramente grandi; inginocchiati davanti alla Verità che illumina le notti del mondo, avevano scoperto la loro dignità di uomini, di figli, di fratelli. Sì, l’uomo è veramente grande solo quando è in ginocchio davanti a Dio: grande e libero di non prostrarsi davanti ai potenti e alle mode del mondo. Sia per noi, cari Amici, come per loro.

(Card. Bagnasco – Genova, Cattedrale di S.Lorenzo, 6 gennaio 2012)

Ringrazio sempre chi ci aiuta nel cammino di crescita. Ricevo da FB anche questo commento e lo pubblico:

Pensare a se stessi è la cosa più bella che l’essere umano possa e debba fare, perché nel momento in cui l’individuo pensa a se stesso si mette in contatto con la parte più “alta” cui possa accedere umanamente.

Noi pensiamo e parliamo sempre di spiritualità, parliamo di Dio e sovente lo vediamo all’esterno di noi, ma noi SIAMO …Dio, ne siamo l’espressione più alta percepibile sulla Terra.

Dobbiamo percepirci mettendoci in contatto con noi stessi.

Questo fa sì che tutto ciò che è al di là della razionalità, della limitazione della Mente umana possa arrivare a noi ed innalzarci a quella spiritualità che spesso continuiamo a vedere come settoriale e non come parte intrinseca di noi stessi.

Quando mi metto in contatto con me stesso che cosa accade? Intanto annullo tutto ciò che è “esterno”, perché si tratta di un momento fra me e me. Ho la possibilità di ascoltarmi, di capirmi e soprattutto di interagire fra me e me senza che nulla venga a disturbare questo colloquio interiore.

Perché ci vuole un colloquio continuo fra me e me? Perché tutto quello che è di disturbo “esterno” (senza però dimenticare che siamo tutti UNO) può comportare la tentazione di mistificarmi, di destabilizzarmi per aderire ad un qualcosa che non mi è utile.

Perché non mi è utile? Perché in quel momento non risponde ad una necessità della mia Energia.

Nel colloquio interiore, nell’aderire a me stesso ho la possibilità di vagliare tutti gli stimoli con cui vengo a contatto (persone, libri, incontri, sollecitazioni..), e nel vagliarli devo essere così accorto da considerare solo ciò che è utile a me.

Non posso giudicare se è giusto o sbagliato, ma soltanto se è utile o meno per me.

Questo è un passaggio fondamentale.

Molte volte ci riempiamo di informazioni, di tecniche, di cose che per essere applicate necessitano di un ulteriore sforzo mentale, e tutto ciò che è sforzo mentale ci devia dal nostro sentire profondo.

Quindi non giudico se è giusto o sbagliato, ma semplicemente se mi è utile o no.

Prendo ciò che mi è utile in quel momento perché corrisponde ad una sollecitazione che mi spinge ad approfondire, a fare mio, ad esercitare ciò che in quel momento vivo.

Tutto questo non può avvenire se io non ho un contatto completo, costante con me stesso.

Se io mi lascio fuorviare dalle aspettative degli altri, se voglio uniformarmi a quello che all’”esterno” si aspettano da me, non avrò mai la certezza di fare ciò che mi è utile, ciò che serve a me stesso.

(Carla Parola)

 

 

Nella solitudine del cuore fioriscono quei giardini di silenzi che a volte incontriamo negli angoli più nascosti dei luoghi in cui viviamo.

E’ lì che prende corpo l’incontro, quello stare in un’attesa tranquilla dove il respiro non è più un turbinio di forze che affaticano la mente, ma un dolce espandersi e prendere, dalla vita nella quale siamo immersi.

Scopriamo così che le risposte son sempre state là, a portata di mano, di volontà. Le portavamo addosso come provviste serbate in uno zainetto, lungo il cammino.

E si offrono a noi con la stessa semplicità che incontriamo nello sguardo di un piccolo, quando tende la sua mano verso di noi nell’offrirci un dolcetto.

Non ci resta altro che assaporare con tutta lentezza quella dolcezza che gratuitamente c’è offerta.

Se possibile, serbarne il ricordo, annodando un nodino alle frange del nostro cuore, sempre più sfilacciato dagli anni.

Poi dipingere, dipingere questi giorni da vivere, con tutti i colori della luce. (Peter Versac)


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Edda CattaniMaranathà Vieni Signore!

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